Aneddoti (orientalisti) iraniani

Durante la crisi degli ostaggi all’ambasciata americana di Teheran tra il 1979 e 1981, la narrazione dei media americani da’ prova di sublime orientalismo: si descrivono (New York Times, The Nation, Newsweek) gli studenti iraniani come delle bestie, dei selvaggi, guidate unicamente dall’irrazionale fanatismo, senza accennare minimamente alle ragioni che potevano averli spinti a sequestrare i diplomatici americani. Il Newsweek arriva a mentire sul trattamento degli stessi, cui non era mai stato torto un capello, parlando di torture, in seguito smentite dagli stessi ostaggi – prima tra tutte Elizabeth Swift – dopo la liberazione.

Quelle che muovevano gli studenti iraniani erano ragioni storiche e pratiche: era all’interno dell’ambasciata americana che era stato organizzato il colpo di Stato ai danni del primo ministro iraniano Mohammed Mossadeq nel 1953; ed era sempre all’interno dell’ambasciata – come poi proveranno alcuni documenti ritrovati dagli studenti – che gli Stati Uniti avevano coordinato le più importanti repressioni delle manifestazioni iraniane anti-monarchiche nel corso degli ultimi 20 anni. Gli iraniani, che volevano ardentemente autodeterminarsi, si erano scottati più volte, sapevano benissimo che l’ambasciata era un centro di spionaggio (ben prima del Datagate..) e che da lì potevano partire le iniziative di sabotaggio dei moti rivoluzionari.

Così gli studenti, temendo un colpo di mano della CIA – che peraltro fu una ipotesi considerata concretamente, come racconta nelle sue memorie il Gen. Huyser – che rovesciasse la rivoluzione, entrarono nell’ambasciata. Una iniziativa a cui peraltro era inizialmente contrario Khomeini – che la riteneva sciocca e rischiosa – che fu però ammansito dall’ayatollah Khoheiniha, in contatto con gli studenti. Secondo Khohehinia, alla notizia dell’irruzione all’ambasciata, Khomeini commentò a caldo “è una sciocchezza, gli studenti meriterebbero due calci in culo!”.

Emblema della distanza che separava l’autopercezione di eterna innocenza americana e la percezione dei sequestratori è il racconto di Christian Bourget, avvocato francese che fu utilizzato dagli Stati Uniti come intermediario durante la crisi:

“Ad un certo punto il presidente Carter parlò degli ostaggi, invitandomi a comprendere che “sai, sono americani. Sono innocenti”. Io gli risposi “si, presidente, io capisco che lei dica che sono innocenti. Ma penso altresì sia necessario capire che per gli iraniani non lo sono affatto. Anche se personalmente nessuno di loro ha commesso alcun atto, non sono innocenti perché sono diplomatici che rappresentano un paese che è stato protagonista di una serie di azioni in Iran. Lei deve capire che la presa degli ostaggi non è un atto contro i diplomatici stessi. E lo può vedere da sé, a nessuno di loro è stato fatto del male. Lei deve capire che questo atto per gli iraniani è un simbolo, che è sul piano simbolico che dobbiamo riflettere su questa questione”.

Fu chiaro come per l’amministrazione americana questo piano simbolico non fu mai considerato: gli americani erano innocenti per definizione, e, come disse in seguito lo stesso Carter, le rivendicazioni iraniane rispetto a quanto fatto dagli Stati uniti negli anni passati erano “ancient history”. Roba vecchia.

D’altronde, l’orientalismo emerge prepotentemente anche nel racconto del diplomatico (l’ultimo capo di una missione diplomatica americana in Iran) Bruce Laingen a West Point, che non si pose minimamente il dubbio che gli iraniani potessero essere stati mossi da motivazioni razionali, da timori concreti di un golpe.

Quello che hanno fatto gli studenti, secondo Laingen, è frutto della “psiche persiana”, della “inclinazione persiana a rigettare il concetto di negoziato razionale”. “Noi”, racconta Lainger, “possiamo essere razionali. I persiani no. Perché? Perché sono irrimediabilmente egoisti; la realtà per loro è malevola; la ‘mentalità da bazaar’ gli impone di ottenere vantaggi immediati anziché di lungo termine; il Dio onnipotente islamico gli rende impossibile la comprensione della causalità, e per loro parole e realtà non sono correlate”.

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