(Stra)parlare di Fitna

Sentite – perlopiù a sproposito – parlare spesso di ‘Fitna’, di scontro insanabile, tra sunniti e sciiti. Un qualcosa che è sostanzialmente solo nella mente di pochi strumentalizzatori con finalità politiche (sin dal principio, non solo oggi), perché la realtà, la prassi, per chi abbia frequentato il mondo islamico, ci parlano sostanzialmente di fratellanza e Unione tra i due rami principali dell’Islam – come ben attesta il quartiere misto dove vivo a Beirut -, anche se ogni volta che c’è una guerra in cui vi siano dei sunniti da una parte e degli sciiti dall’altra, la si riconduce, per eccesso di essenzialismo o di semplificazione, sempre ad un problema religioso, che ne stimola uno politico. Quando, semmai, può essere vero il contrario, sia al giorno d’oggi, sia quando lo scisma si concretizzò, circa 1400 anni fa, in seguito alla battaglia di Kerbala.

Il primo mese del calendario islamico – Muharram – però, simboleggia bene alcune delle differenze che intercorrono tra sunniti e sciiti, o meglio una loro diversa sensibilità ad alcuni eventi storici che ne hanno plasmato la Tradizione:

per i sunniti l’inizio del mese di Muharram – che cadeva ieri – va “festeggiato” (un po’ come si fa, semplificando, da noi, cioè facendo buoni propositi ecc), perché in questo periodo, 1438 anni fa, la neonata comunità islamica guidata dal Profeta Muhammad migró da la Mecca a Medina, segnando il sostanziale inizio di una Storia che dura tuttora, in gran parte seguendo le stesse, durature, incredibilmente intatte convinzioni etiche, liturgie, ritualità, sensibilità, abitudini collettive; per i sunniti l’inizio di Muharram e’ come una festa, una occasione per scambiarsi gli auguri.

Per gli sciiti è diverso, molto diverso. Non c’è nulla da festeggiare, sebbene si riconosca ovviamente che la comunità del Profeta si istituzionalizzò con la migrazione (Hijra) menzionata. Perché per loro il mese di Muharram introduce anzitutto un periodo di profondo lutto, sul quale riflettere, e se possibile piangere, piangere letteralmente: infatti nel decimo giorno di questo mese – Ashura, da ashra, che in arabo significa “dieci” – Hussein, cioè il nipote del Profeta Muhammad, e figlio del suo cugino, compagno, “fratellastro”, suocero Ali (per una curiosa mescolanza di rapporti parentali intercorsi tra i due: il papà di Ali, che era lo zio di Muhammad, adottò in tenera età quello che sarebbe diventato il Profeta, facendolo in parte crescere col suo cuginetto Ali, che più avanti sposerà una figlia dello stesso Muhammad, Fatima, da cui prende il nome il Califfato fatimide, ma quella è un’altra storia) si scontrò sulla piana di Kerbala con le truppe ommayyadi (politica…non religione!) agli ordini di Yazid I (che era sunnita, ma la cosa ha meno rilevanza di quanto i teorici della fitna ritengano), molto più numerose e meglio armate. Il destino di Hussein e dell’esiguo numero di suoi compagni (72), già segnato, si compì il 10 di Muharram e diede luogo al loro drammatico martirio. Da quel momento, gli sciiti (la “fazione” di Ali – shia vuol dire fazione – e indirettamente di suo figlio Hussein) ogni decimo giorno del mese di Muharram vivono un profondo, immanente, radicato lutto, e le sue manifestazioni sono visibili ovunque ci siano dei musulmani sciiti, per 40 giorni (chiamati arbaeen, da arba=quattro; 40 che è anche il numero degli anni trascorsi dall’Hijra al martirio di Hussein), fino al compiersi del pellegrinaggio a Karbala, tuttora uno degli eventi collettivi più partecipati al mondo (lo scorso anno si erano stimate 20 milioni di persone).

Pur sapendo che le differenze sostanziali – quelle strettamente funzionali alla convivenza – sono meno rilevanti di quanto si pensi, mi fa sempre una certe impressione registrare – da osservatore, e con una visuale oggi virtualmente amplificata dai social network – come questo “capodanno islamico” venga vissuto secondo modalità opposte da sciiti e sunniti.

In questo caso, e sostanzialmente solo in questo, se si eccettuano alcuni aspetti esteriori e l’abbozzo di una sorta di “”clero””, che esiste nello sciismo ma non nel sunnismo – sembra si parli di due religioni diverse. Per questo, nonostante non mi esima mai dal fare gli auguri agli amici musulmani per ricorrenze come la fine e l’inizio del mese di Ramadan, non mi viene mai di farne per Muharram. Perché penso che da una prospettiva esterna, astenersi attesti o aiuti ad attestare ed alimentare indirettamente il pluralismo interno – sin troppo taciuto – che definisce questa immensa, antica, affascinante Religione e tradizione culturale che è l’Islam.

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