L’equilibrismo di Aoun e le incognita libanese nei rapporti Teheran-Ryad

(pubblicato su Agi)

 

(AGI) – Beirut, 20 feb. – Intervistato la scorsa settimana da un’emittente egiziana, il presidente del Libano Michel Aoun ha affermato che “le milizie di Hezbollah sono complementari all’esercito libanese”, descrivendole in sostanza come le “Forze speciali” del Paese dei Cedri, ed elevando il loro intervento in Siria a garanzia dell’integrità territoriale libanese.

Se dal punto di vista della coerenza con gli schemi di alleanze interne una simile affermazione è parsa in linea con le posizioni di Aoun – Hezbollah è il principale alleato del Fpm, il più grande partito cristiano maronita del Paese, fondato dal presidente nel 2005 -, da un punto di vista contingente ha destato sorpresa e suscitato sensazioni contrastanti: da marzo 2016, infatti, le milizie filo-iraniane di Hezbollah sono nella lista delle organizzazioni terroristiche stilata dall’Arabia Saudita. Ed è proprio in Arabia Saudita che Aoun ha effettuato la sua prima visita ufficiale il 9 gennaio, per riavviare le relazioni tra i due paesi e per sbloccare il pacchetto da 3 miliardi di dollari in aiuti militari promesso da Ryad un anno prima, poi congelato per timori di “appropriazioni indebite” da parte del Partito di Dio.

Un timore rafforzato nei giorni scorsi dal ministro degli Esteri saudita, Adel al Jubeir, che ha ribadito che l’Iran – padrino di Hezbollah – costituisce “la principale fonte di destabilizzazione regionale”. Posizione speculare a quella del segretario generale di Hezbollah, Hassan Nasrallah, che ha definito i sauditi responsabili della diffusione del jihadismo wahhabita.

Nel frattempo, qualche giorno prima della visita di Aoun a Ryad, anche il capo della Commissione Esteri del parlamento iraniano, Alaeddin Boroujerdi, si era recato in visita a Beirut per discutere un eventuale sostegno iraniano all’Esercito libanese, una ipotesi accolta per la prima volta in modo positivo anche da alcune forze libanesi (come le LF di Samir Geagea) considerate storicamente ostili all’iran.

Eppure, nonostante le profonde divergenze, non si può dire che Iran e Arabia Saudita, come ricordato dal ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif all’Economic Forum di Davos, non abbiano cooperato durante le elezioni in Libano, determinando la formazione di quello che appare come un assetto istituzionale di larghe intese in Libano, che non scontenta completamente nessuno ma che allo stesso tempo pone delle incognite sul futuro.

L’arena politica libanese dal 2005 è divisa in due coalizioni: da una parte il blocco “14 marzo”, che fa riferimento al partito filo-saudita Mustaqbal, guidato da Saad Hariri e sostenuto da alcuni partiti cristiani; dall’altra il blocco “8 marzo”, guidato dal sopracitato Fpm, e sostenuto da varie formazioni, tra cui il partito armeno Tashnaq i due partiti sciiti, Amal e Hezbollah. Le due coalizioni storicamente si accusano a vicenda di essere strumenti di ingerenza dei rispettivi mentori regionali, Arabia Saudita e Iran. Oggi, però, è meno chiara del solito la direzione in cui sta andando il Libano: tra le braccia di Teheran o di Ryad? Di nessuna delle due? O, nella misura del possibile, tra le braccia di entrambe?

Se l’elezione di Aoun è stata salutata come un successo indiretto di Hezbollah e dell’Iran, allo stesso tempo non ha incontrato l’opposizione dell’Arabia Saudita, ammansita dalla nomina di Saad Hariri a primo ministro ma sopratutto dalla pronta ripresa delle relazioni con Beirut, in cima all’agenda dell’ex generale libanese e sancita dallo sblocco di importanti aiuti militari, a sua volta non contestato dall’Iran.

Le tensioni accumulate da Teheran e Ryad all’interno della regione per ora non sembrano trovare sfogo concreto in Libano, che anzi appare come un terreno di “prova” per un accidentato confronto dialettico, anziché militare, dagli esiti però imprevedibili, come appare imprevedibile la condotta diplomatica di Aoun, attento a non alienarsi il sostegno di entrambi. Pochi giorni prima di rilasciare l’intervista al canale egiziano in cui si è espresso sul ruolo di Hezbollah, Aoun ha ricevuto a Beirut Thamer al Sabhan, ministro saudita per gli Affari del Golfo, con il quale ha annunciato l’imminente nomina di un nuovo ambasciatore saudita, carica vacante dallo scorso agosto. Due eventi, a pochi giorni di distanza, che contribuiscono a rendere ancor più contraddittorio il quadro.

L’evoluzione dello scenario libanese appare come un elemento di “disturbo” nella narrazione delle altrimenti sempre più ostili relazioni tra Teheran e Ryad sui vari fronti: mentre si consumano le guerre per procura in Siria, Iraq e Yemen, con i due giganti regionali che si accusano vicendevolmente di destabilizzare la regione, nel Paese dei Cedri sembrano adeguarsi momentaneamente alla situazione di compromesso creatasi con l’elezione di Aoun a Presidente della Repubblica e la nomina di Saad Hariri – alleato dei sauditi – a primo ministro.

Non è però del tutto chiaro se questo compromesso politico sia più la conseguenza di una precaria e geograficamente limitata tregua tra la monarchia del Golfo e la Repubblica islamica, o se al contrario ne sia in parte – ed in modo inedito – la causa indiretta, l’elemento di convergenza istituzionale che dissuade i due paesi dall’impegnarsi in un conflitto aperto, che in un certo senso, se il Libano non esistesse, sarebbe forse molto probabile. L’equilibrismo diplomatico di Aoun sembra, per ora, garantire la tenuta di questo “stallo instabile”. (AGI) di Lorenzo Forlani (LBY)

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