Sadiq Khan, Chaouki e i corto circuiti

Scrivo d getto, senza rileggere, con mesta ostinazione, per dare scientificamente la misura del mio sgomento.

Il neo sindaco di Londra Sadiq Khan e il parlamentare italiano Khalid Chaouki hanno una cosa in comune: la loro storia racconta pressappoco un bel NULLA dell’Islam o dei musulmani, mentre ci dice moltissimo su famiglie, le loro di origine, che hanno saputo ripartire da zero in un paese straniero (nel primo caso in condizioni molto disagiate), producendo esempi di integrazione che dovrebbero impedire ai Salvini e alle Meloni di ciarlare di “invasione islamica” una volta tanto, cioè almeno quando gli “islamici” in questione si mettono in evidenza per dei meriti indiscutibili. E invece, il fatto che non si sia persa occasione per fare commenti del genere dimostra che al fondo, parliamo di un problema molto semplice, che non dipende dalla percezione di presunte condotte collettive riprovevoli, di “culture violente”, inferiori, di valori incompatibili e cazzate varie. Parliamo di puro, cristallino razzismo, dei più beceri. E pensare che Salvini aveva querelato, perdendo la causa, chi gli aveva dato del razzista.

Per quel che riguarda Chaouki, noto con sgomento che il fatto che abbia votato a favore delle unioni tra coppie omosessuali abbia fornito a molti osservatori lo spunto per fare delle fuorviate riflessioni sull’islam e i musulmani, su quanto Chaouki sia stato descritto come un rivoluzionario dell’Islam, come pioniere musulmano che sconvolge la “comunità islamica” (così chiamano utenti mslmani di Facebook che scrivono sulla bacheca di Chaouki), e mai come un cittadino italiano con opinioni liberali in materia di bioetica e questioni di genere, se così potremmo dire. Insomma, mai descritto, introdotto, pubblicizzato per quello che è: un parlamentare italiano. Il che ci riporterebbe al concetto espresso all’inizio di questo pensiero.

In questo caso, più che ai fascisti di varia risma, dispiace dovermi rivolgere alle anime belle, che pure, se non altro, nella loro perpetua ingenuità, assecondano sentimenti nobili, concilianti: Chaouki rappresenta se stesso: non sta a me/noi giudicare la maggiore o minore tiepidita’ del suo essere musulmano più o meno praticante (i.e. Assolvere ai cinque pilastri della fede?), o la sua conoscenza del Corano e della Sunna, perché si tratta di un aspetto irrilevante ai fini di una discussione sul politico in se, e sopratutto non ha nulla a che vedere con l’Islam. I musulmani pensano in media con la propria testa anche in materia di convinzioni personali, non essendoci un clero nell’islam che dica in definitiva cosa è giusto o sbagliato. Se volessimo generalizzare, però, non credo si farebbero grossi torti a dire che nell’islam, come nel cristianesimo, l’omosessualità è a dir poco malvista, quando non condannata. Sarebbe così anche per il matrimonio tra omosessuali. Una incompatibilità che non potrebbe esser dialetticamente elusa come nel caso del Cristianesimo, sottolineando la differenza tra un matrimonio civile – che appunto non sarebbe “sacro”, nel senso di vincolato ai principi religiosi – e un matrimonio in Chiesa, la cui “sacralità” precluderebbe di celebrarlo per una coppia omosessuale: nel diritto islamico, il matrimonio non ha nulla di sacro e molto di legalistico, non essendo nulla più che un contratto, regolato da clausole più o meno specifiche.

Dovremmo guardare le persone per quello che sono, cioè come persone, e non appiccicargli delle etichette ex ante o ex post: solo che costa fatica, molto più semplice categorizzare, infilare in sottoinsiemi, in questo continuo afflato sociologico che ci attanaglia un po tutti.

Sadiq Khan e Chaouki sono due cittadini, immigrati di seconda generazione che dimostrano una volta di più quanto in ogni condizione di partenza sia possibile una reale integrazione, perlomeno in termini di possibilità di realizzazione personale all’intero della società o addirittura delle istituzioni. Non sono due “musulmani moderati”, non sono i musulmani “buoni” speculari a quelli “cattivi” con la barba, e non sono (anche Khan e’ per i diritti lgbt) nemmeno il sintomo della apertura all’islam in tema di matrimoni civili tra omosessuali, che da una parte fa gongolare anime belle e dall’altra alimenta la bava rabbiosa dei razzisti, in cui appunto il corto circuito e’ enorme: abituati a blaterare di “incompatibilità dell’Islam con i valori della libertà bla bla bla”, si ritrovano a dover ribaltare faticosamente la prospettiva, da una parte dimenticando la (fino al giorno prima) vituperata “islamicità” di Chaouki e dall’altra sottolineando quella di Khan, che sarebbe alla testa di un primo, incontenibile esercito di invasori islamici, intesi come “portatori di sharia”, credo.

Siamo spacciati, secondo me. Si continua universalmente a confondere forma e sostanza, trainati dal bisogno (indotto?) di individuare un nemico chiaro: ormai è pratica consolidata quella di dare la patente di islamico, o meglio di “sintomo del’islam”, a chiunque compia nefandezze “nel nome di Allah”. Ci si fanno i titoli sopra, e lo fanno i giornali di “sinistra”. Il resto Diventa tutto irrilevante. Mentre si faceva esplodere “Urlava Allah akbar”. E allora? Se io urlo viva la libertà, la libertà diventa un problema? E che ne e della “islamicità”, della rappresentatività dei musulmani che prima di morire in attentati o dopo essersi salvati gridano la stessa frase?

A volte penso a quanto ancora dovremmo essere “connessi”. Ormai chiunque va sui social ma noto che aldilà delle strumentalizzazioni politiche, non ci si conosce.

Se i “cristiani” alla Adinolfi si trovassero bendati a conversare di famiglia e bioetica con un mullah a caso, si accorgerebbero di avere opinioni simili su molti argomenti, quando non più estreme (un esempio: il clero sciita ormai considera normale la disfunzione di genere, e in Iran si può cambiare sesso previo accertamento della stessa. La chiesa cattolica no).

Se le tante persone poco istruite, mediamente religiose (al netto della bestemmia di default) e “conservatrici” in tema di costumi e “valori”, invece di farsi plagiare da Salvini che veicola la loro frustrazione verso il diverso e lo svantaggiato fossero a conoscenza di come spesso vivono i loro “omologhi” musulmani, probabilmente capirebbero di esser in molti casi simili (dio famiglia pudore ecc), e Salvini non saprebbe cosa inventarsi.

Se chiarissimo una volta per tutte che non possiamo far finta di essere una società laica, non ancora, non finché non lo è’ quasi metà (tenero?) dei nostri parlamentari, forse saremmo perlomeno più comprensivi e dialoganti con chi come noi è alla ricerca, più o meno profonda, della laicità, o di un rapporto definitivo tra interiorità e esteriorità, o quello che volete.

Se ci dedicassimo a conoscere l’altro più di quanto non ci dedichiamo a misurarne la presunta compatibilità con dei valori che fatichiamo a stabilire come definitivi e innegoziabili, forse oggi faremmo una guerra più efficace, e triplice: una contro le storture di un modello economico e forse anche culturale che produce emarginazione, humus del terrorismo molto più di quanto non lo siano dei libri non compresi; una contro un manipolo di criminali che si danno un brand di islamicità a uso e consumo della nostra ignoranza e sfruttano il vuoto di cui sopra per reclutare disadattati; una contro le nostre paure e contro chi le alimenta.

Ma, come si dice a Roma, “se” mi nonno c’aveva tre palle, era ‘n flipper

Advertisements