Libano: crisi rifiuti, giudice ordina chiusura della discarica, rischi per l’aeroporto di Beirut

(AGI) – Beirut, 12 gen. – Il giudice Hassan Hamdan ha ordinato la chiusura temporanea della discarica di “Costa brava” – un’area costiera a sud di Beirut – perché minaccia la sicurezza dei voli nell’adiacente aeroporto di Beirut.
La discarica infatti, costruita a marzo 2016 sul mare come soluzione temporanea alla crisi dei rifiuti, attira stormi di gabbiani che invadono le piste di atterraggio. In alcuni punti le pile di rifiuti raggiungono un’altezza di circa nove metri. Lo scorso martedì – come riporta l’emittente LBCI – una pista è stata chiusa dopo che un volo della MEA ha avuto difficoltà ad atterrare per via dei gabbiani, per tener lontani i quali non è sembrata sufficiente l’installazione di dispositivi che emettono ultrasuoni.
Numerose personalità politiche e della società civile – come il leader druso Walid Jumblatt o lo stesso collettivo “You stink” – avevano lanciato l’allarme: “Cosa aspettate a chiudere la discarica di Costa brava, che un aereo si schianti o che arrivi una decisione internazionale che ordini di chiudere l’aeroporto?”, si legge sul profilo Facebook del collettivo.
Nella giornata di ieri il ministro dell’ambiente Tarek Khatib ha visitato la discarica per valutare la situazione e frenare gli allarmismi. Tuttavia, né il governo né la al Jihad group (JCC) – azienda incaricata di costruire la discarica – sembrano intenzionate a ricorrere in appello contro la decisione del giudice. La chiusura di Costa brava, al di là della sicurezza aeroportuale, pone nuovamente l’annosa questione della gestione dei rifiuti, che negli scorsi mesi ha raggiunto il parossismo e per cui sembra lontana una soluzione definitiva.
Dopo la guerra civile, il governo libanese inizia a costruire la discarica di Naameh, circa 20 km a sud di Beirut, che apre nel 1997. Concepita come temporanea, Naameh avrebbe dovuto ospitare al massimo 2 milioni di tonnellate di rifiuti, in attesa di trovare un altro sito. Tuttavia, nel corso dei successivi 15 anni il problema dei rifiuti è finito in fondo alle agende dei vari governi, alle prese con la ricostruzione post bellica, la ricomposizione dei conflitti interni e dei rapporti internazionali.
Così, un sito definitivo non è mai stato trovato, e la discarica di Naameh nel corso degli anni ha ampiamente superato i limiti della sua capacità originaria. Il 17 luglio 2015, con circa 16 milioni di tonnellate di rifiuti al suo interno, il governo ne decide la chiusura, in seguito alle proteste dei residenti, che denunciano casi di cancro, malattie della pelle e intossicazioni. Nel frattempo, l’azienda responsabile della raccolta, la Sukleen, inizia a sistemare i rifiuti sotto ai ponti cittadini ed in giro per la città, compromettendone la vivibilità.
Il 23 agosto, sopratutto a Riad el Sohl e a Sahat al Shuhada, due piazze adiacenti alla sede del governo, iniziano le proteste, organizzate dal collettivo “You stink” (“Voi puzzate”). Il nome del collettivo, nato su internet e guidato da giovani come Waref Suleiman e Pierre Al Hashash, gioca su un duplice riferimento: da una parte l’odore dei rifiuti diffuso in varie parti della città, dall’altra la corruzione della classe politica, che secondo gli attivisti lucrerebbe sulla gestione delle discariche.
La  protesta si allarga, e inizia a fare riferimento ai problemi endemici del Libano: disoccupazione, carenza di energia elettrica, la mancanza di una legge elettorale equa. Secondo i quotidiani locali, i manifestanti in piazza – alcuni dei quali si accampano permanentemente e indicono scioperi della fame – passano dai circa 5000 del 23 agosto ai circa 120000 di una settimana dopo.
Le proteste vanno avanti due mesi e la tensione cresce: ad inizio ottobre la polizia impedisce ai manifestanti di avvicinarsi al palazzo del governo e spara lacrimogeni e proiettili di gomma, effettuando decine di fermi. Sulla scia delle primavere arabe, molti giovani scandiscono slogan rivoluzionari già sentiti nei paesi coinvolti dai sommovimenti popolari, compreso il celebre “Ash-shab yurid isqat an-Nizam”. Un altro slogan che si sente è “Badna Nahsseb” (“vogliamo responsabilità”), in riferimento alla deliberata e ripetuta estensione dei mandati parlamentari, mentre la carica di Capo di Stato rimane vacante dal maggio 2014.
Il 16 ottobre l’attivista Mohammad Haraz si dà fuoco di fronte al Tribunale militare dove sono trattenuti i leader della protesta Suleiman e Al Hashash – emulando il tunisino Mohammad Bouazizi, che il 17 dicembre 2010 aveva fatto lo stesso, segnando l’inizio simbolico delle primavere arabe.
Quello del 2015 è un movimento di protesta senza precedenti in Libano: per anni, ogni movimento civile è sempre ricaduto sotto l’ombrello confessionale, perseguendo obiettivi specifici e più o meno funzionali all’appartenenza religiosa. “You stink” è invece trasversale e persegue istanze universali. In questo senso va letto, appunto, lo slogan sul “rovesciamento del regime”, inteso in Libano non come “governo”  ma come assetto settario scaturito dal Patto nazionale del 1932.
Le pressioni della società civile inducono così il governo ad interim di Tamam Salam a varare a settembre 2015 un piano triennale per la gestione dei rifiuti, che include la decentralizzazione municipale nella raccolta e nello smaltimento, e la possibilità di appaltarli ad aziende private. Piano che viene in seguito contestato da alcune organizzazione ambientaliste come Lebanon Eco Movement, ma che a detta degli osservatori non avrebbe mai visto la luce senza il movimento di protesta.
Il movimento non riesce però a capitalizzare il successo ottenuto, fallendo nell’obiettivo di ottenere la legittimazione di tutte le porzioni della società. Ciò anche a causa delle violenze e degli atti di vandalismo durante le proteste, sopratutto ai danni di attività commerciali detenute da Solidere, la compagnia (creata dall’ex primo ministro Rafiq Hariri, ndr) che si è occupata della ricostruzione del centro di Beirut dopo la guerra.
Secondo un attivista libanese anonimo interpellato da Agi, alcuni errori sono stati commessi da “You stink”, il più grave dei quali è stato quello del confronto con le forze di sicurezza, che ha alienato il sostegno di parte della cittadinanza e ha fatto perdere di vista gli obiettivi per cui il movimento si era formato. Nel frattempo, la situazione dei rifiuti non cambia in modo rilevante. Vengono aperte delle centrali per il trattamento dei rifiuti, che però non sono in grado di assorbire la loro enorme quantità.
Così, si arriva a marzo 2016, quando il governo – dopo aver abbandonato la costosa idea degli inceneritori – decide di riaprire due discariche: quella di Bourj Hammoud, quartiere armeno nel nord della città, e quella di Costa brava. Dopo poche settimane, però, il consiglio municipale di Bourj Hammoud inizia a negare l’accesso ai camion per la raccolta dei rifiuti, in protesta contro il mancato mantenimento da parte del governo della promessa di aprire una centrale di smaltimento.
Anche a Bourj Hammoud si possono facilmente vedere strade completamente colme di rifiuti, che somigliano a dei fiumi di plastica. Così, la maggior parte di essi finisce in misura sempre maggiore nella discarica di Costa brava, vicinissima ad una spiaggia pubblica (nella quale le tartarughe vengono a deporre le uova, motivo per cui gli ambientalisti sono stati i primi oppositori del progetto), ad un’area già povera abitata da comunità sciite e all’aeroporto di Beirut.
Costa Brava, se verrà confermata la decisione del giudice Hamdan, verrà chiusa, per non inquinare ulteriormente il mare e per non pregiudicare il traffico aereo all’aeroporto internazionale Rafiq Hariri. Ma che ne sarà dei fiumi di rifiuti di Beirut?
di Lorenzo Forlani (AGI) lby
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