L’attentato di Berlino e l’orientalismo al contrario di Sadiq Jalal al Azm

Non è ancora chiara la nazionalità dell’attentatore/omicida di Berlino (forse origine pakistana) ma credo che se fosse confermato, come dice la stampa tedesca, il fatto che avrebbe gridato qualcosa su Aleppo, in qualche modo adducendo “motivazioni” di vendetta sull’Occidente, potremmo essere di fronte ad un caso archetipico di azione terroristica sublimante il concetto di “orientalism in reverse” (Sadiq Jalal al Azm).

Si, perché il discorso orientalista analizzato da Said – cioè un discorso stereotipato, essenzialista, e di riflesso islamofobo sull’Oriente, visto come un monolite unico, con caratteristiche essenzialmente immutabili e generali – non ha prodotto danni solo in Occidente per quel che riguarda appunto la rappresentazione del mondo islamico: ha bensì alimentato un discorso speculare all’interno dei paesi a maggioranza musulmana, biforcatosi nella retorica degli intellettuali comprador (cit. Hamid Dabashi), che sostengono e interiorizzano i discorsi orientalisti per farsi accettare in Occidente (Rushdie, Hirsi Ali, Adonis) da una parte, e in quella diffusa tra i c.d fondamentalisti islamici dall’altra, i quali, specularmente a quanto si è fatto e si fa in Occidente rispetto all’Oriente, costruiscono discorsi “occidentalisti” rispetto all’Occidente – o meglio, orientalisti alla rovescia -, concependo quest’ultimo come monolitico, uniforme (corrotto, moralmente ed eticamente degenerato, materialista, aggressivo, minaccioso, inaffidabile). In modo esattamente speculare a quanto si tende ancora a fare in Occidente quando si parla di “Islam”, “mondo islamico”, come fosse una entità unica con caratteristiche fisse, come se fosse una persona, e non un miscuglio di centinaia di culture che si intrecciano o meno (anche) con la religione.

Ecco, tutta sta pippa per dire che se le voci di Berlino fossero confermate, sull’attentatore si dovrebbe riflettere anzitutto alla luce della seconda categoria di discorso “orientalist in reverse”, che colpisce dei tedeschi (in una Germania che non si può certo dire che abbia avuto politiche imperialiste come quelle di altri paesi occidentali) facendoli ricadere nella categoria ignominiosa (al suo sguardo essenzialista) di “occidentali”, che ai suoi occhi sono tutti uguali. Ciò dovrebbe farci anche riflettere – non “noi occidente”, ma tutto il Globo – su quanto sia dannoso essenzializzare la realtà e le categorie o le culture umane, sacrificare la complessità sull’altare della narrazione di facile fruizione

Italy to focus on safety and energy with Lebanon

(Interviewing Massimo Marotti, italian amabassador in Lebanon – published on Agi International http://www.agi.it/international/2016/12/20/news/italy_to_focus_on_safety_and_energy_with_lebanon-1325748/)

 

Beirut – Safety, energy, infrastructure and culture are the main points of the new collaboration between Italy and Lebanon. The scope is extensive, with Said Hariri’s new Lebanese government looking to relaunch an old-time partnership. Italy is Beirut’s second main trading partner, despite a drop in investments reported in the past year due to political instability. AGI spoke with the Italian Ambassador to Lebanon, Massimo Mariotti, a few days after the birth of the new government. “Supporting security is one of the major priorities in relations between Italy and Lebanon,” said the ambassador. “In the past 10 years, Italy has been providing a contribution with a military contingent within the Unifil mission, assisting the Lebanese armed forces with a major training programme. The programme is currently in its second year, and a specific mountain troops training session will get underway in January. The training mission is a cutting edge programme and aims to enhance the Lebanese army’s military capabilities and commitment to defending the territory.” Other bilateral activities include economic assistance and cooperation, “which aim to buffer the effect of refugees present in the country, while enhancing available resources and supporting the creation of new jobs.” At a cultural level, “we are diversifying our offer. Besides Italian language programmes, which are recording an increasing number of participants, we will launch the European Film Festival (Italy will hold the presidency on behalf of Malta, ed note) in 2017. We will also enhance the sector of book and periodical publishing within the large fairs held in Lebanon by introducing Italian authors. We are committed to maintaining a good cultural presence in Lebanon, which meets the Lebanese demand and shows the population’s inclination for our country and culture,” added the ambassador. Better economic relations and more jobs are the objectives of intensified economic relations between Lebanon and Italy, ultimately boosting employment in both countries. Ambassador Mariotti explained that the new government has planned the creation of a Ministry of Planning, among other things. “Prime Minister Hariri already mentioned some time ago that he had in mind a five-year plan to develop infrastructure in Lebanon, starting with the supply and distribution of electricity. It is, therefore, necessary to wait for the approval of the state budget. Nevertheless, there is room for Italian entrepreneurs, especially in development projects which will be decided upon by the government. Also, development partnerships with Lebanese companies are foreseen as well. This is an aspect the Embassy has been focusing on carefully.”

Amatelo per quello che è – Sardar Azmoun

(pubblicato su Ultimo Uomo http://www.ultimouomo.com/amatelo-per-quello-che-e/)

 

Uno dei più rodati e fuorvianti automatismi diffusi tra chi non ha dimestichezza con la porzione di mondo conosciuta come Medioriente, è quello di confondere l’Iran con l’Iraq, e di pensare quindi che il primo sia un paese arabo come il secondo. Basta in realtà una conoscenza superficiale per dire che no, l’Iran non è un paese arabo bensì persiano.

 

Tuttavia, anche quest’affermazione rischia di sacrificare una parte di realtà: dei settantacinque milioni di abitanti in Iran, solo il 55% è di etnia persiana. L’Iran è un paese estremamente eterogeneo dal punto di vista etnico: oltre ai persiani ci sono gli azeri – è azera anche la Guida Suprema, l’ayatollah Khamene’i –, i curdi (come il sindaco di Teheran, Qalibaf), i luri, i baluchi sopratutto a sud est, gli arabi sopratutto a sud ovest, e i turkmeni, sopratutto nelle regioni a est del Mar caspio. Ethnologue, una pubblicazione redatta dall’organizzazione non governativa cristiana evangelica SIL, valuta in 8 milioni il numero dei turkmeni nel mondo, disseminati tra Turkmenistan, Russia, Uzbekistan, Afghanistan e Iran, dove se ne contano circa un milione e mezzo.

 

Sardar Azmoun, la stella nascente del calcio iraniano, è turkmeno, ed in è in lingua turkmena che comunica col suo allenatore al Rostov, Kurban Berdyev, nativo di Ashgabat, capitale del Turkmenistan. La cosa ha sicuramente aiutato Azmoun ad imporsi come uno dei migliori attaccanti del campionato russo e a puntare, come dice il suo agente Mehdi Hagitali, a diventarne il più forte in assoluto. Sardar, ovviamente, ci ha messo molto del suo, mantenendo l’umiltà tipica degli stessi turkmeni, molto diversi – tranne che il profondo senso di ospitalità, valore fondante della cultura turkmena, condiviso dal resto degli iraniani – dai rumorosi azeri o dagli orgogliosi persiani.

 

Strani paragoni

Nell’epoca di YouTube i paragoni evocativi e forzati tra giocatori emergenti e stelle affermate sono ormai prassi consolidata. In gran parte degli articoli e dei video su Azmoun, sia in Iran che in Europa, il ventunenne del Rostov è inopinatamente soprannominato “il Messi iraniano”. Non si capisce il perché: Azmoun è destro di piede, ha un fisico longilineo, filiforme ed elastico, è alto circa venti centimetri in più rispetto a Lionel e sembra essere quanto di più lontano si possa trovare dal punto di vista tecnico, tattico e atletico rispetto al giocatore argentino su un campo di calcio. Il tatuaggio che Azmoun ha sull’avambraccio sinistro sembra alludere ad una certa insofferenza rispetto a questo assurdo accostamento: “Amatemi per quello che sono”, si legge scritto in inglese.

 

Sardar Azmoun nasce il 1 gennaio 1995 a Gonbad-e Kavus, una quieta cittadina iraniana di circa centocinquantamila abitanti nella regione del Golestan, a pochi chilometri sia dal Mar Caspio che dal confine col Turkmenistan. Gonbad è famosa per il fatto di ospitare una bizzarra torre, fatta costruire attorno all’anno mille dal sovrano della dinastia Ziyaride, Abol-Hasan Qābūs ibn Wušmagīr. La torre, patrimonio dell’Unesco, è alta circa settanta metri, ha una forma decagonale e un tetto conico, come il cappello di un mago. Come racconta in Road to Oxiana l’esploratore britannico Robert Byron, la visione di una fotografia raffigurante la torre fu il principale motivo a spingerlo a visitare la Persia. Dopo averla vista dal vivo, Byron scrisse addirittura che la torre di Gonbad se la giocava in quanto a bellezza con i più grandi edifici al mondo. Se non ci fosse la torre, Gonbad-e Kavus sarebbe una cittadina abbastanza anonima, come tante di quelle che si incontrano nella mite regione del Golestan. E anche Azmoun, l’altro motivo di vanto di Gonbad-e Kavus, assieme al poeta turkmeno del diciannovesimo secolo, Magtymguly Pyragy, potrebbe sembrare a prima vista un giocatore anonimo, che non ruba l’occhio. Sul sito WhoScored ad esempio si legge “non ha punti di forza significativi”. Se non fosse per alcune sue caratteristiche peculiari, che non risaltano immediatamente e che sono forse eredità del suo codice genetico.

 

Il padre di Azmoun, Khalil, è stato un giocatore della nazionale iraniana di pallavolo. Quello del pallavolista sembrava essere anche il destino di Azmoun, che a 11 anni rifiutò la convocazione nella nazionale di calcio U-12, smise di giocare e si dedicò al volley. Ma fu proprio il padre Khalil, guidato da un certo pragmatismo, a spingerlo un paio di anni dopo a tornare sui suoi passi, anche perché, giocando nel ruolo di opposto, Sardar (che è alto 1,85) era forse, in prospettiva, un po’ basso rispetto alla media. Tornato al calcio, nelle giovanili dell’Etka Gorgan, Azmoun fece tutta la trafila delle giovanili a partire dall’Under 17.

 

Azmoun è un giocatore complesso, che può destare impressioni diverse a seconda della partita in cui lo si vede all’opera. Nonostante l’altezza, la capacità di giocare di sponda, un senso del gol e un tempismo (qui e qui due gol quasi identici, con l’esterno in spaccata e in anticipo, uno di destro e uno di sinistro) affatto banali. L’iraniano gioca spesso muovendosi da seconda punta, allargandosi sulla fascia sinistra, partendo da lontano, anche perché il suo Rostov difende tendenzialmente con un blocco basso. Questa tendenza, chissà quanto frutto di una inconscia istigazione a dimostrarsi davvero simile a Messi, ha evidenziato alcuni suoi limiti tecnici nel controllo e nella protezione di palla in corsa, oltre a non valorizzarlo al massimo nel gioco in campo aperto, dove in allungo è tutt’altro che un giocatore lento.

 

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Azmoun a volte sembra volersi intestardire, da vero iraniano, provando giocate che non sembrano appartenergli: perden palloni banali a causa di dribbling forzati, minimizza la propria presenza in area e tira ancora poco (1,5 a partita medi). Nonostante un fisico che deve irrobustirsi (perde ancora troppi contrasti), Azmoun sembra potenzialmente una prima punta moderna: lo si nota anche dal genere di gol che realizza, quasi tutti dentro l’area, spesso rubando il tempo ai difensori, o salendo in cielo come la torre di Gonbad-e Kavus.

 

Con un po’ di attenzione, è facile capire a cosa si allude quando si parla di eredità genetica in Sardar Azmoun: la caratteristica che lo rende riconoscibile, e ben sopra la media, è infatti l’impressionante elevazione, che gli permette di rimanere sospeso in aria, a sessanta centimetri dal suolo, per un paio di secondi, stimolando il sospetto che difensori più alti di lui abbiano delle ancore ai piedi. Se gli utenti di Youtube avessero voluto esagerare con le iperboli, anziché “the iranian Messi”, avrebbero potuto indulgere con un soprannome tipo Air Azmoun. Sono preziose le sue spizzate – quasi mai frutto di duelli aerei ma proprio di una manifesta capacità di salire più in alto di chiunque – e sono notevoli alcuni suoi gol di testa.

 

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Air Azmoun in terzo tempo.

 

In questi due anni al Rostov, sotto la guida del suo mentore Berdyev, che descrive come un secondo padre, Azmoun è sembrato voler andare oltre i propri limiti: misurare le dimensioni del proprio talento e capire in prima persona ciò che ancora non appare del tutto chiaro, ovvero che tipo di giocatore sia.

 

Sarà che la parola Azmoun, in farsi, significa “collaudo”. Nonostante questa intermittente propensione a sopravvalutarsi, Azmoun è un giocatore tatticamente maturo, intelligente, capace di abbinare il fiuto di attaccanti che giocano con l’ossessione del gol ad una certa propensione associativa, oltre a un incessante movimento senza palla.

 

Una caratteristica che lo rende da questo punto di vista già un giocatore maturo è la predisposizione al pressing, senz’altro migliorata da quando è a Rostov. Contro l’Atletico Madrid, quest’anno in Champions, lo si è visto più volte andare a sporcare le traiettorie dei difensori in fase di impostazione, correndo come un ossesso e togliendosi peraltro la soddisfazione di segnare il gol del momentaneo pareggio al Calderon. Soddisfazione che si è tolto anche contro il Bayern Monaco, quando ha messo a sedere nientemeno che Jerome Boateng, segnando anche in quella occasione il gol del momentaneo pareggio, davanti ai circa 20000 spettatori in visibilio dello stadio Olimp-2. Sia con l’Atletico che col Bayern Monaco – la prima persa 2-1 al Calderon, la seconda vinta in casa 3-2 – Azmoun è stato protagonista di prestazioni complete, intelligenti.

 

A 21 anni Sardar Azmoun ha già segnato 16 gol in 22 partite con la nazionale (anche una tripletta contro la Macedonia), di cui è già leader tecnico, e in questo articolo di Espn già ci si chiede, forse un po’ prematuramente, se non possa ambire a superare il record di gol di Ali Daei (attualmente il giocatore che ha segnato più gol con la propria Nazionale nella storia del calcio), che si è fermato a 109 in 149 partite. Ali Daei esordì a 23 anni suonati in Nazionale, Azmoun è invece a 16 gol prima ancora di averne compiuti 22.

 

A differenza dei due principali totem del calcio iraniano, Ali Daei e Ali Karimi, Sardar Azmoun non ha mai esordito nella massima serie iraniana, perché dopo un torneo giovanile è stato acquistato dal Rubin Kazan a 18 anni, con cui ha totalizzato 27 presenze e 5 gol (col numero 69 sulle spalle, indossato in “onore” del numero di targa identificativo delle macchine immatricolate nella regione in cui è nato, il Golestan), prima di trasferirsi sulle rive del fiume Don.

 

 

Sopratutto dopo le prestazioni nel girone di Champion’s, sirene inglesi (le due squadre di Liverpool) sembrano aver già iniziato a suonare, anche se non sembra che Azmoun possa lasciare il Rostov a gennaio. A vederlo giocare, però, il suo campionato ideale potrebbe essere proprio quello italiano più che la Premier League, in cui rischia di non avere ancora né la tecnica in velocità sufficiente per giocare da seconda punta – ancor meno nelle squadre di Klopp – né la fisicità necessaria a reggere l’urto dei difensori giocando da terminale offensivo, per quanto mobile. Con 7-8 milioni, che potrebbero diventare una decina a fine anno, si può prendere. Amatelo per quello che è, o al massimo per quello che potrebbe diventare.

 

Libano: annunciata squadra di governo Hariri

(AGI) – Beirut, 18 dic. – E’ arrivato in serata l’atteso annuncio della formazione della nuova squadra di governo, guidata dal premier designato Saad Hariri, leader del movimento ‘Futuro’ e figlio dell’ex primo ministro Rafiq, assassinato nel 2005.

L’assegnazione dei ministeri vede ventidue nuovi ministri (tra cui una donna, Enaya Izz al Deen, del movimento sciita Amal, a cui è andato il ministero dello Sviluppo manageriale) su trenta. Sei sono i ministeri di nuova creazione: il ministero per i Rifugiati, il ministero di Stato per la lotta al Terrorismo, il ministero degli Affari presidenziali, il ministero per gli Affari femminili (all’armeno Jean Aghassapian) e quello i Diritti umani.

I quattro ministeri chiave – quello delle Finanze, degli Esteri, della Difesa e degli Interni – sono stati assegnati nell’ordine a Ali Hassan Khalil (del movimento Amal, confermato nella carica), Gebran Bassil (genero di Aoun, leader del movimento Fpm, il principale partito cristiano maronita fondato da quest’ultimo; anch’egli confermato), Yaacoub Sarraf (deputato greco ortodosso, vicino all’ex presidente Emile Lahoud) e Nouhad Machouk, ex giornalista, del movimento Futuro (anche lui confermato). Ad Hezbollah sono stati assegnati due ministeri: quello dell’Industria ad Hussein Hajj Hassan e quello per le politiche giovanili a Mohammad Fneish.

Hariri è uscito alle 21.30 circa dal palazzo presidenziale di Baabda, dove si era recato nel pomeriggio per annunciare al presidente della Repubblica Michel Aoun i trenta ministeri decisi in questi giorni travagliati, in cui le varie fazioni politiche del Paese si sono scontrate dialetticamente in merito alla loro distribuzione.

“La prima missione di questo nuovo governo è quella di raggiungere con il Parlamento una nuova legge elettorale che rispetti il diritto di rappresentanza e la rappresentanza proporzionale”, ha detto Hariri. Le elezioni parlamentari sono previste per maggio 2017.

Anche Nabih Berri, speaker del Parlamento e leader del movimento sciita Amal, ha partecipato al meeting, al termine del quale Aoun ha controfirmato la nomina di Hariri a primo ministro, oltre ovviamente alle dimissioni del suo predecessore, Tamam Salam. Tutti i principali partiti politici sono stati rappresentati presso i ministeri, ad eccezione del Partito Falangista di Sami Gemayel, che ha rifiutato nei giorni scorsi il ministero che gli era stato offerto. (AGI) lby

La triste chiusura del quotidiano libanese AsSafir: un piccolo approfondimento

Un paio di giorni fa è venuto a cena a casa nostra Khalil Harb, caporedattore degli Esteri di AsSafir, lo storico quotidiano panarabo libanese che ha annunciato relativamente a sorpresa la definitiva chiusura dei battenti con il nuovo anno.

L’annuncio è stato uno shock in Libano, per i migliaia di lettori e per le persone (tra i quali il mio coinquilino, assunto non molto tempo fa) che lavoravano per il giornale fondato nel 1974 da Talal Salman. Una prima avvisaglia era arrivata lo scorso marzo ma sembrava che nel medio termine il giornale potesse mantenere perlomeno il sito web. E invece no: lo stesso Salman, 80 anni, giornalista totale, self made man, ottanta anni suonati ma primo ad arrivare in redazione alle otto del mattino e ultimo ad andarsene verso l’una di notte, ha dovuto ammettere la scorsa settimana che i margini sono finiti. Khalas. Non ci sono più i soldi, né per il giornale né per il sito, né per i collaboratori al Cairo, Gaza, Ramallah o a Bruxelles (uno, molto bravo, per tutta l’Europa).

AsSafir chiude, Salman è stanco di elemosinare investitori, di far fronte senza alcun mezzo anche alla contestuale diminuzione dei lettori sopratutto dall’inizio della guerra in Siria (dove AsSafir vendeva circa 2000-3000 copie al giorno). E il figlio non ha probabilmente il suo spessore, la sua resilienza e i suoi contatti.

Gli inserzionisti pubblicitari – AsSafir si reggeva sulla pubblicità – negli ultimi anni avevano iniziato a negoziare al ribasso i propri contributi al giornale, con un “sadismo” imprenditoriale sempre maggiore, spostando gradualmente i loro investimenti nei giornali del Golfo, più al riparo dagli spill over siriani e dall’instabilità regionale. Un paradosso, una sorta di tradimento col nemico, se si pensa che le posizioni di AsSafir erano abbastanza vicine a quelle di Hezbollah, della Muqawama (resistenza) in generale e del panarabismo, senza nascondere una certa ostilità per le petromonarchie e le loro politiche regionali. Qualche anno fa il giornale di Salman aveva provato a dare vita a una collaborazione con il Khaleej Times, diretto da Suhail Ghaladari, ma era durata poco. Khalil Harb – 52 anni, laureato alla American University di Beirut, padre di famiglia – me lo spiega con la faccia da funerale, l’aria di chi ha appena perso un parente, gli occhi quasi lucidi che indeboliscono lo sguardo sempre fiero, inquisitorio – quello di chi ha sempre voglia di capire le cose. Non ha ancora la più pallida idea di cosa farà: la notizia ormai è di un mese ma per lui, che lavorava dal 1993 per AsSafir, è come se fosse di poche ore fa. È un colpo difficile da incassare, anche perché la decisione è stata presa senza possibilità di appello, senza provare ad esplorare soluzioni d’emergenza – dopotutto AsSafir è un brand riconoscibile. Niente da fare: evidentemente, queste soluzioni non c’erano, altrimenti Salman le avrebbe trovate, a costo di caricarsi fisicamente la redazione sulle sue spalle larghe, appesantite dalla vecchiaia.

Annunciando la chiusura, davanti ai suoi giornalisti ancora scossi, Talal Salman ha spiegato che non voleva ridursi come altri giornali libanesi – quasi tutti in crisi nera – ma “fermarsi un attimo prima”. Non voleva fare la fine ad esempio di AnNahar, il quotidiano con sede a Sahat alShuhada, che da quasi un anno non ha più modo di pagare i suoi dipendenti, e sta contando le sue ore. “Non possiamo lavorare gratis, dobbiamo garantire un servizio mantenendo una dignità”, è la frase risuonata negli uffici di AsSafir ad Hamra, nel centro di Beirut.

AsSafir era (è, finché non chiude) un punto di riferimento non solo in Libano ma nella regione, composto da professionisti veri, da lavoratori instancabili, educati alla professione da un mostro sacro come Salman. Solo negli ultimi mesi “l’ambasciatore” (questa la traduzione araba di “AsSafir”) era arrivato prima di tutti su alcune notizie chiave per la regione, come l’incontro inatteso tra Putin e Erdogan (in un momento molto inaspettato) o la notizia dell’invio di truppe in Siria da parte dell’Egitto.

AsSafir c’era da prima di tutti: c’era durante la guerra civile 1975-1990, c’era durante l’invasione israeliana del Libano e la conseguente nascita di Hezbollah, c’era durante il Massacro di Sabra e Chatila, c’era durante l’attacco delle truppe siriane a Baabda, c’era quando Aoun andò in esilio in Francia, c’era al processo ai danni di Samir Geagea, c’era nei giorni dell’assassinio di Rafiq Hariri, c’era quando le truppe siriane si sono ritirate dal Paese, c’era durante la guerra tra Israele e Libano nel 2006: c’era sempre, c’è sempre stato, e sempre in prima linea. Da gennaio, definitivamente, non ci sarà più, e l’intero giornalismo mondiale – forse senza rendersene conto – avrà perso qualcosa.

Mentre la Siria scompare, le opposte tifoserie si attivano

Che dire sulla Siria che scompare mentre in questo assurdo paese si attivano i soliti tifosi non paganti? [senza che arriviate a fine post: ultras giubilanti, statemi lontanissimo, anche virtualmente]

Vorrei raccontarvi una storia, anzi pezzi di storie, dopo aver premesso che Provo un disprezzo enorme per la profusione di cori da stadio che sto leggendo sulla mia bacheca in merito a quel che succede ad Aleppo.

Dovrei forse dire, come ho sempre fatto, “da una parte e dall’altra”, perché non amo le narrazioni polarizzanti, in un senso o in un altro, mi sono sempre tenuto lontano dai gruppi di supporto partigiani, da chi diffonde notizie a senso unico, a volte ricevendo accuse da una parte e dall’altra; ma stavolta registro una evidente asimmetria.

Sento termini tipo “abbiamo vinto”, “liberare” (anziché “riprendere il controllo”, eppure non è mica dispregiativo, miei cari capi ultras), giubilo vario per città distrutte, condivisioni di video di piazzette in festa che assecondano una narrazione (in una guerra civile ce ne sono sempre tante, opposte, ancor più nell’era dei social media) e che invece si spacciano per fotografie di una realtà esaustiva, del “popolo siriano”. Perché il “popolo”, da che mondo è mondo, al calduccio di una tastiera, è sempre quello che preferiamo noi. Omogeneo, composto da pupazzetti dei Lego, asserragliato su una posizione chiara, limpida, netta, unitaria.

Mi capita e mi è capitato di conoscere siriani molto divisi su quanto sta accadendo al loro paese, e lo trovo normale. Con tre di loro ci vivo, con altri sto spesso insieme: paradossalmente qui a Beirut conosco più siriani che libanesi. Registro divisioni crescenti, divisioni che si consumano anche all’interno dello stesso nucleo familiare, che si muovono su linee sovrapponibili, emotive, e che portano a discussioni vivaci, aspre, a volte molto pesanti, violente, altre volte ammantate di sarcasmo. Ho una coinquilina che sta oggi dalla parte di Assad, che guarda i video dell’esercito e piange, imbarazzandosi e
imbarazzandomi un po’, con il suo ragazzo, sempre mio coinquilino, che è stato (quando ancora Nn erano insieme) prigioniero dell’isis a Raqqa ma che paradossalmente ha una posizione più cauta, disincantata e meno netta rispetto al regime. Sua sorella, la sorella di Lei, insieme al suo ragazzo, e’ invece da sempre dalla parte della rivoluzione, ha sempre odiato Assad e i suoi apparati, e ha tanti amici imprigionati e torturati senza motivo: spesso i toni della discussione tra loro si alzano molto. Altre volte sono ironici, lei chiama loro “terroristi” e loro chiamano lei “shabbiha”, abituate entrambe ad una “normalità” tremenda, che le porta ad avere talvolta un atteggiamento disincantato.

Tutto normale. Lo capisco: ognuno ha la sua storia, ognuno vede cose che l’altro non vede, c’è chi ha amici nell’esercito che gli raccontano X, chi ha amici tra i ribelli che gli raccontano Y. Essendo sorelle, hanno entrambe un cugino di secondo grado che ha militato in un gruppo qaedista, e che sorprese tutti quando decise di farlo (e che è stato ucciso in guerra). Ma è comunque un loro cugino. Anche questa è la vita reale, l’imprevisto, la storia che ti tocca in prima persona e che mette in crisi le tue certezze.

Una guerra non è uno scontro tra ultras, esistono sfumature, ragioni legittime, narrazioni, buchi neri, dubbi, punti eternamente irrisolti. Non ho un giudizio netto su quel che sta succedendo, non ce l’ho da anni ormai. E non ce l’hanno nemmeno loro, che da siriane/i non hanno sempre un quadro completo della situazione, a volte Nn sono aggiornate, altre volte credono ad alcune versioni e non ad altre, altre si lasciano trasportare dalle emozioni, altre ancora si alzano la mattina col culo girato (e io devo andare a fargli la spesa, a comprargli qualche pacchetto di patatine, di cioccolatini, sennò rischio di subirne gli effetti collaterali), e sono sempre più stanche di tutto questo, della guerra vera e di quelle di propaganda; altre volte ancora cambiano parzialmente idea mentre discutono, ed è anche difficile stargli appresso: spesso una ha ragione nello specifico ma ignora la premessa sottostante, o viceversa. Spesso una cita un fatto vero, ma ignora le radici storiche di quel fatto. E viceversa. Tutto normale, tutto comprensibile. Non è facile, non è facile capire, difendere le proprie ragioni sempre in modo coerente, non tenere conto del dolore dell’altro, farsi domande e darsi risposte senza fare i conti con quel che accade ogni ora, con le storie singole delle persone, con ragioni che rimangono legittime anche quando sono sepolte da una coltre di detriti materiali e morali. Tutto normale, tutto comprensibile.

Quello che invece non trovo normale affatto, che trovo anzi ripugnante, di una ripugnanza che mi spinge a fare brutti pensieri, ad augurare il male come non pensavo fosse possibile fare, è invece vedere italiani – colleghi, presunti colleghi, outsider, gente che è stata in Siria, gente che non c’è stata, sociopatici, militanti da tastiera, gente che non ha modo di farsi una scopata, contro informatori, presuntuosetti soldati virtuali rincoglioniti dai videogames sparatutto – assumere un atteggiamento più polarizzato di qualunque siriano io abbia mai conosciuto nella mia breve vita. Cantare vittorie nel deserto di macerie ad Aleppo est, semplificare, brutalizzare, stuprare la realtà, ridere di chi muore male, salire sulle inferriate dell’ignoranza e ballare davanti ai falò della banalità, sputare su uomini, donne, bambini, qualunque sia stata la loro appartenenza.

Non c’entra la mia opinione sulla Siria, che rimane appunto sfumata e mi impedisce da giornalista di prendere parte, di parlare di “liberazioni”, di “gioia della popolazione” appoggiandomi a uno dei tanti video che posso trovare su città da oltre un milione di persone, persone che stanno da una parte o dall’altra, anche se quelle che stanno “dall’altra” sono in buona parte morte.

La mia coinquilina sopra citata e’ una nazionalista, non ama assad in se stesso ma ama cio che per lei rappresenta, la Nazione, e si sente empatica verso i ragazzi della sua età che fanno la fame combattendo, volenti o nolenti (se ti beccano in età di leva o di richiamo sei obbligato ad arruolarti, ed è per questo che i due maschi di casa non tornano in Siria da un po), in un sistema che comunque secondo lei non va bene, e necessitava di cambiamenti (scese in piazza nel 2011 e nonostante un’aria che può apparire frivola, ha un coraggio da leonessa, fu una delle prime ragazze ad andare al fronte a Dara’a da sola, completamente sola sotto le bombe, per convincere una agenzia di stampa ad assumerla senza che avesse esperienza da giornalista). La ascolto, a volte non posso che annuire, altre volte vedo che le mancano dei passaggi sopratutto storici, perché non è che se “oh io parlo coi siriani”, quel siriano e’ la Bibbia. Esistono margini di ignoranza in ognuno di noi su tutti gli argomenti, ma quando ci occupiamo di Esteri tendiamo a dimenticarlo.

Poi ascolto la sorella, che è scesa in piazza e ha sempre odiato Asad, il regime, la
Mukhabarat, anche lo stesso esercito: semplificando, la definiremmo forse la classica “pacifista”. Una ragazza di 22 anni che ne ha già 7 all’attivo nel volontariato, prima e durante la guerra, che ha passato gli ultimi anni a soccorrere, assistere i feriti o gli sfollati, che è impegnata nel sociale, forse anzi certamente più della sorella, che da parte sua come detto ha inseguito e raggiunto il sogno di fare la giornalista. Anche lei, queste ragazza di 22 anni con gli occhi da madre, la ascolto, a volte il suo racconto è coerente, altre volte meno, a volte lascia spazio ad ammissioni, ripensamenti, assenza di vie d’uscita bilanciate dall’idealismo e dalla testardaggine, anche irrazionale. C’è confusione, in tutti e tutte, oltre che molto dolore. Un dolore che le divide ma le unisce anche, perché si discute, si, ma non si sta appunto sulle due barricate di gruppi ultras. C’è sempre la Siria, in sottofondo, la Siria che scompare piano piano.

Non mi piacciono le polarizzazioni, non mi piace nemmeno quella che lascia intendere che Assad abbia fatto tutto da solo, che abbia deciso di massacrare la popolazione così perché gli andava, all’improvviso, che abbia distrutto palazzi per gioco, per vezzo, perché forse anche lo stesso Assad oltre che il potere vuole conservare una sua narrazione a cui crede: una narrazione che prima o poi avrebbe fatto i conti con il fatto di non essere mai stato eletto da nessuno liberamente, e quindi di non avere una legittimità popolare (che deriva da elezioni o da una rivoluzione popolare fatta in tuo nome), ma comunque una narrazione, che ha anche portato la Siria, nonostante le sanzioni, l’asse del male e amenità varie, ad avere un welfare e delle garanzie (università gratis, ad esempio) che in Giordania ad esempio invidiano in molti.

Però una differenza c’è, perché se non altro in gran parte dei casi coloro che hanno scelto di mettere l’accento su quanto il regime sta facendo ad Aleppo, desertificando interi quartieri, muove da empatia umana, magari a volte ingenua, un po’ infiocchettata, riduzuonista, ma certo non da partigianeria cieca per una fazione; fazione che peraltro ormai non esiste, che è frazionata, divisa, smembrata, e onestamente monopolizzata da gruppi armati con cui è difficile solidarizzare. Non mi piace, non farei un servizio e non scriverei un pezzo parlando di Assad come se fosse l’unico demonio contro gli angeli della rivoluzione, sarebbe una essenzializzazione. Cercherei di essere più cauto, perché di variabili in gioco, prima e durante la guerra, ne sono entrate parecchie.

Non mi piace, no, ma quello che invece vedo dall’altra parte, in Italia (ripeto, essere siriani è dirimente: hai il diritto di avere una posizione estrema), non si limita a non piacermi: mi fa proprio schifo. Gioire pur vedendo decine di isolati distrutti, stalingrado riprese dai droni, profondere ululati, postare bandierine, canzoncine, sputare sui morti, in un momento in cui chiunque avesse la meglio sarebbe comunque una tragedia epocale, mi fa vomitare. Quando lo fanno dei colleghi, che siano seduti alla scrivania, in redazione, a casa, in baita, che siano embedded con l’esercito siriano, che siano basati in una città della regione in cui le informazioni arrivano più rapide e precise, che siano amici di un siriano o due (di cui scelgono di sposare la narrazione come io, pur vivendoci, non mi sognerei mai di fare), sempre il vomito mi provoca. Statemi lontano quando parlate di Siria: non facciamo lo stesso mestiere, e forse non siamo nemmeno fatti della stessa materia

La subdola retorica dei cristiani perseguitati in Medioriente

Che fastidio la retorica dei Cristiani perseguitati in medioriente, ancor più quando vuole accaparrare voti o lettori: un distillato dialettico dello scontro di civiltà che alcuni “intellettuali” inetti hanno alimentato per anni.

Da’ fastidio non perché i cristiani non siano effettivamente perseguitati (ma lo sono anche i sunniti non wahhabiti e i musulmani sciiti: la prima domanda che un membro dell’isis fa a chiunque incontri, prima di decidere cosa farne, è “sei sciita?”), ci mancherebbe, bensì perché a perpetuare questa retorica di compassione selettiva sono i soliti noti, i soliti ipocriti che parlano di “Dio” e “Allah” come fossero due cose diverse, ignorando peraltro i secolari rapporti di convivenza pacifica Inter confessionale in medioriente: gente che con i cristiani nel mondo arabo – che essendo perlopiù arabi e arabofoni chiamano Dio proprio “Allah”, che ne è la banale traduzione – non condividerebbe nemmeno un caffè, se ci avesse a che fare.

Gente che, inconsciamente o meno, quando sente dire “attacco contro i cristiani” si immagina che “cristiani” sia sinonimo di “occidentali”, di “gente con i nostri valori (?)”, opposta ai musulmani cattivi che hanno invece i loro valori e “il loro Dio”; ignorando cose banali come il fatto che i primi a soccorrere ad esempio i copti in Egitto, a donare loro il sangue, a pregare (per chi crede) per loro, sono gli stessi musulmani egiziani. Sempre, regolarmente. Lo scontro di civiltà è nel vostro cervelletto, che continua a pensare le comunità cristiane come isolate, eternamente scomunicate, sotto “attacco dell’Islam”, e non di un manipolo variopinto (anche di occidentali) di teste di cazzo varie, che all’islam pretendono di richiamarsi, senza aver probabilmente mai letto il Corano nel quale si nomina Gesù più volte: come un Profeta, non come un nemico.

Quando ciarlate di laicità, di incompatibilità varie, di incapacità dell’Islam di separare chiesa (che non esiste) e Stato, di accettare la modernità (sic), di (in)tolleranza, di civiltà diverse, opposte, ricordatevi molto ma molto bene che i valori che voi avete qui – dichiarandovi cristiani ma bestemmiando, rubando, non andando mai in Chiesa, tradendo i vostri coniugi, ingannando il prossimo, dicendo bugie ogni 20 minuti, vivendo generalmente nell’ipocrisia e nella menzogna – sono anni luce più lontani da quelli di un arabo cristiano di quanto non lo siano quelli di quest’ultimo dai valori di un arabo musulmano. Poi traete le vostre conclusioni e accendete i ceri che preferite. Quanta pochezza, gente.

La storiella del presepe e dei musulmani che si offendono

Sta cosa del presepe che urterebbe i musulmani (ma chi??) inizia ad essere surreale. Ma davvero eh. Nel Corano si nomina Gesù una caterva di volte, per tutti i musulmani non sociopatici del globo è un Profeta (ma non il “figlio di Dio”), uno dei messaggeri della “profezia monoteista” iniziata con l’Ebraismo. Basta, vi prego. Sindaci e commentatori inetti.

È semmai la chiesa cattolica che perlomeno fino ai primi del 900 si rifiutava di chiamare i musulmani come tali, preferendo Maomettani, e che ha a lungo ritenuto l’Islam una eresia, una “falsa religione”. Leggete cosa si dice su Muhammad nel ventottesimo canto dell’Inferno di Dante; o come si definisce l’Islam (“eresia maomettana”) nella bibliotheque orientale di Barthelemy d’Herbelot del 1697; o la biografia di Humphrey Prideaux sulla “impostura maomettana”. Fate i presepi che preferite, vedrete che al limite, male che vada, troverete più musulmani che cristiani a visitarli. Dateci un taglio co sta roba

Aneddoti (orientalisti) iraniani

Durante la crisi degli ostaggi all’ambasciata americana di Teheran tra il 1979 e 1981, la narrazione dei media americani da’ prova di sublime orientalismo: si descrivono (New York Times, The Nation, Newsweek) gli studenti iraniani come delle bestie, dei selvaggi, guidate unicamente dall’irrazionale fanatismo, senza accennare minimamente alle ragioni che potevano averli spinti a sequestrare i diplomatici americani. Il Newsweek arriva a mentire sul trattamento degli stessi, cui non era mai stato torto un capello, parlando di torture, in seguito smentite dagli stessi ostaggi – prima tra tutte Elizabeth Swift – dopo la liberazione.

Quelle che muovevano gli studenti iraniani erano ragioni storiche e pratiche: era all’interno dell’ambasciata americana che era stato organizzato il colpo di Stato ai danni del primo ministro iraniano Mohammed Mossadeq nel 1953; ed era sempre all’interno dell’ambasciata – come poi proveranno alcuni documenti ritrovati dagli studenti – che gli Stati Uniti avevano coordinato le più importanti repressioni delle manifestazioni iraniane anti-monarchiche nel corso degli ultimi 20 anni. Gli iraniani, che volevano ardentemente autodeterminarsi, si erano scottati più volte, sapevano benissimo che l’ambasciata era un centro di spionaggio (ben prima del Datagate..) e che da lì potevano partire le iniziative di sabotaggio dei moti rivoluzionari.

Così gli studenti, temendo un colpo di mano della CIA – che peraltro fu una ipotesi considerata concretamente, come racconta nelle sue memorie il Gen. Huyser – che rovesciasse la rivoluzione, entrarono nell’ambasciata. Una iniziativa a cui peraltro era inizialmente contrario Khomeini – che la riteneva sciocca e rischiosa – che fu però ammansito dall’ayatollah Khoheiniha, in contatto con gli studenti. Secondo Khohehinia, alla notizia dell’irruzione all’ambasciata, Khomeini commentò a caldo “è una sciocchezza, gli studenti meriterebbero due calci in culo!”.

Emblema della distanza che separava l’autopercezione di eterna innocenza americana e la percezione dei sequestratori è il racconto di Christian Bourget, avvocato francese che fu utilizzato dagli Stati Uniti come intermediario durante la crisi:

“Ad un certo punto il presidente Carter parlò degli ostaggi, invitandomi a comprendere che “sai, sono americani. Sono innocenti”. Io gli risposi “si, presidente, io capisco che lei dica che sono innocenti. Ma penso altresì sia necessario capire che per gli iraniani non lo sono affatto. Anche se personalmente nessuno di loro ha commesso alcun atto, non sono innocenti perché sono diplomatici che rappresentano un paese che è stato protagonista di una serie di azioni in Iran. Lei deve capire che la presa degli ostaggi non è un atto contro i diplomatici stessi. E lo può vedere da sé, a nessuno di loro è stato fatto del male. Lei deve capire che questo atto per gli iraniani è un simbolo, che è sul piano simbolico che dobbiamo riflettere su questa questione”.

Fu chiaro come per l’amministrazione americana questo piano simbolico non fu mai considerato: gli americani erano innocenti per definizione, e, come disse in seguito lo stesso Carter, le rivendicazioni iraniane rispetto a quanto fatto dagli Stati uniti negli anni passati erano “ancient history”. Roba vecchia.

D’altronde, l’orientalismo emerge prepotentemente anche nel racconto del diplomatico (l’ultimo capo di una missione diplomatica americana in Iran) Bruce Laingen a West Point, che non si pose minimamente il dubbio che gli iraniani potessero essere stati mossi da motivazioni razionali, da timori concreti di un golpe.

Quello che hanno fatto gli studenti, secondo Laingen, è frutto della “psiche persiana”, della “inclinazione persiana a rigettare il concetto di negoziato razionale”. “Noi”, racconta Lainger, “possiamo essere razionali. I persiani no. Perché? Perché sono irrimediabilmente egoisti; la realtà per loro è malevola; la ‘mentalità da bazaar’ gli impone di ottenere vantaggi immediati anziché di lungo termine; il Dio onnipotente islamico gli rende impossibile la comprensione della causalità, e per loro parole e realtà non sono correlate”.