Ikhwan ban: perché designare la fratellanza musulmana gruppo terroristico è sbagliato

(pubblicato su Agi)

 

(AGI) – Beirut, 15 feb. – La notizia è sembrata passare in sordina, offuscata dalle polemiche che hanno seguito il “Muslim ban” ordinato dal neo presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ai danni di alcuni paesi a maggioranza musulmana. All’interno dell’amministrazione americana, sta infatti prendendo corpo quello che potremmo chiamare “Ikhwan ban” (Ikhwan sta per Fratellanza, in arabo): l’idea di un ordine esecutivo che designi i Fratelli musulmani come gruppo terroristico, e non più come movimento politico transnazionale. Si tratterebbe di una decisione problematiche, per varie ragioni.
I Fratelli Musulmani vengono fondati da Hassan al Banna nel 1928 ad Ismailia, in Egitto. Si oppongono sin dal 1936 al mandato britannico nel Paese, ed alcuni suoi membri nel corso degli anni si rendono responsabili di atti violenti e omicidi. Vanno così incontro a varie ondate di repressione governativa (le più importanti nel 1948, 1954, 1965), fino alla rinuncia alla violenza nel 1970: da quel momento la Fratellanza – che nel frattempo apre uffici in tutti in gran parte dei paesi a maggioranza musulmana sunnita. dal Marocco all’Indonesia – si dedica ad attività caritatevoli, fornitura di servizi pubblici, alfabetizzazione, costruzione degli ospedali, facendosi portatrice di valori da promuovere pacificamente, dal basso.
Nel corso degli anni, i Fratelli Musulmani entrano nell’arena politica dei paesi del Medioriente e del Nordafrica, ottenendo seggi in parlamento. Dopo l’11 settembre, l’amministrazione di Bush jr. lancia delle attività investigative nei confronti di sostenitori della Fratellanza: le indagini vengono chiuse un paio di anni dopo per mancanza di prove, e portano alla rimozione dalla lista dei soggetti sanzionabili decine di persone.
Il momento di maggior successo dei Fratelli musulmani coincide con l’elezione di Mohammad Morsi a presidente dell’Egitto nel 2012, e precede la loro fase più difficile. Il suo mandato dura infatti un anno, prima del colpo di stato portato a termine nell’estate del 2013 dal generale Abdel Fattah Al Sisi, attuale presidente egiziano. Da quel momento, tre paesi in particolare – Arabia Saudita, Egitto, Emirati Arabi Uniti – decidono di inserire i Fratelli Musulmani nella lista dei gruppi terroristici. L’idea dell’amministrazione americana va letta anche alla luce delll’attività di lobbying di questi paesi, come scrive il New York Times, che dal 2013 al 2015 avrebbero fatto pressioni in questa direzione in ogni incontro bilaterale.
La designazione della Fratellanza a gruppo terroristico – promossa sopratutto dal Capo stratega di Trump, Steve Bannon, e da Frank Gaffney, fondatore del Center for Security Policy e consigliere di Trump – pone sia questioni concettuali che pratiche: non c’è dubbio, come scrive Shadi Hamid sull’Atlantic, che la Fratellanza sia portatrice di valori illiberali e autoritari; si potrebbe persino sottoscrivere – per certe espressioni della Fratellanza – la definizione di “hate group”, data da Eric Trager, ricercatore del Washington Institute for Near East Policy.
Il punto è però che per attribuire ad un gruppo l’aggettivo “terroristico” è necessario che esso si renda protagonista di atti violenti, o appunto terroristici: e la Fratellanza, come detto, al di là delle idee promosse nel corso degli anni, rifiuta esplicitamente la violenza, e non può, come invece hanno affermato Gaffney e molti altri esponenti repubblicani, compreso il rivale di Trump, Ted Cruz, essere equiparata a movimenti come Al Qaeda, Stato islamico, Al Shabaab o Boko Haram. Il terrorismo è un mezzo, non un fine, ed è utilizzato da questi ultimi, non dalla Fratellanza, che esprime tuttora partiti politici pacifici in Tunisia (Ennahda), Turchia (Akp), Kuwait (Hadas), Marocco (Jdp) e altri, con cui gli Stati Uniti hanno relazioni. Come ha affermato il diplomatico Tom Malinowski, “questa decisione segnala che l’amministrazione Trump è più interessata a creare conflitto con una quinta colonna immaginaria di musulmani in America che a preservare le nostre relazioni con partners impegnati in attività di counterterrorism come Turchia, Marocco, Giordania e Tunisia, o a combattere il vero terrorismo”. Confondere idee e azione – motivando queste decisioni con il concetto fumoso e multiforme di “islam radicale” anziché quello di “attività terroristica” – può essere pericoloso e controproducente.
Quest’idea appare rafforzata anche dalla pubblicazione nel marzo 2016 di un numero specifico della rivista dello Stato Islamico, “Dabiq”, il cui titolo recitava “I Fratelli musulmani apostati”. Sono due le ragioni principali dell’ostilità dei gruppi terroristici alla Fratellanza: la prima attiene al “metodo”, cioè quel “gradualismo” scelto dai Fratelli musulmani per “islamizzare” dal basso la società, escludendo esplicitamente la lotta armata ed entrando nel gioco della democrazia, dell’ordine costituzionale e del rispetto del processo elettorale; la seconda è quella della disponibilità al confronto – concretizzatasi durante il mandato di Morsi, e già prima di lui con Erdogan, espressione di un partito legato alla Fratellanza – con l’Occidente e con paesi come Israele da una parte e l’Iran sciita dall’altra.
Le controindicazioni pratiche della possibile designazione della Fratellanza a gruppo terroristico deriva in parte da queste ultime. Da una parte il pericolo che una tale decisione finisca per colpire musulmani di ogni tipo anzitutto negli Stati Uniti, se si considera che gli stessi Gaffney, Cruz e Bannon hanno definito tre importanti associazioni islamiche americane impegnate nel dialogo interreligioso e nelle attività educative – la Islamic Society of North America, la North American Islamic Trust e il Council on American islamic relations – come delle “affiliate dei Fratelli Musulmani”, sebbene non esista alcuna evidenza in tale direzione (un centinaio tra senatori e deputati americani ha pubblicamente lodato le attività di queste organizzazioni). Inoltre, le clausole del Ministero del Tesoro per congelare gli asset e perseguire chi “fornisca supporto finanziario o tecnologico ad un gruppo” sono piuttosto lasche, e si basano sul “ragionevole sospetto”, non su prove.
Dall’altra il rischio, più “transnazionale”, che stigmatizzando e bandendo un movimento importante, pacifico e radicato come la Fratellanza si finisca per spianare la strada ai suoi sostenitori potenziali o reali verso la “radicalizzazione”, l’affiliazione a gruppi violenti. Reprimere movimenti politici pacifici ma di ispirazione religiosa non solo indebolisce la logica democratica, affossando il principio di rappresentatività che ne è alla base e spingendo i loro sostenitori a credere che non abbia alcuna rilevanza; contribuisce anche a produrre quella dose di disincanto, di disagio che spinge nel lungo termine alla violenza e al jihadismo.
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