Libano: presidente maronita, Patto nazionale lo sancisce

(pubblicato su Agi http://www.agi.it/estero/2016/10/31/news/libano_presidente_maronita_patto_nazionale_lo_sancisce-1209067/)

 

Beirut – Il nuovo presidente del Libano Michel Aoun è un cristiano-maronita. La Costituzione del Libano, che vide la luce nel periodo coloniale francese, stabilisce l’appartenenza di ogni cittadino a una comunità religiosa specifica. Il “comunitarismo politico” consente così a tutte le comunità di essere rappresentate equamente in Parlamento. Si tratta di un patto non scritto, concluso nel 1943, che riserva il posto di presidente a un maronita, quello di premier a un sunnita e la presidenza della Camera dei deputati a uno sciita.

LA CHIESA MARONITA

La Chiesa maronita prende il nome dal suo fondatore, San Marone, asceta siriano vissuto nel a cavallo tra il quarto e il quinto secolo, durante i quali istituì la Chiesa. Dopo la sua morte, nel 452 i suoi discepoli si stabilirono nel monastero nei pressi del suo sepolcro, ad Apamea, sulle rive del fiume Oronte (attuale Siria). Fin dalle origini la comunità maronita seguì il patriarca di Antiochia. Quando la regione divenne a maggioranza monofisita (quinto-sesto secolo), la comunità si trasferì in una regione più interna del Libano. Si tratta dell’unica Chiesa d’Oriente rimasta sempre fedele alla Sede apostolica. Il suo Patriarca – che ha il titolo, discusso dalle altre confessioni cristiane della regione, di “Patriarca di Antiochia e di tutto l’Oriente” – viene eletto dal Sinodo dei vescovi e dopo l’elezione professa la comunione col Pontefice di Roma, con cui riallacciò i rapporti durante le Crociate, dopo essersene separato. Il Patriarcato di Antiochia dei maroniti ha sede a Bkerke, a nord est di Beirut, capitale del Libano.

I MARONITI SONO IL 25% DELLA POPOLAZIONE

La comunità cristiano maronita, che in Libano si vanta di essere discendente dei Fenici (speculari ai greco ortodossi che hanno sempre avuto solide relazioni con i paesi arabi e rapporti consolidati con paesi ortodossi europei come Cipro, Grecia e Russia) costituisce circa il 25% della popolazione libanese, circa il 40% del totale delle varie confessioni cristiane (Greci cattolici o malechiti, armeni ortodossi, armeni cattolici, evangelisti protestanti, siriani cattolici, caldei, assiriaci, copti ortodossi e copti cattolici). La percentuale è approssimativa, dato che per non turbare gli equilibri confessionali in Libano non si effettua un censimento ufficiale della popolazione dal 1932.

LA GUERRA TRA I CRISTIANI LIBANESI

I cristiani libanesi sono stati veri e propri nemici tra loro, al punto di uccidersi a vicenda durante la guerra civile libanese, attraverso le varie milizie formatesi durante il conflitto. Certi capi militari cristiani hanno perfino sequestrato e assassinato i capi politici cristiani nemici (spesso insieme alle loro famiglie). Questa guerra durò fino a 1989 e causò una frattura in seno alla comunità cristiana. Allo scadere della guerra, il clima divenne insopportabile e si potè assistere a una grande migrazione dei cristiani, causa principale della diminuzione della percentuale di cristiani nella popolazione libanese. Tuttora permangono forti divisioni.

I PARTITI CRISTIANO-MARONITI

Oggi esistono diversi partiti cristiani maroniti: il più grande e rappresentato in Parlamento è il Free Patriotic Movement, fondato dal generale Michel Aoun durante il suo esilio in Francia dal 1990 al 2005, a cui capo c’è oggi l’attuale ministro degli Esteri Gebran Bassil. Il Fpm è all’interno della coalizione 8 marzo, alleata dei partiti sciiti Hezbollah e Amal, oltre che del partito armeno Tashnaq e altre formazioni minori. Anche il partito Marada, guidato da Suleiman Franjieh, è all’interno della coalizione 8 marzo. Gli altri due più importanti partiti cristiani maroniti – che sono invece all’interno della coalizione 14 marzo a cui capo c’è il partito sunnita “Futuro”, il più grande del Paese, guidato da Saad Hariri, figlio dell’ex primo ministro Rafiq, assassinato nel 2005 – sono poi le Falangi Libanesi (divenute famose per il massacro di Sabra e Chatila del 1982) guidate da Sami Gemayel, nipote dell’ex presidente libanese Bachir Gemayel, assassinato nel 1982. Le Falangi furono fondate nel 1936 da suo nonno, Pierre Gemayel, sull’esempio del partito fascista italiano e soprattutto delle falangi spagnole; e le Forze libanesi, fondate proprio dal defunto Bachir Gemayel e oggi guidate da Samir Geagea. Geagea è anche l’unico leader libanese ad essere stato condannato per crimini commessi durante la guerra civile (tra cui lo sterminio della famiglia dei Farangyye), che lo portò a scontare una pena di undici anni di isolamento in carcere. (AGI)

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Chi è Aoun, cristiano maronita alleato di Hezbollah

(pubblicato su Agi http://www.agi.it/estero/2016/10/31/news/libano_chi_aoun_cristiano_maronita_alleato_hezbollah-1209189/)

 

Beirut – Dopo quattro turni di votazione in Parlamento, il Libano ha finalmente un presidente della Repubblica. E’ l’ottantunenne Michel Aoun, fondatore del principale partito cristiano maronita del Paese, il Free Patriotic Movement. “Giuro su Dio onnipotente di sostenere la Costituzione e garantire la stabilità del Libano”, ha detto Aoun in Parlamento, dopo essere stato dichiarato presidente. “Dobbiamo vivere lo spirito della Costituzione che garantisca una parità reale (tra le confessioni, ndr), e adottare al più presto una legge elettorale che garantisca l’unità nazionale, la sicurezza e la stabilità, oltre ad attuare il decentramento amministrativo”, ha continuato il generale, che ha fatto poi dei riferimenti alla “protezione del Paese dal nemico israeliano”, al “diritto al ritorno” dei profughi palestinesi e alla situazione di quelli siriani.

LA CARRIERA MILITARE
Michel Aoun nasce in una famiglia cristiano maronita nell’area di Haret Hreik, una zona mista e popolata sopratutto da cristiani e musulmani sciiti, nel sud di Beirut, non lontano dal Palazzo presidenziale di Baabda che lo ha accolto oggi come nuovo Capo di Stato. Dopo essersi diplomato in Francia, nel 1955 entra nell’Accademia militare e tre anni dopo, nel 1958, ottiene il grado di ufficiale d’artiglieria nell’Esercito Nazionale, iniziando la sua carriera militare. Poco dopo sposa Nadia al Chami, dalla quale ha tre figlie: Mireille, Claudine e Chantal. Nel 1982, a conflitto civile libanese iniziato, Michel Aoun diviene generale di brigata dell’ottavo battaglione meccanizzato di fanteria, composto sopratutto da cristiani ma non solo: nel settembre 1983, dopo il ritiro delle truppe israeliane dal distretto di Chouf, che fungevano in un certo senso da “cuscinetto” tra il suo battaglione e le milizie druse, sciite pro-siriane e palestinesi, Aoun con i suoi uomini conduce una sanguinosa battaglia nel villaggio di Souq el Gharb, che verrà distrutto nei combattimenti. Con il controverso sostegno delle Forze Navali statunitensi, il battaglione di Aoun alla fine riesce a prendere il controllo dell’area.

DALLA PRESIDENZA AD INTERIM ALL’ESILIO IN FRANCIA
Nel 1984, con l’appoggio di buona parte della comunità musulmana, Michel Aoun diventa Capo di Stato maggiore della Difesa. Nel settembre del 1988 il presidente uscente Amin Gemayel, dopo aver dismesso il governo di Selim al Hoss, gli affida la presidenza del Libano ad interim, affiancandogli un “comitato” di sei ufficiali – tre cristiani e tre musulmani – osteggiata sopratutto dalla Siria. Sostenuto da Saddam Hussein con aiuti militari, Aoun combatte contro le truppe siriane e anche contro fazioni cristiano maronite, come le milizie delle Forze libanesi (oggi partito guidato da Samir Geagea), che inizialmente lo sostenevano. L’ingresso a Beirut della Forza araba di dissuasione guidata dalla Siria (e supportata dagli Stati Uniti in cambio del sostegno siriano contro Saddam), contestuale all’invasione del Kuwait di Saddam Hussein che aveva portato all’isolamento internazionale di quest’ultimo, porta il 13 ottobre 1989 all’assedio siriano del palazzo presidenziale di Baabda (area abbandonata durante i combattimenti da circa il 90% della popolazione), spingendo Aoun a rifugiarsi prima all’ambasciata francese e poi ad andare in esilio in Francia. Tutto ciò dopo aver contestato gli accordi di Taif sul riassetto del Libano, preparati nel corso dei due anni precedenti da Rafiq Hariri, futuro primo ministro assassinato nel 2005. In Francia Michel Aoun fonda il Free Patriotic Movement nel 2005, anno in cui torna in Libano e contesta la “Rivoluzione dei Cedri”, nata dopo l’assassinio del primo ministro Rafiq Hariri (di cui principale sospettato è il regime siriano). Appoggia i partiti sciiti di Amal e Hezbollah, contro la maggioranza parlamentare anti siriana (al cui interno ci sono anche il movimento Futuro del figlio di Rafiq Hariri, Saad, il Partito socialista progressista del druso Walid Jumblatt e le Forze libanesi) che sostiene l’esecutivo guidato da Fouad Siniora. Alle elezioni parlamentari di maggio 2005 il partito di Aoun ottiene un gran numero di voti, facendolo eleggere in Parlamento e dando vita al piu’ ampio blocco cristiano nell’Assemblea.

IL SODALIZIO CON HEZBOLLAH
Nel 2006 sancisce ufficialmente il sodalizio con Hezbollah, incontrando il segretario del Partito di Dio, Hassan Nasrallah, all’interno della Chiesa di Mar Mikhail, nell’area di Chiyah: un luogo che simboleggia la coesistenza cristiano-musulmana, situata all’interno di una microarea a maggioranza musulmana e risparmiata dai bombardamenti durante la guerra civile. Aoun e Nasrallah firmano così un memorandum of understanding, in cui viene discusso anche il disarmo delle milizie di Hezbollah a certe condizioni (non rispettate in seguito, come il ritorno dei prigionieri libanesi da Israele o la cessazione della percezione della minaccia posta dallo stesso stato israeliano) e una strategia difensiva contro la minaccia israeliana. Nel MoU viene discussa anche la necessità di avere relazioni diplomatiche con la Siria. Dopo l’incontro, Aoun e il suo partito, l’Fpm, entrano ufficialmente nella coalizione pro-siriana 8 marzo, con Hezbollah, Amal e altre formazioni minori. Nel 2008 – anno dell’elezione dell’ultimo presidente della Repubblica, Michel Sleiman, prima dell’odierna elezione di Aoun – l’Fpm entra per la prima volta nel governo, ottenendo tre ministeri. Ministeri confermati anche nel 2009, quando il governo viene affidato a Saad Hariri: tuttavia, a gennaio 2011 Aoun provoca le dimissioni dello stesso Hariri, ritirando i suoi tre rappresentanti degli stessi ministeri. Il governo viene quindi affidato a Najib Mikati, e la coalizione guidata dal Fpm ottiene ben dieci ministeri (alcuni anche ad Hezbollah). Il resto è storia recente: nel 2016 Michel Aoun – chiamato “il generale”, che deve la sua popolarità tra la popolazione sopratutto per il suo ruolo di Capo delle Forze armate durante gli ultimi anni della guerra civile – si candida alla presidenza del Paese. Il suo principale avversario e’ Suleiman Franjieh, leader del movimento Marada (anch’esso all’interno della coalizione 8 marzo), la cui candidatura era stata promossa a partire dal 2015 da Saad Hariri. Nel corso di quest’anno Aoun, in sordina – e mentre il suo partito assieme a Hezbollah boicottava le varie sessioni parlamentari (facendo mancare il quorum) non avendo alcun certezza che il generale potesse essere eletto -, ha ottenuto via via l’appoggio dei principali leader politici cristiani (avendo giaà quello di Hezbollah, ma non quello di Amal), il piu’ sorprendente dei quali e’ stato quello di Samir Geagea. L’endorsement decisivo e’ pero’ arrivato lo scorso 21 ottobre dal rivale Saad Hariri (il cui partito ‘Futuro’ ha il maggior numero di seggi in parlamento), dopo alcuni incontri privati con lo stesso Aoun, e in cambio della “promessa” di appoggiare il figlio di Rafiq Hariri alla carica di futuro primo ministro. Dopo l’endorsement di Hariri – a cui e’ seguito anche quello del leader druso del Partito socialista progressista Walid Jumblatt – l’elezione di Aoun e’ apparsa a tutti scontata. Oggi la conferma: con 83 voti ottenuti dopo quattro travagliati turni di votazione, il generale Michel Aoun e’ il tredicesimo presidente del Libano. (AGI)

Libano: Michel Aoun è il nuovo presidente

(pubblicato per Agi http://www.agi.it/estero/2016/10/31/news/libano_aoun_presidente_finisce_crisi_durata_29_mesi-1208269/)

 

Beirut – Il Libano ha un nuovo presidente della Repubblica. Dopo due anni e cinque mesi dalla fine del mandato di Michel Sleiman, l’ex generale cristiano maronita Michel Aoun è stato eletto Capo di Stato al quarto turno di votazione, ottenendo la necessaria maggioranza più uno (64) dei voti del Parlamento (in totale ne ha ottenuti 83, come al primo turno). Le schede bianche sono state 36. Aoun si è subito insediato nel palazzo presidenziale di Baabda. Secondo il Patto nazionale del 1943, modificato parzialmente dagli Accordi di Taif del 1989, in Libano il presidente della Repubblica deve essere sempre un cristiano maronita, il primo ministro un musulmano sunnita e lo Speaker del Parlamento un musulmano sciita.

Chi è Aoun, il cristiano maronita alleato di Hezbollah

TENSIONI DURANTE LA VOTAZIONE
Al primo turno Aoun aveva ottenuto 83 voti, tre in meno di quelli necessari per avere la maggioranza dei due terzi dell’Assemblea (128 membri, ci cui oggi 127 presenti). La seconda votazione è stata ripetuta tre volte a causa di un reiterato errore nel conteggio (c’era un voto in più, ndr), provocando tensione nell’Assemblea, riportata all’ordine dallo Speaker Nabih Berri. Dopo la terza votazione, Saad Hariri si è avvicinato ad Aoun, col quale ha colloquiato qualche minuto. Sami Gemayel, a capo delle Falangi libanesi, ha contestato la regolarità della terza votazione, invocando il rispetto del regolamento dell’Assemblea parlamentare e provocando ulteriore bagarre in sala. E’ stata quindi cambiata anche la modalità: fino al terzo voto, l’urna all’interno della quale introdurre il proprio voto veniva fatta girare tra i banchi; per la quarta votazione si è deciso di sistemare l’urna al centro della sala, con i parlamentari chiamati ad alzarsi uno ad uno e apporre il loro voto di fronte all’Assemblea. Lo Speaker Nabih Berri – ultimo a votare – ha incaricato i parlamentari Antoine Zahra e Marwan Hamadeh di monitorare la procedura di voto, affiancando l’urna durante il passaggio dei parlamentari.

I cristiani maroniti, pochi e divisi: l’articolo di Limes

DA HARIRI A HEZBOLLAH, CHI HA SOSTENUTO AOUN
Aoun ha avuto il sostegno di una parte dei parlamentari del movimento Futuro di Hariri e degli sciiti di Hezbollah. Inoltre quello di alcuni altri movimenti della coalizione 8 marzo, come il partito armeno Tashnaq, e dei parlamentari del Partito socialista progressista guidato dal druso Walid Jumblatt. Decisivo per la nomina è stato l’endorsement che lo scorso 20 ottobre Saad Hariri – da sempre rivale politico di Aoun e figlio dell’ex primo ministro Rafiq, assassinato nel 2005 e a capo del più grande partito libanese, il movimento ‘Futuro’ (sunnita) – dopo che per più di un anno aveva promosso la candidatura di Suleiman Franijeh, leader del movimento cristiano maronita ‘Marada’.
Michel Aoun, 81 anni, è il tredicesimo Capo di Stato del Libano, e assume la carica per la seconda volta, dopo la breve esperienza (1988-1990) negli anni finali della guerra civile, culminata nel drammatico attacco delle Forze siriane ai danni dell’esercito libanese al Palazzo presidenziale di Baabda, che lo costrinse in seguito all’esilio in Francia per quindici anni, dove Aoun fondò il Free Patriotic Movement, quello che oggi è il principale partito cristiano maronita, alla cui guida oggi c’è l’attuale ministro degli Esteri, Gebran Bassil.

GENTILONI, CON ELEZIONE SI CHIUDE LUNGA CRISI
“Con il voto di oggi al Parlamento, che ha eletto Michel Aoun presidente, si è finalmente chiusa una lunga crisi politico-istituzionale in Libano, cominciata nella primavera del 2014”, ha commentato il ministro degli Esteri e della Cooperazione Internazionale Paolo Gentiloni. “Si tratta di uno sviluppo importante, che ha visto le forze politiche libanesi lavorare insieme, al fine di rafforzare la stabilità e la prosperità del Libano”. E ha aggiunto: “Nel sottolineare gli antichi e robusti legami che legano i nostri due Paesi, e nel ricordare l’impegno dell’Italia a sostegno della stabilità del Libano e della regione desidero rivolgere al nuovo Presidente della Repubblica Libanese, Michel Aoun, l’augurio di poter svolgere al meglio il suo mandato, nell’interesse del Paese e dei suoi cittadini”. (AGI)

La tragica polarizzazione del dibattito sulla Siria

Ho l’impressione (euf) che il dibattito sulla Siria – come quello su altri teatri mediorientali – sia ormai finito in un corto circuito, frutto della consueta polarizzazione, che spinge da una parte e dall’altra a dimenticare i fatti, e a farsi forti di narrazioni unidirezionali. Sembra che ognuno parli al suo pubblico, che ormai non esista più una verità. E non solo: qualunque cosa si provi a dire, si finisce per essere inseriti inconsapevolmente in uno dei due campi.

Allora, il discorso andrebbe frazionato. Cominciamo dai primi a cui voglio rivolgermi (l’ordine è casuale). Se mi rivolgessi ai filo-Putin e sopratutto filo Asad – non ai fascistelli di forza nuova che non considero, ma a coloro che in buona fede, seguendo una certa narrazione e in preda al timore dello spauracchio isis, credono che Asad sia la “salvezza” dell’occidente – direi le seguenti cose:

No, Asad non è in nessun modo frutto della auto determinazione dei popoli (che si determinano eleggendo, o al limite facendo una rivoluzione in cui esprimono una preferenza), e non avete nessun motivo per ritenerlo “gradito alla maggioranza del popolo siriano”, perché di elezioni non ce ne sono mai state (se ci fossero state, con tutti i partiti ammessi, avrebbe vinto forse la fratellanza, ma è altro discorso). Asad e’ un autocrate, una persona la cui legittimità è sempre derivata Da se stesso, dalla sua famiglia. Andato al potere senza che nessuno al mondo gli dicesse che poteva essere auspicabile. Che ha preso il potere – pur governando “meglio” di altri autocrati (la Siria aveva un sistema sanitario, scuole pubbliche gratuite, università gratuite, ecc) e pur rifiutandosi di finire sotto l’orbita statunitense – ereditandolo dal padre, che l’aveva ottenuto con la forza. E no, mi spiace ma non ci sto col disscorso orientalista per cui “gli arabi amano l’uomo forte, non gli interessa esprimere delle istanze”.

Ancora: Asad non è in alcun modo “garanzia di stabilità”: reprimere le opposizioni servendosi dei servizi di sicurezza che fanno sparire le persone sin dal 70, prima o poi – magari nella generazione successiva – ti espone a una rivolta, a qualcuno che prova a organizzarsi e rovesciarti. Ad una società impaurita, diffidente, che non è che “non c’è opposizione, sono tutti con Asad”. E’ che anche prima della guerra le opposizioni venivano tacitate, con vari metodi. È il Rovescio delle autocrazie: ci vai in vacanza e ti sembra tutto bello, tutti felici, nessuno che dice “a” sul sovrano. Perché? Perché se dici “a” sparisci. In questo, anche l’Iran e’ molto più democratico, o meglio più rappresentativo, la fonte – antica ormai – della sua legittimità e’ popolare, nel senso che esiste un dissenso (ma anche una repressione, per carità) e un consenso popolare che ne ha posto le basi, che lo ha legittimato, che ha permesso di rovesciare una monarchia, al tempo, nel nome di Khomeini esiliato, a prescindere da quanto strumentale o ingenuo esso fosse (tipo quello fornito dai comunisti del Tudeh, che poi se ne pentirono amaramente).

La differenza fondamentale tra un paese come l’Iran e un paese come la Siria, è che l’Iran e’ diventato una repubblica islamica a seguito di una rivoluzione popolare, autodeterminandosi, ascoltando le istanze di un popolo che aveva fatto i conti con decenni di monarchia brutale, che ci faceva vedere quattro donne in minigonna per darci l’impressione di esser l’eldorado, così potevamo dargli dei soldini. Magari con molte classi sociali che sottovalutarono Khomeini, ma che lo sostennero come simbolo della rivoluzione (la stessa shirin Ebadi racconta che andava in giro col suo ritratto nel 77-78). L’Iran si autodetermino’, passo’ dall’essere una monarchia autoreferenziale a una repubblica islamica che khomeini aveva promosso per almeno 15 anni, facendo poi anche un referendum.

Poi ci sarebbe da approfondire la storia, il suo prosieguo, la gestione delle opposizioni durante la rivoluzione (ma da che mondo è mondo in una rivoluzione popolare – “non un pranzo di gala” – vincono i più numerosi e organizzati, che poi consolidano il loro potere), l’ingenuità di comunisti e mujahedin che pensavano di potersi sbarazzare dei mullah, ma non è questa la sede. Però l’Iran rimane l’unico paese che per i suoi destini può biasimare o complimentarsi solo con se stesso, con le scelte fatte in completa autonomia, e a seguito dell’unica rivoluzione popolare dal 1789 in poi, guidata e simboleggiata da khomeini e in seguito monopolizzata dai khomenisti. La Siria non ha mai ascoltato alcuna istanza popolare, Hafez al Asad e’ andato al potere fottendosene di qualunque strato della società, cercando solo Di ottenerlo.

La parola chiave non è “democrazia” ma “rappresentatività”. Non è “dittatore” o “liberale” ma “autocrate”. Asad padre andò al potere rappresentando se stesso, non il popolo o parte di esso. E Che poi (una piccola) parte di esso Fini’ col sostenerlo in un sistema clientelare è altro discorso. Quando il tuo potere non ha passato il vaglio del popolo, quando non rappresenti nessuno e sei un autocrate (democratico o meno, liberale o meno, socialista o meno non fa differenza: quello attiene all’esercizio del potere, non alla sua fonte) prima o poi ti esponi alla “vendetta” o al tentativo di un popolo di esprimere i suoi rappresentanti, di avere una cazzo di voce in capitolo (che gli iraniani hanno avuto – seppure alcuni Stati della società poi ci hanno ripensato e sarebbero tornati volentieri indietro- , mentre iracheni, libici, siriani, egiziani, tunisini e così via no.

Poi: ogni volta che contesto Asad, che gli do’ del dittatore, mi viene detto, con un altro corto circuito: “eh ma non è bastato quello che hanno fatto con saddam?”. Una volta per tutte: considerare qualcuno un dittatore non significa legittimare un intervento esterno per rimuoverlo. Mai e poi mai. Penso che gli interventi americani di regime change siano stati tutti sciagurati, illegittimi e immotivati. Ciò non toglie che si parlava e si parla di dittatori ma sopratutto di autocrati, non è che l’invasione criminale statunitense ne riabilita le figure. Parliamo, ancora, di gente che non ha mai passato il vaglio del proprio popolo, mai eletta da nessuno.

I due discorsi sono slegati totalmente: dire che uno è un autocrate e sperare che venga rovesciato non significa in alcun modo giustificare un intervento straniero: anzi, significa il contrario. Significa dire che se qualcuno interviene dall’esterno finisce per delegittimare le legittime istanze rivoluzionarie. I filo Asad semplificano molto la realtà, e’ il loro difetto principale: confondono la posizione anti imperialista di Asad per una fonte della sua legittimità; confondono l’assenza di rivoluzione sino al 2011 come segnale che fosse tutto ok, che la gente potesse vivere tranquilla, potendo esprimere i propri rappresentati. Confondono la repressione dura di ogni dissenso con la “garanzia di stabilità”, mentre sappiamo bene che se reprimi prima o poi vai incontro a vendette (e’ anche quello che succede a Israele).

Detto questo, e’ bene rivolgersi anche agli anti assad, agli “Assad e’ l’unico problema”, meglio ai filo americani inconsci, agli apologeti di Washington, che sembrano dimenticarsi come è andata la storia e sopratutto quale era il contesto geopolitico in cui è maturata la rivolta in Siria (e cioè: Siria sull’asse del male insieme all’Iran, con Bush che anni prima aveva chiarito le sue intenzioni nella regione dopo intervento iracheno, pronto a proseguire altrove sopratutto in funzione anti russa–perché la guerra fredda e’ tutt’altro che finita).

Vedo tante persone che oggi giustamente condannano la Russia per i morti civili di Aleppo: ma perché non vi rendete conto che non è possibile condannare per crimini contro l’umanità la Russia se non si è fatto nulla contro gli USA, che interventi come quello russo ne hanno fatti a palate senza pagare daZio? Quanti morti civili hanno fatto e fanno gli USA e i suoi alleati, senza pagare e sostanzialmente senza esser condannati da nessuno? Perché dovrebbe pagare la Russia se gli USA (e non solo) non hanno mai pagato? Si chiama “precedente”. E non lo hanno stabilito i russi. Russi che a me non piacciono – la loro gestione dei conflitti che elimina le complessità – ma Perlomeno la Russia ha la “attenuante” di averlo fatto su richiesta del regime di cui era sempre stato alleato. Gli USA unilateralmente, sempre e ovunque (63 guerre sostenute in questo secolo). Quando vedrò i responsabili dell’invasione in Iraq pagare per quel che hanno fatto, urlerò che Putin deve pagare anche con la ghigliottina. Non prima.

Mi pare ridicolo prendersela oggi coi russi (e con gli iraniani che cercano di preservare, su richiesta dei governi, Iraq e Siria perché unici alleati in una regione gonfia di nemici, circondati da basi americane intorno ai loro confini, con Israele che si permetteva di minacciare strike missilistici contro le centrali nucleari iraniane – facendo uccidere da agenti del Mko una quindicina di scienziati iraniani, fisici nucleari con famiglia che lavoravano a un programma nucleare legittimo secondo l’npt che Israele non ha mai firmato pur avendo 200 testate nucleari – senza pagare conseguenze e anzi incoraggiato da alcuni media, con tutte le ultime amministrazioni USA che hanno minacciato un regime change in Iran e finanziato in passato gruppi qaedisti – come jundullah in balucistan iraniano – per destabilizzare la repubblica islamica, oltre ad essere alleati del peggior pericolo per l’Iran, l’arabia saudita, che sostiene tutti i gruppi qaedisti in Siria e sopratutto Iraq, che come Daesh hanno come primo obiettivo dichiarato gli sciiti e gli iraniani- che sono perlopiù sciiti-, in quanto tali, basta ascoltarne i proclami e comunicati da 30 anni a questa parte, dove si dice che l’Iran e’ “il male assoluto” anche più degli USA e Israele…e potrei continuare) che nel contesto geopolitico in cui sono – con Siria unica loro garanzia di accesso ai mari caldi – difendono le loro basi nel mediterraneo e unico alleato regionale, ma dimenticarsi che gli USA hanno fatto quel che fanno i russi – o molto peggio – mille volte, senza mai pagare.

Ridicolo, e intellettualmente disonesto. Il limite di questa ultima categoria e’ l’ignoranza rispetto al contesto geopolitico e geoeconomico (basti pensare all questione della pipeline che nei piani americani e dei paesi del golfo sarebbe dovuta passare per la Siria fino al mediterraneo, tagliando fuori l’Iran e la Russia) in cui si muovono i paesi, delle “Grand strategies”, la loro sottovalutazione del fatto che gli americani hanno effettivamente un comportamento e politiche (ancora) imperialiste, da poliziotti del mondo, che mettono in allarme vari paesi; americani che concepiscono i “national security interests” – unico paese al mondo – come illimitati nel tempo e nello spazio, anche a 20000km dai loro confini. Sembra che per questa categoria lo scenario internazionale sia completamente sconnesso da quello nazionale, come se fosse esistita solo e soltanto la variabile delle proteste di piazza, indipendentemente da tutto il resto.

Chiedetevi cosa accadrebbe se un paese speculare agli USA volesse piazzare la sua flotta – come la quinta statunitense nel golfo persico, su concessione degli autocrati avidi e corrotti del Golfo – nel Golfo del Messico.

Secondo me quel che accade in Siria non trova soluzione anche perché esistono questi campi che si rifiutano di essere coerenti e onesti con se stessi. Che ormai hanno scelto una narrazione e a quella rimangono attaccati, bypassando ciò che la contraddice, per non rovinare il loro quadretto “bianco” o “nero”, senza alcuna sfumatura. Senza parlarsi, senza confronto, accusandosi e basta. Dandosi del “fino russo” e del “filo americano” (io mai sarò accanto a Putin ma allo stesso tempo ritengo che “imperialismo americano” sia una parola con un senso eccome, e che gli americani, e francesi e britannici prima, siano i principali responsabili di quel che è diventato il medioriente in questi 100 anni, non certo i russi). E perpetuando così una guerra senza fine, che si alimenta anche di questo, non solo delle armi che arrivano al regime da Mosca e a daesh e nusra da alleati occidentali.

Ci sarebbe molto altro da dire, a un campo e all’altro, ma mi fermo qui. A guardare con crescenti dubbi un mondo che mi sembra sempre più complesso, dove la ragione si mischia col torto. Dove mi è difficile scrivere un pezzo al giorno con la sicumera che vedo in tanti colleghi, che ignorano parti di realtà. Io non ce la faccio, ho anche questo limite oltre agli altri. Torno nel loculo dei dubbi e vi lascio nella vivace piazza delle certezze.

(Stra)parlare di Fitna

Sentite – perlopiù a sproposito – parlare spesso di ‘Fitna’, di scontro insanabile, tra sunniti e sciiti. Un qualcosa che è sostanzialmente solo nella mente di pochi strumentalizzatori con finalità politiche (sin dal principio, non solo oggi), perché la realtà, la prassi, per chi abbia frequentato il mondo islamico, ci parlano sostanzialmente di fratellanza e Unione tra i due rami principali dell’Islam – come ben attesta il quartiere misto dove vivo a Beirut -, anche se ogni volta che c’è una guerra in cui vi siano dei sunniti da una parte e degli sciiti dall’altra, la si riconduce, per eccesso di essenzialismo o di semplificazione, sempre ad un problema religioso, che ne stimola uno politico. Quando, semmai, può essere vero il contrario, sia al giorno d’oggi, sia quando lo scisma si concretizzò, circa 1400 anni fa, in seguito alla battaglia di Kerbala.

Il primo mese del calendario islamico – Muharram – però, simboleggia bene alcune delle differenze che intercorrono tra sunniti e sciiti, o meglio una loro diversa sensibilità ad alcuni eventi storici che ne hanno plasmato la Tradizione:

per i sunniti l’inizio del mese di Muharram – che cadeva ieri – va “festeggiato” (un po’ come si fa, semplificando, da noi, cioè facendo buoni propositi ecc), perché in questo periodo, 1438 anni fa, la neonata comunità islamica guidata dal Profeta Muhammad migró da la Mecca a Medina, segnando il sostanziale inizio di una Storia che dura tuttora, in gran parte seguendo le stesse, durature, incredibilmente intatte convinzioni etiche, liturgie, ritualità, sensibilità, abitudini collettive; per i sunniti l’inizio di Muharram e’ come una festa, una occasione per scambiarsi gli auguri.

Per gli sciiti è diverso, molto diverso. Non c’è nulla da festeggiare, sebbene si riconosca ovviamente che la comunità del Profeta si istituzionalizzò con la migrazione (Hijra) menzionata. Perché per loro il mese di Muharram introduce anzitutto un periodo di profondo lutto, sul quale riflettere, e se possibile piangere, piangere letteralmente: infatti nel decimo giorno di questo mese – Ashura, da ashra, che in arabo significa “dieci” – Hussein, cioè il nipote del Profeta Muhammad, e figlio del suo cugino, compagno, “fratellastro”, suocero Ali (per una curiosa mescolanza di rapporti parentali intercorsi tra i due: il papà di Ali, che era lo zio di Muhammad, adottò in tenera età quello che sarebbe diventato il Profeta, facendolo in parte crescere col suo cuginetto Ali, che più avanti sposerà una figlia dello stesso Muhammad, Fatima, da cui prende il nome il Califfato fatimide, ma quella è un’altra storia) si scontrò sulla piana di Kerbala con le truppe ommayyadi (politica…non religione!) agli ordini di Yazid I (che era sunnita, ma la cosa ha meno rilevanza di quanto i teorici della fitna ritengano), molto più numerose e meglio armate. Il destino di Hussein e dell’esiguo numero di suoi compagni (72), già segnato, si compì il 10 di Muharram e diede luogo al loro drammatico martirio. Da quel momento, gli sciiti (la “fazione” di Ali – shia vuol dire fazione – e indirettamente di suo figlio Hussein) ogni decimo giorno del mese di Muharram vivono un profondo, immanente, radicato lutto, e le sue manifestazioni sono visibili ovunque ci siano dei musulmani sciiti, per 40 giorni (chiamati arbaeen, da arba=quattro; 40 che è anche il numero degli anni trascorsi dall’Hijra al martirio di Hussein), fino al compiersi del pellegrinaggio a Karbala, tuttora uno degli eventi collettivi più partecipati al mondo (lo scorso anno si erano stimate 20 milioni di persone).

Pur sapendo che le differenze sostanziali – quelle strettamente funzionali alla convivenza – sono meno rilevanti di quanto si pensi, mi fa sempre una certe impressione registrare – da osservatore, e con una visuale oggi virtualmente amplificata dai social network – come questo “capodanno islamico” venga vissuto secondo modalità opposte da sciiti e sunniti.

In questo caso, e sostanzialmente solo in questo, se si eccettuano alcuni aspetti esteriori e l’abbozzo di una sorta di “”clero””, che esiste nello sciismo ma non nel sunnismo – sembra si parli di due religioni diverse. Per questo, nonostante non mi esima mai dal fare gli auguri agli amici musulmani per ricorrenze come la fine e l’inizio del mese di Ramadan, non mi viene mai di farne per Muharram. Perché penso che da una prospettiva esterna, astenersi attesti o aiuti ad attestare ed alimentare indirettamente il pluralismo interno – sin troppo taciuto – che definisce questa immensa, antica, affascinante Religione e tradizione culturale che è l’Islam.