40 anni di Orientalismo

(pubblicato su Prismomag http://www.prismomag.com/orientalismo/)

 

A quasi quarant’anni dall’uscita di Orientalismo, l’influente saggio di Edward Said, cosa è cambiato nella rappresentazione occidentale del mondo islamico? Stereotipi, pregiudizi e sensazionalismi di una narrazione viziata alla fonte.

 

Sono passati quasi quarant’anni dall’uscita di Orientalismo, il saggio scritto dall’intellettuale di origine palestinese Edward W. Said e pubblicato negli Stati Uniti nel 1978. Non sono molti i testi che mantengono intatta la loro attualità a quasi mezzo secolo dalla loro uscita: ai tempi, quello di Said è stato un grimaldello fondamentale nella comprensione di quell’“orientalismo” che dà il titolo al saggio, e che altro non sarebbe che il modo in cui l’Occidente narra e rappresenta un non meglio precisato “Oriente” che va dall’Asia al mondo arabo. Da allora però, non molto sembra cambiato: specie per quanto riguarda l’Islam, la narrazione mediatica mainstream sembra rimasta prigioniera di assunti e luoghi comuni legittimati da secoli di studi, anche accademici. Anzi: alcuni eventi, dall’11/9 alla comparsa dello Stato Islamico, hanno contribuito al loro rafforzamento.

Tutti i tentativi di denunciare gli stereotipi e le dicotomie sul mondo islamico devono qualcosa all’opera polemica di Said, la cui densità – trecentocinquanta pagine di testo più una ventina di bibliografia – ha scatenato accesi dibattiti nonché diversi fraintendimenti, anche nello stesso mondo islamico. Said da parte sua scrive chiaramente che la sua critica non è un attacco all’Occidente, e che la risposta al “discorso orientalista” non può e non deve essere un “discorso occidentalista”. Si limita alla descrizione di un modus operandi della tradizione orientalista istituzionale sopratutto dal 1700 in poi, per decostruire miti e stereotipi orientalisti senza per questo semplificare un’entità eterogenea come l’Oriente.

In effetti, Orientalismo è tante cose insieme: è anzitutto un saggio sulla rappresentazione – europea prima, americana poi – dell’Oriente; é, di riflesso, la critica a un approccio essenzialista alle realtà, che tende a descrivere le culture altre come immobili e monolitiche, anziché come processi negoziali in continuo divenire, la cui liquidità è oggi acuita dalla globalizzazione; infine, è un’analisi del rapporto ambivalente tra conoscenza e potere, e nello specifico tra tradizione orientalista istituzionale e imperialismo (colonialismo prima, neocolonialismo poi), con la prima che lavora al servizio del secondo.

Al tempo stesso, Said non nega un certo grado di eterogeneità dell’orientalismo in quanto “disciplina”, che tuttavia a suo parere non ha minato l’unità del discorso orientalista dominante. Ma cos’è un “discorso orientalista”? Secondo Foucault, un discorso è “un’area di significato” prodotta attraverso rappresentazioni concepite in base a interessi ideologici, politici e scientifici; in questo senso, l’orientalismo si definisce come un insieme di discorsi su una “alterità culturale” localizzata in uno spazio immaginario (l’Oriente, per l’appunto) caratterizzato in base a criteri parziali e spesso mistificatori: l’orientale – non importa se arabo, persiano o turco – è sempre considerato nella sua diversità ontologica rispetto all’occidentale; questo a sua volta implica alcune caratteristiche quasi naturali, immutabili e immanenti, che caratterizzano l’orientale in quanto tale: fatalismo, dispotismo, irrazionalità, fanatismo, passività, arretratezza… Il discorso orientalista secondo Said è quindi di logica binaria, ed è sorretto da quella che chiama geografia immaginaria: esiste un “noi” (l’Occidente) ed esiste un “loro” (l’Oriente islamico). Ed è proprio la definizione statica dell’altro che aiuta a definire se stessi: l’Oriente è ciò che l’Occidente non è.

Cerimonia di chiusura del Cartier International Dubai Polo Challenge/ Getty Images.

Ma come è stato costruito questo discorso? Said ci ricorda che tra il 1815 e il 1914 la percentuale di terre emerse sotto il controllo coloniale europeo passa dal 30% all’85%. Nello stesso periodo, vengono scritti quasi cinquantamila libri sul Vicino Oriente. Secondo Said, la tradizione orientalista assume un carattere quasi scientifico (e si mette sistematicamente al servizio di interessi coloniali) con l’invasione napoleonica dell’Egitto nel 1798: in questo senso, fondamentale diventa un’opera come Description de l’Égypte, pubblicata in ventitré volumi tra il 1809 e il 1828, che proprio da quell’invasione deriva.

Abd al Rahman Al Jabarti, cronista del tempo, fu testimone dell’invasione napoleonica, e definì per primo la conquista di Napoleone come “epistemologica oltre che militare”. Al seguito dell’Armée d’Orient partirono in effetti circa 160 orientalisti: esploratori e scienziati che – nel realizzare la Description de l’Égypte – da una parte lavoravano per facilitare l’addomesticamento delle future colonie, dall’altra si rifacevano a nozioni sull’Oriente vecchie di secoli, per cercarne una conferma sul campo. Si trattava insomma di “fare l’Egitto”: liberarlo da uno stato tenebroso, salvarlo dal decadimento (come dice J.B.J Fourier nella prefazione della Description) per poi annetterlo sostanzialmente all’Europa, e cioè alla Francia.

Ai tempi dell’invasione napoleonica (e a dirla tutta ancora per buona parte del ‘900), l’Islam veniva visto non in se stesso, ma come ciò che aveva rappresentato per il Medioevo cristiano, quando i due mondi si minacciavano a vicenda e vivevano in uno stato di perpetua tensione o guerra. Uno dei limiti (diffuso ancora oggi) dei pensatori cristiani del Medioevo che tentarono di comprendere l’Islam, ha una natura analogica: poiché Cristo sta a fondamento della fede cristiana, si partì dall’assunto (sbagliato) che Muhammad fosse per l’Islam ciò che Cristo è per il Cristianesimo. Da questo deriva l’idea che il fondatore dell’Islam fosse un impostore, capostipite di una falsa religione che voleva sostituirsi a quella cristiana. Non è un caso che alla voce “Muhammad”, all’interno della Bibliotheque orientale di Barthelemy d’Herbelot (1697), si legga:“Si tratta del famoso impostore Maometto, autore e fondatore dell’eresia maomettana”; o che, molto più indietro nel tempo, Muhammad compaia nel ventottesimo canto dell’Inferno di Dante, nella categoria dei “seminatori di scandalo e scisma”.

La tradizione orientalista inaugurò discorsi con l’essenzialismo culturale come comune denominatore, perpetuando assunti immanenti sulla cultura e religione islamica, una realtà mutevole e riadattata a migliaia di tradizioni locali.

Eppure Gesù è un profeta menzionato più volte nel Corano, riconosciuto come tale dai musulmani, che pongono Muhammad come sigillo della Profezia monoteista iniziata con l’Ebraismo. Per i musulmani è semmai il Corano a essere paragonabile a Cristo, ad essere parola di Dio sotto forma di libro anziché reincarnata. Muhammad è solo un messaggero, ed è per questo che essi non credono a concetti come resurrezione o trinità. Il che non ha impedito che nel mondo cattolico, almeno fino al 1930 i musulmani venissero chiamati “maomettani” in qualunque sede, accademica e non: una definizione che nessun musulmano utilizzerebbe, ma anche un errore semantico che nasconde un’ostilità di fondo. È la stessa ostilità che nel 2017 trova il suo corrispettivo nell’uso disinvolto della parola “islamici” per definire le persone di fede musulmana (che sono invece “musulmani”, mentre “islamico” si attribuisce a tutto ciò che non designa degli esseri umani: architettura, pensiero, fede, arte, ecc).

Come detto, al tempo di Napoleone gli orientalisti recuperarono il sapere accademico e letterario di epoca medioevale – che vedeva appunto l’Oriente come una minaccia – e compirono in parte le loro ricerche con l’obiettivo di confermarne la validità, producendo testi che erano frutto di un contatto coloniale e si basavano quindi su rapporti egemonici: erano cioè tentativi di “assimilare” un Oriente che, per dirla con le parole di Anwar Abdel Malek, era marchiato da una alterità costitutiva e quindi diventava oggetto di studio passivo, non partecipe.

Horace Vernet, 1843.

Da quel momento in poi, pur tra differenze metodologiche, la tradizione orientalista (francese e poi quella britannica) inaugurò discorsi che per duecento anni avranno il comune denominatore nell’essenzialismo culturale, perpetuando assunti immanenti su una cultura e su una religione, quella islamica, che è in realtà mutevole e che si riadatta a migliaia di tradizioni locali, abbracciando centinaia di popoli diversi tra loro. Sono discorsi che getteranno le basi per un duplice e generalizzato atteggiamento: da una parte, specie a sinistra, il paternalismo (“gli orientali vanno guidati/aiutati”); dall’altra, soprattutto a destra, il razzismo (“gli orientali sono selvaggi”). Basti la descrizione che compare nel capitolo 34 di Modern Egypt, un testo uscito nel 1908 e scritto dal politico inglese Evelyn Baring (Lord Cromer):

“L’europeo è un ragionatore lucido; egli è spontaneamente logico, anche quando non ha nozioni di logica formale; è per natura scettico, e pretende prove prima di accettare come vera una asserzione; la sua intelligenza funziona come un insieme di raffinati ingranaggi. Al contrario, la mente dell’orientale manca di simmetria. I suoi ragionamenti sono come descrizioni abusive, che non offrono appigli sicuri. L’arabo è carente di facoltà logica, spesso incapace di trarre le più ovvie conclusioni da premesse semplici. È ingenuo, propenso a una stucchevole adulazione, all’intrigo e alla calunnia”.

Come scrive Said, nei primi anni del ventesimo secolo uomini politici come Baring potevano dire ciò che dicevano perché una tradizione orientalista già consolidata aveva messo loro a disposizione vocaboli, immagini e figure retoriche di sicuro effetto. L’orientalismo rafforzava – e a sua volta veniva rafforzato da – la consapevolezza che l’Europa dominava gran parte delle regioni del mondo; la metamorfosi a questo punto è completa: da discorso accademico finalizzato a un’appropriazione teorica, ecco che l’orientalismo si trasforma in istituzione imperiale al servizio di interessi nazionali di questo o quel paese, diventando quindi strumento di un’appropriazione effettiva.

San Valentino nei quartieri sciiti a sud di Beirut. Joseph Eid/ Getty Images.

A partire dal 1920 e ancor più dopo la seconda guerra mondiale, quando si sancisce la preminenza degli Stati Uniti rispetto a Francia e Inghilterra, l’orientalismo entra per certi versi in crisi: il mondo cambia con velocità crescente, e nelle ex colonie nascono movimenti di liberazione nazionale sorretti da impalcature ideologiche autoctone e incompatibili con l’idea che i popoli sottoposti siano intrinsecamente passivi, fatalisti, irrazionali. Ciononostante, nel suo Modern trends in Islam, uscito nel 1947, il celebre orientalista britannico H.A.R Gibb sostiene che:

“La mente araba, sia in relazione col mondo esterno sia con i processi di pensiero, non sa liberarsi della sua intensa percezione della separatezza e individualità degli eventi concreti. Questo spiega l’avversione dei musulmani per il processo di pensiero del razionalismo”.

Secondo Gibb, per comprendere l’evoluzione del mondo islamico nel 1900 non è necessario considerare fattori come la situazione mondiale, il colonialismo, i diversi sviluppi storici di ogni società musulmana, gli interessi e i conflitti di classe, le circostanze politiche ed economiche: basta e avanza l’Islam. Ancora nel 1964 Gustave Von Grunebaum, uno dei più influenti orientalisti del tempo, scrive che “è essenziale comprendere che la civiltà musulmana è un’entità che non condivide le nostre aspirazioni fondamentali. Non ha interesse per lo studio scientifico delle altre culture. (..) Ciò va connesso al fondamentale antiumanesimo di questa civiltà, la sua tenace opposizione ad accettare l’uomo come arbitro e misura di ciò che lo circonda”. E nel suo The return of Islam, pubblicato nel 1976, Bernard Lewis sostiene che l’opposizione dei palestinesi agli insediamenti illegali israeliani è frutto, per l’appunto, di un “ritorno dell’Islam”, della “opposizione delle genti islamiche a quelle non islamiche”, dell’“odio intrinseco dei musulmani per i non musulmani”. Un giudizio che sembra più adatto a descrivere il settimo secolo dopo Cristo che il ventesimo.

Tuttora, nel 2017, è possibile sentir parlare in sede accademica e mediatica di ‘mentalità araba’ o islamica: un’espressione che se usata nei confronti di altri risulterebbe irricevibile.

Poco insomma era cambiato. L’islam di Gibb, Grunebaum e Lewis continua a essere immutabile, incurante della quotidiana esperienza umana. Di nuovo nel 1976, sulla rivista americana Harper’s, Emmett Tyrrell scrive con disinvoltura che “gli arabi sono degli assassini, la violenza e l’inganno fanno parte del loro codice genetico”. E dopo la presa degli ostaggi in Iran (1979-81) di cui era stato una delle vittime, il diplomatico Bruce Laingen non si pose nemmeno il dubbio che gli iraniani potessero essere stati mossi da motivazioni razionali, o da timori concreti di un sabotaggio americano della rivoluzione, memori dei tempi di Mossadeq: quello che fecero gli studenti iraniani, secondo Laingen, era semmai frutto della “psiche persiana” e dell’inclinazione a “rigettare il concetto di negoziato razionale”.

Racconta ancora Laingen: “Noi possiamo essere razionali. I persiani no, perché sono egoisti; la realtà per loro è malevola; la ‘mentalità da bazar’ gli impone di ottenere vantaggi immediati anziché di lungo termine; il Dio onnipotente islamico gli rende impossibile la comprensione della causalità, per loro parole e realtà non sono correlate”. È indicativo come tuttora, nel 2017, è possibile sentir parlare tanto in sede accademica quanto in quella mediatica di “mentalità araba” o islamica: un’espressione che se usata nei confronti di altri – “mentalità ebrea” o “mentalità negra” – risulterebbe irricevibile per chiunque.

Un altro episodio fondamentale nel cementificare il discorso orientalista, lo gioca nel 1970 la pubblicazione in due volumi della Cambridge History of Islam, un’opera che, avendo accettato acriticamente i dogmi orientalisti dei secoli precedenti, omette completamente una descrizione dell’Islam come fede, dottrina e sistema di pensiero. Il risultato è che, per centinaia di pagine del primo volume, l’Islam è presentato come un succedersi ininterrotto di battaglie, regni, decessi, ascese, declini eccetera.

Etienne Dinet, 1902.

Un esempio tra i tanti: è noto che il periodo Abbaside sia stato uno dei più fiorenti dal punto di vista culturale per la civiltà islamica, paragonabile a ciò che fu il Rinascimento per la cultura italiana. Baghdad, la capitale del califfato, ospitava ai tempi uno dei centri di studio più importanti della storia umana, la Bayt al Hikma (casa della saggezza): fu qui che gli scienziati musulmani adattarono e tradussero la filosofia greca, furono pionieri nella logica e nell’astronomia, resero la medicina una scienza, e inventarono l’algebra (parola che proviene dal nome del libro Al-kitāb al-mukhtaṣar fī ḥisāb al-jabr wa’l-muqābala, conosciuto come Kitab al Jebr, il libro dei calcoli, scritto attorno all’820 d.c da al Khwarizmi, al cui nome latinizzato si deve invece la parola “Algoritmo”). Eppure, in quaranta pagine su questo periodo, nella Cambridge History of Islam c’è poco o nulla di tutto ciò. Solo dopo milleduecento pagine, nella seconda metà del secondo volume, appaiono capitoli che parlano di “ambiente geografico”, “origini della civiltà islamica”, “religione e cultura”.

L’essenzialismo culturale degli orientalisti ha infine conosciuto il suo apogeo nel 1993, con l’uscita del saggio di Samuel P. Huntington Lo scontro di civiltà. Huntington in realtà si ispira a una tesi di Bernard Lewis – che qualche anno più tardi diventerà consulente sul Medio Oriente per l’amministrazione Bush jr., durante la quale si decideranno le invasioni di Iraq e Afghanistan – che ancora una volta sostiene con forza l’idea di una differenza ontologica del mondo islamico rispetto a quello occidentale; differenze che porteranno inevitabilmente a uno scontro tra due civiltà percepite come uniformi, che avrebbero “visioni diverse sulla relazione tra Dio e uomo, individuo e gruppo, marito e moglie, genitori e figli, cittadini e Stato, libertà e autorità”. Quelle di Lewis e Huntington a posteriori sembrano profezie autoavveranti, ma in realtà non sono altro che posizioni che ignorano – forse volutamente, forse in virtù di un disegno politico – l’andamento della storia recente, del colonialismo e della globalizzazione. È concettualmente sbagliato elevare a dogmi le differenze culturali che pure possono essere registrate, perché le culture – sopratutto nell’era globale – sono invece permeabili, impure, contaminate, in grado di sopravvivere nel tempo proprio grazie alla commistione e allo scambio reciproco.

Andre Agassi e Roger Federer fanno una partita sull’eliporto del Burj Al Arab. Foto: Getty Images.

Del resto, anche l’anticolonialismo che nel secondo ‘900 si diffuse in tutto il mondo islamico è stato bollato dagli orientalisti come un fenomeno irrazionale, un insulto ai principi democratici dell’Occidente. Nei giornali e nella mentalità popolare si diffonde l’idea che gli arabi siano potenziali terroristi, oppure personaggi lascivi la cui ricchezza – ad esempio quella petrolifera – è disonesta, frutto di estorsione ai danni delle nazioni civili. Dopo lo shock energetico del 1973, si fa largo la nozione secondo cui, pur essendo una minoranza, i consumatori occidentali abbiano un diritto incontestabile a possedere le risorse mondiali: è quello che Abdel Malek chiama “egemonismo di minoranze privilegiate”. E quando i dogmi immutabili attorno all’Islam iniziano a rivelarsi inutili per l’effettiva comprensione della realtà, si inizia a ricorrere a concetti come quello di “stabilità”, che per inciso conoscerà grande fortuna fino ai giorni nostri: si pensi al sostegno dei paesi occidentali nei confronti delle dittature mediorientali in nome di quella stabilità politica (ed economica) che assicurerebbe il contenimento di popolazioni per definizione fanatiche e irrequiete.

È la riproposizione del concetto – tipicamente orientalista – di dispotismo orientale, della cui forza evocativa abbiamo ampia testimonianza ancora oggi, soprattutto in riferimento alla narrazione mediatica delle primavere arabe: lo sviluppo controverso, tormentato e non immune da ingerenze esterne dei processi rivoluzionari in Medio Oriente, ha riportato in voga l’idea che “gli arabi amino l’uomo forte”, che non siano adatti alla democrazia e che non sappiamo autogovernarsi; insomma che “stavano meglio quando c’erano i dittatori”, laddove questo benessere (ancora in pieno stile orientalista) è inconsciamente riferito al benessere dell’occidentale che in quei paesi poteva andare in vacanza, oppure a quello di ristrette élite privilegiate.

Altro tratto tipicamente orientalista, è l’immaginario di tipo sessuale che sottende il processo di dominio dell’Oriente. Sopratutto nelle opere letterarie (Burton, De Nerval, Flaubert…) all’Oriente si sono sempre attribuite caratteristiche tipicamente “femminili” – sensualità, seduzione, mistero, vulnerabilità, fecondità – come se la conquista passasse metaforicamente per un soggiogamento sessuale ad opera dell’occidentale maschio. Gli studiosi dei postcolonial studies, stimolati dal lavoro di Said, hanno sviluppato molto questo aspetto, e nello specifico la relazione tra imperialismo e gender. A questo si lega evidentemente il tema della condizione della donna nel mondo islamico, diventato negli ultimi anni un tema ricorrente della narrazione occidentale.

Frederick Arthur Bridgman, 1901.

La studiosa di origini indiane Gayatri Spivak ha sottolineato come anche i movimenti femministi in primo luogo europei (soprattutto britannico e francese), nel rivolgersi alle donne non occidentali, abbiano essenzialmente riprodotto la rappresentazione colonialista del 1800, con implicita appropriazione della coscienza orientale. Questo è oggi evidente nelle descrizioni dei media, quando ad esempio il velo viene additato come massimo simbolo di donna musulmana subalterna, incapace di indipendenza e autorealizzazione. Si tende insomma a ignorare, come scrive Leila Ahmad, che in molti contesti il velo è uno strumento identitario e di autolegittimazione, utilizzato da tante donne impegnate in battaglie di giustizia sociale all’interno di contesti islamici. Non sembra avere alcuna importanza, ad esempio, il fatto che ben due primi ministri del Bangladesh siano donne che portano il velo, come l’attuale Sheikha Hasina o Khaleda Zia a cavallo tra i due millenni; e lo stesso vale per Benazir Bhutto in Pakistan, per l’ex capo di Stato dell’Indonesia Megawati Sukarnoputri, così come per ex primi ministri donna di Senegal e Mali o per le iraniane Marzieh Afkham, Masoumeh Ebtekar e Shahindokt Mowlawerdi, tutte con ruoli politici o ministeriali.

Lo sguardo occidentale verso le donne col velo, varia all’interno di uno spettro che tende ad andare dal disprezzo (la donna musulmana come fanatica, o esponente di una società islamica arretrata) alla compassione: la donna velata, a prescindere dalla sua posizione nella società, deve essere “liberata”, aiutata a emanciparsi. Una emancipazione che deve passare dall’abbandono della propria cultura nativa, perché, come ricorda la politologa Wendy Brown, secondo il dogma orientalista “gli occidentali hanno una cultura, i musulmani sono una cultura”.

Può sembrare strano, ma quando si discute di gender in Medio Oriente, spesso il fattore più importante non è l’Islam, come invece in molti danno per scontato. In Libano ad esempio, alcune leggi dei cristiani sullo statuto personale sono spesso più stringenti nel regolare i ruoli tra uomo e donna. Pochi mesi fa, un parlamentare cristiano maronita ha sostenuto che le donne hanno una quota di colpa nei casi di stupro: parole condannate anche da molti politici musulmani, ma che in Occidente non hanno praticamente trovato eco. Inoltre, ancora per restare al Libano, le leggi civili o penali (come quella che permette allo stupratore di sposare la propria vittima) possono avere effetti molto più ampi, anche in termini di gender, di quelle religiose. Spesso si dimentica poi che l’Islam non è l’unica religione in Medio Oriente, anche se la narrazione mainstream trasmette incessantemente quest’idea: c’è normalmente un’enorme differenza, ad esempio, nel racconto di episodi di violenza domestica quando si verificano in quartieri abitati da ebrei ultraortodossi a Gerusalemme, oppure in quando si consumano a Ryad.

È fondamentale non cadere in un ‘essenzialismo al contrario’: l’oppressione delle donne tra i musulmani esiste, ed è un problema. Non è però corretto depurare dalla narrazione dominante tutti gli elementi di disturbo e le complessità.

Anche la figura del mullah, del religioso musulmano, è vista come intrinsecamente misogina; e nonostante l’assenza di un clero (e di un Papa) favorisca nell’Islam una certa eterogeneità interna, non viene mai presa in considerazione l’idea che le opinioni dei religiosi possano differire anche in modo rilevante su ogni tema, condizione femminile inclusa. La posizione su un buon numero di argomenti di alcuni ayatollah iraniani, come ad esempio Yusuf Sane’i o il defunto Ali Montazeri, è più progressista di quella di tanti vescovi. Una fatwa di Khomeini del 1988 sancì l’esistenza della disfunzione di genere (dopo la Tailandia, l’Iran è il paese con più cambi di sesso), un concetto nemmeno lontanamente considerato dalle gerarchie cattoliche e non solo. Oppure: Jamaat-e-Islami, principale partito islamista in Pakistan, è stato l’unico partito nazionale ad aver sostenuto la possibilità di avere un presidente donna, al contrario di quanto fecero i militari, che normalmente associamo all’idea di “custodi della laicità”. Il defunto leader islamista sudanese, Hassan Al Turabi, era un sostenitore dell’idea che le donne potessero guidare la preghiera, che dovessero partecipare alla vita politica e che l’obbligo del velo fosse illegittimo; nel racconto della temporanea ascesa della Fratellanza musulmana in Nordafrica, pochissimo è stato dedicato alla sua ala femminista, che ad esempio in Tunisia ha portato delle donne in Parlamento. Come spiega Mahmood Madani, spesso i tentativi di centralizzazione del potere e secolarizzazione forzata imposti dall’esterno, hanno portato a un irrigidimento delle posizioni sia della società civile che degli stessi religiosi: è per esempio quello che è accaduto in Afghanistan con l’invasione sovietica, che ha contribuito a rendere i Talebani un movimento sempre più misogino e violento.

Un altro frequente fraintendimento tipico della narrazione mainstream, è quello relativo alla figura dell’Imam. Nella tradizione sunnita, imam (in arabo “colui che sta davanti”) non è in alcun modo un’autorità ma semplicemente la persona che guida una preghiera: se ci sono tre musulmani in un parco che vogliono pregare, quello che conosce meglio il Corano si porrà davanti agli altri due, volgendogli le spalle, e in quel momento sarà a tutti gli effetti un imam. I media occidentali, alla ricerca della sparata sensazionalistica, di norma tendono a trattare qualunque imam come rappresentativo di questa o quella comunità, spesso sopravvalutando o fabbricando la loro autorità presso i fedeli. Un caso celebre è quello dell’iper mediatico e delirante Anjem Choudary, attivista salafita e imam di una moschea nell’est di Londra, invitato in varie trasmissioni e normalmente definito “l’imam di Londra”, attribuendogli un’importanza che non ha.

Ancora più eclatante è il modo in cui i media occidentali reagiscono al grido “Allah akbar” pronunciato dai jihadisti dopo un attentato o un’azione di guerra: l’espressione “Allah akbar” viene considerata un elemento centrale, caratterizzante della notizia, e in molti casi diventa anzi proprio quella, la notizia. Poco importa se i musulmani pronunciano quell’intercalare nelle occasioni più disparate: per una festa di compleanno, la nascita di un figlio, per un bel voto preso a scuola, per una promozione sul lavoro, un gol della squadra del cuore… Niente da fare: per i media occidentali Allah akbar, col suo potere evocativo, resta semplicemente un sanguinario grido di battaglia.

Alexis Girardet, 1896.

Ovviamente, è fondamentale non cadere in un “essenzialismo al contrario”: ad esempio, l’oppressione delle donne tra i musulmani esiste, ed è un problema. Non è però corretto depurare dalla narrazione dominante tutti gli elementi di disturbo, le complessità. Menzionare queste storie, ci ricorda come sia sempre possibile adottare approcci specularmente essenzialisti: chi volesse attaccare l’Islam in modo aprioristico, avrebbe un ampio campionario di esempi da cui attingere; ma lo stesso potrebbe fare chi l’Islam volesse difenderlo altrettanto aprioristicamente. In un certo senso, la posizione essenzialista dell’orientalismo è speculare e funzionale a quella dei cosiddetti fondamentalisti islamici: tanto per un Lewis quanto per un religioso wahhabita, l’Islam è immutabile, letteralista, intollerante, ancorato a un passato tanto disprezzato dall’uno quanto mitizzato dall’altro.

Del resto, Said stesso afferma che la risposta al discorso orientalista non può essere un “discorso occidentalista” speculare e inverso. Ugualmente, molti intellettuali del mondo islamico hanno frainteso il messaggio di un testo come Orientalismo, salutandolo come una difesa dell’Oriente e un attacco all’Occidente. Ciò ha dato luogo a quello che il siriano Sadiq Jalan al Azm ha chiamato “orientalismo alla rovescia”, riassumibile in due posizioni diverse, che partono dagli stessi assunti.

La prima è quella attribuibile alla categoria degli intelectual comprador, come li ha definiti un amico e collega di Said, l’iraniano Hamid Dabashi: si tratta intellettuali provenienti dal mondo islamico che, nel tentativo di farsi “accettare” da un Occidente immerso nei dogmi e pregiudizi orientalisti, hanno finito per interiorizzare questi stessi pregiudizi, recidendo i legami con una parte della loro identità ma continuando a vendersi come loro rappresentanti autentici. Personaggi come Adonis, Ayan Hirsi Ali o Salman Rushdie, devono la loro credibilità al fatto di essere (o essere stati) musulmani, per cui sono tra le voci più ascoltate da una parte dell’Occidente, poiché dicono quel che un certo Occidente vuole sentirsi dire. Come ha scritto Ahsis Nandy, psicologo indiano, “l’orientalismo è dappertutto, nelle strutture e nei ragionamenti, permeando le istituzioni e i sistemi intellettuali delle ex colonie”. Syed Hussein Alatas ha attribuito il perpetuarsi dell’orientalismo e la sua interiorizzazione tra intellettuali delle ex colonie a ciò che ha definito “la mente del prigioniero”.

La globalizzazione sembra non esistere quando si parla di mondo islamico, come se non ci fossero già 65 milioni di musulmani tra Nordamerica ed Europa, che concorrono a ridefinire l’Islam stesso e le sue mutevoli identità.

La seconda posizione figlia di questo orientalismo alla rovescia, è appunto quella dei fondamentalisti islamici, che possono ricadere sotto l’insieme di quelli che vengono chiamati i nativisti. Specularmente a coloro che ritengono l’Oriente ontologicamente inferiore all’Occidente, il nativista sviluppa il ragionamento opposto utilizzando le stesse categorie mentali del primo. Lo fa, ovviamente, essenzializzando l’Occidente: i vari Abu Al’a Mawdudi, Sayyd Qutb, Muhammad Asad, Maryam Jameelah definiscono l’Occidente come un monolite dall’innata tendenza alla corruzione, all’ateismo, al materialismo, alla degenerazione morale. La differenza tra i fondamentalisti e gli orientalisti descritti da Said sta nell’egemonia: i primi adottano queste posizioni come reazione a secoli di subalternità, i secondi in funzione e come risultato di secoli di dominio.

Nel 2000 ancora di più che nel 1800, il timore di essere indefiniti, spinge a classificare l’altro solo nella differenza. Di nuovo: l’Oriente percepito è ciò che l’Occidente percepito non è. La globalizzazione sembra non esistere quando si parla di mondo islamico, come se non ci fossero già 65 milioni di musulmani tra Nordamerica ed Europa, che concorrono a definirne le mutevoli identità, oltre a ridefinire l’Islam stesso.

Le Piramidi di Giza dietro ai palazzi del Cairo. Foto: Chris-McGrath, Getty Images.

C’è bisogno che l”isteria collettiva nata con la comparsa dell’Isis non prenda il sopravvento, rafforzando i movimenti xenofobi e l’idea di uno scontro con i musulmani, spesso percepiti come colpevoli fino a prova contraria. Non è solo lo spirito di accoglienza a dover guidare questo ragionamento, ma il pragmatismo: l’Islam è già parte dell’Occidente, così come tutto ciò che è finito nel calderone globalizzante. In Italia aumentano non solo i musulmani di seconda generazione ma anche i convertiti, che concorrono alla formazione di un Islam europeo, e che sono europei come chiunque altro.

Dovremmo ricordarci che lo studio dell’uomo all’interno della società deve essere basato sulla storia e sull’esperienza umana in un mondo in divenire che è sempre più interconnesso, plurale; non su pedanti e vecchie astrazioni, leggi oscure o sistemi arbitrari. Anche il passato storico, che secondo la teoria dello Scontro di civiltà avrebbe provocato la “sedimentazione di differenze inconciliabili”, e con esso lo stesso concetto di tradizione, può essere reinterpretato nel presente: non si tratta di un elemento “congelato” nei secoli, bensì, come sostiene Said, “vivente nella contemporaneità”. Presente e passato non sono tempi morti o chiusi ma piani di interferenza di linee molteplici. Lo stesso concetto di modernità – che molti osservatori ritengono “incompatibile con l’Islam”, travisando in un colpo solo sia l’una che l’altro – è in realtà un luogo della contemporaneità degli elementi, con tanti ingressi e tante uscite. Non un cammino lineare, teleologico.

Il confine immaginario tra un Oriente e un Occidente contrapposti – sia da parte dei musulmani che dei non musulmani – va progressivamente abbandonato, sfumato. Edward Said, nato in Palestina, cresciuto negli Stati Uniti e sepolto in Libano, certamente lo apprezzerebbe. 

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Perché Hezbollah combatte in Siria. E preoccupa Assad

(pubblicato su Agi http://www.agi.it/estero/2017/01/27/news/hezbollah_siria_damasco_assad_aleppo-1422910/)

 

(AGI) – Beirut, 25 gen. – Lo scorso 22 dicembre il regime di Bashar Al Assad ha annunciato di aver ripreso il controllo dell’importnate città di Aleppo – polo industriale del Paese -, dopo una lunga e sanguinosa offensiva, durante la quale sono stati evacuati circa 34000 civili e ne sono morti quasi un migliaio.
L’annuncio, però, non deve far pensare ad una vittoria del malconcio Esercito siriano, perché, come sostiene un recente articolo del Newsweek, i veri vincitori della battaglia sono i miliziani di Hezbollah, che conducono in gran parte le operazioni di terra. Ed è già interessante notare che se fino a qualche anno fa Hezbollah contava sul fondamentale tramite di Damasco per il proprio approvvigionamento di armi dall’Iran, oggi si ritrova ad essere una forza militarmente più forte dello stesso regime siriano. Secondo alcuni analisti Hezbollah, considerando la sua grandezza relativamente contenuta, è oggi la più efficace e rilevante forza di terra nel conflitto siriano.
L’ala militare del Partito di Dio è presumibilmente attiva in Siria dall’inizio del 2012, quando, in coordinamento con la forza Al Quds dei Guardiani della rivoluzione iraniani, attraversò il confine siro-libanese e prese parte alla battaglia di Zabadani contro il Free Syrian Army (FSA) e Jabhat al Nusra, gruppo affiliato ad Al Qaeda, nel governatorato di Damasco.
Quasi contestualmente, reparti di Hezbollah ingaggiarono una battaglia contro il FSA nei villaggi attorno ad al Qusair. Durante tutto il 2012 l’intervento dei miliziani sciiti si limita alle zone vicine al confine tra Libano e Siria. Nel febbraio 2013 si registra la prima offensiva coordinata con le forze aeree dell’esercito di Bashar al Assad, condotta contro i reparti del Free Syrian Army nella stessa area. Dal 2014 – con l’importante battaglia di Qalamoun a maggio – la presenza di Hezbollah in Siria è stabile, continua.
La battaglia di Qusair determina anche i primi spill over del conflitto all’interno del Libano, con attentati da parte di jihadisti di Al Nusra anche nelle periferie sud di Beirut. Da quel momento in poi, con l’esercito siriano progressivamente più debole, Hezbollah penetra sempre di più all’interno della Siria, coordinandosi dapprima con le stesse forze del regime – a loro volta guidate da consiglieri militari iraniani – e poi, dal 2013, anche con la Russia.
Nel 2014, secondo il Newsweek, in Siria ci sono circa 4000 uomini fedeli ad Hassan Nasrallah, che costituiscono circa l’8% del totale dei combattenti del movimento sciita (circa 50000). Ciò determina anche ingenti perdite. Le stime variano molto: secondo Ali Alfoneh del Washington Institute, tra la fine del 2012 e il febbraio 2016 il Partito di Dio ha lasciato sul campo 865 combattenti; secondo l’Osservatorio Siriano per i Diritti umani questo numero ammonta a 1387; secondo l’intelligence israeliana, si sale fino a 1500.
L’intervento di Hezbollah in Siria sin dall’inizio si sviluppa secondo quattro direttrici: partecipazione attiva al conflitto, addestramento dell’esercito siriano e delle milizie, supporto logistico e creazione dei presupposti per rafforzare la propria presenza nel sud della Siria, in previsione di un futuro scontro con Israele. Si potrebbe sostenere che Hezbollah combatte in Siria in virtù delle proprie crescenti capacità militari ma in un certo senso è vero anche il contrario: cioè che Hezbollah cerca di accrescere la propria capacità e presenza militare combattendo in Siria, sopratutto nel sud.
La partecipazione del Partito di Dio va inquadrata nell’ambito di uno spostamento graduale nell’equilibrio politico libanese a favore del gruppo filo iraniano, visto il timore diffuso della vulnerabilità del Libano rispetto a possibili offensive jihadiste provenienti dalla Siria.
Secondo le stime del Pew Research center, l’indice di popolarità di Hezbollah in Libano è passato dal 38% nel 2011 al 41% nel 2014; Nei quartieri sciiti di Dahieh, periferia sud di Beirut, circa il 95% degli abitanti sosterrebbe l’intervento in Siria, una percentuale che scende al 78% tra gli sciiti nell’intero Libano (una parte dei quali è fedele all’altro partito sciita, il movimento di Amal, guidato dal presidente della Camera libanese, Nabih Berri, ndr). All’interno del Libano, mentre era impegnata in Siria, Hezbollah ha ottenuto un altro successo politico: l’elezione, lo scorso 31 ottobre, del proprio alleato Michel Aoun – fondatore del principale partito cristiano maronita del Paese dei Cedri – a presidente della Repubblica.
E’ però interessante notare l’ambivalenza del ruolo di Hezbollah in Siria, in riferimento sopratutto alla sua percezione pubblica. Secondo il Royal United Service Institute inizialmente, come annunciato dal leader Hassan Nasrallah, Hezbollah doveva intervenire per proteggere i confini libanesi e per combattere nelle aree dove sorgono mausolei sciiti, obiettivo dei jihadisti (che considerano gli sciiti sostanzialmente dei miscredenti, dei kuffar, ndr); il graduale indebolimento dell’esercito fedele a Bashar al Assad, però, ha spinto Hezbollah a guidare sempre più frequentemente le offensive all’interno del Paese, anche in zone non necessariamente a maggioranza sciita.
Ciò, se da una parta ha stimolato la percezione dell’importanza di Hezbollah come “avamposto difensivo” del Libano, dall’altra ha generato malcontento, in primis all’interno dello stesso movimento: il protrarsi del conflitto, contestualmente alla diminuzione dei fondi messi a disposizione dell’Iran – nel 2013 il neo eletto presidente moderato iraniano Hassan Rouhani dedica 100 milioni di dollari a progetti infrastrutturali, togliendoli dai fondi annuali da dedicare al finanziamento di Hezbollah – determina una diminuzione dei compensi a favore dei combattenti sciiti in Siria, molto minori rispetto a quelli corrisposti nel 2006 a chi aveva partecipato alla guerra con Israele.
D’altra parte, se la presenza di Hezbollah in Siria e ai confini del Libano ha avuto la funzione di cuscinetto rispetto a possibili penetrazioni jihadiste, essa ha anche stimolato un aumento delle attività terroristiche in Libano – come il sanguinoso attentato a Daiheh nel novembre 2015 – da parte di una porzione della comunità sunnita – maggioritaria in città come Tripoli e Sidone – che, ostile al regime di Assad, percepiva e percepisce la presenza di Hezbollah in Siria come illegittima. Allo stesso tempo, secondo un report di Now Lebanon, Hezbollah durante il conflitto in Siria ha per la prima volta reclutato in modo massiccio anche musulmani sunniti.
Lo scorso settembre sull’emittente russa Gazeta, è uscita una interessante analisi di Mikhail Khodarenok, colonnello russo in pensione ed analista militare. La tesi di Khodarenok è che l’esercito di Assad è oggi così debole, corrotto e demoralizzato che da una prospettiva russa varrebbe quasi la pena smantellarlo e reclutarne uno ex novo, se solo ci fosse “manodopera” siriana sufficiente. Giunge poi alla conclusione che sia opportuno per Mosca ritirare le proprie truppe al più presto, lasciando solo gli effettivi nella base navale di Tartous.
Khodarenok, a questo proposito, fa notare che le offensive di terra in questi ultimi anni sono state condotte da volontari iraniani e iracheni, dalle compagnie militari private (PMC), dalle milizie coordinate da Hezbollah e sopratutto da Hezbollah stesso: gli interessi di questi ultimi – e di Teheran, che più di Mosca ritiene prioritario il mantenimento del centralismo amministrativo in Siria – divergono in parte da quelli dei russi, più favorevoli ad un certo grado di “federalizzazione”. L’esercito siriano – complice lo scarso equipaggiamento, il morale basso, la mancata retribuzione dei soldati, addirittura l’assenza di cibo – si è limitato sempre più a chiedere tributi alla popolazione nei circa 2000 checkpoint disseminati nel paese. Nell’ultimo anno di conflitto, l’esercito di Assad – ridotto a circa il 50% degli effettivi richiesti – non avrebbe condotto una sola offensiva vittoriosa in modo autonomo.
L’analista russo ha le idee chiare: “per vincere un conflitto militare, proprio come nei tempi più antichi, c’è bisogno di un forte spirito, di una volontà incrollabile, di fiducia nella vittoria e nelle proprie truppe, di coraggio, determinazione, flessibilità e capacità di leadership. Tutto ciò manca all’esercito siriano”. A chi invece non mancano tutte queste caratteristiche, è proprio Hezbollah. (AGI) lby – Lorenzo Forlani

Libano: Cmc Ravenna porterà acqua a Beirut, progetto da 200 mln dlr

(Pubblicato su Agi http://www.agi.it/rubriche/medio-oriente/2017/01/23/news/libano_cmc_ravenna_portera_acqua_a_beirut_progetto_200_mln_dlr-1401682/)

 

Beirut – E’ opera di un’azienda italiana – la CMC di Ravenna – il piu’ grande progetto di gallerie e tubazioni in corso in Libano: il 20 novembre 2015 ha preso infatti il via il Greater Beirut Water Supply Project, un enorme lavoro infrastrutturale per il trasporto di acqua dal costo di 200 milioni di dollari, finanziato dalla Banca Mondiale e appaltato all’impresa romagnola direttamente dal CDR (Council for Development and Reconstruction). Si tratta di un’opera di fondamentale importanza per il miglioramento delle infrastrutture idriche del Libano, da cui trarranno beneficio quasi due milioni di persone (quasi la meta’ della popolazione del Paese dei Cedri, ndr), e circa 21 municipalita’.
Il progetto, che dovrebbe concludersi nel 2019 e che impiega circa 260 persone (di cui 15 italiani), permettera’ di derivare parte dell’acqua (solo il 6% delle acque di superficie del fiume Awali, contro una media dell’85% per gli altri progetti dello stesso tipo in Medioriente) che attualmente alimenta una centrale idroelettrica nel sud del Libano (che oggi scarica nel fiume Awali) e di trasportarla, attraverso la costruzione di gallerie con scavo meccanizzato TBM e di una pipeline, fino al centro di Beirut, dove verra’ stoccata in un serbatoio di accumulo per essere successivamente distribuita attraverso altre opere, che saranno oggetto di un successivo bando. Gli scavi sono partiti in localita’ Joun, una decina di km a est della citta’ di Sidone, e procederanno verso nord seguendo il flusso dell’acqua: e’ prevista la realizzazione di tre gallerie rivestite di cemento, per un totale di circa 23 km, e di una pipeline di circa 10 km. Nel dettaglio, dopo il primo tratto di galleria, nei dintorni di Ourdaniyeh, verra’ costruito un depuratore (che non e’ parte del progetto), superato il quale la restante parte di condotta sara’ attraversata da acqua potabile fino al centro della capitale libanese (in zona Hadat e Hazmieh). All’altezza del fiume Dammour e’ prevista la costruzione (gia’ iniziata) di un sifone che consentira’ all’acqua di scendere di circa 150 metri (passando sotto al corso d’acqua), per poi risalire di altri 136 metri e innestarsi – nei dintorni di Khalde – nell’ultimo tratto, una pipeline che attraversera’ la vecchia strada che collega Beirut a Sidone e giungera’ fino ai serbatoi di Hadat.
I numeri del progetto sono importanti: e’ previsto che su base 24 ore sara’ possibile trasportare verso Beirut circa 777.600 metri cubi di acqua potabile. Per farsi un’idea, e’ come se due superpetroliere cariche d’acqua scaricassero ogni giorno nella capitale, o come se arrivassero quotidianamente circa 70.000 camion carichi d’acqua. Per realizzare l’opera la Cmc di Ravenna e’ giunta sul posto a giugno 2015, circa 5 mesi prima del ricevimento dell’order to commence, per mobilitare il personale costituito da italiani, locali e internazionali (soprattutto cinesi, ndr). Il progetto consentira’ al Libano di proseguire sulla strada della modernizzazione e di pianificare una piu’ adeguata gestione delle risorse idriche esistenti, innalzando il tenore di vita dei suoi abitanti.
Il nuovo governo guidato dal premier Saad Hariri – figlio dell’ex primo ministro Rafiq, assassinato nel 2015, e capo del principale partito del paese, il movimento Futuro – ha ritiene prioritario il miglioramento delle infrastrutture libanesi, annunciando quattro giorni fa un piano triennale (2017-2020) per far fronte alle loro carenze, chiedendo ai partner internazionali un sostegno di circa 2,8 miliardi di dollari.

Trump e i calcoli sbagliati dei russi

Lo dico ora che abbiamo meno elementi. Io penso che i russi, e non solo, abbiano fatto male i loro calcoli: preferiscono Trump perché lo pensano loro amichetto ma la realtà – fate pure uno screen shot – è che, analfabetismo a parte, la differenza tra la Clinton e Trump rispetto alla Russia è una sola: la prima ha un’idea, per quanto a mio avviso becera, dei rapporti internazionali, e non nasconde il desiderio di continuare a usare i muscoli contro la Russia stessa e i suoi alleati, sul solco della tradizione americana, perché la guerra fredda per certi versi non è mai finita, e l’eccezionalismo americano continua a essere portato come un vessillo, cardine della politica statunitense.

Il secondo non ha alcuna idea, improvvisa, gigioneggia, ha condotto una campagna elettorale furba, antagonista, ma alla resa dei conti voglio proprio vedere se sarà in grado di ribaltare il tavolo coi fatti oltre che con le parole.

Ne dubito, sia perché quando hai il potere cambi atteggiamento rispetto a quando cerchi di ottenerlo, sia perché nessun presidente d’America ha mai cambiato nulla di nulla nella auto percezione di se stessa, della sua eccezionalità, appunto. Gli USA – ma anche i russi – hanno bisogno di una antagonista, di un nemico percepito, così è sempre andata, e così va (Pakistan e India, Israele e Iran, Coree, ecc).

Le Parole da che mondo è mondo servono in campagna elettorale, per ottenere voti, e quando hai una vision che si ferma poco dopo il cortile di casa tua, ti limiti a dire il contrario di quel che dice il tuo avversario, sfruttando gli umori e cercando di essere popolare, o populista. A meno che la storia delle influenze russe nelle elezioni non nasconda davvero il fatto che qualcuno possa tenere per le palle il roscio miliardario (a quel punto impeachment dietro l’angolo).

Adesso viene il bello, sopratutto per chi pensa che Trump – lungi dal riabilitare una come la Clinton, che per me è e rimane pessima – sia un rivoluzionario. Mi sto leccando i baffi, speriamo di non doverci leccare le ferite prima o poi. E speriamo di sbagliare

Tunisia, il problema dei jihadisti di ritorno

(pubblicato su AGI)

 

Fino allo scoppio della guerra in Siria, Ben Guardane, cittadina nella Tunisia meridionale, era nota soprattutto per l’alto numero di dromedari, celebrati con un festival che si tiene ogni anno nel mese di giugno, e per il fatto di essere la città tunisina più lontana dalla capitale (500 km).

Oggi invece, come riporta l’Economist, Ben Guardane deve la sua celebrità al fatto di essere uno dei principali centri di esportazione di foreign fighters di tutto il Medioriente e il Nordafrica, in un paese – la Tunisia – che vive un paradosso: da una parte il faticoso percorso verso una democrazia rappresentativa e condivisa, iniziato dopo la deposizione di Ben Ali, ha portato il piccolo Paese affacciato sul mediterraneo a costituire un esempio per quelli circostanti, toccati a diversi livelli dalle primavere arabe. E’ qui che la convivenza al potere tra le anime laiche (rappresentate sopratutto dal partito Nida Tounis) e quelle religiose (rappresentate da Ennahda, il partito islamista, nato come costola dei Fratelli Musulmani e guidato da Rachid Ghannouchi) sta diventando una realtà consolidata.
Dall’altra, però, un allarmante primato: la Tunisia è il paese dal quale proviene il maggior numero di foreign fighters in assoluto. Le stime sono discordi: secondo il governo tunisino, sono circa 3000 i jihadisti partiti soprattutto per la Siria dal 2011; secondo un rapporto delle Nazioni Unite redatto a luglio del 2015, questo numero si aggirerebbe invece attorno ai 5500-6000.
Oggi, il principale problema per il Paese risiede nella gestione dei foreign fighters che tornano a casa, in seguito alle sconfitte dell’Isis sul campo di battaglia in Siria e in Iraq. Lo scorso dicembre il ministro degli Interni tunisino, Hedi Majdoub, ha dichiarato che sarebbero circa 800 i combattenti tornati finora in Tunisia, molti dei quali sono attualmente sottoposti a processo e posti agli arresti domiciliari.
Fino al 2015, la strategia tunisina per la gestione dei foreign fighters si basava sulla possibilità per questi ultimi di pentirsi una volta tornati in patria, proposta dall’ex governo guidato da Moncef Marzouki, e appoggiata dal leader di Ennahda, Rachid Ghannouchi.
I sanguinosi attentati del 2015 cambiano però il quadro e la percezione del pericolo: il 18 marzo, Yassine Labidi e Jabeur Kachnaoui – membri di una cellula affiliata ad al Qaeda – uccidono ventiquattro persone in un attentato al Museo del Bardo di Tunisi. Il 26 giugno dello stesso anno Saifeddine Razqui Yacoubi irrompe sulla spiaggia privata dell’Hotel Imperial Marhaba di Susa e armato di kalashnikov uccide 39 persone.
Il governo tunisino, già a partire dall’attentato del Bardo, prende alcune contromisure: vengono chiuse alcune moschee dirette da predicatori “radicali”; ai tunisini sotto ai 35 anni viene impedito di viaggiare in Libia, in Serbia e in Turchia (le principali vie di transito per Siria e Iraq); vengono aumentate le truppe nei pressi dei porosi confini con l’Algeria e la Libia; infine, ad agosto 2015, il Parlamento approva una controversa legge anti terrorismo, che permette alle autorità di detenere dei sospettati e – all’articolo 33 – di punire col carcere chiunque abbia “viaggiato all’estero per commettere atti terroristici”, e che viene criticata da alcune organizzazioni per i diritti umani. Viene avanzata anche la proposta di revocare la cittadinanza ai foreign fighters, ma molti osservatori, come il docente ed esperto di terrorismo Abdul Latif Hanachi , dell’Università di Manouba, ricordano come ciò sarebbe in contrasto con l’articolo 25 della Costituzione, il quale afferma che “nessuno può essere privato della cittadinanza e a nessuno può essere impedito di far ritorno nel paese dall’estero”.
Sia Nida Tounis che Ennahda, dopo gli attacchi di Susa, sostengono la bontà della legge anti terrorismo, e chiedono che i jihadisti di ritorno vengano arrestati non appena mettano piede nel paese, nonostante il noto sovraffollamento delle 28 carceri presenti sul territorio nazionale. Carceri che secondo molti potrebbero fungere da ulteriori centri di radicalizzazione.
Lo scorso 2 dicembre, durante una visita in Francia, il Presidente della Repubblica Beji Caid Essebsi è intervenuto sul tema, attirando alcune critiche: “I jihadisti non sono più una minaccia, e molti vogliono tornare a casa. Non possiamo impedirglielo. Non li metteremo tutti in carcere perché non abbiamo spazio a sufficienza. Ma li terremo sotto sorveglianza”.
Un rapporto dell’Onu pubblicato a maggio 2016 ha confermato che in seguito alle disfatte sul campo di battaglia in Siria e Iraq, i comandi dell’Is hanno invitato i foreign fighters di ritorno a commettere attentati in patria e in Europa: non è forse un caso che sia l’attentatore di Nizza di luglio 2016 – Mohammad Lahouaiej Bouhlel – che quello di Berlino dello scorso 19 dicembre – Anis Amri – siano di nazionalità tunisina.
La partenza (e il ritorno) di migliaia di tunisini per la Siria, la Libia e l’Iraq – contestuale alla complessa transizione democratica, che ha spinto il partito islamista Ennahda a coinvolgere nel processo fasce della popolazione potenzialmente sensibili ad un certo tipo di messaggi – ha attivato un circolo vizioso: gli attentati perpetrati da jihadisti a partire dal 2015 hanno provocato una graduale diminuzione dei flussi turistici; ciò ha inciso fortemente sul tasso di disoccupazione (sopratutto tra coloro che lavoravano nel settore del turismo), aumentato del 15% rispetto al periodo anteriore alla rivoluzione tunisina, con quello giovanile che si attesta attorno al 30%; disoccupazione che ha a sua volta prodotto un aumento degli emarginati sopratutto nelle aree rurali, in cittadine come ben Guardane o in “banlieu” come quella di Douar Hicher, vicino alla capitale. Emarginati che sono così diventati delle facili prede per i reclutatori di Al Qaeda e dell’Is, che li attraggono con promesse e garanzie economiche.
Secondo Hadi Yahmed, un ricercatore tunisino indipendente intervistato da Al Monitor, la soluzione carceraria non è abbastanza per risolvere il problema dei jihadisti di ritorno. “Dobbiamo pensare a soluzioni ragionevoli e allo stesso tempo radicali per questo fenomeno. Le prigioni sono una soluzione temporanea, così come le espulsioni e gli esili (spesso i jihadisti riescono a passare in punti di confine non sorvegliati, ndr). Nessuna di esse sradicherà il terrorismo, che in realtà richiede un lavoro sulle generazioni future. A questo punto, non abbiamo molte soluzioni in mano. Forse la più ragionevole è quella di convincere alcuni giovani detenuti in carcere a rivedere le proprie idee e a rendersi conto che possono assecondare e mettere in pratica le loro convinzioni religiose, a patto che rinuncino a ogni forma di violenza. Altrimenti, continueremo a correre in circolo finché non giungerà la nostra fine”, conclude Yahmed.
Secondo l’analista politico Camille Tawil un problema sta anche nel fatto che le autorità non possono sapere se i jihadisti di ritorno sono sinceri quando dichiarano di aver rinunciato alle loro convinzioni estremiste, e per questo sostiene la linea dura, anche a costo di restringere le libertà individuali. Rispetto alla possibilità di privare i jihadisti della nazionalità tunisina, Tawil è chiaro: “solo se hanno dichiarato di preferire la nazionalità dello Stato Islamico rispetto alla propria”. Il ricercatore residente a Londra suggerisce poi di costringere i jihadisti detenuti a fornire informazioni su altri terroristi, insistendo sopratutto su quelli che hanno mostrato pentimento.
Un piano chiaro e condiviso di contrasto dei foreign fighters di ritorno, in ogni caso, sembra oggi mancare in Tunisia, e si teme una “somalizzazione del paese”: nel frattempo, in luoghi come Ben Guardane – dove lo scorso marzo si è consumata una battaglia tra le forze dell’ordine e militanti dell’Is e di Ansar al Sharia, con una ventina tra civili e membri delle forze di sicurezza uccisi, oltre ad una cinquantina di jihadisti – o le periferie delle principali città tunisine, la disoccupazione e la sensazione di abbandono da parte delle istituzioni rischiano di produrre ulteriore emarginazione, anticamera della possibile affiliazione jihadista.
Lorenzo Forlani (AGI – lby)

I programmi tv spazzatura: chi guarda è complice

È arrivato il momento di esporsi, magari contro dei “colleghi”, camminando sul filo della liceità per la deontologia professionale: chi di voi guarda programmi televisivi come Quinta colonna, Dalla vostra parte e forse anche La Gabbia, è pregato di dimenticarsi della mia esistenza virtuale e fisica. Chi tra i colleghi scrive o ha scritto per giornali diretti (o moralmente patrocinati) da Vittorio Feltri, Maurizio Belpietro, Alessandro Sallusti e compagnia indegna (non pensavo che avrei mai sottoscritto il loro refrain:”siamo in guerra!”: si, io sono in guerra con voi, oltre che con quegli animali, vostri speculari, di Daesh), è pregato di rivolgermi parola solo per questioni di vita o di morte, tenendo conto che potrei comunque ignorarlo.

La misura è colma, la libertà d’espressione quotidianamente stuprata, la dignità umana percepita come irrilevante: qui siamo ormai al livello di Nobel per la malafede, di Oscar per la disinformazione. E non cambia nulla da anni: questa robaccia prolifera e da’ profumatamente da mangiare ai suoi latori, a questi direttoruncoli sempre in vista, gente che viene regolarmente invitata nei salotti TV nonostante dovrebbe aver smesso di fare questo lavoro da almeno un decennio, gente che si definisce “giornalista” realizzando servizi sul nulla girato in una moschea con la musica di Dario Argento in sottofondo, gente senza alcuno scrupolo morale, che la sera si lava i denti al bagno e quindi si guarda in faccia, addormentandosi poi serenamente.

Gente che arriva tranquilla a fine mese – mentre la’ fuori orde di bravissimi giornalisti precari elemosinano stage, o vengono pagati al pezzo, più o meno come un calzolaio – spacciando con commovente disinvoltura dosi di veleno, di odio, di abisso morale, senza fare mai e poi mai il proprio lavoro, quello che ha i suoi fondamenti teorici nel materiale che dovrebbero aver studiato per fare l’esame di Stato da giornalisti professionisti. Gente che in un delicato momento storico come questo si pone allo stesso identico livello – spesso con meno coerenza e più pavidità – di qualche cyber imam wahhabita sociopatico.

Credo si sia ormai aperto un cratere di sensibilità umana non ricomponibile tra me e voi: non mi interessa più alcun confronto, non mi confronto con la puntuale quanto impunita flagranza di reato; l’unica risorsa che mi rimane è quella di provare a dimenticarmi che roba del genere esista, che vada sui canali in chiaro, spesso in prima serata, in un Paese che si definisce civile, nel mondo connesso, nel 2017.

Ps il premio della giuria va al Corriere della Sera (Corriere.it), che dopo decine di puntate di “Dalla vostra parte” (già il titolo è una offesa all’ intelligenza umana) in cui si incita all’odio, si mistifica tutto il mistificabile, si solleticano tutti i peggiori istinti di cui un essere umano può essere vittima nelle peggiori condizioni cognitive, sociali ed economiche, oggi decide di pubblicare un pezzo – riprendendo Striscia la notizia – in cui “denuncia” con eroica indignazione un fuori onda del programma di Del Debbio nel quale ci si propone di “scuoiare il ministro”. Come se fosse questo, il picco del becerume, e non i reiterati, ormai archetipali servizi razzisti, l’immanente logica d’accatto, la produzione scientifica di guerre tra poveri, il gusto per la miseria umana, la menzogna elevata a genere giornalistico.

Sono tempi davvero infausti, signora mia

Libano: crisi rifiuti, giudice ordina chiusura della discarica, rischi per l’aeroporto di Beirut

(AGI) – Beirut, 12 gen. – Il giudice Hassan Hamdan ha ordinato la chiusura temporanea della discarica di “Costa brava” – un’area costiera a sud di Beirut – perché minaccia la sicurezza dei voli nell’adiacente aeroporto di Beirut.
La discarica infatti, costruita a marzo 2016 sul mare come soluzione temporanea alla crisi dei rifiuti, attira stormi di gabbiani che invadono le piste di atterraggio. In alcuni punti le pile di rifiuti raggiungono un’altezza di circa nove metri. Lo scorso martedì – come riporta l’emittente LBCI – una pista è stata chiusa dopo che un volo della MEA ha avuto difficoltà ad atterrare per via dei gabbiani, per tener lontani i quali non è sembrata sufficiente l’installazione di dispositivi che emettono ultrasuoni.
Numerose personalità politiche e della società civile – come il leader druso Walid Jumblatt o lo stesso collettivo “You stink” – avevano lanciato l’allarme: “Cosa aspettate a chiudere la discarica di Costa brava, che un aereo si schianti o che arrivi una decisione internazionale che ordini di chiudere l’aeroporto?”, si legge sul profilo Facebook del collettivo.
Nella giornata di ieri il ministro dell’ambiente Tarek Khatib ha visitato la discarica per valutare la situazione e frenare gli allarmismi. Tuttavia, né il governo né la al Jihad group (JCC) – azienda incaricata di costruire la discarica – sembrano intenzionate a ricorrere in appello contro la decisione del giudice. La chiusura di Costa brava, al di là della sicurezza aeroportuale, pone nuovamente l’annosa questione della gestione dei rifiuti, che negli scorsi mesi ha raggiunto il parossismo e per cui sembra lontana una soluzione definitiva.
Dopo la guerra civile, il governo libanese inizia a costruire la discarica di Naameh, circa 20 km a sud di Beirut, che apre nel 1997. Concepita come temporanea, Naameh avrebbe dovuto ospitare al massimo 2 milioni di tonnellate di rifiuti, in attesa di trovare un altro sito. Tuttavia, nel corso dei successivi 15 anni il problema dei rifiuti è finito in fondo alle agende dei vari governi, alle prese con la ricostruzione post bellica, la ricomposizione dei conflitti interni e dei rapporti internazionali.
Così, un sito definitivo non è mai stato trovato, e la discarica di Naameh nel corso degli anni ha ampiamente superato i limiti della sua capacità originaria. Il 17 luglio 2015, con circa 16 milioni di tonnellate di rifiuti al suo interno, il governo ne decide la chiusura, in seguito alle proteste dei residenti, che denunciano casi di cancro, malattie della pelle e intossicazioni. Nel frattempo, l’azienda responsabile della raccolta, la Sukleen, inizia a sistemare i rifiuti sotto ai ponti cittadini ed in giro per la città, compromettendone la vivibilità.
Il 23 agosto, sopratutto a Riad el Sohl e a Sahat al Shuhada, due piazze adiacenti alla sede del governo, iniziano le proteste, organizzate dal collettivo “You stink” (“Voi puzzate”). Il nome del collettivo, nato su internet e guidato da giovani come Waref Suleiman e Pierre Al Hashash, gioca su un duplice riferimento: da una parte l’odore dei rifiuti diffuso in varie parti della città, dall’altra la corruzione della classe politica, che secondo gli attivisti lucrerebbe sulla gestione delle discariche.
La  protesta si allarga, e inizia a fare riferimento ai problemi endemici del Libano: disoccupazione, carenza di energia elettrica, la mancanza di una legge elettorale equa. Secondo i quotidiani locali, i manifestanti in piazza – alcuni dei quali si accampano permanentemente e indicono scioperi della fame – passano dai circa 5000 del 23 agosto ai circa 120000 di una settimana dopo.
Le proteste vanno avanti due mesi e la tensione cresce: ad inizio ottobre la polizia impedisce ai manifestanti di avvicinarsi al palazzo del governo e spara lacrimogeni e proiettili di gomma, effettuando decine di fermi. Sulla scia delle primavere arabe, molti giovani scandiscono slogan rivoluzionari già sentiti nei paesi coinvolti dai sommovimenti popolari, compreso il celebre “Ash-shab yurid isqat an-Nizam”. Un altro slogan che si sente è “Badna Nahsseb” (“vogliamo responsabilità”), in riferimento alla deliberata e ripetuta estensione dei mandati parlamentari, mentre la carica di Capo di Stato rimane vacante dal maggio 2014.
Il 16 ottobre l’attivista Mohammad Haraz si dà fuoco di fronte al Tribunale militare dove sono trattenuti i leader della protesta Suleiman e Al Hashash – emulando il tunisino Mohammad Bouazizi, che il 17 dicembre 2010 aveva fatto lo stesso, segnando l’inizio simbolico delle primavere arabe.
Quello del 2015 è un movimento di protesta senza precedenti in Libano: per anni, ogni movimento civile è sempre ricaduto sotto l’ombrello confessionale, perseguendo obiettivi specifici e più o meno funzionali all’appartenenza religiosa. “You stink” è invece trasversale e persegue istanze universali. In questo senso va letto, appunto, lo slogan sul “rovesciamento del regime”, inteso in Libano non come “governo”  ma come assetto settario scaturito dal Patto nazionale del 1932.
Le pressioni della società civile inducono così il governo ad interim di Tamam Salam a varare a settembre 2015 un piano triennale per la gestione dei rifiuti, che include la decentralizzazione municipale nella raccolta e nello smaltimento, e la possibilità di appaltarli ad aziende private. Piano che viene in seguito contestato da alcune organizzazione ambientaliste come Lebanon Eco Movement, ma che a detta degli osservatori non avrebbe mai visto la luce senza il movimento di protesta.
Il movimento non riesce però a capitalizzare il successo ottenuto, fallendo nell’obiettivo di ottenere la legittimazione di tutte le porzioni della società. Ciò anche a causa delle violenze e degli atti di vandalismo durante le proteste, sopratutto ai danni di attività commerciali detenute da Solidere, la compagnia (creata dall’ex primo ministro Rafiq Hariri, ndr) che si è occupata della ricostruzione del centro di Beirut dopo la guerra.
Secondo un attivista libanese anonimo interpellato da Agi, alcuni errori sono stati commessi da “You stink”, il più grave dei quali è stato quello del confronto con le forze di sicurezza, che ha alienato il sostegno di parte della cittadinanza e ha fatto perdere di vista gli obiettivi per cui il movimento si era formato. Nel frattempo, la situazione dei rifiuti non cambia in modo rilevante. Vengono aperte delle centrali per il trattamento dei rifiuti, che però non sono in grado di assorbire la loro enorme quantità.
Così, si arriva a marzo 2016, quando il governo – dopo aver abbandonato la costosa idea degli inceneritori – decide di riaprire due discariche: quella di Bourj Hammoud, quartiere armeno nel nord della città, e quella di Costa brava. Dopo poche settimane, però, il consiglio municipale di Bourj Hammoud inizia a negare l’accesso ai camion per la raccolta dei rifiuti, in protesta contro il mancato mantenimento da parte del governo della promessa di aprire una centrale di smaltimento.
Anche a Bourj Hammoud si possono facilmente vedere strade completamente colme di rifiuti, che somigliano a dei fiumi di plastica. Così, la maggior parte di essi finisce in misura sempre maggiore nella discarica di Costa brava, vicinissima ad una spiaggia pubblica (nella quale le tartarughe vengono a deporre le uova, motivo per cui gli ambientalisti sono stati i primi oppositori del progetto), ad un’area già povera abitata da comunità sciite e all’aeroporto di Beirut.
Costa Brava, se verrà confermata la decisione del giudice Hamdan, verrà chiusa, per non inquinare ulteriormente il mare e per non pregiudicare il traffico aereo all’aeroporto internazionale Rafiq Hariri. Ma che ne sarà dei fiumi di rifiuti di Beirut?
di Lorenzo Forlani (AGI) lby

La morte di Rafsanjani

La morte di Rafsanjani non è sicuramente una buona notizia per il fronte pragmatico, e di riflesso per quel poco che ne rimane, per quello riformista in Iran.

Hashemi – chiamato “lo squalo” per via dell’assenza di barba e perché in farsi la parola “kuseh” significa sia squalo che glabro – rimane una figura centrale di questi 40 anni di repubblica islamica; centrale in modi diversi, in fasi diverse e con ruoli diversi. Basti pensare a quanto fu importante per l’elezione di Khamene’i a Rahbar (“ayatollah in una notte”…), quanto abbia insistito da presidente sulla ricostruzione economica, fatto da battistrada a Khatami e al riformismo, a quanto infine fu decisivo prima in un qualche grado di mediazione con i riformisti nel post 2009 e poi per quel che riguarda l’appoggio alla presidenza rouhani (e alla sua elezione in primis).

Figura fondamentale che pur anziana se ne va relativamente all’improvviso. Non lasciando in un certo senso alcun erede vero e proprio, portandosi dietro la sua unicità, il suo trasformismo calcolato, la sua concretezza, il suo generale buon senso (sopratutto negli ultimi anni), che lo portavano a risultare conservatore pragmatico in mezzo ai conservatori tradizionalisti, tradizionalista in mezzo ai pragmatici, conservatore in mezzo ai riformisti, riformista tra i principalisti, uomo di clero in mezzo agli uomini d’affari e uomo d’affari in mezzo agli uomini del clero.

È morto un padrino della Rivoluzione, un uomo potentissimo e facoltoso – con il sto impero di pistacchi e diverse altre aziende, tra cui la compagnia aerea Mahan – ma allo stesso tempo esempio vivente della ineluttabilità del Nezam, del Sistema (ha un figlio in carcere per corruzione e una figlia – riformista – passata anche lei per le carceri nel post 2009).

Le persone che piangeranno la sua dipartita – ognuna per motivi diversi e avendone una differente considerazione in virtù di diversi valori di riferimento – saranno certamente più di quelle che se ne compiaceranno. Khoda Hafez Hashemi, e in qualche misura khailie mamnoun