Questo è il paese

Questo è il paese in cui un leader politico e parlamentare europeo si permette di legittimare pubblicamente due idioti che chiudono – da veri leoni – due donne sinti in una gabbia, come punizione per averle colte a rovistare in un container di rifiuti della Lidl, contenente del preziosissimo cartone. Che per carità è reato, “prendi roba non tua, rubi”, grideranno i giustizialisti e i giustizieri, magari a distanza di 24 ore dal cocktail non pagato in discoteca con i loro amici.

Questo è il paese in cui un direttore di un giornale a tiratura nazionale, ospitato almeno 4 volte al mese nelle trasmissioni in prima serata, si permette di fare ironia rispetto ad un incidente occorso a La mecca, in cui muoiono 111 persone, augurandosi in un lurido tweet che “ci vorrebbero più pellegrinaggi”.

È il paese in cui il primo citato si propone di affondare i barconi in mare, o di fare “pulizia di massa”, di usare le “ruspe”, e il secondo dice a chiare lettere che è il caso che un po’ di gente in mare muoia. E nessuno dice A. Tutto regolare.

Questo è un paese meraviglioso, ragazzi: vantatevene in giro per il mondo, più che potete. E attenti alle uova.

È il paese in cui un signore un po’ sovrappeso – uno dei fondatori del Pd, tra coloro che ne hanno scritto lo statuto, mica un fascistello qualunque -, che gioca a poker, che si è sposato a Las Vegas per la quindicesima volta, fonda “Il popolo della famiglia”, e nessuno richiede per lui il TSO. È il paese in cui questo stesso bigotto in sovrappeso va in Tv – in piena isteria collettiva islamofoba – ad atteggiarsi a intellettuale e a dirci “ah, però l’Islam, il rispetto della donna, bla bla bla”: poi il giorno dopo a “La Zanzara” (altro programma sintomatico della miseria intellettuale e umana di questo meraviglioso paese) dice che “la donna è per natura sottomessa, deve stare sotto”.

È un grande paese. È il paese in cui la Mussolini va a tuonare in TV contro I pedofili, mentre il marito usufruisce dei servigi sessuali di ragazze minorenni.

Questo è anche il paese in cui un giornale a tiratura nazionale, ogni tanto, lancia sondaggi come quello che si chiede: “peggio un figlio gay o uno che si droga?”, ed è lo stesso giornale che poi ci vorrebbe raccontare come “l’Islam minaccia i nostri valori”, pur ignorando quali siano quei valori.

Questo è il paese in cui giornalisti che hanno all’attivo più titoli che incitano all’odio, e più denunce per diffamazione che articoli con un capo e una coda, fondano giornali e li chiamano tipo “La Verità”.

Questo è il paese in cui a Fermo un pezzo di merda fascista prima chiama “scimmie” una coppia di nigeriani, non aspettando altro che la reazione di uno dei due; a reazione attivata, alza le mani, e non essendo nemmeno capace di menare senza uccidere, lo ammazza. I suoi amici, intervistati, dicono che non era razzista, solo che ogni tanto si divertiva a lanciare le noccioline ai neri. Così, per goliardia. In TV e sui giornali, c’è chi lo difende, chi contestualizza sto cazzo, chi la butta in caciara parlando di “situazione insostenibile”, in cui praticamente queste cose accadono perché c’è troppa immigrazione. Ok.

Questo è il paese in cui un parlamentare strabico, ex (?) fascistello della Balduina, ritwetta bufale squallide e sessiste (greta E vanessa) che nemmeno un bambino, salvo poi dire, poverino, che lui non lo sapeva che fosse una bufala. Gulag!, cristo.

Questo è il paese in cui si discute in modo in modo solerte delle minacce poste alla nostra “civiltà”, ai nostri valori, allo stesso tavolo in cui siedono persone che se non fosse reato direbbero tranquillamente di essere fasciste.

Questo è il paese in cui all’indomani degli attentati di Parigi sempre uno dei primi 5 quotidiani nazionali titola “bastardi islamici”, offendendo le decine di migliaia di musulmani che ci sono in Italia e le vittime musulmane del terrorismo, che sono – dal 2006 a oggi – circa il 95% delle vittime totali del terrorismo.

Questo è il paese in cui un altro giornale della stessa risma, dopo aver condannato l’attentato contro Charlie hebdo, o meglio la presunta appartenenza confessionale dei suoi autori, poi pubblica un pezzo in cui dice “perché ci viene voglia di sparargli”…a Charlie hebdo, si intende, dopo la vignetta sul terremoto.

Questo è il paese in cui una signora attempata con le labbra rifatte, ex partner del direttore di uno di questi giornali-carta igienica, passa la vita ad atteggiarsi a liberatrice delle donne musulmane a suo dire “oppresse”, e poi rilascia dichiarazioni in cui afferma che “la donna deve servire il proprio uomo”.

Questo è il paese in cui un presidente del consiglio fa i festini con le mignotte, o in cui si apparta con una minorenne spacciata per la nipote di un dittatore nordafricano; è anche il paese degli oltre 300 femminicidi in un anno, regolarmente perpetrati all’interno di una società che poi si chiede professoralmente Se altre “culture” siano in grado di garantire il nostro stesso livello di rispetto della donna. Speriamo di no.

Questo è il paese in cui presentatori TV, turisti della cultura, giornalisti mediocri, professionisti della calunnia, ignoranti patentati, pagliacci, scrivono libri sull’isis che bastano a riempire un intero scaffale della Feltrinelli. E la Feltrinelli glieli vende. Ed illustri case editrici glieli pubblicano.

Questo è il paese in cui il suddetto ex partner della sociopatica con le labbra rifatte, da direttore di un giornale, dopo gli attentati in Belgio, senza nemmeno informarsi su Wikipedia scrive “cacciamo l’Islam da casa nostra”, come fosse un signore poco educato. Il signor Islam. Paura.

È anche il paese in cui quello stesso signore, senza sapere che in materia di rapporti sociali e di diritti civili è molto più vicino a un wahhabita che ad un laico e anti fascista, sostiene pubblicamente che “con le nozze gay verrà legalizzata la poligamia”, dando luogo ad un impareggiabile corto circuito.

Questo è il paese in cui già 10 anni fa – me lo ricordo come fosse ieri -, a Porta a porta, dopo un delitto d’onore avvenuto che coinvolse due pakistani nel bresciano, venne invitata in studio una bambina musulmana di 12 anni, e interrogata con domande brillanti (“e’ giusta la sharia?”, “e’ giusto lapidare?”, ecc) dagli intellettuali ospiti in studio con lei.

Questo è il paese, ricordatevelo sempre, dove tutti i giornali di ogni orientamento politico si ostinano a scrivere “islamici” al posto di musulmani, reiterando errori concettuali prima che semantici. Ma questo è – d’altronde – anche il paese dove la Chiesa ci ha messo qualche secolo ad ammettere che forse l’Islam è una religione e non una eresia, dove quella stessa Chiesa – e di riflesso la società (in)civile – fino a non più di 70 anni fa, in ogni sede ufficiale e non, chiamava i musulmani “maomettani”.

Questo è il paese, il fantastico, fenomenale paese, in cui il protagonista del primo paragrafo scritto nel presente post passa metà della sua vita – diciamo dai 30 anni, perché fino all’anno prima andava a “la ruota della fortuna” a definirsi “fancazzista”, a fronte della domanda di mike Bongiorno su cosa facesse per campare – a chiamare chi nasce sotto Bologna “terrone”, e a inneggiare alla secessione. Poi, come se nulla fosse – sempre perché siamo effettivamente un paese splendido – inizia a ergersi a difensore degli “italiani”, vittime a suo dire di “razzismo” da parte degli stessi italiani, evidentemente odiatori di se stessi. Non contento, va in tour nel sud Italia, dove se non fossimo il paese meraviglioso che siamo avrebbe dovuto prendere solo sputi, e invece fa il pienone. Poi, va a Roma, anzi a Roma ladrona, e riempie una piazza anche lì. Sempre perché siamo un paese spettacolare.

Questo è il paese in cui il pirla su menzionato – lui, sentinella del rispetto della donna – fa un comizio a Cremona in cui ospita sul palco una bambola gonfiabile, e la paragona alla presidente della camera Laura Boldrini. E il paese intero – meraviglioso – muto.

Questo è il paese in cui un direttore di un giornale non di destra, autore di un libro sull’isis copiato per larghe parti da un altro libro (anche qui: secondo voi qualcuno ha preso provvedimenti di qualche genere, in questo paese meraviglioso?), commentando le violenze di gruppo ai danni di alcune donne, commesse a Colonia due capodanni fa, parla di “atti tribali”, collegandoli direttamente all’etnia degli autori delle violenze (un Po come se io ti dicessi “Africano” perché mangi una banana) , ed esprimendosi negli stessi termini in cui si esprimevano le autorità del foreign office britannico alla fine dell’800.

Questo è il paese in cui qualche anno fa il principale quotidiano di Alessandria, testata registrata in tribunale, scrisse nel titolo la parola “negri”, rivendicandola, e la cui redazione a chi chiamava per chieder spiegazioni rispondeva “buonisti del cazzo”.

Questo è anche l’ineguagliabile, inavvicinabile, insuperabile paese in cui un ministro della Repubblica con la pelle nera viene definito “orango” da un illustre senatore leghista (lo stesso che anni prima aveva portato un maiale a defecare sul terreno dove si doveva costruire una moschea), e il Senato – col voto determinante di quelli “di sinistra”, del PD – che dice? Che no, “non c’è discriminazione razziale”. Figuriamoci: è solo fissato con l’etologia, e voi sempre a pensar male.

Questo qui, o meglio quello lì perché mai come oggi ringrazio il cielo di vivere a Beirut, a distanza di sicurezza, dove con tutti i problemi
Che esistono, con una guerra civile durata 15 anni, un tale livello di miseria umana e morale non si riscontra, dicevo quello lì, quello a forma di stivale, è anche il paese in cui ci sono i CIE e i CPT. Ed è anche il paese in cui il numero totale delle vere moschee, a fronte di una popolazione musulmana in crescita, non raggiunge la metà delle Chiese presenti in metà del territorio di una città come Teheran, nella Repubblica islamica dell’iran. Ad Amsterdam, grande come due quartieri medi di Roma, ci sono più moschee che nell’intero centro Italia. Siamo un paese in cui una vera moschea manca a Milano, capitale economica, che a sentire alcuni dovrebbe essere la nostra città più “evoluta”, progressista, europea. Mecojoni

Questo è un paese in cui all’indomani degli attentati rivendicati dall’isis la soluzione più gettonata da molti dei giornali a cui ho alluso sembrerebbe essere quella di “fare come Israele”, e cioè veleggiare verso il consolidamento dell’apartheid de facto.

Questo è il paese in cui leader politici dell’Italia repubblicana e anti fascista possono proporre e promuovere pulizie etniche, muri, espulsioni di massa di innocenti, retate preventive di appartenenti a gruppi religiosi, esaltare i giustizieri fai da te; in cui si parla di “invasione” nonostante un numero ridicolo di immigrati sul territorio nazionale. In cui si tollera o addirittura si alimenta tutto questo, mentre allo stesso tempo, o nei suoi ritagli, ci si chiede roba tipo “l’Islam è compatibile con la nostra civiltà?”. Quale nostra. Quale civiltà. Quale compatibilità, se siamo a maggioranza incompatibili noi stessi con la storia del luogo in cui siamo nati.

Questo è anche il pittoresco paese in cui è possibile dire a cuor leggero ogni cosa, è possibile insultare pubblicamente e senza nemmeno troppi artifici retorici intere categorie, gruppi etnici, gruppi confessionali, senza subire alcuna conseguenza, e senza andare incontro ad alcuno stigma. È il paese della Legge Mancino confusa per un soprammobile, con il tempo che passa inesorabile mentre parliamo di Palme.

Sarà che siamo morti e non lo sappiamo? Che cosa abbiamo paura a fare dell’isis, se siamo morti?

Questo è un paese in cui vi basta andare su google per trovare altre migliaia di esempi di miseria umana più o meno istituzionalizzata, la miseria che è dentro tutti noi, in un modo o nell’altro, in misura maggiore o minore. Anche di quelli che come me non hanno la forza, il coraggio, la voglia, il tempo, la strategia per ribaltare questo cazzo di tavolo una volta per tutte, per difendere davvero quel poco che c’è da difendere di questa società distrutta, smembrata al suo interno, manco fosse uscita dalla guerra ieri, e far tornare questa ampia pletora di buffoni e nazisti inconsapevoli nei buchi da cui sono usciti, facendo poi attenzione a serrare bene la botola.

Questo è il paese, l’immenso, eterno, fantasmagorico, sublime, stupefacente paese in cui il razzismo più vile e schifoso non viene più individuato, riconosciuto come tale, ma, nel migliore dei casi, derubricato a problema di “toni”, di “forma”, di “linguaggio”: come fosse una cornice che stona, e non un quadro fatto interamente di merda.

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