Le due tribù di Teheran – reportage

(pubblicato su The Towner http://www.thetowner.com/it/le-due-tribu-di-teheran/)

Se si viaggia in macchina verso Teheran nel cuore della notte, provenienti da sud, il buio viene violato per la prima volta da quattro imponenti torri che compaiono ai margini della strada che, percorsa in senso contrario, arriva fino alla città santa di Qom. Le si vede nitidamente già da molto lontano, le torri, perché le potenti luci color ocra che le loro cime emanano, bastano e avanzano a renderne visibili almeno i segmenti superiori.

Sono minareti, ma non dei minareti qualunque, di una qualunque moschea. Il tassista celebra il momento con trasporto, portandosi una mano al petto. Con l’altra li indica e rompe il silenzio che ci aveva accompagnati sin lì: “Inja’ Emam hast” (“Qui c’è l’Imam”). Lo sguardo assonnato si fa solenne, il viso viene attraversato da un sorriso, smuovendogli rughe che parevano di pietra. È il Mausoleo dell’Ayatollah Khomeini, il luogo dove riposano le sue spoglie, e quei minareti sono alti esattamente novantuno metri ciascuno: l’età che aveva quando morì – il 3 giugno del 1989 – il padre di una rivoluzione che ha da poco compiuto 37 anni. Il primo approccio con la città, e con la Repubblica islamica, sembra esserne un involontario spot.

Teheran si trova in una posizione beffarda, perlomeno per chi non abita nei quartieri più a nord. L’immenso Mar Caspio è a centocinquanta chilometri in linea d’aria, forse meno: sarebbe una distanza ideale perché il vento salubre depuri l’atmosfera urbana dalle polveri sottili, tenendo allo stesso tempo sufficientemente lontana l’umidità delle foreste del Mazandaran. Tutto questo è però vanificato dagli Elborz: una catena montuosa che si estende per 130 chilometri tra l’altopiano iranico e la depressione del Caspio, e che costituisce una barriera naturale tra Teheran e l’aria pulita. Vette molto spesso sopra i tremila e quattromila metri costituiscono l’obbligato confine nord della città, sdraiata alle sue pendici, che sembrano i suoi cuscini. A causa degli Elborz, lo smog emanato dalle vecchie ma ancora diffusissime automobili Paykam e Khodro ristagna spesso indisturbato nel centro e nel sud di Teheran, come un banco di nebbia.

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Foto: Wikicommons.

Più ci si allontana dalla zona settentrionale di Teheran e più la situazione si fa insostenibile, perché ci si avvicina al Dasht-e Kavir, uno dei deserti iraniani, che arriva a lambire le zone meridionali della città e in estate rende l’aria incandescente, come fosse a un passo dalla solidificazione. Teheran è stretta in una morsa, incastrata tra due microclimi opposti: le montagne dell’Elborz sembrerebbero voler “abbracciare” il deserto Dasht-e Kavir, se non ci fosse nel mezzo questa ingombrante creatura di 12 milioni di persone.

Sorpassato il mausoleo, come in una attenta sceneggiatura, inizia la città. L’alba accenna il risveglio, affacciandosi proprio di fronte a noi e rivelando all’orizzonte le basse costruzioni dell’affollato quartiere meridionale di Nazi Abad. Si chiama così perché in quest’area furono costruite dalla dinastia Pahlavi le prime ferrovie del Paese, con l’aiuto della Germania nazista.

Negli anni ’90 Nazi Abad era un’area con un alto tasso di piccola criminalità per gli standard locali; da quando è sindaco Mohammad Bagher Qalibaf (succeduto ad Ahmadinejad nel 2005) la situazione pare migliorata e oggi Madaeen Street – che taglia a metà il quartiere – è considerata la principale via commerciale dell’intera zona sud di Teheran. Tuttavia l’espressione “Man bache Nazi abadam”, una formula verbale dalla valenza intimidatoria che suona come “Stai attento, sono figlio di Nazi Abad”, conserva ancora un discreto potere evocativo. Come a segnare un avvertimento, o rivendicare un confine antropologico. Insomma, mi spiega il tassista: chi viene da Nazi Abad sa come “farsi rispettare”.

 

Da qui, da Javadiyeh – un’area che negli anni ’90 gli stessi abitanti ribattezzarono Texas, inteso come quello selvaggio del Wild West –  e in generale da buona parte del Distretto 17 di Teheran, nella zona sud, vengono anche la maggior parte dei “martiri” della guerra contro l’Iraq del 1980-88 – dei cui ritratti e graffiti la città è tappezzata –, ma anche di quelle attuali in Siria e in Iraq. Ragazzi che spesso vedono l’unica possibilità di realizzazione nella carriera militare, ma anche migliaia di veri e propri volontari.

In quartieri come Nazi Abad, ogni dieci del mese di Muharram (l’ultimo nel 2015 è caduto a fine ottobre), si può facilmente assistere alle celebrazioni dell’Ashura, che nel mondo sciita hanno una valenza luttuosa, essendo associate al martirio di Hussein, nipote del Profeta. Con esse inizia un periodo di lutto di 40 giorni. L’Ashura, nell’accezione sciita, può essere paragonata alla Passione di Cristo: il martirio di Hussein, che si fece volontariamente trucidare assieme ai suoi sodali dalle truppe omayyadi di Yazid nel 680 d.c, ha un valore fondante per i musulmani sciiti, un po’ come la Passione per i cristiani cattolici.

 

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Durante l’Ashura si marcia in strada intonando canti religiosi, ci si batte il petto a cadenze regolari e gli uomini simulano l’autoflagellazione colpendosi sulle spalle con dei frustini composti da anelli di ferro, come quelli delle cotte di maglia. In alcune, limitate, aree meridionali della città – come Nazi Abad – le rappresentazioni si fanno molto più cruente: l’autoflagellazione non è più simbolica e alcuni si colpiscono con violenza sulla testa con spade affilate, provocandosi lacerazioni e perdite di sangue. Anche le fruste sono più affilate, e colpiscono torsi nudi, tingendoli di rosso e aumentando la drammaticità dei momenti, che trascorrono tra pianti collettivi e sofferte invocazioni. Si tratta di rappresentazioni ufficialmente vietate nella Repubblica islamica, e malviste dagli esponenti più conservatori del clero sciita.

Oltrepassata Nazi Abad, il cielo prende colore e ci immettiamo sulla Navvab Expy, che lambisce Gomrok: oggi si tratta di un quartiere abbastanza anonimo, che gravita attorno al parco Razi, uno dei circa 2100 parchi che forniscono quel fondamentale ossigeno di cui ha bisogno Teheran. Durante l’era Pahlavi, invece, Gomrok era la porta d’accesso a Shahr-e no, un quartiere a luci rosse che impiegava più di 1500 prostitute, immortalate nel servizio fotografico di Kaveh Golestan. Si può facilmente immaginare quali fossero gli effetti derivanti dall’esistenza in piena città di un simile quartiere – dei cui servizi usufruivano soprattutto occidentali o facoltosi uomini dell’aristocrazia e del notabilato di corte – sul comune senso del pudore di una società conservatrice come quella iraniana degli anni ’70, che perlopiù percepiva come estranei certi costumi. Un curioso paradosso – tra i tanti con cui si ha a che fare in Iran – è che l’attuale legge iraniana prevede però l’istituto (di derivazione sciita) della Nikah al mut’ah (letteralmente, “Matrimonio temporaneo”), un contratto matrimoniale a termine che può durare da un’ora a 99 anni, prevede dono nuziale ed eventuali clausole, e che spesso finisce per legalizzare di fatto la prostituzione.

 

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È solo uno dei tanti aspetti che contribuiscono a rendere Teheran più articolata di quel che si potrebbe pensare. Teheran, che in meno di un secolo è stata testimone di almeno due rivoluzioni – quella costituzionale del 1905 e quella del 1979 –, un colpo di stato, una guerra, rappresaglie, rivolte popolari, dure repressioni; una città in cui i contrasti producono corto circuiti, contribuendo in un primo momento a farla apparire come una città tradizionalista, conservatrice, epicentro di un regime religioso con la pretesa dello Stato etico, ai cui angoli delle strade la polizia religiosa pattuglia la morale pubblica, e le cui moschee paiono sempre piene; e il momento seguente come una città aperta, alla ricerca di una sua modernità architettonica – esemplificata dall’avveniristico ponte d’acciaio Tabiaat, opera della giovane architetta Leila Araghian, che dal 2014 collega il parco di Taleghani e quello di Ab-o Atash – e sociale, cosmopolita, e per certi versi la più “occidentale” dell’intero Medio Oriente. Lo scorso 2 maggio, nella zona di Narmak, ha preso il via il progetto “The things network of Teheran”, che dovrebbe nel tempo rendere la capitale iraniana la prima smart city della regione – e probabilmente anche la smart city con più Vpn al mondo, le reti private usate dagli iraniani per aggirare i filtri della censura.

L’area della rumorosa Meydan-e Ferdowsi è il centro della città. La statua del celebre poeta persiano, da cui prende il nome la piazza, si trova in mezzo alla rotatoria, a vigilare con lo sguardo su un traffico che qui è quasi pittoresco: nelle ore di punta pedoni e macchine si muovono praticamente alla stessa velocità e in ogni direzione della carreggiata, contendendosi spazi impensabili. Qui le donne in chador, il mantello nero che copre l’intera figura e incornicia il viso, aumentano, e nell’area del Bazar-e Bozorg le si vede utilizzare la bocca per tenerlo chiuso, mentre le braccia sorreggono buste della spesa. Se a Ferdowsi si arriva da sud, non si incontrano mai salite. Se invece dalla piazza si va verso nord, immettendosi su Vali-e Asr, la strada si inclina pian piano e si entra gradualmente nella Teheran settentrionale, adagiata sul piede della montagna. È qui che i contrasti di un paese in cui quasi metà della popolazione è nata dopo il 1979 emergono più chiaramente, dove la “modernità” sembra convivere – a volte interagendo, a volte nell’indifferenza, a volte confondendosi – con la “tradizione”.

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Foto: Mohamm Hassan Ettefagh.

In alcune stazioni della metro si possono incontrare i consulenti islamici: un uomo e una donna siedono a due tavolini adiacenti, pronti a ricevere i fedeli dei rispettivi sessi, alla ricerca di soluzioni alle questioni più disparate, nel rispetto dei dettami religiosi. I consulenti sono gratuiti, pagati dal governo, ed è sorprendente la quantità di persone che si fermano per due chiacchiere. A Mirdamad Boulevard, nella zona nord-est, a pochi metri dalla moschea al Qadir e non lontano dalla Banca Centrale Iraniana, c’è invece la seconda clinica più frequentata al mondo (dopo quella di Bangkok) per i cambi di sesso, autorizzati da una fatwa di Khomeini.

Vedo alcuni ragazzi dall’aspetto leggermente effeminato attendere fuori dalla clinica l’approvazione del governo per l’operazione. Ciò avviene in un Paese dove invece l’omosessualità, come tristemente noto, è punita anche con la pena di morte, e in generale è oggetto di un radicato stigma sociale. Intanto, passeggiando per Darband a nord, un particolare non può sfuggire: una ragazza su tre ha il naso rifatto, per una moda che sta assumendo dimensioni patologiche. Lo status-symbol tra i giovani (uomini e donne) ha radici così solide che chi non può permettersi l’operazione, va in giro con un cerotto sul naso, simulando l’appartenenza al “club”. Il naso rifatto risalta ancora di più nelle ragazze che i giovani chiamano “palang”, una parola che non ha traduzione esatta ma che indica ragazze sempre “in tiro”, truccate come bambole, e i cui visi tradiscono un massiccio utilizzo della chirurgia plastica.

 

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Se la si guarda da un lato, ci si accorge che a Teheran ci sono circa 160 moschee – il cui adhan riecheggia in ogni punto della città – ma anche 29 sinagoghe e una cinquantina di chiese di vario rito, di cui una quindicina cattoliche. C’è anche un Gurdwara sikh, e sei templi del fuoco per i zoroastriani. Ma questa tendenza del regime a celebrare la religiosità, a promuoverla massivamente, a imporla e a opporla nella retorica pubblica a un’irreligiosità percepita come anticamera della corruzione e del degrado morale, ha il suo rovescio della medaglia: Teheran è forse la capitale musulmana in cui è più facile incontrare degli atei, in una regione in cui la religione tende ad avere un peso centrale, a prescindere dal radicamento della sua dimensione “politica”.

Se invece la si guarda da un altro, percorrendo la lunga strada di 18 km che taglia a metà la zona nord, Vali-e Asr, si nota una megalopoli che, se non fosse per la nota regola dell’hijab obbligatorio, assomiglierebbe più a New York che non, ad esempio, al Cairo. Ed è a New York che il sindaco Qalibaf guardava quando due anni fa, dopo l’ennesimo ampliamento della metro, promise che entro il 2031 sarebbe stata più ampia di quella della Grande Mela. E come New York, Teheran è una città multietnica, in un paese in cui solo il 55% dei cittadini sono persiani: gli altri sono azeri, curdi, baluci, arabi, turkmeni. È azera la Guida Suprema, Ali Khamene’i; è di padre curdo lo stesso Qalibaf.

 

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A Shahrak-e Gharb, dove abitano molti calciatori e star della tv, o a Elahiyeh, il numero delle macchine di lusso in circolazione è sbalorditivo: gli ultraricchi iraniani – con i figli che fanno festini come quelli immortalati nell’account Instagram “Rich kids of Teheran” – pagano Maserati, Ferrari e Mercedes fino al triplo del loro prezzo di mercato, gonfiato a causa delle sanzioni sull’economia iraniana e la debolezza del Rial. I prezzi al metro quadro delle case in quartieri settentrionali a ridosso delle montagne, come Fereshteh o Zaferaniyeh, possono superare quelli di Beverly Hills: nel lusso estremo, valorizzato dalla posizione strategica che rende il clima più fresco d’estate, è inclusa anche la sensazione di vivere in un altro Paese, fatto di servizi esclusivi, comfort di ogni tipo, aria salubre e soprattutto, all’occorrenza, ampie licenze sulla morale ordinaria. I “rich kids of Teheran” sono sopratutto figli dell’élite rivoluzionaria: famiglie al cui interno si sta forse producendo una graduale frattura generazionale ma la cui prole è generalmente al riparo dalle sanzioni e dal controllo sociale delle autorità.

In Iran d’altronde esistono storie come quella della famiglia Khazali: Mehdi, dissidente politico, è stato ripetutamente arrestato per aver “offeso” l’ex presidente Mahmoud Ahmadinejad, entrando più volte in sciopero della fame; suo padre, l’Ayatollah Abolghasem Khazali, è invece uno degli autori della Costituzione della Repubblica islamica. Quest’ultimo è stato, al contrario del figlio, un convinto sostenitore dell’ex presidente. Anche Hadi Khamene’i, importante membro del movimento riformista, non ha rapporti idilliaci col fratello Ali Seyyed, attuale Rahbar della Repubblica islamica, che è su posizioni più conservatrici. Due figli di un ex presidente e uomo chiave del regime come Akbar Hashemi Rafsanjani sono stati arrestati in più occasioni. Di storie così è pieno, in una società così polarizzata, cresciuta in un’epoca di ideologie. I conflitti generazionali, famigliari, si muovono sul filo di un persistente dualismo: quello tra i cosiddetti “khodi” (letteralmente “dei nostri”) e i “gheyr khodi” (“non dei nostri”). Per chi è accusato di appartenere ai secondi, il rischio è sempre quello di essere percepito come una “spia”, come un nemico del sistema, che si muoverebbe in realtà al di fuori del framework politico della Repubblica islamica.

Majid, il tassista col quale viaggio, sembra essere l’archetipo del perfetto devoto, del sostenitore ideale del regime: sussurra la basmala mentre passiamo di fronte al Mausoleo e nel suo taxi, sopra il cruscotto foderato da una pelliccia color ocra, è appeso l’Ayat al kursi, il versetto del Trono, il più conosciuto della Surat al-baqara (la sura della giovenca) e in assoluto tra i più celebri del Corano. Dall’inizio del viaggio ascoltiamo il sermone radiofonico di un imprecisato ayatollah; ma appena entriamo in città, Majid cambia musica e inserisce una musicassetta di Morteza Pashaei, celebre popstar iraniana, morto di cancro nel 2014 e il cui corpo è sepolto nel cimitero di Behesht-e Zahra – quello dei martiri della guerra di fronte al Mausoleo di Khomeini – e al cui funerale secondo alcuni si è registrato il più grande assembramento pubblico in Iran dalle proteste del 2009. Le esequie pubbliche di Pashaei sono state uno dei rari momenti in cui le diverse anime del Paese si sono unite nella solidarietà, superando le divisioni politiche. Majid sorride orgoglioso quando gli dico che conosco il cantante, che è un po’ il “Tiziano Ferro iraniano”.

 

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In Beyond Belief di S.V. Naipaul, si parla dell’esistenza di “due tribù” nell’Iran pre-rivoluzionario. La prima era costituita dall’aristocrazia che gravitava attorno allo Shah Reza Pahlavi: ricca, mediamente istruita, dalle tendenze laiche e dai costumi fortemente influenzati dall’Occidente, che soprattutto a partire dal piano di riforme del 1963 (noto come la “rivoluzione bianca”) vennero incoraggiati nel Paese; costumi – in quella Teheran, nel 1975 un gruppo di danza si esibì in uno spettacolo di nudo integrale – che aumentavano la distanza emotiva con l’altra tribù, quella ampiamente maggioritaria, costituita da una popolazione che, dopo il boom petrolifero del 1973 iniziava a spostarsi dalle campagne alle città: molto religiosa, poco istruita, “conservatrice” nei costumi e soprattutto povera, di una povertà visibile, umiliante, che strideva molto con lo sfarzo estremo dei palazzi reali del parco Sadaat’abad, tra bagni laccati d’oro e soffitti tempestati di diamanti. Due tribù che non comunicavano tra loro, che “abitavano lo stesso territorio” ma che erano distanti anni luce. Due tribù destinate a scontrarsi, prima o poi.

Di queste tribù, in un certo senso, c’è traccia anche oggi. Sembrano però aver assunto forme e complessità diverse, come è normale per una società entrata nel nuovo millennio, lambita dalla globalizzazione e allo stesso tempo chiusa all’interno dei confini ideologici del regime nato trentasette anni fa. Se l’ultimo shah – con la trickle-down economics – produsse milioni di giovani poveri, frustrati, privi di istruzione e con l’unico rifugio nell’appartenenza religiosa, l’attuale regime, indirizzato anche dall’isolamento internazionale derivante dall’embargo e dalle sanzioni, sembra aver seguito una politica di sviluppo speculare, che ha favorito l’istruzione di massa: solo a Teheran le università sono circa quaranta, e il tasso di alfabetizzazione iraniano è il più alto dell’area (circa 90%). Per dire: il tasso di alfabetizzazione femminile è passato dal 34% del 1978 all’88% del 2009.

Oggi però gli iraniani, soprattutto quelli sotto i 40 anni, sono un popolo mediamente consapevole dei diritti che può ottenere: una consapevolezza che sembra fare a pugni con la speculare autopercezione di irriducibilità – e di “antagonismo” al modello americano – che il regime (e la porzione di società a cui fa riferimento) cerca di trasmettere, limitando la libertà nel nome di una supposta tutela della propria specificità. I graffiti che coprono intere pareti di alcuni palazzi a Teheran, realizzati anche in tempi recenti e raffiguranti i martiri della guerra contro l’Iraq, simboleggiano bene questa autopercezione.

Oggi il conflitto è tra chi vuole riformare, interpretando in senso pluralista la discussa eredità del messaggio di Khomeini (come l’ex leader riformista Mir Hossein Mousavi) e chi – a diversi livelli, con una minore o maggiore diffidenza verso l’occidente – vuole “conservare”. Due anime che comunicano poco ma che non sembrano volersi scontrare, preferendo lanciarsi di tanto in tanto messaggi subliminali, contendendosi gli spazi espressivi. Come quando, tre anni fa, in alcuni parchi come Jamshidieh o Honar-e Mandan il sindaco Qalibaf dispose di separare le panchine per sesso, credendo di poter in questo modo scongiurare la possibilità che coppie di ragazzi venissero facilmente a contatto: l’iniziativa fu però facilmente bypassata, e l’unico risultato fu quello di avere panchine vuote e prati pieni di ragazzi (Zahra, una ragazza di Niavaran, me lo racconta divertita, come se parlasse di uno scherzo ben riuscito). O come quando, nel 2009, dopo gli scontri e le repressioni di piazza in seguito alla rielezione di Ahmadinejad, iniziò la “guerra di graffiti” tra i sostenitori del “Movimento verde” e i basiji: gran parte delle “V” disegnate dai primi (il simbolo del movimento) furono trasformate dai secondi in “W”, simbolo universale delle toilette, oppure in stelle di David. Graffiti che in Iran sono un elemento tanto della cultura “underground” quanto di quella popolare, o “ufficiale”.

 

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Tuttavia, il messaggio che meglio sembra rappresentare la perpetua e sotterranea tensione tra due anime così distanti emotivamente, lo trovo all’interno di un luogo poco conosciuto. Vicino al Ministero degli Esteri, nascosto alla fine di un angusto vicolo nei pressi di Meydan-e Imam Khomeini, c’è un piccolo museo, normalmente escluso dai percorsi turistici. Si chiama Ebrat.

Ex prigione della Savak, la polizia segreta dell’era Pahlavi, oggi al suo interno mette in mostra le brutalità consumatesi al tempo. Il regime si serve ovviamente di discrete dosi di propaganda, o persino del potere della fisiognomica: i manichini dei torturatori della Savak hanno tutti il viso paonazzo, lo sguardo diabolico, e sono raffigurati tutti con la cravatta, simbolo del modo di vestirsi occidentale. Nelle ex celle della prigione sono invece sistemate le riproduzioni in cera delle più importanti personalità della Repubblica islamica passate per questo carcere. Alla fine del “corridoio dei martiri”, alle cui pareti sono affisse le foto segnaletiche di donne e uomini comuni imprigionati dalla Savak, c’è un’ultima sala. Sembra un disimpegno, disadorno e anonimo. Ci sono tre sedie, una finestra, sulla parete un paio di vecchie locandine che segnalano eventi dello scorso anno, un calendario e un’altra porta che conduce all’uscita. Khadrit, la guida del museo (ed ex prigioniero durante il regime dello Shah), mi guarda sornione.

Alzo gli occhi, attratto da una scritta verde fosforescente all’interno di un piccolo pannello elettrico attaccato al muro, come quelli che segnalano le uscite d’emergenza. Il messaggio è lì, come un monito. Perché nel pannello non si legge nessun “Exit”, ma “Azadi rayegan nist”: la libertà non è gratis.

 

Foto dell’autore.