Il dovere dell’accoglienza, gli immigrati e Salviny

Gira un video di Salvini (che purtroppo ho condiviso poco sotto, per spiegarne in breve le storture e i passaggi deliranti, cioè tutti) da Del Debbio (gia dovrebbe bastare così) che vedo condiviso come non mai, anche da insospettabili.

In breve: Salvini sta alla lavagnetta e cerca di spiegare che non è razzista (sic). Lo fa con “i dati”: in Italia arrivano circa 120000 immigrati; il 70% di questi fanno richiesta di asilo, e tra questi a solo 2350 viene riconosciuto (chiarire significato di “asilo”, e di rifugiato, che non è uguale a “profugo”, ma lui non lo sa). L’altro 60% , dice salvini, “sparisce”, lasciando intendere che magari si tratta di pericolosi terroristi, che bisogna “espellere” e “aiutare a casa loro”, pur avendo Salvy sempre votato a favore dei tagli alla cooperazione. Ma questo è un dettaglio.

Andando più o meno con ordine, e limitandomi a incollare un commento che avevo fatto ieri sera (ora son pieno di lavoro, magari poi specificherò ulteriormente):

questi che cita Salvy, appunto, non sono dati, o meglio sono dati che non capisce, come non capisce di cosa stia parlando, i termini che utilizza in modo random. Salvini fa questi calcoli astrusi ignorando la basilare differenza tra un profugo e un rifugiato. Anzitutto: Un rifugiato e un richiedente asilo possono non scappare dalla guerra, vero. E allora?

Scappano da una Marea di cose: a parte i meccanismi della globalizzazione […….] e le politiche di aggiustamento strutturale del FMI […] che hanno distrutto l’Africa ancora di più di quanto abbiano fatto i furti (si, sono proprio furti, ma è un altro discorso) di risorse da parte di paesi europei nel passato e anche in un relativo presente, Salvini ignora degli Elementi basilari, come è normale che sia per uno che non ha studiato nulla, che parla di “Africa”, così, come fosse un calderone tutto uguale.

Le persone non scappano solo dalla guerra: scappano dalla persecuzione politica; scappano dalla persecuzione su base confessionale, etnica, persecuzione di cui spesso abbiamo responsabilità indiretta, visto che abbiamo sovente messo noi o supportato noi sanguinari dittatori autoreferenziali. Scappano dalla fame, scappano da carestie e siccità, scappano da assenza endemica di lavoro e possibilità di produrre (ne sanno qualcosa un buon numero di multinazionali).

Sto parlando di paesi tecnicamente in pace, attenzione. In Sudan non c’è mica la guerra. In Ciad – in parte- e Mauritania idem, e potrei continuare. Ma le persone richiedono asilo politico per svariati motivi, perché la loro vita è impossibile anche se non ci sono le bombe. In Nigeria, anche prima di Boko haram, era lo stesso. E parlo sia di gruppi di persone (es. gruppi etnici o religiosi), sia di singoli elementi (che richiedono asilo politico perché in quanto singoli mahari hanno espresso opinioni per le quali nei loro paesi si va in galera o peggio. Ci siamo chiesti cosa facevano per esempio i tanti siriani che c’erano a Roma anche da molto prima della guerra? Io ne ho conosciuti. Gente per bene che scappava dalla mukhabarat o compagnia).

I numeri di salvini oltre a non avere alcun senso ignorano – credo volutamente, perché avrà pure un intellettuale che gli suggerisce come interpretarli, e i numeri si interpretano sempre, non sono mai fini a se stessi – dei fatti anche più semplici: quando lui parla di 60.000 “spariti” (che poi a suo avviso sarebbero implicitamente tutti i potenziali terroristi), non sono altro che le persone che cercano di eludere una roba insensata come il regolamento di Dublino, che salvini non sa nemmeno cosa sia.

Il regolamento di Dublino impone una cosa folle: cioè che ti devi registrare nel primo paese dell’Ue dove metti piede (e btw io da sempre sostengo il fatto che Nn solo andrebbe rivisto ma che l’ue dovrebbe aiutare i maggiormente i paesi del Mediterraneo, più facilmente ricettivi per motivi geografici): va da se – basta parlarci con i “clandestini”, ma è pieno anche di studi in materia – che un nigeriano che arriva in Italia e ha i parent in uk che vuole raggiungere, oppure un cittadino di N paesi dell’Africa che semplicemente, OVVIAMENTE, sa benissimo che in una Germania troverà lavoro e potrà rifarsi una vita molto più facilmente che in Italia, non si registrerà mai in Italia, perché sa che così se la prende in quel posto. Cerca di arrivare clandestinamente al confine per cambiare paese, e poi registrarsi li, in Austria in Germania o altrove, dove ha poi chances di vivere con dignità. Dall’Italia, si tende a SCAPPARE. È’ ad esempio il caso di tantissimi siriani che arrivano in Italia dalla grecia, e che hanno parenti in Germania e Olanda, i paesi in cui Nn solo ci sono ben altre politiche sociali ma dove c sono le più ampie comunità siriane (nel Caso dell’Olanda in rapporto alla popolazione ovviamente) in Europa. Avevo anche scritto un pezzo per UU (sport) in cui citavo siriani che arrivano in Italia e come ladri cercano di nascondersi per arrivare nella prima città tedesca. Non sono cattivi, non sono terroristi, sono semplicemente persone che hanno fatto una vita di Merda – di cui salvini Nn ha nessuna contezza e/o rispetto, altro che “non sono io il cattivo” – e che non hanno nessuna intenzione di ricominciarne un’altra di merda, in un paese in cui tra le altre cose non c’è lavoro. Quindi quei 60.000 nella stragrande maggioranza dei casi non sono “spariti” (leggi: terroristi, paura, ecc), sono sopratutto persone che se riescono e se possono cambiano paese prima possibile, visto che l’Italia non offre nulla se non i Salvini e i suoi discepoli.

Dopodiché un discorso strutturale e di fondo: io sono d’accordo a ricostruire paesi distrutti o economicamente o dalla guerra o entrambe le cose, e permettere alle persone di rifarsi una vita a casa propria (e salvini ha votato per tagliare i fondi alla cooperazione, ma di che parliamo? Ma davvero credete che chi è fautore di queste politiche del cazzo vuole aiutare le persone? I Salvini et similia per me butterebbero una atomica sull’Africa, altroché). Tutti gli immigrati vorrebbero tornare a casa loro. Tutti.

C’è però un problemino di fondo, che quelli dell'”aiutiamoli a casa loro” ignorano. Un problema di inversione di tempi e dinamiche: per ricostruire un paese – che 9/10 abbiamo contribuito noi europei a distruggere, militarmente (l’ultimo caso è la Libia) e non (paesi non in guerra come la Sierra Leone depredata completamente, il Niger idem, il Congo, Zambia ecc ecc) ci vuole tempo, molto tempo, e politiche serie e di lungo periodo. Non è che lo rimandi indietro e dici: bene, ora vi aiutiamo. Perché la vita è una sola, e avoja ad aspetta’ l’aiuto.

No, non si fanno i conti senza l’oste, non dici a uno che ha perso la casa “torna dentro, poi ti aiuto (vedi: vendo i “mattoni”, e con mattoni sappiamo cosa intendo, vedi indebitamento o leggere alla voce “politiche di aggiustamento strutturale” del FMI e della banca mondiale) a ricostruirla”. Eh no. A uno che viene da una situazione di indigenza, guerra, persecuzione politica (ma salvini continua a ciarlare di “non scappano dalla guerra!!!”, come se la guerra fosse l’unica cosa che impedisce di vivere) religiosa o etnica, che spesso hai contribuito tu europeo a perpetuare, non puoi dire così.

Hai invece il dovere di accoglierlo, come fortunatamente (almeno questo) impone il diritto internazionale, e nel frattempo – seriamente, non a parole, e vi comunico che non solo nulla è stato mai fatto di concreto e sostanziale ma che gli stessi salvini e compagnia hanno sempre votato per non dare un euro a nessun paese africano – aiuti a ricostruire il suo paese.

Questo si fa, nei paesi civili. Prima ricostruisci, o aiuti a ricostruire i danni che anche tu (e alcuni meccanismi della globalizzazione) hai fatto. Poi, semmai, rimandi a casa. Non il contrario. E state sicuri che ogni essere umano se ha possibilità di vivere a casa sua dignitosamente, come vivete voi, ci torna anche a nuoto, perché lo sradicamento non piace a nessuno al mondo.

Tralascio sullla stronzata secondo cui “una famiglia africana” (manco un individuo, una famiglia!!!) vive bene con 200 all’anno”. Basti pensare che secondo la stessa banca mondiale 1.25 dollari al giorno costituiscono la soglia di povertà assoluta/estrema (poi c’è quella relativa, più alta..e non “si vive bene”) per un individuo, non per una famiglia. Fate il calcolo e vedete se 200 euro all’anno permettono a una famiglia intera di vivere con anche solo una parvenza di dignità. Salvini ha fatto Il solito show vomitevole (10000 Like e rotti, commenti commossi) e c’è gente che ci casca davvero.

Ps aldilà dei fatti e dati citati a caso e senza comprenderli, vi Rammento che 15 anni fa salvini era alla ruota della fortuna ad autodefinirsi “fancazzista”. Poi ha deciso di riciclarsi prima come secessionista, poi come aizzafolle razzista. Ma che minchia vi aspettate?

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L’epica dei tassisti libanesi

Come forse è noto, i tassisti del Medioriente sono fonte di epica. Termometri politico-sociali del Paese, strumenti essenziali sia per i giornalisti che per chi studia la lingua araba, o per entrambi (come me).

Non esiste permanenza dignitosa in un Paese del Medioriente senza un amico tassista. Io, per non sbagliarmi, me ne faccio molti – pur non essendo maestro di estroversione -, e mi bastano 3 minuti di conversazione, il tempo di lasciargli quelle 2000 lire libanesi, per poi a fine corsa chiedergli numero, mail, indirizzo, codice postale, iban, cartella clinica. Insomma tutto quello che mi permetta di rimanerci in contatto.

Il tassista, se sei una persona senza amici, una persona brutta, orrenda, una persona asociale, o solo una persona introversa, è ‘ideale per lasciarsi andare a confidenze, riceverne, o semplicemente allenare il proprio arabo, sempre considerando che per ragioni intuibili – e soprattutto in Libano – i tassisti parlano anche inglese (che quando la conversazione si fa complessa tiro fuori dal cilindro, essendo il mio arabo, sopratutto quello dialettale, pessimo).

Oggi, mi sono imbattuto in un genio. Che se lui fa (oggi) solo il tassista io davvero dovrei, con tutto il rispetto per gli addetti alle pulizie, pulire i cessi dell’autogrill di Bassano del Grappa (che penso siano più puliti di altri), nulla di più, e dovrei anche ringraziare a fine giornata.

Forse non ce ne rendiamo conto ma a Beirut, così come altrove in Medioriente, è pieno di gente che se davvero avesse la possibilità di competere ad armi pari con Noi, ci farebbe un culo così. Anche a livelli più bassi di istruzione, o avendo frequentato università peggiori, parliamo di gente che spesso ha due-tre lingue nel proprio bagaglio (non so da voi, ma a Roma un tassista fatica a parlare italiano, il chè va benissimo con me che nel’Urbe utilizzo esclusivamente la lingua di Trilussa, ma insomma, per i giapponesi può essere un problema), che conosce una teoria economica tanto quanto è in grado di aggiustare autonomamente uno scaldabagno; che – sopratutto – conosce, anche solo a causa della sua curiosità, prima che dell’approfondimento vero e proprio, l’Europa e l’Occidente molto più di quanto noi conosciamo il mondo arabo islamico. Ricordo un venditore ambulante di frutta in un paesino sperduto dell’Iran, che si è messo a parlarmi di Napolitano. Napolitano: roba che un suo omologo in Italia manco sa chi è.

Dicevo, ho conosciuto un genio, di nome Ammar. Una sessantina di anni, vaga somiglianza con Achille Occhetto, tarchiato, unghia del mignolo da chitarrista, e una parlantina inarrestabile e fumantina. Dopo esser salito sul taxi, assieme ad altre due persone, Ammar inizia deliberatamente a parlare, anzi a sbraitare, come se ce l’avesse con tutti noi. Ci metto un pochino a capire l’argomento – Ammar parla velocissimo in arabo, e in dialetto, ovviamente – che all’inizio mi sembra il traffico, ma poi capisco che lo è solo in via incidentale. Ce l’ha con tutto il Libano, si lamenta di un Paese nel caos completo (che nonostante tutto però regge, miracolosamente).

Proprio oggi, il Parlamento si è riunito in seduta per eleggere il presidente della Repubblica (che conta come quello francese, non come il nostro), che in Libano manca da due anni e mezzo, quando finì il mandato di Michel Sleiman, a maggio 2014.

Vi anticipo però subito che a causa del mancato (previsto) raggiungimento del quorum (si sono presentati 53 parlamentari alla seduta, per il quorum ce ne volevano 86, ndr), non verrà eletto proprio nessuno, as usual, e il Paese rimarrà senza chissà ancora per quanto. ll voto è stato nuovamente rimandato al 31 ottobre prossimo.

I due blocchi principali – la coalizione “8 marzo” guidata dal primo partito cristiano-maronita (FPM) e da Hezbollah, più altri partiti minori come quello armeno (Tashnaq), il Marada e Amal, altro partito sciita; e la coalizione “14 marzo”, guidato dal partito con più seggi in parlamento, il Mustaqbal (Futuro) del sunnita con cittadinanza saudita Saad Hariri (il partito non è in ogni caso islamista, Hariri non è nemmeno particolarmente religioso, ndr), alleato con i cristiani delle Forze Libanesi, del Kataeb (Falangisti, si, quelli di Sabra e Chatila, o meglio i loro eredi) – sono divisi da sempre, su quasi tutto. Non su linee confessionali, come si sente spesso dire da pigri osservatori, che sembrano parlare di un mondo vecchio di 30 anni.

I partiti sono divisi su questioni politiche e geopolitiche (il Libano è esposto a varie influenze esterne, di vario grado e intensità: iran, arabia saudita, Stati Uniti, Israele e Siria), racchiuse all’interno della necessità di rispettare il Patto nazionale del 1943, che ripartisce i seggi in proporzione alla dimensione dei gruppi confessionali (sono in totale 18 in Libano, che è grande come l’Abruzzo, anche se un censimento ufficiale non si effettua da più di 80 anni) e che stabilisce che il Primo ministro debba essere sempre sunnita, il presidente della Camera sempre sciita e il presidente della Repubblica sempre cristiano maronita.

La seduta, si discute in taxi – o meglio è Ammar a intrattenerci – sta dando esito negativo, come avrebbero previsto anche i bambini (dice così, più avanti). Non verrà raggiunto il quorum, anche perché i ministri e i parlamentari dell’Fpm e di Hezbollah, che lo sostiene, boicottano da un po’ le sedute, accusando non senza qualche ragione l’altro blocco (che esprime alcuni ministeri importanti) di voler escludere una parte della società e della sua rappresentanza dalla gestione del potere, oltre che direttamente Hariri di essere manovrato dai sauditi (Hariri ha anche passaporto saudita).

D’altra parte Saad Hariri, e con lui Samir Geagea (Forze libanesi, un gentiluomo condannato per crimini durante la guerra civile, compreso lo sterminio della famiglia Farangiyye, dopo la quale è stato 11 anni in isolamento, e senza impazzire, di questo gli va dato atto) e Samy Gemayel, figlio di Pierre (…), accusano Hezbollah di voler usare il Fpm, per poi dominare il Paese indirettamente. Hezbollah e il Fpm accusano a loro volta Gemayel di fare gli interessi di Israele, anzi di esserci proprio alleati, nonostante l’ostilità a Israele sia forse l’unico elemento che unisce lo spettro politico libanese, perlomeno in apparenza. Poi, defilato, c’è il Partito socialista progressista (bel nome eh?) di Walid Jumblatt, conosciuto tra la popolazione come “la bandierina”. Dove va il vento, va anche lui. Impossibile collocarlo politicamente, anche se sulla presidenza è per Suleiman Franijeh.

Il movimento “Futuro” di Hariri, ma non tutta la coalizione 14 marzo, divisa al suo interno, sostiene, appunto, la candidatura del già citato Suleiman Franijeh, a capo del movimento Marada, un partito cristiano minore (che paradossalmente sta nella coalizione 8 marzo!), alla carica di Presidente della Repubblica; il blocco dell’ 8 marzo, invece, sopratutto il Fpm, il Tashnaq e Hezbollah, insieme alle Forze Libanesi (nel 14 marzo), sostiene quella di Michel Aoun, fondatore del Fpm. Il grosso della coalizione 8 marzo ritiene Aoun il leader più rappresentativo tra i cristiani, non senza qualche ragione. Il partito sciita Amal, che è nella coalizione 8 marzo con Hezbollah e Fpm, sostiene però Franijeh come presidente; specularmente, come detto, le Forze Libanesi, nel blocco 14 marzo, sostengono quella di Michel Aoun. Un bel casino, sì.

Ad Ammar, il genio, un analista politico come non ne sentivo da tempo, lo sento nominare tutti, ma proprio tutti: saudii, iranii, ameriki, israili, urubii (europei). Persino australiani. Sostiene che il Paese, le sue forze politiche, è in balia di agende esterne, e che – come dargli torto – i politici sono in gran parte dei corrotti che si sono allungati il mandato ad libitum. Che Hezbollah pensa solo alla guerra in Siria; che il movimento Futuro è guidato direttamente da Ryad, oltre che Hariri “è scemo, limitato, mica come il padre”; che le Falangi sono in combutta con Tel aviv; che Geagea è un “opportunista e un criminale, anche se almeno ha pagato”, e che gli altri non contano nulla, anzi che “contano meno di me: io Ammar giuro su Dio che potrei radunare in piazza più gente del Marada. Li metto tutti nel taxi. Mi fanno tutti schifo, guardate che buffonata questa cosa della presidenza, io non voto da 35 anni e sono più orgoglioso di questo che di mio figlio”.

Due passeggeri su tre scendono dal taxi quasi sfiniti, affaticati, pur non avendo proferito parola, come se avessero visto un film di Tarkowski di 5 ore in polacco senza sottotitoli. Io no, resisto, anzi infierisco, anche perché sarò l’ultimo a scendere. Mi racconta che ha vissuto a Milano 20 anni fa, perché è un ingegnere civile, e tanto per parlar di soldi, mi informa che lavorava ad un progetto di 1 milione e mezzo di dollari. L’italiano, però, lo ha dimenticato, anche se ricorda che era facile, essendo “un incrocio tra francese, inglese e portoghese”. Poi canta: “lasciatemi cantare, io sono un italiano, un italiano vero”, con pronuncia perfetta.

Faccio l’errore madornale, ad un certo punto, più per cambiare argomento che altro – dopo che passiamo di fronte ad una moschea -, di chiedergli se lui sia sunnita, sciita, maronita, druso, o altro. Lui sorride sornione e beffardo, e rilancia: “Tu sei italiano no? Io sono libanese. Da quanto stai qui, un mese? E già parli di sunniti, sciiti, cristiani?”. Mi sento un po’ uno scemo, in effetti, e farfuglio cose senza un particolare significato, dicendo che mi ero informato prima sui gruppi confessionali.

Non mi risponde direttamente, e prima di lasciarmi a Spears street riattacca con la sua vita: “Ho lavorato 30 anni negli Emirati, finché non mi hanno cacciato senza un motivo, solo perché sono sciita”. Fanno così, nel Golfo, “sono dei cani” (kalb, cane in arabo, viene usato spesso come insulto, ma non perché come si sente spesso i cani non piacciano – quelli sono i fondamentalisti di varia estrazione -, anzi a Beirut in molti possiedono un quadrupede, in ogni gruppo confessionale).

Poi aggiunge: “sono sciita ma non mi piace Amal, sono ridicoli; non mi piace nessuno, nemmeno Hezbollah, non mi piace da un po’ ormai”. E chi ti piace?, chiedo. “Mi piace solo il capo, Seyyed Hassan Nasrallah, e la muqawama (“resistenza”, contro Israele). Siamo arrivati, mr Celentano, ecco Spears street. Vorrei parlare ancora ma devo andare in moschea, inshallah”. Esco, e sento di aver appena conseguito un master in studi libanesi.

L’omicidio di Naheed Attar: una riflessione

Lo scrittore giordano Naheed Attar era ateo, anche se i giornali continuano a riferirsi a lui come un cristiano. Era nato nello stesso quartiere del suo assassino, ed aveva solo qualche anno in più di lui.

La vignetta che aveva pubblicato – e qui c’è anche da prendersela con il sistema giudiziario giordano, che si è concentrato sul marginale aspetto della antropomorfizzazione di Dio, anziché sulla sostanza – non offendeva in alcun modo Allah, anzi faceva ironia sul modo in cui Daesh e similia ne abbiano travisato la concezione: in sostanza, era una vignetta “in difesa” di Allah, perché Attar pur non essendo una persona religiosa aveva un grande rispetto della religiosità altrui, essendo nato in un mondo in cui la religione ha un peso centrale, ed avendo di conseguenza molti amici religiosi (e tutti devoti ad “Allah”, perché sia musulmani che cristiani arabi chiamano Dio “Allah”, da secoli, divergendo su N punti ma dando per scontato che si tratta, da sempre, dello stesso Dio).

Sembra che quel cane del suo assassino, Ryad Ismail Ahmad Abdallah, fosse in Arabia Saudita due giorni fa, dopo aver passato del tempo in Siria a combattere.

Domani alle 7 pm, qui a Beirut, in zona Achrafieh, ci sarà un sit in di solidarietà in memoria dello scrittore. Che la terra gli sia lieve, e che Allah perseguiti Abdallah non solo in carcere ma anche quando – prima o poi – sarà morto [ma so già che dovrò sorbirmi gli islamofobi nostrani sostenere che probabilmente quello stesso “Allah” gli farà i complimenti, ignari non solo di dire scemenze ma anche del fatto di mancare in questo modo di rispetto al Dio che pregano gli stessi “cristiani d’Oriente”, che loro pelosamente e ipocritamente credono di difendere].

La violenza sulle donne e le lezioni che non possiamo impartire

A Melito Porto Salvo, in Calabria, nove ragazzi violentano ripetutamente, a cadenze regolari, per tre lunghissimi anni, una bambina di 13 anni. Uno dei tanti stupri (spesso impuniti) che tutti noi sappiamo consumarsi in questo Paese.

Alla fiaccolata di solidarietà vanno in circa 100 persone, molte da fuori, e parliamo di un paese di 12mila abitanti. Qualche giorno dopo si viene a sapere che la stessa madre della bambina si era ben guardata dal denunciare gli abusi subiti dalla figlia, forse – è una attenuante? Davvero, non lo so – per paura di ritorsioni, visto che tra i sette infami c’erano figli di ‘ndranghetisti e quello di un maresciallo dei carabinieri (bella combriccola, no?). Molti commentano, come si conviene in questi casi, “se l’è andata a cercare”.

Due giorni fa, a Rimini, una ragazza viene violentata nel bagno di una discoteca da un ragazzo. Le sue amiche – le amiche della ragazza eh – invece di denunciare riprendono la scena col cellulare e la postano in una chat su whatsapp.

Lo scorso 25 luglio si scopre che una quindicenne è stata ripetutamente violentata da un gruppo di 11 persone, tra le quali figurava quello che pensava essere il suo fidanzato, e che invece era un escremento. Fidanzato che l’ha attirata con l’inganno, per poi riprendere la scena della violenza collettiva.

Un paio di giorni fa si è suicidata Tiziana Cantone, una donna poco più che trentenne, divenuta nei mesi scorsi celebre – anzi, “virale” – per il video fattogli da un suo “amante” mentre lei gli pratica un rapporto orale.

Durante il video, lei dice alcune cose – cose che capita di dire in un momento privato, che rimane tale anche se due persone decidono di farne un video, ma molti non arrivano a capirlo – che amplificano di molto la sua “celebrità”, impattando in una società di malati, di miserabili voyeur con enormi problemi di gratificazione sessuale.

Sulla mia bacheca, non solo vedo fare ironia sulla morte della Cantone, che vabbè, c’è chi scherza coi morti pensando che lo stesso non possa capitare anche a un suo caro o a una sua cara: non solo.

Sento altresì la solita nenia del “se l’è cercata”, perché sapeva che facendo un video sarebbe diventata automaticamente una pornostar, in sostanza. Doveva aspettarselo, in questa società di guardoni. “Si è suicidata due volte”, tuonano alcuni. Perché siamo una società in cui è – tra le altre cose – sostanzialmente saltata la sicura del privato/pubblico: in cui fare un video da’ automaticamente il diritto di pubblicarlo sulla rete.

Nessuno che provi a pensare che se la cosa fosse accaduta ad un uomo, probabilmente sarebbe stata motivo di vanto. E nessuno che si chieda il perché (alcuni si rispondono: “perché noi uomini siamo più forti, si vede”), nessuno che si ricordi che viviamo
sempre in un mondo in cui due attività identiche sono percepite in modo opposto: se una donna se ne scopa un bel po’, se è disinibita, porca, diventa automaticamente una zoccola; se è un uomo a scoparsene un bel po’, a essere disinibito ecc, è un eroe. Da questa percezione – non dall’atto in sé: evviva chi è porca/porco, chi scopa senza remore e con tutta la creatività, la spensieratezza, la “follia” possibile – discende la possibilità di cadere in depressione per una donna, e sappiamo che se sei depressa il suicidio è dietro l’angolo.

Evidentemente, anche questa cosa non è molto chiara, non è molto radicata, e quel che mi preoccupa stavolta è anche l’inquietante silenzio di molte donne, sempre partendo dalla mia numerosa bacheca. Sarà che pure qui, se l’è andata a cercare?

Ovviamente gli episodi che ho citato non sono isolati. Se andate a fare una ricerchina ne troverete a palate, anche nell’arco di un solo anno, molti dei quali con gli stessi contorni, le stesse dinamiche, le stesse reazioni o non reazioni. E parliamo di quelli noti: in questo momento, anzi ieri sera, probabilmente, anzi sicuramente, una donna – in provincia, in città – è stata stuprata da uno o più uomini, che oggi staranno in qualche bar a ululare di fronte al video che ne hanno fatto. È statistica, signora mia, mica pessimismo.

E non avviene solo nei luoghi in cui manca l’istruzione, spesso parliamo di gente istruita. Ricordiamoci cosa accadde a Luca Barani, il primo che mi viene in mente, senza barare cercando su google. E mi sto fermando all’Italia, per buon cuore. Sugli Stati Uniti – o sulla GB, in cui ieri si è scoperto che una figlia è stata violentata per anni dal padre – dovrei scrivere una enciclopedia, tra violenze nei college o nei campus universitari che ormai risultano più o meno istituzionalizzate.

Le dinamiche – aldilà del resto – e la
frequenza di questi fatti dovrebbero permetterci e permettere ai fini osservatori delle società mondiali che sento parlare in TV o scrivere papiri in prima pagina, di recuperare un po’ di pudore. Il pudore necessario a capire che queste cose potrebbero succedere ai loro figli e alle loro figlie.

Perché mentre loro ciarlano di arretratezza di altre civiltà, del “rispetto della donna che manca tragicamente nei paesi islamici”, di sociologia spicciola senza aver mai passato mezz’ora con una donna musulmana in un paese a maggioranza musulmana, di superiorità culturale nei confronti “di donne oppresse perché coprono la testa”, il mondo in cui vivono gli sfugge totalmente di mano. Letteralmente.

Chissà. Chissà se il tam tam mediatico, se la vicinanza temporale di questi tragici quanto semi-ordinari eventi, non ci faccia riflettere su questo, sulla impossibilità di insegnare niente a nessuno, se non come individui nei confronti di altri individui.

Chissà che non capiamo una volta per tutte che obbligare una donna in casa da una parte e esporla al pubblico ludibrio durante il momento più intimo possibile dall’altra, oppure pretenderne l’illibatezza fino al matrimonio da una parte e violarne la dignità e il corpo in gruppo dall’altra sono solo i due estremi di un lungo e sostanzioso spettro di miseria umana, di merda, di marciume. Quella che riguarda noi uomini, tutti.

Anche quelli che, dall’alto delle loro lezioni di sociologia, di pedagogia, di geografia del rispetto della donna, non si accorgono di avere un figlio che – passando varie ore su youporn, avendo problemi seri ad avvicinare una ragazza, e guardando come la società reagisce a questi ignobili eventi – è il prossimo, potenziale, insospettabile (“era un bravo ragazzo”) stupratore.

Chissà che non la smettano, così, tra una riflessione sul burkini e l’altra, di parlare di “episodi” e di dare lezioni agli altri, guardandosi un pochino dentro e usando le loro risorse intellettuali per cercare di capire la nostra, di società malata. Che basta e avanza, davvero.

I foreign fighters “giusti”: una riflessione

Sarò nuovamente impopolare ma volevo fare questa riflessione.

Incensare, come stanno facendo la totalità dei media, ragazzi come Karim Franceschi – ragazzo italiano unitosi alle YpG per combattere Is, e poi autore di un libro edito da Rizzoli, “il combattente” – secondo me è una operazione problematica.

Sembra molto facile, quasi consequenziale tessere le lodi di chi fa la guerra a quelli che unanimemente (me compreso) vengono considerati il Male assoluto, i miliziani dell’Internazionale di daesh. E invece, a ben guardare, puo’ essere una operazione discutibile, che non considera affatto quanto sia labile il confine – militare, emotivo, psicologico direi – tra miliziano buono e miliziano cattivo – le sfumature all’interno dello spettro -, nel momento in cui si parla di civili come tutti noi che da un giorno all’altro diventano militari, unendosi a milizie più o meno regolari.

Dove finisce l’eroe di guerra, e dove inizia il Foreign fighter?

Certo, esiste perlomeno una discriminante: chi si arruola nell’is combatte per imporre un’idea di società gretta e anacronistica, che minaccia in qualche modo tutti noi. Ma l’accezione di “Foreign fighter” deriva anzitutto dalla trasformazione di un civile in un militare, cioè un uomo o una donna che partono per un contesto militare e combattono, uccidono.

Chi mi assicura che Franceschi – di cui rispetto la scelta, perché ha rischiato la vita – non abbia mai massacrato nessuno? Chi mi assicura che sia un “difensore dei valori democratici” (c’è un tesserino? I curdi sono tutti buoni? Non basta che quelli di isis siano tutti cattivi) più di un altro, o che non sia invece un ragazzo che ha semplicemente voglia di uccidere, con l’unica differenza che non lo fa credendo alle idee di al Baghdadi?

Davvero la differenza la fa il Rojava, improvvisamente divenuto il luogo dei Giusti per eccellenza?

[Non ho nulla né contro i curdi siriani ne’ contro gli altri curdi, iracheni in primis, pur essendo ben consapevole che tra di loro sovente si fanno la guerra e son tutt’altro che uniti e omogenei – chi lo è, d’altronde? – tantomeno sul concetto ampio di democrazia (che come vediamo spesso si fatica anche noi “maestri di civiltà” a comprendere…) ma semplicemente e mediamente molto abili a combattere contro un nemico comune, che per un po’ li distoglie dal conflitto/i al loro interno. Vedi anche la storia dei Mirkhan, i del conflitto tra il clan dei Talabani e i Barzani]

Abbiamo sempre parlato dell’is anzitutto per metterne in risalto gli orrendi crimini, di guerra e non solo, ma in questi casi, invece, sembriamo voler appaltare – senza alcuna garanzia – la narrazione di un conflitto o parte di esso a ragazzi che dopotutto vanno a fare la guerra, senza chiederci o verificare cosa facciano. Ci si fida ciecamente per il semplice motivo che “combattono il male”: questa è una definizione che non mi soddisfa, abituato come sono a considerare che il male può essere mutevole, transitorio, a volte insondabile.

Mi pare – quella di chi lo incensa a priori – una posizione che parte da una leggerezza di fondo, oltre che spesso una scarsa conoscenza del contesto in cui i ragazzi come Karim Franceschi vanno a fare la guerra. Per lui, teoricamente, potrebbe cambiare solo il lato della barricata in cui si trova, ma non molto altro.

Tutto questo anche non considerando che esiste una cosa chiamata DPTS – disturbo post traumatico da stress -, che come abbiamo visto ha colpito ad esempio molti militari americani reduci dalla guerra (e parlavamo appunto di militari molto addestrati, magari con altri conflitti alle spalle). Se sdoganiamo l’idea che “andare a combattere coi curdi e contro l’isis” sia bene, ti renda un eroe, e magari ti permetta pure un pubblicare un libro dal titolo “il combattente” (mica “il Foreign fighter”, pur essendo – curiosamente – ‘combattente’ la traduzione di ‘fighter’), documentari, ecc, insomma, non lo so mica dove arriviamo. Non lo so sul serio.

Ricordiamoci sempre che in Italia un giovane su due è disoccupato (più tutto il resto): e se i Karim Franceschi aumentassero, e non fossero – finora.. – forti psicologicamente come lui? Cosa farebbero al loro ritorno?

Che peraltro, il libro del primo combattente che si unisce ai curdi può anche incuriosire, “tirare”, far guadagnare qualcosina..ma quello del centesimo non lo so mica. Non credo che Franceschi – a meno che non si individuassero eventuali crimini di guerra commessi – vada condannato a nessun livello, o perseguito come si fa con i “Foreign fighters”. Rispetto la sua scelta, la rispetto sul serio. Esprimo però dei dubbi sulla pubblicità che gli si fa attorno, accecati da questo potente e disorientante afflato di scontro di civiltà che a volte ci fa dimenticare cose davvero elementari, come una reale analisi di cosa significhi “difendere la democrazia” e cosa no, o come le conseguenze stesse di uno scontro militare in un uomo che fino a ieri era un civile.

Non vorrei – a parte le considerazioni che faccio sull’opportunità o meno di trattare questi ragazzi come eroi – che poi dovessimo, con tutti i problemi che abbiamo, fare i conti anche con migliaia di casi di disturbo post traumatico (DPTS) o similia, con tutto quel che ne può conseguire (omicidi, suicidi, ricoveri ecc).

Spero davvero di sbagliarmi, di aver appena scritto una marea di cazzate. Ma davvero.

Il Muftì saudita e l’iranofobia

A scanso di equivoci (mi scuso in anticipo per i troppi incisi): le dichiarazioni del Mufti saudita Abd al aziz bin abdallah al Ash sheikh non sono a “titolo personale” ma riflettono la gretta posizione ufficiale del regno dell’arabia saudita, visto che il Mufti viene nominato dal re saudita e le sue opinioni hanno valenza legale, assumendo valore di fatwa, che e’ teoricamente valida per tutti i musulmani (che per fortuna non ascoltano tutti gli al saud, ma spesso ne sono indirettamente influenzati) sauditi e non solo, dato che il regno saudita ha una presa non indifferente – figlia del potere economico, grazie al quale ad esempio finanzia un gran numero di moschee nel mondo e ne decide gli imam – su musulmani sunniti in giro per il mondo.

Le sue indegne dichiarazioni di takfir (dichiarare qualcuno non musulmano, con tutto quel che ne consegue in contesti violenti e non solo; un meccanismo che per ragioni in parte comprensibili non esiste tra gli sciiti), tanto per cambiare – e tanto per rinnovare l’identità con quel che fa daesh/Is, che dichiara kuffar chi non merita, in sostanza, di vivere – sono assai pericolose perché possono avere il valore di un “ordine” nei confronti dei fedeli, in Arabia Saudita e nel Mondo.

Ora forse capirete perché gli iraniani sono incazzati così tanto, perché si rischia seriamente un’altra guerra, e perché questa roba non può esser considerata solo “una (oscura) questione religiosa”, ma politica e di sicurezza, e direi umanitaria. Ho tanti amici iraniani, anche non religiosi, anche ostili a Khamene’i, che sono incazzati come api, e/o preoccupati (e ovviamente su questo sono con il Rahbar). C’è assoluto bisogno che i paesi occidentali, e non solo, si espongano, anziché nascondersi dietro il ditino del “e’ una faida tra due paesi islamici fondamentalisti”. Non lo è, affatto: quello del Mufti e’ un invito nemmeno troppo sottile a perseguire ogni sciita – e da ieri ogni iraniano, nello specifico – nel mondo.

La beatificazione di Madre Teresa e il bisogno irrefrenabile di mettere bocca

Sarò impopolare ma provo grande imbarazzo e un pochino di compassione per le parole che leggo un po’ ovunque su Madre Teresa – anche da parte di chi fino a ieri sera non aveva idea di chi fosse -, che al solito escono fuori come i vermetti quando è sepolta da vent’anni.

Addirittura vedo citare pezzi del tuttologo alcolizzato Hithcens, un bigotto poveretto (e perdonatemi: parlo nella veste di uno che non ha mai fatto nemmeno mezz’ora di catechismo in vita sua, a scanso di equivoci), uno che tra le altre cose ha appoggiato (no, appoggiato è poco: direi proprio tifato) l’invasione americana di Iraq e Afghanistan, così come il “ruolo di Israele (stato sempre più etno-confessionale, ndr) nella regione” (sic); uno che – un po’ come fa oggi – ha attaccato l’immenso e compianto Edward Said, dopo aver finto di essere suo amico, solo quando è morto, da vero Leone, e come fece con molti altri;

che ha fatto milioni – spesi forse in alcohol per dire ancora più cazzate – blaterando sulle religioni, e leggendone i Testi sacri con la stessa”postura” specularmente letteralista dei fondamentalisti religiosi (oggi esponente di questo approccio in Italia è Magdi Allam), e mandando così in visibilio tutte le ignoranti pecorelle fanatiche ateiste che non si accorgono di essere speculari agli oscurantisti religiosi.

Può peraltro essere discutibile quel che Madre Teresa ha fatto in vita, la sua contrarietà ai contraccettivi (come quella del 99% dei religiosi cristiani cattolici), la sua “amicizia con la povertà”, certo, ma c’è una bella differenza tra chi predica bene e razzola male e una che, pur “amica della povertà”, ha vissuto tutta la sua vita essenzialmente e volontariamente da povera (che prendesse voli in prima classe che suoi collaboratori gli prenotavano non è rilevante). Fatela voi la sua vita, dormiteci voi dove ha dormito lei, poi mi raccontate.

Trovo poi grottesco che tutta una pletora di fanatici laicisti – per me identici a quelli religiosi, devo ripeterlo – oggi si permetta (per carità, fatelo pure eh!) di mettere bocca sulle santificazioni, notoriamente roba che riguarda la Chiesa, non altro (stessa gente che poi con solerzia tuona contro i chierici che vogliono mettere bocca sugli affari non religiosi).

Leggo questi conati che vedo in giro e mi viene quasi voglia di difendere Madre Teresa nel merito, nonostante quel merito sia lontanissimo da come la penso, su quasi tutto. Mi fate un pochino tenerezza, lo confesso. Meno di Hitchens, ma me la fate

Il generoso – La storia di Ali Karimi

(pubblicato su Ultimo Uomo http://www.ultimouomo.com/il-generoso-ali-karimi/3/)

 

Dei cinque giocatori più rappresentativi dell’Iran post-rivoluzionario – Ali Daei, Ali Karimi, Karim Bagheri, Khodadad Azizi, Mehdi Mahdavikia – Ali Karimi è il più giovane: nato l’8 novembre 1978, è l’unico tra essi ad aver probabilmente imparato a camminare e a parlare nella Repubblica islamica, nata a cavallo tra il 1978 e il 1979. Ed è anche quello che, in proporzione al talento, si è forse realizzato meno.

 

Mohammad Ali Karimi Pashaki nasce a Karaj, una caotica città industriale a venti chilometri da Teheran, che in quel periodo viene coinvolta dal processo di urbanizzazione, a causa soprattutto dei pendolari con la capitale, che vi si stabiliscono per via degli affitti più bassi. Anche Ali va a Teheran per dare i primi calci a un pallone, nelle giovanili della Fath Teheran (oggi scomparsa), fino all’esordio tra i professionisti, nella seconda serie. In quel periodo, racconta Ali sul suo sito web, gli allenamenti si svolgevano in strada, con una palla di plastica. Uno dei tanti fattori che l’ha portato ad avere un controllo del genere, e a fargli meritare il soprannome di Jadoogar, “il mago” in farsi.

 

 

Nell’estate del 1998 il ventenne Ali Karimi viene acquistato dal Persepolis, la squadra più blasonata del Paese: l’allenatore Ali Parvin lo ha visto in un torneo indoor e fa pagare alla società i 15.000 dollari che servono per prenderlo. Deve essere già una vittoria, questa, per Ali Karimi, che da piccolo tifa proprio per il Pirouzi (che in farsi vuol dire “vittoria”), l’altro nome con cui è conosciuto il club.

 

In Iran, negli anni ’90, i talenti latitano: si viene da quasi un decennio di guerra logorante, in cui tanti ragazzi vengono cooptati dall’esercito o si offrono volontari per la guerra. Il governo iraniano negli anni ’80 riduce gli investimenti nello sport, e solo nel 1990, a guerra terminata, emerge un prima classe di calciatori più o meno importanti: Karim Bagheri, Mehdi Mahdavikia, Khodadad Azizi e Ali Daei. Un mediano, un’ala destra, due prime punte (pur molto diverse tra loro). Tutti giocatori monodimensionali, con dei fondamentali non sempre ineccepibili, figli di un calcio senza dubbio “minore”.

 

 

La comparsa del diciannovenne Ali Karimi nella serie A iraniana, con la maglia del Persepolis, somiglia ad un’apparizione: non si era mai visto in Iran un giocatore con quella visione di gioco, quel senso dello spazio, quel controllo del pallone in corsa, con entrambi i piedi, con quel senso estetico così innato, moderno. Sembra giocare ponendosi sempre il problema di come eseguire le giocate, e mai di quali eseguire: va a braccio. Nel suo primo anno Ali Karimi mette in mostra non solo veroniche, serpentine e gol da metà campo ma anche una capacità di resistenza fisica al fallo quasi soprannaturale.

 

La tecnica sopraffina e inedita di Karimi non fa in tempo ad essere celebrata che subito arriva la prima avvisaglia del suo carattere problematico, che si riproporrà più avanti nella sua vita: fonte ulteriore dell’epica calcistica che lo ricopre ma anche dei rimpianti che lo hanno reso un eterno what if, incompiuto ad altissimi livelli. Ali gioca con l’incoscienza della gioventù, la stessa che lo costringe ad un anno senza calcio, frutto di una squalifica da tutte le competizioni che la Asian Football Confederation gli comminerà nel 1999 per aver dato un calcio all’arbitro giapponese Toru Kamikawa durante una partita contro il Vietnam Under 21. Prima che la squalifica inizi il suo decorso, però, Ali ha ancora il tempo per esordire in Nazionale maggiore (dove, ai Giochi Asiatici, segnerà il suo primo gol, nel 2-0 in finale contro il Kuwait) e vincere campionato e Coppa nazionale con il Persepolis.

 

 

Alle condizioni di Ali

 

Dopo un anno di “reclusione”, Ali torna in campo, e l’impressione è che non abbia perso nemmeno un grammo dello smalto che aveva. Nella stagione 1999-2000, quella in cui il Persepolis vince il campionato, Karimi segna otto gol, ma i numeri non rendono l’idea del suo impatto su ogni singola partita. Ali ha infatti delle caratteristiche peculiari: ad esempio, pur essendo destro di piede, preferisce partire più dal lato destro che da quello sinistro, la zona normalmente prediletta dai giocatori destri che hanno la qualità per giocare “a piede invertito”. Usa più spesso questa parte di campo perché la sua prima opzione è arrivare sul fondo, possibilmente dentro l’area, dopo aver attirato su di sé diversi avversari in dribbling, per mettere in mezzo una palla rasoterra ad un giocatore a rimorchio. Si muove sul lato destro del campo con la confidenza, il linguaggio del corpo e la postura con cui ci si muove nel centro: è sempre stata quella, per lui, l’area di playmaking. Tutto ciò, senza dimenticarsi che Ali Karimi usa molto volentieri anche il sinistro, in un’epoca in cui pochissimi giocatori di qualità, nel calcio asiatico, possono dire di essere ambidestri.

 

Alla fine di quella stagione arrivano i primi interessamenti dall’Europa. Fa un provino al Perugia che va a buon fine, ma il trasferimento salta a causa della differenza tra domanda e offerta: lui vuole un miliardo di lire a stagione, mentre Gaucci gli offre al massimo 300 milioni.

 

Poco dopo si fa avanti anche l’Atletico Madrid, che dopo avergli concesso un provino gli avrebbe offerto un quadriennale da 5 milioni di euro complessivi. Lui, però, lascia sul terreno diverse incognite: «È un sogno per ogni giocatore militare in una lega come quella spagnola, e farò del mio meglio per andarci. Ma non voglio però trasferirmi in Spagna solo per ottenere un contratto, voglio andare là a giocare. Ho fatto quattro giorni di provino a Madrid e sono stato molto bene. Se potrò andare, sono sicuro che avrò successo».

 

Un mese dopo queste dichiarazioni Ali rifiuterà il trasferimento all’Atletico e accetterà quello agli emiratini dell’Al-Ahli, per “stare più vicino a casa”. È una motivazione plausibile: Ali è molto legato alla sua famiglia e anni dopo, durante i primi mesi al Bayern, racconterà di quanto spenda di telefono per sentire i suoi più volte al giorno dalla Germania. Non bisogna poi dimenticarsi di cos’era successo ai giocatori iraniani che si erano trasferiti in Europa: nel 1997, quando Bagheri, Mahdavikia e Daei si trasferirono in Bundesliga vennero esclusi dai primi turni delle qualificazioni per Francia ’98 dall’allora selezionatore Mayeli-Kohan. E se Karimi avesse temuto lo stesso destino?

 

All’Al-Ahli rimane per quasi quattro anni, mettendo insieme 69 presenze e 45 gol (52, considerando le coppe). Ma veder giocare Karimi, a 25 anni, nel pieno delle sue facoltà atletico-tecniche, negli Emirati Arabi Uniti, trasmette la stessa sensazione di uno schiaffo alla povertà calcistica, anche se a tutti questa appare solo una fase di transizione. In questi anni, Ali riesce in una impresa difficile per un persiano: farsi amare, anzi adorare dagli arabi, dei Paesi del Golfo e non solo.

 

Il 2004 è uno degli anni di svolta della sua carriera. Dal 17 agosto al 7 luglio, in Cina, si gioca la Coppa d’Asia: l’Iran passa come seconda nel girone vinto dal Giappone, lasciandosi alle spalle l’Oman e la Thailandia, e Ali Karimi segna un gol nel pareggio con la Nazionale del Sultanato, partita in cui Badavi e Rezaei (ex Perugia e Messina) si prendono a schiaffi in campo.

 

Ai quarti c’è la Corea del Sud, avversario tutt’altro che semplice, arrivata addirittura quarta al Mondiale giocato in casa due anni prima.In una partita che sembra non finire mai, l’Iran vince per 4-3, dopo essersi fatta rimontare per tre volte. Ali Karimi segna una tripletta che, sommata poi al gol contro il Bahrein nella finale per il terzo e quarto posto (vinta ai rigori) e al gol contro l’Oman, gli permetterà di vincere la classifica cannonieri del torneo, da cui l’Iran viene eliminato ai rigori in semifinale dai padroni di casa della Cina.

 

In Iran si inizia a vociferare che Ali Karimi, più di Nakamura, potrebbe essere nominato giocatore asiatico dell’anno. Ali, forse, percepisce sulle sue spalle la luce dei riflettori europei, e vuole voltarsi per esserne abbagliato: il 28 agosto la Nazionale iraniana è ospite della Roma all’Olimpico, per la partita di presentazione della squadra di Rudi Voeller.

 

Karimi imprendibile

 

La partita finisce 5-3 per la Roma, che era passata in svantaggio per un gol di Daei, ma è Karimi a dare spettacolo in campo: D’Agostino e Aquilani si prendono un tunnel a testa; Mexès e De Rossi ricorrono al fallo di frustrazione in un paio di circostanze; Traianos Dellas, dopo un fallaccio a inizio partita, è costretto a falciarlo ancora verso la fine del primo tempo, dopo l’ennesima palla spostata con l’esterno sotto i suoi occhi, e dopo che “il Mago” (2:16 sopra) nella stessa azione aveva già fatto sembrare il tackle a vuoto di Aquilani quello di un bambino con problemi di coordinazione. È vero, è solo un’amichevole estiva, ma Ali sembra comunque un uragano.

 

Arriva Ottobre. A Teheran si gioca una amichevole tra Germania e Iran e anche in questo caso anche se la Nazionale mediorientale risulterà perdente alla fine dei novanta minuti, il migliore in campo (anche per la rivista tedesca Kicker) sarà lui: Ali Karimi. Dicono sia stata questa la partita in cui Felix Magath, allora allenatore del Bayern, si sarebbe innamorato del Mago.

 

 

Una settimana dopo, la facile profezia si avvera: Ali viene premiato giocatore asiatico dell’anno, mentre inizia la sua ultima stagione nell’Al-Ahli. Nella primavera del 2005 alcuni osservatori del Bayern vengono mandati a Dubai per osservarlo. Tornano a Monaco e sconsigliano l’acquisto a Magath, per via di una tenuta atletica ritenuta precaria. Ma Felix ha già deciso: «Karimi è un giocatore di ritmo, dinamico e che sa rendersi pericoloso. È stato giocatore asiatico dell’anno ed è un’opzione molto interessante per il Bayern. Sono davvero contento di averlo nella mia squadra». Ali Karimi, svincolato, il 2 maggio 2005 diventa il secondo acquisto estivo del Bayern, dopo il rientro dal prestito a Stoccarda del giovane terzino Philipp Lahm. Al canale del Bayern sembra voler rassicurare tutti: «Sono un professionista, adattarmi il più velocemente possibile in un ambiente nuovo fa parte del mio lavoro».

 

Mago sotto la neve

 

La prima stagione in Germania si conclude però in modo brusco, a marzo 2006: sotto la neve di Amburgo, Ali si allunga in tackle ma il piede d’appoggio gli rimane sotto, compiendo un movimento che ricorda quello che appena un mese prima aveva fatto a Roma la caviglia di Totti, in un contrasto con Vanigli dell’Empoli. Sin lì Karimi ha accumulato 20 presenze, molte ottime prestazioni, mettendo a segno però solo due gol (il primo a dicembre, qui, a 0:22, nel 3-3 strappato a Dortmund, molto bello).

 

kahn e karimi

 

Rientra a metà della stagione seguente ma gioca solo 13 partite; recupera lentamente, in un calcio sempre più fisico, e in cui il ruolo di fantasista assume altre dimensioni; si sente ormai sfiduciato, va a un ritmo diverso rispetto alla squadra: non perché non possa reggerlo in assoluto, bensì perché in campo sembra esserci una differenza tangibile tra la considerazione che Karimi ha della sua capacità di influire sul gioco, di produrlo, di essere leader tecnico, e quella che ne hanno i suoi compagni. Dal punto di vista tattico, spinto dalla sua istintività e attratto dal pallone, disordina le linee della squadra. A volte, guardando le immagini di Karimi col Bayern, si ha l’impressione che se impostato e allenato in un ruolo preciso (per la capacità di portare il pallone, Karimi sembra una mezzala di possesso ideale nel calcio di oggi), avrebbe potuto dare un’altra dimensione alla sua esperienza europea.

 

Invece Ali è arrivato in Europa anagraficamente maturo, con la nomea del grande giocatore in piccoli contesti, e con un pubblico che già da qualche anno gli chiedeva di fare un salto ritenuto ampiamente alla sua portata. Qualcuno vocifera anche che Ali Karimi sia tra i giocatori del Bayern che conducono una vita dissoluta fuori dal campo, che sarebbero talmente tanti che una emittente tedesca ribattezza il Bayern “Fc Hollywood”. L’anno seguente i bavaresi comprano Ribery, e Ali Karimi decide di accettare un’offerta dal Qatar. È un tipo orgoglioso ed invece che prolungare la sua esperienza di un altro anno (il Bayern gli offre un rinnovo), capisce che i riflettori non sono più puntati su di lui.

 

L’infortunio di marzo 2006, tra l’altro, capita a tre mesi dall’inizio dell’unico Mondiale che potrebbe vivere da protagonista, nel pieno della maturità, e dopo aver testato i ritmi del calcio europeo. Ali Karimi recupera lentamente e si presenta al Mondiale in condizioni poco più che decenti. Ma anche in nazionale ha diversi nemici, probabilmente per il suo modo diretto e a volte brusco di esprimere le proprie opinioni.

 

Uno che ad Ali Karimi non va proprio giù è, ad esempio, Ali Daei.

 

karimi daei

 

 

Le due facce del calcio iraniano

 

Ali Daei e Ali Karimi sono due icone molto diverse, appartenenti a due differenti generazioni, e con una storia molto diversa alle spalle. Solo l’autostima li unisce. Ali Daei è di una generazione di mezzo, quella dei ragazzi che hanno passato l’adolescenza a temere la guerra, più che a sognare un futuro da calciatori; Karimi appartiene invece a quella successiva, la prima nata dopo la rivoluzione, con un’adolescenza passata in un Paese in fase di ricostruzione economica; Ali Daei è un esempio di abnegazione, che ha dovuto distillare con attenzione il poco talento avuto a disposizione, arrivando con la volontà dove con la tecnica non sarebbe arrivato, massimizzando i suoi punti di forza e diventando il più prolifico marcatore della storia delle Nazionali, costruendosi nel frattempo un’importante rete di rapporti di fiducia nell’establishment; Ali Karimi ha invece giocato sin dal primo giorno della sua carriera senza sentire l’esigenza di migliorare nulla, tantomeno il suo carattere, sfruttando anzi l’indulgenza generata attorno a lui dal suo talento per mostrare tutti i suoi spigoli, per agire a volte da capopopolo, forte della consapevolezza di essere un “animale calcistico” nuovo nel piatto panorama nazionale. Ali Karimi considera Daei “un approfittatore, che pensa solo ai suoi interessi”, ed è convinto anche lui che Daei sia stato convocato solo grazie ai rapporti col ct croato Zlatko Ivankovic. Nella prima partita del Mondiale tedesco del 2006 col Messico, sia lui che Karimi partono titolari. Dopo ’60 minuti, le squadre sono sull’1-1 e l’Iran soffre: Ali Daei cammina dall’inizio della partita, trascinando quello che ormai è diventato il suo quintale di peso. Karimi non ha la brillantezza dei giorni migliori ma è in partita: sullo 0-0, dopo aver saltato un avversario sulla sinistra, mette una palla tesa in mezzo, che Hashemian schiaccia di testa a botta sicura. Solo un miracolo di Oswaldo Sanchez impedisce alla palla di entrare.

 

Ivankovic, a sorpresa (“o forse era previsto?”, dirà Karimi alcuni giorni dopo), anziché togliere Daei sostituisce il Mago per far entrare Mehrdad Madanchi. Ali Karimi non la prende bene: uscendo dal campo, tira un calcio a un borsone, che quasi colpisce un assistente. Il Messico, di lì a poco, segna il 2-1 e il 3-1 finale.

 

Nella Nazionale iraniana,già divisa in fazioni pro-Daei e pro-Karimi, si apre uno squarcio difficilmente ricomponibile. Ivanovic minaccia di escluderlo dalla rosa per motivi disciplinari, poi invece ci ripensa e consuma una vendetta più sofisticata: nella seconda partita col Portogallo di Ronaldo, Figo e Deco, schiera Karimi titolare dietro a Hashemian, lasciando fuori Daei. Il 2-0 finale per i lusitani non rende l’idea del loro dominio, e ovviamente Karimi fatica a imporsi. Al 65’ viene sostituito nuovamente, e stavolta esce in silenzio. Nell’ultima partita con l’Angola (1-1, Iran ultimo nel girone), Karimi non andrà nemmeno in panchina ed il Ct sottoporrà alla stampa la sua verità di circostanza: “Si è chiamato fuori per via di un infortunio”.

 

Ali Karimi diventa via via sempre più intrattabile, ed inizia ad elaborare i suoi rimpianti: quelli sulla Nazionale ma anche quelli personali, la sensazione che il treno per entrare nel calcio che conta sia passato, e in ogni caso non sembra più disposto ad accoglierlo da Mago, com’è abituato.

 

Dopo un anno in Qatar, nel 2008 Ali torna a casa, in prestito al suo Persepolis, convinto dall’allenatore e amico Dariush Mostafavi. Forse si decide a tornare in patria per vestire i panni del profeta, non più solo calcistico ma anche, in senso ampio, “politico”. Ali inizia inizia infatti a ricondurre pubblicamente il fallimento della Nazionale ad una ragione ultima: l’incompetenza all’interno della Federazione calcistica iraniana, essenzialmente a causa dell’eccessiva presenza di esponenti dei Pasdaran all’interno dei quadri o della proprietà di quasi tutte le società (tranne due). Fa i nomi, compie attacchi frontali contro una èlite che tiene le redini del calcio iraniano e non solo. Dice spesso la verità e ne paga le conseguenze, testando però di volta in volta l’affetto di un paese intero, disposto a prendere le sue difese.

 

La prima squalifica, dopo che Karimi in un’intervista definisce la Federazione un “manipolo di incompetenti”, arriva il 20 maggio 2008. Ci vuole l’intervento direttodel presidente Ahmadinejad (grande appassionato di calcio) e quello del nipote dell’ayatollah Khomeini, Seyyed Hassan, per annullarla, come si verrà a sapere addirittura in un cablo pubblicato da Wikileaks un anno dopo. Ad Ali, che verrà convocato in Nazionale il 2 giugno seguente contro gli Emirati Arabi Uniti, chiedono di rivedere le sue posizioni. Ma lui rincara: «Le mie critiche corrispondevano a verità. E la verità non può far altro che bene al calcio in questo paese».

 

La stagione 2008-2009 col Persepolis si chiude al quinto posto in campionato, con Ali che segna cinque gol, di cui uno nel derby pareggiato con l’Esteghlal. Il Pirouzi non è più la squadra dominante di fine anni ‘90 e la classe di Ali Karimi non può più bastare per vincere.

 

 

Capopolo

 

L’episodio più famoso dell’Ali politico avviene il 17 giugno 2009, giorno in cui è titolare nella partita di qualificazione ai Mondiali 2010 contro la Corea del Sud. Da quattro giorni Teheran è nel caos: il 12 giugno Mahmoud Ahmadinejad è stato rieletto presidente del Paese, sconfiggendo il candidato riformista Mir Hossein Mousavi. Sono in molti a ritenere che il processo elettorale sia stato pilotato, e il 13 giugno nella capitale scendono in strada migliaia di manifestanti, colorati di verde: il colore dell’Islam – a cui i riformisti si richiamano, rivendicando la loro organicità al sistema e rielaborando il messaggio di Khomeini in senso “progressista”, ponendosi come alternativa di governo rispetto alla fazione conservatrice – e il colore del “movimento verde” a sostegno di Mousavi, che chiede il rispetto delle logiche democratiche.

 

Tra il 13 e il 15 giugno, a Teheran, si assiste al più grande assembramento pubblico nel Paese sin dal 4 giugno 1989, giorno dei funerali di Khomeini. I basiji – i volontari che nelle operazioni di repressione fungono da supporto ai pasdaran – entrano in azione, e sulle strade vengono effettuati centinaia di arresti e aggressioni. Alcune persone vengono uccise, la più famosa delle quali è Neda Agha Soltan, colpita da un proiettile vagante mentre marciava con suo padre. Altre persone, molte altre, vengono ferite. Altre ancora torturate in carcere. È un brutto momento per la Repubblica islamica, e il sistema “scricchiola”: metà del Paese, perlomeno, inizia a non credere più alla particolare democraticità dell’impianto istituzionale iraniano, che prevede numerosi istituti elettivi.

 

Durante la foto di squadra prima del fischio d’inizio, quattro giocatori –Mehdi Mahdavikia, Javad Nekounam e Hossein Kaebi, oltre ovviamente ad Ali Karimi – indossano un polsino di colore verde: un segno inequivocabile. Sembra che alcuni emissari del governo, a fine primo tempo, abbiano chiesto ai quattro di toglierselo, vedendosi rispondere “picche”. Tornano in campo con i polsini e finiscono la partita, diventando automaticamente eroi per una sera, perlomeno per una parte del Paese.

 

I quattro si giustificheranno dicendo che il polsino aveva un significato religioso: d’altronde, come detto, il verde è il colore dell’Islam. Nessuno nel governo ci crede ed il fatto che abbiano tutti giocato un periodo in Europa – incorrendo, secondo la retorica rivoluzionaria, in gharbazadegi, ovvero intossicazione da Occidente– non fa che rafforzare le convinzioni dei loro detrattori, convinti che Mousavi sia sostenuto dagli americani. Ma dopo alcuni giorni di polemiche la vicenda si sgonfia nonostante qualcuno, in quei giorni, avesse temuto che ai giocatori sarebbe stato imposto non solo di lasciare la Nazionale ma anche impedito di lasciare il Paese, ritirando loro il passaporto.

 

Qualche mese dopo le elezioni, Ahmadinejad fa visita al ritiro della Nazionale e Ali Karimi si fa immortalare in condizioni di visibile ammutinamento: si gira teatralmente dall’altra parte durante il discorso del presidente alla squadra e si copre la faccia infastidito durante la foto di gruppo con quest’ultimo. È ormai abbastanza chiaro come la pensi politicamente.

 

Kaebi e Mahdavikia lasciano volontariamente prima la Nazionale e poi il Paese, tornando a giocare in Europa. Ali, invece, rimane in patria. Il Persepolis, però, non gli rinnova il contratto: la decisione è di Abbas Ansarifard, presidente del Persepolis subentrato a Mostafavi, legato ai pasdaran. Ali firma così per una piccola società neopromossa di Teheran, lo Steel Azin, a cui strappa un contratto annuale da circa 400.000 dollari. In campo, sembra ormai volersi soprattutto sfogare, in varie maniere. Tanto nervosismo (3 rossi in stagione), ma anche tanto calcio: segna nelle prime quattro partite di campionato  e a dicembre è già a quota 11 gol. I (pochi) tifosi del giovane Steel Azin, fondato nel 1999 e alla prima stagione nella massima serie, non ci credono: è tornato il Mago, ed è anche per noi.

 

Lo Steel chiude quinto in classifica, un risultato del tutto inatteso. Ali segna 14 gol, colleziona un numero imprecisato di assist e partecipa a gran parte delle reti della squadra. Si sente, però, come un amante deluso, che si distrae con altro in attesa di un segnale. È ancora innamorato del Persepolis, e forse, dopo aver metabolizzato rimpianti e rimorsi di una vita, l’unica cosa che vorrebbe è chiudere la carriera nel club per cui continua a fare il tifo. Ad ogni intervista l’occasione è buona per fare riferimenti al Pirouzi, al fatto che “non hanno più bisogno di me”. È anche convinto che l’impossibilità di trasferircisi sia da attribuire, ancora, alla Federazione, e nella fattispecie ai militari. Un programma televisivo lo attacca con sarcasmo, sfruttando questa sua debolezza: “Ali Karimi è (mentalmente) instabile?”.

 

Quello che poi accade in occasione di Steel Azin-Persepolis ha del melodrammatico. Sull’1-1, l’arbitro fischia un fallo di mano davanti alla propria area a Karimi. È punizione per il Persepolis dal limite dell’area: Ali Karimi non è d’accordo, va verso il direttore di gara con fare minaccioso, accenna un testa a testa. Viene espulso immediatamente. È incredulo, indignato, e sta per farglisi di nuovo incontro. Anche il telecronista sembra sorpreso, quasi dispiaciuto: un paio di compagni lo trattengono e abbracciano; uno gli accarezza la nuca, lo stringe nel modo in cui si stringono le vedove.

 

Mentre esce dal campo – con lo sguardo basso, pieno di risentimento – il nutrito spicchio dei fan del Persepolis inizia a intonare il suo nome, a incitarlo come un tempo. Ali, a quel punto, si scioglie e fa una cosa completamente fuori script: senza rallentare il passo, va verso la tribuna, si leva la maglietta dello Steel, e sotto rivela quella del Persepolis. Ali saluta il suo “vero” pubblico, quasi scusandosi, mentre esce dal tunnel in lacrime. È un momento straziante, surreale, che però sfugge via in modo caotico, fulmineo, nel frastuono diffuso.

 

 

Il rapporto con lo Steel, ovviamente, precipita. Ad agosto 2010 la società lo sospende per non aver rispettato l’obbligo di digiuno durante il Ramadan, bevendo durante gli allenamenti davanti alle telecamere. Ma in realtà, come ben spiega la giornalista iraniana Niloufar Momeni, l’elusione del Ramadan è solo una scusa perché solitamente viene più o meno tollerata in Iran, soprattutto per i giocatori di calcio, ovunque dei privilegiati. Il motivo per cui Karimi è stato sospeso è più profondo: due settimane prima, sentendosi ormai autorizzato ad esprimere la sua opinione su ogni materia, ha criticato pubblicamente il comitato etico della Iran Pro League: una nuova istituzione, a cui capo è stato messo un messo un ayatollah di orientamento conservatore, che dovrebbe occuparsi di valutare la condotta dei giocatori e la loro aderenza alle pratiche religiose. Una delle tante espressioni dello zelo del regime.

 

Poco dopo le uscite di Ali sul comitato etico, un dirigente della società, Mostafa Ajarlou – ex capo della polizia, molto vicino a quadri intermedi dei Pasdaran – obbliga l’allenatore dello Steel Azin, Tubmakovic, a ridicolizzare Ali Karimi, schierandolo in posizione di difensore centrale  nella partita contro l’Esteghlal (un “derby” personale per Karimi).

 

Dopo il match, Ali si sente nuovamente autorizzato a un’impietosa analisi delle strategie gestionali del club, responsabilità di Ajarlou: «Portare giocatori di alto livello nel club non ti garantisce successi. Un buon manager, in grado di garantire un ambiente professionale, risolverebbe i problemi della squadra. Per esempio, lo Steel Azin non può più permettersi di portare i tifosi allo stadio servendosi di incentivi alimentari. E nessun altro club accetterebbe di non avere uno sponsor come fa lo Steel». Il giorno dopo, Ali viene sospeso dalla società, ancora una volta ufficialmente per non aver rispettato l’obbligo del Ramadan, e per farlo apparire così agli occhi di molti un “cattivo musulmano”.

Nel Paese i suoi fan iniziano una campagna, e per lui si espongono anche molti giocatori. Dopo due settimane, quasi a furor di popolo, Ali viene riammesso in squadra dal board societario, e Ajarlou viene licenziato.

 

Ritorno in Europa

 

A chiunque, forse, e specie in Iran, basterebbe questa piccola vittoria personale su un uomo di potere, legato a doppio filo ai Guardiani della Rivoluzione, per considerarsi soddisfatto, sazio, e per avviarsi a un tranquillo tramonto, godersi la rendita legata al fatto di essere rimasto un giocatore unico, perlomeno in Iran, e di essere il modello di tutti i giocatori di qualità che stanno emergendo nel paese mediorientale, come Sardar Azmoun, Reza Karamolachaab, Saeid Ezzatolahi, Reza Shekari.

 

E invece Ali abusa della sua posizione, senza porsi alcun problema. A gennaio 2011, viene invitato da Cannavaro a giocare un’amichevole tra Al-Ahli e Milan: senza nemmeno chiedere il permesso vola a Dubai, saltando gli allenamenti con lo Steel. In società lo vedranno direttamente in Tv, ad insegnare in particolar modo a Strasser quanto sia pericoloso tenere le gambe aperte quando hai il Mago di fronte: Ali gioca in scioltezza, ed è sempre un piacere vederlo. Non per i suoi dirigenti, però, che lo licenziano in tronco.

 

 

Poco male, perché Ali nel frattempo si è accordato con lo Schalke e firma per cinque mesi: giocherà una sola partita, sostituendo Raul in Champion’s contro l’Inter. A Gelsenkirchen si fa notare più per le sue attività extracalcistiche: si ricorda di Ashkar Sohrabi, un ragazzo ucciso dai basij durante le repressioni del 2009. A casa della madre di Ashkar fa così recapitare questa maglietta.

 

ashkar sohrabi

 

A giugno 2011, a sorpresa, il presidente del Persepolis annuncia l’ingaggio di Ali Karimi, che torna di nuovo a casa. Viene fatto capitano, ovviamente. La squadra è però in evidente declino. Dopo la sconfitta di dicembre per 3-0 nel derby con l’Esteghlal, l’allenatore del Persepolis, Hamid Estili, si dimette.

 

Dopo il match, il Mago si veste di nuovo da capopopolo: si lamenta dell’iniquità del calendario, degli incroci coppa-campionato e, recuperando le sue opinioni sull’incompetenza della Federazione, allude a presunte antipatie ai piani alti nei confronti del Pirouzi, di presunte trame per non farli vincere. Fa nuovamente dei nomi, e tra questi c’è un nome non da poco: quello di Azizollah Mohammadi, il presidente della Federazione, nonché un alto grado dei Pasdaran, di cui Ali minaccia pubblicamente di “rivelare dei segreti”. La tensione sale, Mohammadi fa la voce grossa in un programma tv, minacciando velatamente conseguenze. Ali si rifugia quindi nel vittimismo: «Non me ne frega un cazzo di questo calcio, mi fa schifo, posso lasciare quando voglio ed è quello che farò».

 

Nessuno nel mondo dello sport iraniano, e pochissimi in in Iran in generale, si erano mai permessi di parlare in quel modo ad un comandante dei Guardiani della rivoluzione. Una trasmissione si chiede, brutalmente: «Ali Karimi verso Kahrizak?». Kahrizak è un carcere, nel sud di Teheran. E invece, ancora una volta, non succede nulla. Ali se la cava con una multa; il comandante Mohammadi, intervistato, fa il superiore.

 

A fine stagione il Persepolis arriva dodicesimo, uno dei peggiori risultati della storia del Club. Tuttavia Ali, con 12 gol in stagione, per poco non vince nuovamente il premio di miglior giocatore asiatico dell’anno, piazzandosi dietro il coreano Lee-Keun-ho. Rinnova il contratto per un altro anno, durante il quale sarà però praticamente sempre infortunato, e che terminerà con la bruciante sconfitta del Persepolis in Hafzi Cup con il Sepahan di giugno 2013, dopo la quale Ali, davanti alle telecamere, annuncia il suo ritiro dal calcio con le lacrime agli occhi. Anche in questo caso, attribuisce il suo ritiro più all’ambiente corrotto e clientelare del calcio iraniano, che all’esaurimento delle sue capacità atletiche.

 

Un mese dopo infatti, quasi a sorpresa, ci ripensa, e firma un contratto annuale con il Tractor Sazi di Tabriz, società in crescita e alla ricerca di uomini immagine. Alcune indiscrezioni parlano addirittura di 8 milioni di dollari, una cifra senza senso (in Iran in più forti giocatori della massima serie arrivano a guadagnare al massimo 1 milione di dollari all’anno). Ali Karimi gioca da regista puro, davanti alla difesa, e la squadra gira letteralmente attorno alle sue intuizioni. L’ultima stagione del Mago sembra essere un regalo per tutte le nuove generazioni di iraniani che se lo erano perso: ventotto presenze, cinque gol, quindici assist, addirittura interventi difensivi decisivi, salvataggi sulla linea di porta, cambi di gioco di destro e sinistro.

 

Nel Tractor

 

Il Tractor quell’anno arriva sesto, gettando solide basi per lo scudetto sfiorato l’anno successivo, e alle partite casalinghe fa registrare sempre il tutto esaurito. In buona parte per merito di Ali, con la sua stempiatura incipiente. Qualcuno lo vorrebbe di nuovo in Nazionale per il Mondiale in Brasile ma ormai il sipario sta calando, e Ali ha già annunciato di volersi occupare dell’educazione allo sport dei bambini, rendendo giustizia anche al suo cognome, che in farsi significa “il generoso”.

 

A giugno 2014 si ritira definitivamente – dopo circa 300 presenze da professionista e un centinaio abbondante di gol, più tutto il resto –, nei giorni in cui fa pace con Ali Daei, nominandolo nell’inflazionato Ice Bucket Challenge. A 36 anni, con tre figli (Hima, Hirsa, Havash), la sua villa nella paradisiaca Lavizan ed il suo pesante bagaglio di rimpianti.

 

Durante un’intervista concessa alla Tasnim in occasione del suo 36esimo compleanno, Ali è tornato su quel che poteva essere e che non è stato, maledicendosi perché «avrei potuto prolungare il mio contratto col Bayern ma non l’ho fatto, è stato un grande errore». Poi, interpellato sul periodo allo Schalke, Ali dice qualcosa che fa pensare alla mancanza di maestri, di guide, di buoni consiglieri: «Raul Gonzales Blanco è stato un grande modello per me. Sicuramente se l’avessi incontrato prima, la mia vita sarebbe stata molto diversa».

 

L’ultima, Ali, l’ha fatta a Queiroz: scelto dal portoghese come assistente nella Nazionale per le qualificazioni alla Coppa d’Asia 2015 in Australia, un bel giorno di dicembre 2014, a una settimana dall’inizio del Torneo, lascia il campo d’allenamento dell’Iran senza dire nulla a nessuno.

 

Il giorno dopo, come fosse una lapide, Ali Karimi lascia sul suo account Instagram la seguente frase, dal gusto militaresco: «Se non puoi servire, abbandona per non tradire». Sempre a modo suo, Jadoogar.

 

I miei due cent sul #fertility

Volevo starmi zitto, e invece vi lancio i miei due cent sul fertility, così, de getto – senza rileggere perché è giusto così, far parlare il cuore – coi 45 gradi percepiti sul mio balcone a Beirut (non è una scusa, è una richiesta d’aiuto):

Anzitutto, le parole. Le parole sono importanti: che Paese è, un paese (un governo) che sceglie come hashtag, come parola chiave, il termine “fertility”? Ma non ce lo avete un amico, un conoscente, un parente infertile, che non può avere figli? Non vi ha sputato? Basterebbe secondo me questo aspetto “formale” – dai contorni terroristici – per chiudere tutto, per non parlarne nemmeno, perché con chi non ha rispetto per le differenze – o per i disagi altrui – non si parla. Ho visto banner che sarebbero stati imbarazzanti nel 1850.

Poi: come al solito le questioni importanti cadono vittime delle opposte ideologie, degli slogan, delle posizioni aprioristiche, per cui si finisce per discutere sempre meno del merito e sempre più del metodo. È fuor di dubbio che questa iniziativa lanciata dalla Lorenzin sia becera nei contenuti, nei toni inquietanti, nelle tempistiche. Ci ricorda anche che siamo un Paese sostanzialmente conservatore, di centrodestra, ed è chiaro che dietro questo afflato di ripopolamento ci sia l’idea che dovremmo far figli per “contrastare”‘indirettamente l’immigrazione, visto che ad oggi tra le categorie che fanno più figli ci sono certamente gli stranieri. Mi sembra che sia il simbolo del nostro crescente razzismo, anche se non si vede, anche se non sembra essere (e forse non è) quella la preoccupazione principale.

Fare figli è fondamentale, non ci sono dubbi. Da un punto di vista “simbolico”, una società composta da individui che nella maggioranza dei casi mettono la filiazione all’ultimo posto nelle proprie priorità, è spesso e volentieri una società atomizzata, iper individualista, che pensa a levigare il proprio ombelico senza porsi in una prospettiva comunitaria. Insomma, non mi piace, lo spirito materno (non “l’avere figli”, ma lo spirito materno, cioè la presenza di un desiderio, anche evanescente) è un qualcosa che secondo me – nei tempi e nei modi giusti – rende una donna migliore, più sana (e ciò non ha nulla a che fare col “fare la mamma e non lavorare”). Ma so’ gusti.

E però, dobbiamo rimanere coi piedi ben piantati per terra. Pensare che fare i figli sia fondamentale non può in alcun modo essere utilizzato come strumento intimidatorio o discriminatorio, perché oggi – in questa realtà – le donne che finiscono per pensare di non voler avere figli sono in molti casi – secondo me – inconsciamente spaventate. E a ragione: come lo fai un figlio, senza ammortizzatori sociali, senza alcun sostegno da parte dello Stato, senza la certezza che se rimani a casa per 9 mesi poi qualcuno ti riprenda a lavorare?

Il precariato non è un problema marginale, e’ IL problema. Paesi più progressisti del nostro fanno figli, e hanno tassi di occupazione femminile molto alti. Io le ho contate: ho 26 amiche/conoscenti under 35 tra Germania, Danimarca, Olanda, Norvegia: 18 di loro hanno un figlio ma NESSUNA è stata costretta a rinunciare alla propria realizzazione personale. Nessuna, davvero. Paesi in cui puoi lasciare gratis tuo figlio ovunque, nei kindergarten adiacenti al proprio ufficio, negli asili ecc. Cose che in Italia vediamo nei film.

Non possiamo pensare che una donna possa fare un figlio a cuor leggero, perché il calo demografico è direttamente collegato al modello di sviluppo economico che adottiamo, è frutto di una fisiologica modificazione delle nostre priorità, delle nostre preoccupazioni, dei nostri desideri, delle nostre paure, in un mondo sempre più mobile, e in un Paese in cui un giovane su due non ha lavoro, e più di uno su tre non lavora e non studia. Un bambino bisogna mantenerlo, e si devono avere determinate garanzie per far sì che non rimanga solo, che non veda i genitori solo la sera, esausti. Queste cose costano. Io stesso, quando mi guardo dentro – e ringraziando comunque i miei genitori per la vita che mi hanno fatto fare, per i viaggi in cui mi hanno portato con loro, per l’amore che in modi e tempi diversi mi hanno dato – mi accorgo di essere cresciuto con le domestiche. E i miei potevano permettersela, una domestica.

Vorrei – e stavolta mi rivolgo a chi parte dal presupposto di “non volere figli a priori”, anche in presenza di ammortizzatori, perché penso ce ne siano – però, che fosse chiara una cosa: con la demografia possiamo scherzare, possiamo sottovalutarla fino a un certo punto. Siamo il Paese più vecchio d’Europa con la Grecia (e prima della Svezia, che però a parte altre specificità ha un territorio che è il doppio del nostro e una popolazione che è nemmeno un sesto della nostra), e non ci vuole un phd al MiT per capire che un Paese mediamente anziano è un Paese più morto che vivo. Che un Paese anziano è poco sostenibile, perché gli anziani vanno mantenuti, sostenuti, proprio quando non possono più contribuire allo sviluppo della società. E proprio da chi nel frattempo vorrebbe cercare lavoro, e/o fare figli. Se gli anziani sono troppi – sarò impopolare, ma mio nonno mi darebbe ragione – capirete da soli che abbiamo un problema. Un problema non solo economico ma politico sociale: un paese anziano e’ ovviamente un Paese poco proiettato al futuro, meno capace di cambiare, di riqualificarsi, di riiniziare da capo, di trovare alternative nelle emergenze o nelle crisi. Ma sopratutto, un Paese mediamente anziano, è un paese in cui statisticamente saranno le vecchie generazioni, che fra dieci anni non ci saranno più, a decidere il futuro delle nuove.

Questo dato va tenuto presente, credo che ognuno di noi aldilà delle decisioni autonome e delle storie personali debba entrare nell’ottica che la natalità ci riguarda tutti, e che non riguarda solo “il mio orto e il tuo”, come vivessimo in bolle con la connessione Wi-Fi. Che la natalità non riguarda solo la natalità in se’, riguarda il tipo di Paese che immaginiamo.

Io ne faccio più che altro un problema di “postura”, mentre mi rivolgo a chi sottovaluta questi aspetti. Mi preoccupo, intimamente, senza la pretesa di insegnare a una donna quali debbano essere le sue priorità, del fatto che come società – come insieme di individui interconnessi – non si smetta di porci il problema: mi preoccupo del fatto che dobbiamo preoccuparci del nostro futuro e di quello dei nostri eventuali figli. Senza alcuna intimidazione e senza alcuna iniziativa fascista come quella che sto vedendo promossa.

Non credo però di avere il diritto nemmeno di suggerire a una donna di fare figli, senza conoscere la sua storia, come fanno illustri esponenti, segregando idealmente chi non ne vuole e sopratutto chi non può averne.

Certo è che come spesso accade, aver posto la questione in questi termini beceri, come ha fatto la Lorenzin, rende impossibile una discussione, squalifica l’interlocutore, e mi trovo costretto a comprendere pienamente e unicamente le ragioni di chi, a prescindere da tutto, ne fa una questione di principio, e non si preoccupa di concetti che paiono oscuri, tecnici e lontani come una tendenza demografica.

Noi facciamo la nostra parte ma è una donna a portare avanti una gravidanza: che non è una cosa complessa solo in se’ stessa, in quei faticosi e dolorosi 9 mesi. È’ un qualcosa che può indirizzare la vita di una persona, in un Paese senza garanzie. E la vita, anche se forse la Lorenzin la pensa diversamente, e’ una sola.