Ceceni ad Aleppo

(pubblicato su Agi)

 

Alla fine dello scorso mese di dicembre Aleppo è tornata sotto il controllo del regime siriano. Un controllo in certa misura effimero, visto che l’Esercito siriano è ridotto ai minimi termini – indebolito da defezioni in massa e mancanza di equipaggiamenti – e deve i suoi principali successi militari al sostegno aereo russo e a quello terrestre da parte degli iraniani e delle milizie sciite fedeli a Teheran.
Oggi Aleppo è una città distrutta, che evoca i tempi della seconda guerra mondiale, con centinaia di migliaia di sfollati, migliaia di morti e gran parte delle infrastrutture e delle attrazioni archeologiche da rimettere in piedi. Tuttavia, pur a fatica, la città prova a rivivere nella normalità – o meglio nell’assenza di conflitto armato -, ad immaginare un presente di relativa pace, mentre le forze in campo in Siria preparano la futura offensiva su Raqqa, città del nord est, capitale formale dell’Is.
A metà dicembre, mentre ad Aleppo est si combattevano le ultime fasi della guerra cittadina, la Russia di Putin ha iniziato ad impiegare nella parte ovest del polo industriale siriano le sue forze speciali, con compiti essenzialmente di polizia. Forze speciali che avevano una caratteristica peculiare: i circa 400 operatori sono infatti ceceni. La scorsa settimana la notizia della loro massiccia presenza ad Aleppo è stata confermata da Ramzan Kadyrov, leader paramilitare ceceno e primo ministro reggente della Repubblica cecena, il quale ha affermato che tra gli obiettivi concreti delle sue truppe c’è anche quello di partecipare alla ricostruzione della Moschea Omayyade di Aleppo, semi distrutta durante i bombardamenti, in cui si è recato in compagnia del Muftì ceceno Salah Hajj Mezhiyev.
Secondo un articolo del Wsj, l’impiego di ceceni ad Aleppo sarebbe anzitutto funzionale al mantenimento di un certo grado di pax civile, o perlomeno un tentativo di temperare la potenziale ostilità degli abitanti di Aleppo verso truppe straniere, dato che larga parte della minoranza etnica cecena è composta da musulmani sunniti, proprio come gran parte della popolazione della più estesa città siriana.
Ad Aleppo persiste da tempo una situazione di estrema tensione settaria: i russi hanno infatti limitato al minimo la loro presenza sul terreno – ma assicurano quella aerea – favorendo invece l’afflusso degli alleati iraniani e sopratutto delle milizie sciite, da Hezbollah e quelle irachene raccolte sotto l’ombrello delle Hashd Al Shabi (le Unità di mobilitazione popolare nate in Iraq e coordinate dal generale Qassem Suleimani, capo della Forza Quds dei Guardiani della Rivoluzione iraniana). Le milizie sciite – le cui famiglie secondo un report del Guardian stanno ripopolando delle aree di Aleppo, concorrendo ad una sua ridefinizione demografica – sono percepite dalla popolazione di Aleppo come estranee al tessuto sociale cittadino.
La decisione di Putin di coinvolgere la componente cecena si spiega dunque con la necessità di attirare un certo grado di benevolenza della popolazione locale, o perlomeno di temperarne l’ostilità derivante in parte de ragioni confessionali, assegnando loro compiti di polizia militare attraverso l’installazione di checkpoint nei punti nevralgici della città, di sostegno alla ricostruzione delle infrastrutture, di protezione alle unità di guastatori russi e di training delle residue forze militari del regime siriano. Ma non solo.
Le truppe cecene hanno infatti una lunga esperienza di guerra contro elementi wahhabiti di Al Qaeda e dell’Is in Cecenia, e secondo dei report alcuni suoi elementi sono attualmente infiltrati all’interno dell’Isis. Tra i miliziani dello Stato islamico infatti, c’è un numero ragguardevole di ceceni: il più famoso tra essi era il comandante Tarkhan Tayumurazovic Batirashvili, conosciuto col nome di battaglia di Abu Omar al Shishani (in arabo “shishani” significa ceceno), considerato la mente dell’assedio dell’Isis su Mosul e ucciso in combattimento nel governatorato di Salah al Din in Iraq lo scorso luglio. Su di lui pendeva al tempo una taglia di 5 milioni di dollari, che lo ponevano al tempo tra i terroristi più ricercati al mondo.
E’ dunque probabile che tra le mansioni degli operatori ceceni ad Aleppo ci siano anche quelle di counter insurgency, per combattere le ultime enclavi di miliziani di Daesh e Al Nusra rimasti in città. Ciò non deve far dimenticare due aspetti: il primo è che se la presunta ostilità della popolazione di confessione sunnita di Aleppo verso le milizie sciite si muove secondo logiche confessionali, non è da escludere che ne possa emergere una nei confronti delle truppe cecene, su linee etniche. In entrambi i casi, si tratta di truppe straniere, occupanti. Il secondo è che ai cittadini aleppini che hanno lasciato il Paese o la città è teoricamente garantito il diritto al ritorno, anche se molti certamente non torneranno – temendo rappresaglie o la coscrizione obbligatoria – finché non sarà siglato un patto di riconciliazione nazionale: ciò colliderà certamente con la ricomposizione demografica in atto in città.
Nel frattempo, Aleppo piange tra le sue macerie: secondo Abdullah Al Dardari, vice segretario esecutivo della Commissione economico sociale per l’Asia occidentale delle Nazioni Unite, i danni calcolati in Siria – che richiederanno un afflusso di fondi per ora in stand by, viste le divisioni in seno alla comunità internazionale – ammontano più o meno a 350 miliardi di dollari: di questi, il 15% – circa 52 miliardi – andrebbe destinato alla ricostruzione di Aleppo. Secondo altri osservatori, per ricostruire e far tornare a vivere di vita propria quella che una volta era la più grande città siriana, polo industriale del Paese e uno dei suoi fiori all’occhiello dal punto di vista archeologico e architettonico, ce ne vorrebbero almeno il doppio. (AGI) Lorenzo Forlani (LBY)
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