L’accordo sul nucleare e quelle sanzioni ancora intonse

n tutto questo: do u remember “storico accordo sul nucleare?”, do you remember “rimozione delle sanzioni”? Ecco, a Teheran stanno ancora aspettando. E io al posto loro sarei nervoso.

Qui, ragazzi, siamo né più né meno a livello di bambini alle elementari: magari sfugge ai più distratti ma l’Iran ha immediatamente applicato ogni misura contenuta nell’accordo, compresa la sospensione dell’arricchimento dell’uranio, che in teoria, da NPT, sarebbe legittimo (perché non soggetto a percentuali massime, ma solo, in questo caso, alla “contingenza politica” che impone all’Iran di “rassicurare” gli USA); le sanzioni ai danni della Repubblica islamica, invece, che gli fanno perdere decine di miliardi ogni anno (e non solo nel comparto militare o petrolifero, e non solo agli Irgc ma anche ai tanti imprenditori che fanno affari con l’estero), sono sostanzialmente quasi tutte ancora lì, scintillanti, intonse, anziché essere state rimosse come da accordi. L’Iran rimane poi escluso dai circuiti di pagamento Swift, sempre per volere degli Usa. Ma va tutto bene, no? Ci vuole pazienza, tanta pazienza. Gli accordi dovete rispettarli voi, brutti e cattivi iraniani, mica noi che siamo dalla parte della civiltà.

Ecco, la prossima volta che vi riportano le ire – fatte passare per minacce – di qualche esponente iraniano, ricordatevi di questi dettagli, che tracciano una netta linea di divisione tra chi fa le cosa seriamente e chi crede di poter prender in giro il prossimo.

Ps le sparate – di quasi un mese fa, passate in sordina ovviamente – del direttore del Begin sadat center for strategic studies e collaboratore del think Thank RAND, Ifrain Inbar, il Quale ha detto che Daesh non va distrutto perché è utile al contenimento dell’Iran, e che la coalizione dovrebbe lasciarlo in vita e concentrarsi sul suo nemico (di daesh e di Israele) Hezbollah, dovrebbero rendere ancor più chiaro il quadro.

Ma si sa, sono gli iraniani ad essere aggressivi, ad avere l’ardire di contestare o contrastare (con pericolosissimi barchini) la presenza della Quinta flotta americana nei suoi mari, oltre ad un numero imprecisato di provocazioni o velate minacce, in ambito repubblicano come in ambito democratico. Pensa che scenario, se qualcuno volesse piazzare una flotta nel Golfo del Messico.

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Tifare Iraq alle Olimpiadi

(pubblicato su Ultimo Uomo http://www.ultimouomo.com/tifare-iraq-alle-olimpiadi/)

 

Quando lo scorso 29 gennaio, al minuto 108, l’iracheno Ayman Hussein ha segnato il gol del 2-1 contro il Qatar nella finale per il terzo posto della Coppa d’Asia (quello che assegnava l’ultimo slot disponibile per una Nazionale asiatica alle Olimpiadi di Rio) la sua espressione era malinconica, quasi risentita, mentre i suoi compagni correvano ad abbracciarlo come si fa con un eroe. Sarebbe facile elevare questa immagine a simbolo di un paese che vede nel calcio uno strumento d’evasione, una fuga da una terribile realtà quotidiana.

 

 

Due giorni prima del gol a Ramadi esplodono dodici bombe che fanno 55 vittime, soprattutto soldati iracheni della sua età; in quei giorni la città viene sottratta al controllo dell’Is da parte dell’esercito iracheno e delle milizie di autodifesa.

 

Hussein ha dovuto confrontarsi con la guerra sin da piccolo. Suo padre è rimasto ucciso in un attentato rivendicato da al Qaeda nel 2008, poco dopo l’invasione americana dell’Iraq. Suo fratello, poliziotto , dal 2014 è stato rapito dai miliziani fedeli ad al Baghdadi a Kirkuk, e da quel giorno non si hanno più notizie. Mentre i fratelli e alla madre, dopo la distruzione della loro casa ad Hawaija a causa dei raid aerei della coalizione internazionale anti-Is, si sono trasferiti proprio a Kirkuk.

 

Il 29 luglio del 2007, quando Ayman aveva poco più di dieci anni, mentre a Baghdad si intensificano i raid americani e nelle regioni dell’Anbar l’Aqi (al Qaeda in Iraq) inizia il processo di riconversione che la porterà anni dopo a dar vita al cosiddetto “Stato Islamico”, l’Iraq vince la sua prima Coppa d’Asia battendo allo stadio Gelora Bung Karno di Jakarta l’Arabia Saudita. Le sensazioni confuse ma ricorrenti, attutite dall’amore familiare, i rumori fragorosi di bombe e mortai, sirene di macchine e di ambulanze, cene avvolte nel silenzio del lutto. Il gol decisivo lo segna al ’73 il capitano Younis Mahmoud. Anche Mahmoud è nato nei dintorni di Kirkuk e dopo il goal di Hussein al Qatar ha detto a proposito di quest’ultimo: «C’è un giocatore che sento diventerà il mio successore in Nazionale, in cui mi rivedo dal punto di vista delle movenze e della capacità di tiro: è Ayman Hussein».

 

Intervistato dopo il trionfo a Doha, Hussein non ha dedicato il goal al padre defunto, e nemmeno al fratello scomparso: mettendo onorevolmente in secondo piano il lutto familiare, ha dichiarato di «dedicare il goal a tutti i martiri del nostro paese, vittime del terrorismo e della tirannia».

 


Iraq-Arabia Saudita 2007.

 

Nazionale senza Nazione
C’è una ragione primordiale per cui le imprese sportive meritano di essere ricordate: perché di solito rimangono uniche, difficilmente replicabili dallo stesso soggetto. La caratteristica della straordinarietà è fondante: se l’impresa si ripetesse più volte, diventando ordinaria, cesserebbe, alla lunga, di essere considerata un’impresa. Il caso dell’Iraq fa eccezione, e non solo perché lo sport è l’unico ambito in cui è possibile parlare ancora, a pieno titolo, di “Iraq”.

 

Sin dalla guerra contro l’Iran degli anni ’80, per ragioni di sicurezza, i Leoni di Mesopotamia non possono giocare in patria le partite casalinghe ufficiali. Quelle di qualificazione all’ultima Coppa d’Asia in Qatar le hanno giocate a Mashhad, in Iran, dove risiede peraltro una folta comunità di sciiti iracheni (in un fenomeno speculare a quello che vedeva sciiti iraniani, sopratutto esponenti religiosi, emigrare a Najaf, città “santa” sciita in Iraq, prima dell’avvento di Khomeini).

 

Nel loro libro Perché l’Inghilterra perde, e altri curiosi fenomeni calcistici spiegati, lo scrittore Simon Kuper e l’economista Stefan Szymanski hanno raccolto dati statistici sulle Nazionali dal 1980 al 2001, stabilendo che nel rapporto tra risorse a disposizione, aspettative, circostanze da una parte e risultati ottenuti dall’altra, l’Iraq è la migliore Nazionale al mondo.

 

Sin dall’avvento di Saddam Hussein, l’Iraq è stato più o meno permanentemente in stato di guerra: prima con l’Iran, poi con il Kuwait (e poi la coalizione Onu a guida Usa) nella prima Guerra del Golfo, e infine nella seconda Guerra del Golfo, culminata in una guerra civile che dura ancora oggi.

 

A questa condizione di precarietà ha sempre fatto da contraltare una Nazionale che raramente ha deluso le aspettative, rendendosi protagonista di imprese in serie: dalla partecipazione alle Olimpiadi di Mosca nel 1980 (con Saddam Hussein al potere da pochi mesi), all’insperata qualificazione al mondiale 1986 (durante i fasti di Hussein Saeed, il più grande marcatore della storia irachena, oggi Presidente della Federazione), ottenuta in pieno conflitto con Teheran (e a discapito della nazionale iraniana), passando per la semifinale raggiunta nel 2004 alle Olimpiadi in Grecia, per il successo del 2007 nella Coppa d’Asia giocata in Indonesia, per la semifinale raggiunta nel 2013 dalla Nazionale under 20 nel Mondiale in Turchia, fino alla quinta qualificazioni alle Olimpiadi della propria storia, ottenuta con quel gol di Ayman Hussein – che beffardamente non figura tra i convocati per via di un infortunio – lo scorso gennaio.

 

Non partire sconfitti

L’Iraq in queste Olimpiadi si ritrova nel girone A col Brasile di Neymar, la Danimarca e il Sud Africa, ed esordirà giovedi 4 agosto contro i danesi. Difficile passare il turno, certo: è però escluso che i ragazzi di Abdul Ghani Shahad disputino queste Olimpiadi rinunciando in partenza all’idea di poter superare sé stessi, come hanno fatto tre generazioni calcistiche prima di loro.

 


Poche immagini sfocate, sovrastate dalle voci nitide di telecronisti in estasi, che invocano Allah per festeggiare i loro eroi sportivi in tempi di guerra: Hussein Saeed, Ahmed Radhi, Karim Allawi, Falah Hassan, Adnan Dirjal.

 

Un dato colpisce più degli altri, quando si scorre la rosa dell’Iraq per queste Olimpiadi: dei diciotto convocati dal coach Abdul Ghani Shahad, ben dieci giocano in Patria o in quel che ne rimane, tra cui uno dei tre “fuori quota”, Hammadi Ahmad (classe ’89, il più anziano del gruppo), chiamato proprio per sostituire Hussein.

 

Nella rosa ci sono cinque-sei giocatori che possono giocare da difensori centrali, segno che il ct potrebbe realmente adottare la difesa a cinque (con due fluidificanti attenti in fase difensiva) come sperimentato nelle ultime amichevoli, e contrariamente a quanto fatto sino alla vittoria in Coppa d’Asia a gennaio, quando l’Iraq alternava il 4-4-2 al 4-5-1. La priorità è difendere la porta di Fahad Talib.

 

È proprio il reparto difensivo, considerando anche gli esterni, quello in cui figurano gli elementi più interessanti: il ruolo di terzino destro, sia con la difesa a quattro che con quella a cinque, dovrebbe quasi certamente essere di Hawbir Mustafa, terzino destro del Maastricht (serie B olandese): piccolo, rapido, tignoso ma tecnicamente rivedibile, è paradossalmente più utile in fase difensiva che offensiva.

 


Hawbir Mustafa col Maastricht.

 

Al centro della difesa dovrebbero giocare Ali Faez Atiyah, specialista delle punizioni , e Ahmad Ibrahim Khalaf. Sulla sinistra c’è addirittura abbondanza, specie se si considera che a destra, oltre a Mustafa, non c’è nessun altro di ruolo. Come terzino, giocando a quattro, dall’inizio dovrebbe partire Durgham Ismail: classe ’94, bravo tatticamente, piede tutt’altro che banale, buoni tempi di sovrapposizione, Ismail ad agosto 2015 si è trasferito in Turchia al Caykur Rizespor (dove giocano anche Ali Faez e dal prossimo anno Ali Hosni) per sostituire un altro iracheno, Ali Adnan, che si era trasferito all’Udinese. L’ottima stagione di Ismail in Turchia, a fronte della stagione in chiaroscuro di Ali Adnan e dell’Udinese, hanno spinto il ct a promuovere titolare il primo: quando si gioca a quattro dietro, Adnan viene schierato esterno alto.

 


Durgham Ismail, forse il più maturo tra i giocatori iracheni di questa Olimpiade. Probabilmente anche più di Adnan.

 

Sulla sinistra a centrocampo, se preferito ad Ali Adnan (di cui avevamo parlato qui), dovrebbe agire Ali Hosni, grande protagonista nel terzo posto ottenuto al Mondiale Under 20 nel 2013 in Turchia. Non è sicuro del posto, per via dell’anarchia tattica di cui è portatore, Humam Tariq, il giocatore forse tecnicamente più dotato della rosa.

 


“Iraqi Modric”…non saprei. Di sicuro, però, la tecnica non manca, e l’indolenza non sembra nemmeno eccessiva.

 

Humam Tariq Faraj Naoush, nato nel 1996, è nipote d’arte, ma non di un calciatore: suo nonno è stato il fondatore della più famosa pasticceria irachena, la “Faraj Naoush & Sons”, nel 1954. La sua carriera, finora, ha proceduto tutto sommato a rilento, forse vittima dell’avarizia del suo procuratore: sembra infatti che il suo trasferimento dall’al Ahli ad un paio di squadre turche, tra cui il Bursaspor, sia saltato lo scorso anno per via delle richieste esose del suo agente Najm Mohammed, oltre che delle resistenze dell’al Ahli. Alla fine Tariq si è trasferito in prestito all’al Quwa al Jawiya, a poche centinaia di metri dalla sua casa natale, a Baghdad. Questa Olimpiade potrebbe essere l’occasione per il rilancio.

 

A destra, in concorrenza con Tariq (che può giocare su entrambi i lati e dietro la punta), dovrebbe iniziare Saad Abdul Amir al Zirjawi, un altro fuori quota, più disciplinato tatticamente e più esperto (è di gennaio ’92). In mezzo si giocano due posti Mustafa Nadhim al Shabbani, Mahdi Kamal e il più giovane del gruppo, Amjad Attwan.

 

Come accennato, l’eroe di Doha Ayman Hussein si è infortunato e al suo posto il ct Shahad ha chiamato Hammadi Ahmad, che potrebbe avere delle chance di partire dall’inizio. Quasi certo del posto è Mohannad (si, MohaNNad) Abdul-Rahim Karrar, che nel 2012 fu premiato come giovane giocatore asiatico dell’anno, dopo esser stato nello stesso anno MVP della Coppa d’Asia Under 19.

 


Non sembra avere nulla di potenzialmente irresistibile ma, come assicurano gli iracheni, è “totalmente ambidestro”. C’è del vero.

 

Un accenno a un aspetto curioso della vita di Abdul Rahim va fatto, e per farlo è forse necessario un piccolo excursus teologico: la basmala, o bismillah, è una formula verbale in lingua araba, che recita per esteso “Bi-smi ‘llāh al-Rahmān al-Rahīm”. Si traduce con “nel nome di Dio, il clemente, il misericordioso” e, oltre a precedere ognuna delle 114 sure del Corano, viene pronunciata da ogni musulmano mediamente devoto prima di compiere le più svariate azioni, come accettare o dare dei soldi, iniziare un pasto, eccetera. Insomma, la basmala ha un alto valore simbolico, tanto che molte famiglie, tra cui quella di Mohannad, decidono di chiamare i loro figli assegnandogli uno dei “99 nomi di Dio”, tra cui ci sono, appunto, anche “Rahman” e “Rahim”. A Mohannad – non è dato sapere il motivo – probabilmente non piaceva il suo, che era Abdul-Rahman (il compassionevole), tanto da decidere di cambiarlo in Abdul-Rahim (il misericordioso) nel 2011. Si tratta di un aspetto incidentale, visto che la vicenda è utile anzitutto a ricordare che il giocatore è stato accusato di aver alterato, assieme al suo nome, anche la sua data di nascita, finendo per un certo periodo al centro di uno scandalo.

 

L’ultimo posto in attacco potrebbe essere di Sherko Kareem, che quest’anno ha fatto vedere buone cose nel Grasshoppers, arrivato quarto in Svizzera. Kareem ha totalizzato undici presenze, a volte come esterno sinistro di centrocampo, ma sembra poter essere più una seconda punta. Ottimo controllo di palla, dribbling creativi (è pieno Youtube di utenti iracheni che lo soprannominano “Iraqi CR7”, e lui stesso ha come idolo il portoghese), rapidità nel breve e una buona confidenza col piede debole. Anche Kareem è nativo di Kirkuk.

 


Sherko Kareem, che a livello di Nazionali giovanili ha fatto faville.

 

I giocatori iracheni impegnati in questa Olimpiade sono nati praticamente tutti nell’est del Paese: chi a Baghdad, chi a Kirkuk, Sammarra, Fallujah, Diwaniyah. Nessuno nelle aree oggi controllate stabilmente dall’Isis (essenzialmente la regione dell’Anbar). Ma quasi tutti in aree aree minacciate o conquistate in determinati periodi dal sedicente Stato islamico, poi liberate a fatica, poi riprecipitate nel caos o nel terrore quotidiano, poi securizzate di nuovo, sempre in modo precario.

 

Scriviamo nei giorni in cui il’Is ha (ri)preso ad attaccare i giacimenti petroliferi nel nord del Paese in modo sistematico e capillare, segno che le truppe irachene e le milizie di autodifesa coordinate dai generali iraniani, e supportate dai raid della coalizione, stanno mantenendo il terreno recuperato, almeno per ora. Questo giova forse alla situazione geopolitica ma non pone al momento benefici diretti alla popolazione delle città, nessuna delle quali è immune da attentati su base perlomeno settimanale: è l’inferno promesso e scatenato dai terroristi sodali di al Baghdadi.

 

È lecito pensare che in pochi, guardando alla situazione dell’Iraq, si aspettino dai ragazzi del ct Shahad il passaggio del girone, tantomeno un risultato ancor più importante. È una regola antica e banale: devi essere concentrato al 100%, dedicare ogni risorsa psicofisica a quel che stai facendo, se vuoi vincere in una competizione così breve. E come si fa a concentrarsi permanentemente sul calcio quando nessuno dei giocatori può dire di avere i parenti al sicuro? Probabilmente, questo è l’adagio che viene ripetuto da quasi 40 anni a questa parte in Iraq, per essere poi puntualmente smentito.

 

Perché a Rio de Janeiro, come ha ricordato il ct Shahad, non si va a giocare “per la presenza”. In Brasile si va per provare a mantenere la straordinaria ordinarietà dell’impresa sportiva irachena, e in ogni caso, per ricordare a tutti che i Leoni di Mesopotamia, malgrado la Mesopotamia (l’Iraq), malgrado tutto, sono sempre vivi.