Libano: verso la totale depenalizzazione dell’omosessualità?

(pubblicato su Agi)

 

(AGI) – Beirut, 15 feb. – L’ultimo verdetto, per certi versi storico, è arrivato dal giudice della Corte di Cassazione libanese, Rabih Maalouf: lo scorso 26 gennaio, nel trattare il caso di una coppia di ragazzi gay accusati di “atti contro natura”, Maalouf ha chiarito che l’omosessualità non è punibile, perché “è una scelta personale, non un reato”.
Il Libano si avvia così verso la depenalizzazione dell’omosessualità, in una regione in cui i rapporti tra persone dello stesso sesso fanno i conti con un forte stigma sociale ed in molti casi sono del tutto illegali, fino a prevedere, in alcuni paesi, anche la pena capitale.
Il percorso del Libano parte da lontano e, si potrebbe sostenere, in “punta di diritto”, oltre che col sostegno della società civile: la sentenza del giudice Maalouf è infatti la quarta di questo tipo da dieci anni a questa parte. Già nel 2009, infatti, il giudice Mounir Suleiman stabilì in un caso analogo che le relazioni sessuali tra consenzienti non sono “contro natura”. Suleiman, nella sentenza, disse che “l’uomo fa parte della natura ed è uno dei suoi elementi, quindi si può dire che nessuna delle sue pratiche o comportamenti sia contro natura, anche se si trattasse di un comportamento criminale”.
“Contro natura” è la parola chiave per leggere la questione dell’omosessualità in Libano: fino ad oggi, gli omosessuali potevano rischiare fino a un anno di carcere a causa dell’articolo 534 del Codice Penale libanese, introdotto nel 1922, durante il mandato francese, il quale afferma che “sono punibili gli atti sessuali contrari all’ordine di natura”. I Francesi sono andati via dal Libano nel 1946, ma la legge è ancora lì.
Nel 2012, il ministro della Giustizia del tempo, Shakib Qortbawi, sollevò pubblicamente la questione della pratica – da parte delle forze di sicurezza – dell’esame rettale nei confronti di uomini accusati di condotta omosessuale (spesso fermati solo in base al proprio aspetto esteriore), rilasciando una dichiarazione ufficiale in cui chiese di porre fine a questo genere di abuso. Risale poi al 2013 l’importante contributo della Società Libanese degli psichiatri, che pubblicano un testo in cui si afferma che l’omosessualità “non è un disordine mentale”, a cui poi allegano nel 2015 la richiesta di abolire l’articolo 534 del codice penale.
Nel gennaio del 2014 il giudice Naji al Dahdah ha archiviato il caso di una persona transessuale che aveva avuto rapporti con un uomo, motivando per la prima volta la sentenza con la considerazione che “l’articolo 534 non fornisce una chiara interpretazione di cosa sia contro natura, ed una relazione omosessuale non è un atto innaturale”. Nel gennaio 2016 si registra il caso della prima persona transessuale a cui viene permesso di cambiare le sue generalità sui documenti di identità.
La novità più importante – a quasi otto mesi da una grande manifestazione, guidata dall’associazione Helem, a favore dei diritti LGBT di fronte alla stazione di polizia di Hbeish, a Beirut, famosa per aver fatto registrare dei casi di violenza da parte delle Forze di sicurezza interna ai danni di omosessuali – arriva però dall’ultima sentenza, quella del giudice Maalouf, che nel motivare la sentenza cita l’articolo 138 dello stesso Codice penale, una disposizione a protezione della libertà d’espressione, il quale recita che “un atto intrapreso nell’esercizio di un diritto, che non preveda un abuso, non dovrebbe essere trattato come un reato”. Insomma, se non c’è danno, non c’è il crimine.
Se la prassi pare ormai andare verso il consolidamento della non punibilità delle relazioni omosessuali, il cammino legislativo potrebbe essere ancora lungo. Da una parte uno stigma sociale ancora forte: un sondaggio condotto dal Pew Research Center nel 2013 rileva che circa l’80% dei libanesi (composto sopratutto da cristiani e musulmani, più le altre 15 confessioni minoritarie) disapprova l’omosessualità; dall’altra lo scarso interesse, quando non l’ostilità, della gran parte dei partiti politici, a cui sarebbe demandata l’abolizione dell’articolo 534.
Il Paese dei Cedri non è il primo del Medioriente ad andare in questa direzione: in Turchia l’omosessualità è stata depenalizzata durante l’impero ottomano, nel 1858. La Turchia è anche il primo paese a maggioranza musulmana ad aver autorizzato un Gay pride, sebbene si registri ancora un forte stigma sociale delle componenti più conservatrici, in aumento negli ultimi anni; in Israele, il paese più tollerante in tema di omosessualità dal punto di vista legislativo, sono legali anche le convivenze tra persone dello stesso sesso, così come la step child adoption, e sebbene non ci siano matrimoni riconosciuti tra persone dello stesso sesso, quelli conclusi fuori dal paese, o celebrati da stranieri che arrivano in Israele, vengono registrati al Ministero dell’Interno; in Giordania, i rapporti tra persone dello stesso sesso sono stati depenalizzati nel 1951 ma atti omosessuali in pubblico possono essere perseguiti per “turbamento della moralità pubblica”.
Anche in Iraq, dal 2003, l’omosessualità non è formalmente illegale ma, complice anche il disfacimento della società civile, lo stato di guerra, i conflitti inter comunitari e il tribalismo predominante in alcune aree, gli omosessuali sono vittime di pesanti discriminazioni. In Bahrein gli atti privati e consensuali tra omosessuali sono stati depenalizzati nel 1976. In tutti questi paesi, a livelli diversi, esiste in ogni caso da una parte lo stigma sociale (in arabo “tamyeez”), un parziale lassismo rispetto alla violenze sui gay e dall’altra una mancanza di garanzie e tutele degli omosessuali sul luogo di lavoro, negli ambienti militari o anche nella fornitura di servizi sociali pubblici. (AGI) Lorenzo Forlani (LBY)
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