Medioriente: l’irrefrenabile ascesa dei matrimoni social

(pubblicato su Agi)

(AGI) – Beirut, 8 feb. –  Fino a non più di venti anni fa, uno scenario del genere era forse impensabile: da un recente sondaggio condotto dall’Università Sultan Qaboos in Oman emerge che, nel Paese della Penisola arabica, circa l’83% degli omaniti tra i 18 e i 60 anni è contrario al matrimonio combinato dai propri genitori. Trend simili, seppur di più lieve, si possono riscontrare negli altri paesi della Penisola arabica, dove pure rimane rilevante, nella regolazione dei rapporti sociali, l’elemento clanico-tribale. Di questo cambiamento, progressivo ma rapido, c’è una ragione fondamentale, riassumibile in due parole: social media.
La scorsa settimana è uscito sul Newsweek un articolo-reportage realizzato nel Sultanato dell’Oman, in cui vengono intervistati i ragazzi di oggi, alle prese con le reti sociali e le conseguenze prodotte sulla loro vita sentimentale. C’è la storia della ventiseienne Dana, che dopo aver conosciuto il suo ragazzo su Facebook quattro anni fa, ha trovato un escamotage per rendere la cosa “presentabile” ai genitori: il suo ragazzo ha iniziato infatti a pregare nella moschea vicino casa sua e ad allenarsi nella stessa palestra in cui andava suo fratello, per cercare di stabilire un contatto all’interno della sua famiglia. Nel frattempo, Dana ha trovato lavoro nello stesso ufficio del suo ragazzo: tutti queste circostanze indotte, e sommate tra loro, hanno finito per rendere il loro rapporto accettabile agli occhi delle loro famiglie. Così, Dana e il suo ragazzo presto si sposeranno.
Oppure c’è storia di Mubarak al Balooshi, che dopo aver conosciuto su Instagram – famosa applicazione per la condivisione di foto – e chattato a lungo con quella che sarebbe poi diventata la sua ragazza, ha scoperto che si trattava di sua cugina.
Il caso di Al Balooshi è tanto emblematico quanto paradossale. Qualche decennio, o forse qualche anno fa, sarebbero stati i suoi genitori a combinare il matrimonio con una sua parente di primo o secondo grado: magari proprio sua cugina. Mubarak ha invece ignorato le opinioni dei suoi genitori, assecondando la frattura generazionale – in qualche misura riscontrabile in ogni società umana – che si è creata tra le vecchie generazioni e quelle nuove, specie quella dei cosiddetti “nativi digitali”, e arrivando forse allo stesso approdo che sua madre e suo padre avrebbero auspicato per lui. Infatti, dopo aver proposto il matrimonio alla sua amata, entrambe le famiglie, sebben sorprese per le modalità con cui i due si sono conosciuti, hanno accolto con entusiasmo i loro piani per il futuro.
I matrimoni combinati in Medioriente riguardano e hanno riguardato più le società rurali che quelle urbanizzate (mediamente meno chiuse), e quelle conservatrici, che spesso ma non sempre sono sovrapponibili alle prime. La religione – sopratutto l’Islam, maggioritario nell’area che va da Casablanca a Islamabad – è in un certo senso secondaria. A volte è lo stesso concetto di conservatorismo ad essere di difficile e multiforme declinazione: Samar al Mawali, ventitreenne omanita, ci ha messo un po’ a dire ai suoi genitori che si frequentava con un ragazzo, ottenendo il loro sostegno. Si è sposata lo scorso dicembre, dopo otto anni di relazione. Per Samar, l’opera di persuasione è stata facile, nonostante una famiglia molto religiosa, la cui religiosità – o il conservatorismo, appunto – è spesso confusa con chiusura mentale: “i miei genitori sono conservatori dal punto di vista religioso: digiunano, pregano cinque volte al giorno…ma non sono sono conservatori al punto da non tollerare i rapporti con l’altro sesso”, ha dichiarato la ragazza al Newsweek.
Bisan, ragazza siriana di Damasco proveniente da una famiglia sostanzialmente laica e benestante, convive a Beirut con quello che da meno di un anno è il suo fidanzato, siriano di Homs, conosciuto proprio su Facebook e incontrato per la prima volta nella capitale libanese. Ci ha messo un po’, Bisan – intercettata dall’Agi – a far accettare la cosa ai genitori, rimasti in Siria, perché Salah, il suo ragazzo, viene da una modesta famiglia di contadini. Anzi, sua madre, ciclicamente non demorde, pur rispettando la figlia: vorrebbe che sposasse un ragazzone, Muhammad, che a Bisan non piace ma che si è ingraziato i suoi parenti, anche in virtù di una estrazione sociale simile alla loro. Presto Bisan – che come Salah vorrebbe tornare prima in Siria, quando la guerra sarà finita – sposerà il suo ragazzo, con buona pace di sua madre, che nel frattempo è venuta in Libano a conoscerlo.
Sia in contesti musulmani, o cristiani o – sopratutto – in zone a maggioranza induista come l’India, i matrimoni combinati rimangono una realtà, pur in deterioramento. Nelle comunità più chiuse e conservatrici, essi rappresentano agli occhi delle famiglie il proseguimento “naturale” di scelte fortunate, pur “a posteriori”: molte coppie oggi over 60, a prescindere dalla loro affiliazione religiosa, si sono conosciute grazie alle decisioni dei loro genitori, che in certi casi prevedevano anche il consenso degli interessati, in altri no. Scelte che hanno prodotto famiglie numerose, felici, o entrambe le cose, ma in cui l’amore è arrivato dopo il matrimonio, non prima.
Spesso, matrimonio combinato fa rima con matrimonio tra consanguinei, o con matrimonio tra cugini di primo grado (vietato in molti paesi occidentali): uno studio un po’ datato (2008) condotto dalll’Institute of Santa Fe mostrava come nel 2008 una media del 35% circa dei matrimoni in Siria fossero conclusi tra cugini di primo grado (media aumentata dalle percentuali più alte nel distretto di Raqqa), poco maggiore che in Giordania (32%); in Iran si scendeva al 28% circa (anche qui la media è falsata dalle percentuali molto alte nella regione del Balucistan, al confine con il Pakistan); in Egitto si scendeva fino al 25%, in Libano al 18%; in Arabia Saudita si saliva al 41% e in Pakistan al 55%
I social media hanno accelerato una dinamica – quella della percezione tra i giovani del matrimonio combinato – che era comunque già in atto, stimolata dalla globalizzazione, dai mass media e da internet: un sondaggio Gallup – realizzato nel lontano 2002, cioè prima della nascita di Facebook, Instagram, Twitter – mostra come ad esempio in Libano i ragazzi fossero per l’85% contrari ai matrimoni combinati, senza sostanziali differenze tra cristiani (90%, ricordando però che le comunità cristiane sono mediamente più benestanti nel paese dei Cedri) e musulmani (80%), così come tra donne (84%) e uomini (86%).
Una percentuale addirittura più alta, sempre secondo lo stesso sondaggio, poteva essere riscontrata in Giordania, paese quasi integralmente musulmano, e considerato più conservatore dal punto di vista religioso (specie se si paragonano Amman e Beirut): nella monarchia hashemita, infatti, il 93% degli uomini e l’89% delle donne erano contrarie ai matrimoni combinati. In Arabia Saudita, dove la famiglia reale degli Al Saud si erge a custode della rigida e letteralista ortodossia wahhabita, questa percentuale ammontava comunque al 50% circa, anche qui con lievi differenze tra uomini e donne.
Chiunque abbia conosciuto i giovani iraniani di città come Teheran, sarà venuto a conoscenza delle tecniche di approccio adottate prima dell’avvento di Facebook, funzionali all’elusione della condanna del clero conservatore e delle famiglie tradizionaliste (in Iran sono formalmente vietati i rapporti pre matrimoniali ma si registra un costante aumento – come riporta un servizio del Guardian – delle convivenze tra coppie non sposate, ndr): sulla Vali-e Asr, una lunghissima via che taglia a metà Teheran per 18 km, ragazzi e ragazze affiancavano le loro automobili per scambiarsi bigliettini con i propri numeri di telefono, bypassando il rischio di seccature prodotte da occhi zelanti o censori.
Poi, alla metà del primo decennio del ventunesimo secolo, sono appunto arrivati i social media: un dirompente strumento di apertura al mondo (lo si è visto anche durante le primavere arabe), che in Oman, nel mondo arabo e nel più ampio mondo a maggioranza musulmana, contano su decine di milioni di utenti. Ed è noto che i trend di apertura sono assai difficili da arrestare. (AGI) Lorenzo Forlani (LBY)
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