La morte di Fidel Castro e Saviano

Quel che ha detto Saviano è sconcertante per superficialità. È sconcertante non solo perché è scritto da un “intellettuale”: basterebbe il fatto che Saviano è un laureato in filosofia con qualunque voto (e lui penso abbia la lode), per farlo essere..sconcertante, non mi vengono altri termini.

Gli eventi storici e i percorsi politici vanno sempre contestualizzati: non si può prendere Cuba e metterla di fronte alla scala della democrazia accanto a Svezia e Norvegia, agitando le libertà come dei feticci. Ogni percorso politico e’ poi irregolare, complesso, accidentato, quasi mai lineare. Gli USA sono oggi una democrazia sostanziale, che garantisce libertà individuali (anche se poi va in giro a sopprimere i diritti all’auto determinazione altrui, facendo rivoltare Wilson nella tomba): 300 anni fa gli stessi USA perpetuarono un genocidio dei nativi (così come dopo ogni rivoluzione – non un pranzo di gala – come a Cuba O come in Iran o altrove, da che mondo è mondo c’è qualcuno che vince e che perde, qualcuno che per ottenere il potere di uno Stato etico combatte contro suoi stessi connazionali, fautori di altri modelli o altre declinazioni della rivoluzione stessa).

Parlare in quel modo, come ha fatto Saviano, di Cuba non tenendo conto di dove sta Cuba – in una regione infestata ancora da tassi di mortalità infantile (e generale) elevatissimi, analfabetismo, narcotraffico, tassi enormi di violenza sulle donne, sugli uomini, sui minori, mafia, malattie veneree di ogni tipo, prostituzione endemica, ecc – può significare due cose: essere ignoranti come capre o essere intellettualmente disonesti. Non vedo alternative.

Nel mondo si muore di fame in vari paesi, nella povertà assoluta ci sono centinaia di milioni di persone ancora, e alcune di esse abitano in paesi come Haiti, Giamaica, Colombia, Santo domingo, ecc. Nemmeno uno di loro si trova a Cuba, che pure si trova a pochi km da essi e diversamente da essi non ha potuto mai commerciare con il resto del mondo.

Nel mondo, e sopratutto nei paesi poveri (poveri in questo caso nel senso che i governi o i regimi non hanno soldi nelle casse statali), povertà fa rima con miseria e analfabetismo. A Cuba, quasi nessuno è analfabeta. I medici cubani sono una eccellenza, pur avendo risorse limitate, e il popolo ne ha sempre usufruito gratuitamente. Davvero, non ho idea di cosa parli Saviano quando scrive del “fallimento degli ideali” (mentre è legittimo che parli di mancanza di democrazia): fossero falliti, Cuba sarebbe come santo domingo. E non ci sarebbero, come detto, quei tassi, ma dei tassi in linea con il resto della regione in cui Cuba si trova.

E non capisco perché si limiti a parlar del regime di Batista definendolo solo “corrotto”, quando si tratta di una delle dittature più feroci, inette, autoreferenziali e meno indipendenti (un distaccamento della CIA, in sostanza) che l’America Latina abbia mai partorito. Laddove invece Fidel Castro, nato nell’agio, che avrebbe potuto fare una vita da privilegiato – come i pochi privilegiati del tempo di Batista, a fronte di una popolazione in condizioni penose – ha deciso di mettersi in gioco, rischiare la vita finché è vissuto (piu di 600 tentativi di assassinarlo) e fare una rivoluzione contro i Giganti, per un ideale, per i più deboli, per chi doveva lottare ogni giorno per potersi curare anche solo un raffreddore.

[Che poi anche sulla democrazia e sulle repressioni il discorso andrebbe ampliato: viveteci voi, in posti (sud America; medioriente) in cui un colpo di stato a guida USA era la normalità, in cui si trattava solo di capire chi piazzare al posto di chi non si gradiva, e non “se” piazzarcelo (con la forza eh). Poi voglio vedere quanto sarete garantisti, e quanto non vi sfiorerà la paranoia del complotto straniero, che è sempre l’anti camera di purghe e repressioni.]

Sottovalutiamo sempre di più il valore del welfare universale, di banali questioni come il diritto alla salute e all’istruzione pubblica e universale (che dovrebbero essere i primi due obiettivi di ogni paese al mondo), attenti come siamo solo al nostro ombelico, immersi in altre priorità, sentinelle della mancanza di opportunità di “realizzazione economica” (che nella Cuba pre rivoluzionaria faceva rima con “opportunità di essere mafiosi”).

Lo so che può sembrare una celebrazione e non mi interessa suscitare approvazione, davvero: mi basta tenermi le emozioni, le intime consapevolezze ottenute andando a Cuba, i dialoghi con contadini (true story in Vinales) che sapevano più di me di politica estera, che citavano a memoria scrittori europei e americani che un contadino abruzzese o del Wisconsin penserebbe che sono nomi di detersivi. Mi interessa che chi non conosce Cuba si renda conto che esiste il rovescio della medaglia, sempre, che non ci sono quasi mai i buoni, quelli dal lato giusto della storia, e quelli dal lato sbagliato, i cattivi. Anche se è quel che la retorica dominante tende a insegnare.

Ognuno fa il suo percorso, se gli è permesso farlo da chi vuole decidere anche dei destini altrui, o da chi non vede opportunità economiche nell’idea che dei paesi si autodeterminino nei modi, nei tempi e nelle direzioni che preferiscono, producendo ovviamente sempre una quota di scontenti o ideologicamente emarginati. È la storia, sempre andata così, finché alcuni non hanno provato a modellare quella di altri a loro immagine e somiglianza, o in funzione dei propri vantaggi.

Non sapremo mai cosa sarebbe stata Cuba – lo stesso vale per tanti paesi, unico dei quali rimasti forse è oggi l’Iran, che anch’esso guarda caso ha tassi di alfabetizzazione maschile e femminile altissimi e ospedali ottimi, in netta, stridente controtendenza rispetto alla regione in cui si trova – con tutte le risorse a disposizione, senza il peso di un embargo e di sanzioni sanguinose. Si tratta di un aspetto centrale, anche se la storia stessa non si fa coi se: occorre ricordare che per avere un welfare universale, per fare investimenti nelle infrastrutture, per pagare stipendi, ecc, occorrono soldi. Tanti soldi, gli stessi tanti soldi che un embargo ti fa perdere ogni anno, in modo diretto e indiretto.

Per questo, il giudizio su Cuba e su altri paesi di cui i Saviano non hanno altro da dire se non che sono “dittature”, dovrebbe essere non solo più cauto e sfumato, ma sospeso, o addirittura aggiustato al rialzo: perché tutto quello che i cubani hanno, o hanno avuto, o non hanno avuto, non potrà mai prescindere dal fatto che qualcuno che aveva vinto la guerra e stava dall’altra parte della barricata (quella “giusta”) di quella Fredda, aveva deciso che N paesi avrebbero passato dei guai a commerciare con Cuba, limitando fortemente lo sviluppo di quest’ultima.

Quando alcuni pseudo intellettuali straparlano di paesi “paria”, canaglia, eccetera, devono sempre tenere conto che gli embarghi e le sanzioni economiche, in ogni caso, non sono mai uno strumento di diplomazia come lo si tende a far passare, ma di guerra (che non si fa solo coi fucili), guerra economica per “fare pressioni” a un regime o un altro, spesso affamando la popolazione, e sperando così che quella stessa popolazione insorga contro quei regimi. Cosa che puntualmente non avviene, perché non tutto si può comprare, e perché la gente – specie dove l’istruzione è tema centrale, prioritario – non è scema.

Quello degli embarghi verso paesi “non allineati” è un giochino vecchio, ingenuo, che – specie se attuato contro sistemi istituzionali, regimi che sono nati da una rivoluzione con i suoi leader, i suoi simboli, i suoi ideali – non ha funzionato, non funziona, e mai funzionerà.

Advertisements

Aneddoti – La Spagna di Isabella e i califfati

You better know that…(..) Nella Spagna di Ferdinando e Isabella, gli ebrei avevano sostanzialmente tre possibilità: convertirsi al Cristianesimo, lasciare il Paese, o essere uccisi. Quel che si tende a menzionare poco, a fronte di una narrazione che da sempre associa la repressione delle minoranze all’islam, e’ che nessun impero o califfato islamico ha mai legislato in questi termini nei confronti di ebrei e cristiani. Nel peggiore dei casi, la scelta era tra il pagamento della tassa di dhimmitudine per praticare la propria religione sotto la “protezione” delle istituzioni, convertirsi all’islam (attraverso la dawa, non con la coercizione), oppure cambiare aria. Mai nessuno, dopo le crociate, è stato posto di fronte alla scelta di convertirsi all’islam o morire, ed è anche per questo che Isis/daesh travisa la storia, la tradizione e financo l’ortodossia islamica.

Nessun impero islamico ha mai dato vita ad una legislazione come quella spagnola del tempo verso le minoranze religiose che vivevano al suo interno; e per molti secoli, infatti, queste minoranze religiose erano più numerose in medioriente che in Europa, assai più omogenea dal punto di vist confessionale. Per dire, il medico personale del visir al Qadi al Fadil al Baysami (ministro per l’Egitto di Saladino) era Mose Maimonide, un ebreo, e tanti ebrei hanno avuto posizioni di rilievo nell’amministrazione della cosa pubblica nei califfati.

Questo deriva anche da un altro aspetto poco reclamizzato in Occidente, poiché non funzionale alla narrazione islamofoba: per molto tempo, fino ad almeno l’inizio del 1900, l’Islam è stato considerato dalle gerarchie ecclesiastiche cristiane e dalla sua dottrina ufficiale come una religione (chiamata religione “maomettana”, quasi mai “Islam”) eretica, usurpatrice, falsa, degenerata, e Muhammad come un falso profeta, un millantatore, un bugiardo nel migliore dei casi. Posizioni ufficiali, non di nicchia; al contrario l’ortodossia e la tradizione islamica – pur con le sue prassi differenziate, vista l’assenza di un Papato e di uno speculare clero centrale con potere di magistero unico sui fedeli – ha sempre riconosciuto Cristianesimo e Ebraismo come “religioni del libro”, e Gesù (nominato centinaia di volte all’interno del Corano col nome arabo di Isa’) e Mose come dei Profeti, nutrendo nei loro confronti un grande rispetto, inserendo l’Islam nella storia dei monoteismi e all’interno di una concezione che lo vedeva e lo vede come quello finale, definìtivo, che “ingloba” gli insegnamenti di tutti gli altri; che nel più netto dei casi costituisce il “sigillo della Profezia”, che considera tutti i monoteisti, formalmente, dei “musulmani” (che letteralmente significa “sottomessi a Dio”, che è uno solo per tutte le religioni, appunto). Anche Per questo, quando una persona si converte all’islam, gli si dice che sta solo “tornando all’islam”.

La Turchia di Erdogan e i democratici con la condizionale

Turchia. Probabile che sarò nuovamente impopolare, o magari frainteso. Ci provo lo stesso, come viene.

Che Erdogan stia veleggiando verso il totalitarismo ormai ci sono sempre meno dubbi. Che l’arresto dèi membri e leaders dell’Hdp sia ignobile – qualunque sia il loro grado di connivenza col Pkk – anche. Che Erdogan sia un incrocio tra Putin, Orban e Berlusconi (per la gestione del consenso e per la postura più o meno liberista) e’ chiaro. Ed anche per questo mi repelle, non certo perché è islamista, che può voler dire tante cose ma che ormai è diventato un brand del mercato della paura. Come al solito, peró, il problema sta nel pulpito da cui viene la predica, e nei doppi standard impliciti.

Sarò maligno, ma credo che se Erdogan non fosse a capo di un partito di ispirazione religiosa ne sentiremo parlare meno (tipo al Sisi, che sta raggiungendo mentre scrivo livelli inauditi di repressione, autoreferenzialita e autoritàrismo). Di “islamico” in quel che sta facendo il capo del Akp non c’è granché: c’è invece molto di autoritario, e di spiccatamente antidemocratico. Sembra però che a molti si drizzino le antenne solo per il primo aspetto, che è abbastanza evanescente.

Pare che per molti, troppi, la questione non stia nella violazione o nello spregio della democrazia, bensì in <<chi>> se ne faccia promotore: un politico islamista. Che se non lo fosse, molti invocherebbero la “stabilità”, l’autocrate dalla mano dura, che tiene a bada “popoli che amano l’uomo forte”. D’altronde in Turchia l’esercito ha sempre portato agilmente a termine – tranne che ultima volta – dei “colpi di stato democratici”, passati più o meno inosservati.

E allora, è abbastanza grottesco quando a stracciarsi le vesti per l’arresto di leaders accusati di avere legami con un partito terroristico (perché a molti – ribadito che l’arresto di Demirtas e compagnia è indegno – temo che sfugga cosa sia il Pkk, e Ocalan genera simpatia) sono gli stessi che invocano la forca per i partiti più o meno fascisti – o in certi casi meno recenti, più o meno comunisti -, o gli stessi che al tempo avrebbero rinchiuso qualunque leader comunista per ciò che facevano le Br (e i legami tra Pkk e alcuni politici del hdp sembrano essere più concreti di quelli tra pci e Br. Altro che “compagni che sbagliano”). Gli stessi che – non senza alcune ragioni – probabilmente invocherebbero la forca se la Padania, la Catalogna o chi volete si fossero armate. Dovete decidere, ragazzi. Se ci fossero state le milizie padane cosa avreste fatto con Borghezio (che già infastidiva a parole) ?

Oggi chi si indigna per il continuo ed evidente deteriorarsi della democrazia turca è in sostanza la stessa gente che inneggia ad Ataturk: che con i suoi profondi occhi blu era si, più o meno laico (e quindi non islamyco!), ma che mi risulta facesse vigere il Partito unico, notoriamente vessillo della democrazia. E che con le minoranze etniche non è che ci andasse proprio per il sottile.

Personalmente, il neo ottomanesimo di Erdogan – e parlo da laico – non è peggiore dell’ultraNazionalismo di Ataturk. E potremmo stare qui a discutere ore su quel che di buono per alcuni possono aver fatto entrambi, in un caso dal punto di vista socio economico e nell’altro da quello costituzionale.

La differenza per molti temo stia nel fatto che chi inneggia a Ataturk estrapola, celebrandola come un feticcio, la sua laicità da un quadro ben più torbido di ultra nazionalismo e di repressioni su basi etniche, di cui si ricorda bene invece quando è l’islamyco Erdogan a perpetrarle (peraltro in un periodo – che non giustifica, badate bene – in cui il terrorismo di matrice curda esiste eccome).

Perché in fondo in fondo, in linea di massima, stringendo un po’, per taluni democratici con la condizionale sarebbe meglio anti islamico e autoritario di semi democratico e islamista. Basterebbe dirlo, anziché sprecare fiumi di parole su una democrazia che non vi è mai propriamente entrata in testa.

Disclaimer: questa non è in alcun modo una difesa di Erdogan ma un invito a leggere la storia e ad approfondire il presente, cercando di non isolare i fatti come fossero argomenti separati dagli altri a camere stagne. Ma è soprattutto una riflessione sulla asimmetria delle reazioni, che contribuisce a farmi domandare, una volta di più, quanto e a chi interessi davvero la tenuta della democrazia, e quanto dopo venga rispetto alla fuorviata percezione di un supposto scontro di civiltà.