I foreign fighters “giusti”: una riflessione

Sarò nuovamente impopolare ma volevo fare questa riflessione.

Incensare, come stanno facendo la totalità dei media, ragazzi come Karim Franceschi – ragazzo italiano unitosi alle YpG per combattere Is, e poi autore di un libro edito da Rizzoli, “il combattente” – secondo me è una operazione problematica.

Sembra molto facile, quasi consequenziale tessere le lodi di chi fa la guerra a quelli che unanimemente (me compreso) vengono considerati il Male assoluto, i miliziani dell’Internazionale di daesh. E invece, a ben guardare, puo’ essere una operazione discutibile, che non considera affatto quanto sia labile il confine – militare, emotivo, psicologico direi – tra miliziano buono e miliziano cattivo – le sfumature all’interno dello spettro -, nel momento in cui si parla di civili come tutti noi che da un giorno all’altro diventano militari, unendosi a milizie più o meno regolari.

Dove finisce l’eroe di guerra, e dove inizia il Foreign fighter?

Certo, esiste perlomeno una discriminante: chi si arruola nell’is combatte per imporre un’idea di società gretta e anacronistica, che minaccia in qualche modo tutti noi. Ma l’accezione di “Foreign fighter” deriva anzitutto dalla trasformazione di un civile in un militare, cioè un uomo o una donna che partono per un contesto militare e combattono, uccidono.

Chi mi assicura che Franceschi – di cui rispetto la scelta, perché ha rischiato la vita – non abbia mai massacrato nessuno? Chi mi assicura che sia un “difensore dei valori democratici” (c’è un tesserino? I curdi sono tutti buoni? Non basta che quelli di isis siano tutti cattivi) più di un altro, o che non sia invece un ragazzo che ha semplicemente voglia di uccidere, con l’unica differenza che non lo fa credendo alle idee di al Baghdadi?

Davvero la differenza la fa il Rojava, improvvisamente divenuto il luogo dei Giusti per eccellenza?

[Non ho nulla né contro i curdi siriani ne’ contro gli altri curdi, iracheni in primis, pur essendo ben consapevole che tra di loro sovente si fanno la guerra e son tutt’altro che uniti e omogenei – chi lo è, d’altronde? – tantomeno sul concetto ampio di democrazia (che come vediamo spesso si fatica anche noi “maestri di civiltà” a comprendere…) ma semplicemente e mediamente molto abili a combattere contro un nemico comune, che per un po’ li distoglie dal conflitto/i al loro interno. Vedi anche la storia dei Mirkhan, i del conflitto tra il clan dei Talabani e i Barzani]

Abbiamo sempre parlato dell’is anzitutto per metterne in risalto gli orrendi crimini, di guerra e non solo, ma in questi casi, invece, sembriamo voler appaltare – senza alcuna garanzia – la narrazione di un conflitto o parte di esso a ragazzi che dopotutto vanno a fare la guerra, senza chiederci o verificare cosa facciano. Ci si fida ciecamente per il semplice motivo che “combattono il male”: questa è una definizione che non mi soddisfa, abituato come sono a considerare che il male può essere mutevole, transitorio, a volte insondabile.

Mi pare – quella di chi lo incensa a priori – una posizione che parte da una leggerezza di fondo, oltre che spesso una scarsa conoscenza del contesto in cui i ragazzi come Karim Franceschi vanno a fare la guerra. Per lui, teoricamente, potrebbe cambiare solo il lato della barricata in cui si trova, ma non molto altro.

Tutto questo anche non considerando che esiste una cosa chiamata DPTS – disturbo post traumatico da stress -, che come abbiamo visto ha colpito ad esempio molti militari americani reduci dalla guerra (e parlavamo appunto di militari molto addestrati, magari con altri conflitti alle spalle). Se sdoganiamo l’idea che “andare a combattere coi curdi e contro l’isis” sia bene, ti renda un eroe, e magari ti permetta pure un pubblicare un libro dal titolo “il combattente” (mica “il Foreign fighter”, pur essendo – curiosamente – ‘combattente’ la traduzione di ‘fighter’), documentari, ecc, insomma, non lo so mica dove arriviamo. Non lo so sul serio.

Ricordiamoci sempre che in Italia un giovane su due è disoccupato (più tutto il resto): e se i Karim Franceschi aumentassero, e non fossero – finora.. – forti psicologicamente come lui? Cosa farebbero al loro ritorno?

Che peraltro, il libro del primo combattente che si unisce ai curdi può anche incuriosire, “tirare”, far guadagnare qualcosina..ma quello del centesimo non lo so mica. Non credo che Franceschi – a meno che non si individuassero eventuali crimini di guerra commessi – vada condannato a nessun livello, o perseguito come si fa con i “Foreign fighters”. Rispetto la sua scelta, la rispetto sul serio. Esprimo però dei dubbi sulla pubblicità che gli si fa attorno, accecati da questo potente e disorientante afflato di scontro di civiltà che a volte ci fa dimenticare cose davvero elementari, come una reale analisi di cosa significhi “difendere la democrazia” e cosa no, o come le conseguenze stesse di uno scontro militare in un uomo che fino a ieri era un civile.

Non vorrei – a parte le considerazioni che faccio sull’opportunità o meno di trattare questi ragazzi come eroi – che poi dovessimo, con tutti i problemi che abbiamo, fare i conti anche con migliaia di casi di disturbo post traumatico (DPTS) o similia, con tutto quel che ne può conseguire (omicidi, suicidi, ricoveri ecc).

Spero davvero di sbagliarmi, di aver appena scritto una marea di cazzate. Ma davvero.

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