La tragica polarizzazione del dibattito sulla Siria

Ho l’impressione (euf) che il dibattito sulla Siria – come quello su altri teatri mediorientali – sia ormai finito in un corto circuito, frutto della consueta polarizzazione, che spinge da una parte e dall’altra a dimenticare i fatti, e a farsi forti di narrazioni unidirezionali. Sembra che ognuno parli al suo pubblico, che ormai non esista più una verità. E non solo: qualunque cosa si provi a dire, si finisce per essere inseriti inconsapevolmente in uno dei due campi.

Allora, il discorso andrebbe frazionato. Cominciamo dai primi a cui voglio rivolgermi (l’ordine è casuale). Se mi rivolgessi ai filo-Putin e sopratutto filo Asad – non ai fascistelli di forza nuova che non considero, ma a coloro che in buona fede, seguendo una certa narrazione e in preda al timore dello spauracchio isis, credono che Asad sia la “salvezza” dell’occidente – direi le seguenti cose:

No, Asad non è in nessun modo frutto della auto determinazione dei popoli (che si determinano eleggendo, o al limite facendo una rivoluzione in cui esprimono una preferenza), e non avete nessun motivo per ritenerlo “gradito alla maggioranza del popolo siriano”, perché di elezioni non ce ne sono mai state (se ci fossero state, con tutti i partiti ammessi, avrebbe vinto forse la fratellanza, ma è altro discorso). Asad e’ un autocrate, una persona la cui legittimità è sempre derivata Da se stesso, dalla sua famiglia. Andato al potere senza che nessuno al mondo gli dicesse che poteva essere auspicabile. Che ha preso il potere – pur governando “meglio” di altri autocrati (la Siria aveva un sistema sanitario, scuole pubbliche gratuite, università gratuite, ecc) e pur rifiutandosi di finire sotto l’orbita statunitense – ereditandolo dal padre, che l’aveva ottenuto con la forza. E no, mi spiace ma non ci sto col disscorso orientalista per cui “gli arabi amano l’uomo forte, non gli interessa esprimere delle istanze”.

Ancora: Asad non è in alcun modo “garanzia di stabilità”: reprimere le opposizioni servendosi dei servizi di sicurezza che fanno sparire le persone sin dal 70, prima o poi – magari nella generazione successiva – ti espone a una rivolta, a qualcuno che prova a organizzarsi e rovesciarti. Ad una società impaurita, diffidente, che non è che “non c’è opposizione, sono tutti con Asad”. E’ che anche prima della guerra le opposizioni venivano tacitate, con vari metodi. È il Rovescio delle autocrazie: ci vai in vacanza e ti sembra tutto bello, tutti felici, nessuno che dice “a” sul sovrano. Perché? Perché se dici “a” sparisci. In questo, anche l’Iran e’ molto più democratico, o meglio più rappresentativo, la fonte – antica ormai – della sua legittimità e’ popolare, nel senso che esiste un dissenso (ma anche una repressione, per carità) e un consenso popolare che ne ha posto le basi, che lo ha legittimato, che ha permesso di rovesciare una monarchia, al tempo, nel nome di Khomeini esiliato, a prescindere da quanto strumentale o ingenuo esso fosse (tipo quello fornito dai comunisti del Tudeh, che poi se ne pentirono amaramente).

La differenza fondamentale tra un paese come l’Iran e un paese come la Siria, è che l’Iran e’ diventato una repubblica islamica a seguito di una rivoluzione popolare, autodeterminandosi, ascoltando le istanze di un popolo che aveva fatto i conti con decenni di monarchia brutale, che ci faceva vedere quattro donne in minigonna per darci l’impressione di esser l’eldorado, così potevamo dargli dei soldini. Magari con molte classi sociali che sottovalutarono Khomeini, ma che lo sostennero come simbolo della rivoluzione (la stessa shirin Ebadi racconta che andava in giro col suo ritratto nel 77-78). L’Iran si autodetermino’, passo’ dall’essere una monarchia autoreferenziale a una repubblica islamica che khomeini aveva promosso per almeno 15 anni, facendo poi anche un referendum.

Poi ci sarebbe da approfondire la storia, il suo prosieguo, la gestione delle opposizioni durante la rivoluzione (ma da che mondo è mondo in una rivoluzione popolare – “non un pranzo di gala” – vincono i più numerosi e organizzati, che poi consolidano il loro potere), l’ingenuità di comunisti e mujahedin che pensavano di potersi sbarazzare dei mullah, ma non è questa la sede. Però l’Iran rimane l’unico paese che per i suoi destini può biasimare o complimentarsi solo con se stesso, con le scelte fatte in completa autonomia, e a seguito dell’unica rivoluzione popolare dal 1789 in poi, guidata e simboleggiata da khomeini e in seguito monopolizzata dai khomenisti. La Siria non ha mai ascoltato alcuna istanza popolare, Hafez al Asad e’ andato al potere fottendosene di qualunque strato della società, cercando solo Di ottenerlo.

La parola chiave non è “democrazia” ma “rappresentatività”. Non è “dittatore” o “liberale” ma “autocrate”. Asad padre andò al potere rappresentando se stesso, non il popolo o parte di esso. E Che poi (una piccola) parte di esso Fini’ col sostenerlo in un sistema clientelare è altro discorso. Quando il tuo potere non ha passato il vaglio del popolo, quando non rappresenti nessuno e sei un autocrate (democratico o meno, liberale o meno, socialista o meno non fa differenza: quello attiene all’esercizio del potere, non alla sua fonte) prima o poi ti esponi alla “vendetta” o al tentativo di un popolo di esprimere i suoi rappresentanti, di avere una cazzo di voce in capitolo (che gli iraniani hanno avuto – seppure alcuni Stati della società poi ci hanno ripensato e sarebbero tornati volentieri indietro- , mentre iracheni, libici, siriani, egiziani, tunisini e così via no.

Poi: ogni volta che contesto Asad, che gli do’ del dittatore, mi viene detto, con un altro corto circuito: “eh ma non è bastato quello che hanno fatto con saddam?”. Una volta per tutte: considerare qualcuno un dittatore non significa legittimare un intervento esterno per rimuoverlo. Mai e poi mai. Penso che gli interventi americani di regime change siano stati tutti sciagurati, illegittimi e immotivati. Ciò non toglie che si parlava e si parla di dittatori ma sopratutto di autocrati, non è che l’invasione criminale statunitense ne riabilita le figure. Parliamo, ancora, di gente che non ha mai passato il vaglio del proprio popolo, mai eletta da nessuno.

I due discorsi sono slegati totalmente: dire che uno è un autocrate e sperare che venga rovesciato non significa in alcun modo giustificare un intervento straniero: anzi, significa il contrario. Significa dire che se qualcuno interviene dall’esterno finisce per delegittimare le legittime istanze rivoluzionarie. I filo Asad semplificano molto la realtà, e’ il loro difetto principale: confondono la posizione anti imperialista di Asad per una fonte della sua legittimità; confondono l’assenza di rivoluzione sino al 2011 come segnale che fosse tutto ok, che la gente potesse vivere tranquilla, potendo esprimere i propri rappresentati. Confondono la repressione dura di ogni dissenso con la “garanzia di stabilità”, mentre sappiamo bene che se reprimi prima o poi vai incontro a vendette (e’ anche quello che succede a Israele).

Detto questo, e’ bene rivolgersi anche agli anti assad, agli “Assad e’ l’unico problema”, meglio ai filo americani inconsci, agli apologeti di Washington, che sembrano dimenticarsi come è andata la storia e sopratutto quale era il contesto geopolitico in cui è maturata la rivolta in Siria (e cioè: Siria sull’asse del male insieme all’Iran, con Bush che anni prima aveva chiarito le sue intenzioni nella regione dopo intervento iracheno, pronto a proseguire altrove sopratutto in funzione anti russa–perché la guerra fredda e’ tutt’altro che finita).

Vedo tante persone che oggi giustamente condannano la Russia per i morti civili di Aleppo: ma perché non vi rendete conto che non è possibile condannare per crimini contro l’umanità la Russia se non si è fatto nulla contro gli USA, che interventi come quello russo ne hanno fatti a palate senza pagare daZio? Quanti morti civili hanno fatto e fanno gli USA e i suoi alleati, senza pagare e sostanzialmente senza esser condannati da nessuno? Perché dovrebbe pagare la Russia se gli USA (e non solo) non hanno mai pagato? Si chiama “precedente”. E non lo hanno stabilito i russi. Russi che a me non piacciono – la loro gestione dei conflitti che elimina le complessità – ma Perlomeno la Russia ha la “attenuante” di averlo fatto su richiesta del regime di cui era sempre stato alleato. Gli USA unilateralmente, sempre e ovunque (63 guerre sostenute in questo secolo). Quando vedrò i responsabili dell’invasione in Iraq pagare per quel che hanno fatto, urlerò che Putin deve pagare anche con la ghigliottina. Non prima.

Mi pare ridicolo prendersela oggi coi russi (e con gli iraniani che cercano di preservare, su richiesta dei governi, Iraq e Siria perché unici alleati in una regione gonfia di nemici, circondati da basi americane intorno ai loro confini, con Israele che si permetteva di minacciare strike missilistici contro le centrali nucleari iraniane – facendo uccidere da agenti del Mko una quindicina di scienziati iraniani, fisici nucleari con famiglia che lavoravano a un programma nucleare legittimo secondo l’npt che Israele non ha mai firmato pur avendo 200 testate nucleari – senza pagare conseguenze e anzi incoraggiato da alcuni media, con tutte le ultime amministrazioni USA che hanno minacciato un regime change in Iran e finanziato in passato gruppi qaedisti – come jundullah in balucistan iraniano – per destabilizzare la repubblica islamica, oltre ad essere alleati del peggior pericolo per l’Iran, l’arabia saudita, che sostiene tutti i gruppi qaedisti in Siria e sopratutto Iraq, che come Daesh hanno come primo obiettivo dichiarato gli sciiti e gli iraniani- che sono perlopiù sciiti-, in quanto tali, basta ascoltarne i proclami e comunicati da 30 anni a questa parte, dove si dice che l’Iran e’ “il male assoluto” anche più degli USA e Israele…e potrei continuare) che nel contesto geopolitico in cui sono – con Siria unica loro garanzia di accesso ai mari caldi – difendono le loro basi nel mediterraneo e unico alleato regionale, ma dimenticarsi che gli USA hanno fatto quel che fanno i russi – o molto peggio – mille volte, senza mai pagare.

Ridicolo, e intellettualmente disonesto. Il limite di questa ultima categoria e’ l’ignoranza rispetto al contesto geopolitico e geoeconomico (basti pensare all questione della pipeline che nei piani americani e dei paesi del golfo sarebbe dovuta passare per la Siria fino al mediterraneo, tagliando fuori l’Iran e la Russia) in cui si muovono i paesi, delle “Grand strategies”, la loro sottovalutazione del fatto che gli americani hanno effettivamente un comportamento e politiche (ancora) imperialiste, da poliziotti del mondo, che mettono in allarme vari paesi; americani che concepiscono i “national security interests” – unico paese al mondo – come illimitati nel tempo e nello spazio, anche a 20000km dai loro confini. Sembra che per questa categoria lo scenario internazionale sia completamente sconnesso da quello nazionale, come se fosse esistita solo e soltanto la variabile delle proteste di piazza, indipendentemente da tutto il resto.

Chiedetevi cosa accadrebbe se un paese speculare agli USA volesse piazzare la sua flotta – come la quinta statunitense nel golfo persico, su concessione degli autocrati avidi e corrotti del Golfo – nel Golfo del Messico.

Secondo me quel che accade in Siria non trova soluzione anche perché esistono questi campi che si rifiutano di essere coerenti e onesti con se stessi. Che ormai hanno scelto una narrazione e a quella rimangono attaccati, bypassando ciò che la contraddice, per non rovinare il loro quadretto “bianco” o “nero”, senza alcuna sfumatura. Senza parlarsi, senza confronto, accusandosi e basta. Dandosi del “fino russo” e del “filo americano” (io mai sarò accanto a Putin ma allo stesso tempo ritengo che “imperialismo americano” sia una parola con un senso eccome, e che gli americani, e francesi e britannici prima, siano i principali responsabili di quel che è diventato il medioriente in questi 100 anni, non certo i russi). E perpetuando così una guerra senza fine, che si alimenta anche di questo, non solo delle armi che arrivano al regime da Mosca e a daesh e nusra da alleati occidentali.

Ci sarebbe molto altro da dire, a un campo e all’altro, ma mi fermo qui. A guardare con crescenti dubbi un mondo che mi sembra sempre più complesso, dove la ragione si mischia col torto. Dove mi è difficile scrivere un pezzo al giorno con la sicumera che vedo in tanti colleghi, che ignorano parti di realtà. Io non ce la faccio, ho anche questo limite oltre agli altri. Torno nel loculo dei dubbi e vi lascio nella vivace piazza delle certezze.

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