Il primo nemico dell’Isis non è l’Occidente, ma il pluralismo interno all’Islam (su Huffpost)

(pubblicato su Huffington Post – http://www.huffingtonpost.it/lorenzo-forlani/il-primo-nemico-dellisis-non-e-loccidente_b_9776250.html?utm_hp_ref=italy)

 

“Negli ultimi decenni, un cancro devastante è emerso, ha mutato forma, si è diffuso, cercando di affondare l’Umma (la comunità musulmana, ndr) nell’apostasia (…)”.

Inizia così, un capitolo dell’ultimo numero, il quattordicesimo, di “Dabiq“, la rivista ufficiale dell’Isis pubblicata a cadenza mensile, anche in lingua inglese, sin dal luglio 2014. La retorica è quella abituale dei seguaci di al Baghdadi. Il soggetto implicito di questo passaggio, invece, non è quello che si potrebbe pensare. Un indizio: non si parla dell’Occidente.

Nel polarizzato dibattito sulla minaccia posta dall’Isis, un refrain sembra essere condiviso da tutti: quello secondo cui l’Isis stia conducendo una “guerra contro la civiltà occidentale, contro la sua libertà e la sua cultura”. Ma siamo sicuri che sia (solo) così? È possibile ridurre la questione ad una semplice quanto vaga dicotomia tra civiltà e barbarie, o tra Occidente e islam?

“The Murtadd Brotherhood, i Fratelli musulmani apostati”. È questo l’eloquente titolo – e l’argomento principale, introdotto dalle righe citate all’inizio del presente articolo – del numero di aprile 2016 di “Dabiq”, sulla cui copertina compare Mohammed Morsi, l’ex presidente egiziano, alle urne. Non si tratta del primo attacco sferrato dagli esperti di comunicazione del sedicente “Stato Islamico” contro il movimento politico conservatore fondato nel 1928 in Egitto da Hassan al Banna: già nel numero 8 di Dabiq, uscito nel marzo 2015 con il titolo “Solo la shari’a governerà l’Africa”, alcune pagine erano state dedicate ad una feroce critica della Fratellanza.

L’introduzione del capitolo sui “Fratelli musulmani apostati” continua così: “(questo cancro, ndr) si è formato in una città egiziana nel 1928, e si è rapidamente diffusa in tutto l’Egitto e la Siria, l’Iraq, e tutte le terre usurpate dagli apostati. È poi arrivato fino in Occidente – America, Europa e Australia – e in tutti gli altri paesi in giro per il mondo. Ovunque ci fossero comunità di musulmani, esso ha cercato di prendersi cura dei loro affari e di instillare in loro una religione diversa dall’islam, ma nel nome dell’islam(..)”.

L’ostilità nei confronti dei Fratelli musulmani da parte dell’Isis è dovuta a tre ragioni principali: la prima è il cosiddetto gradualismo adottato dalla Fratellanza, ossia la storica strategia di lenta e sopratutto pacifica islamizzazione “dal basso” della società, operata attraverso la presenza sul territorio, l’educazione, l’erogazione di servizi, e sottoponendosi alla logica delle elezioni democratiche nella convinzione di arrivare ad ottenere, prima o dopo, il potere, e di rappresentare quante più persone possibile. L’Isis persegue ovviamente una strategia militare e unilaterale, per cui il ricorso alla violenza non è solo visto come necessario ma doveroso.

La seconda ragione risiede nella disponibilità della Fratellanza al confronto (o addirittura ad affari) con l’Occidente, con l’Iran e con Israele (con un riferimento ai rapporti tra Turchia di Erdogan e Tel Aviv). La terza ragione è invece più ampia, e comprende la compromissione della Fratellanza con temi come “diritti umani, elezioni, pluralismo, democrazia, pacifismo, ordine costituzionale”, ad ognuno dei quali è dedicato un paragrafo nell’ultimo numero di Dabiq. A ben vedere, si tratta di righe interessanti, perché costituiscono (o dovrebbero costituire) in un certo senso un manifesto di legittimità, di comprovata diversità della Fratellanza musulmana rispetto a movimenti come l’Isis, a cui è spesso equiparata dai Netanyahu e dagli Al Sisi.

Nelle pagine successive la rivista pubblica una lista di nomi di religiosi musulmani sunniti considerati “takfir” (miscredenti), tra i quali figurano sufi come Hisham Kabbani (dell’ordine di Naqshbandi), personaggi più o meno noti al grande pubblico come Hamza Yusuf, o anche rigidi salafiti, come il canadese Bilal Phillips o il pakistano Yasir Qadhi.

Bisogna fare attenzione alle parole, e alla loro possibile distorsione. Un argomento spesso utilizzato da certa islamofobia muove dalla constatazione che l’alto grado di “islamicità” dei miliziani dell’Isis sia comprovato dal fatto che uccidano “in nome di Allah”. Si confonde il mezzo con il fine, arrivando a legittimare involontariamente gli stessi terroristi. Terroristi che possono certamente essere musulmani, ma il fatto che uccidano “in nome di Allah” non ne costituisce certo una migliore certificazione: che dire dei tanti combattenti musulmani in Medioriente – da quelli sciiti di Hezbollah a quelli delle milizie paramilitari in Iraq, ma anche degli stessi curdi, perlopiù musulmani sunniti – che invocano egualmente Allah mentre combattono? E che dire – per cambiare totalmente contesto ed epoca – di Pablo Escobar e del suo cartello di Medellìn, che negli anni ’80 spesso di appellavano ai diritti umani, alla democrazia, alla libertà, e che era un fervente cattolico? O dei rituali pseudo-religiosi della ‘Ndrangheta? Uccidere in nome di qualcosa non basta ad esserne i rappresentanti, esclusivi o principali. O meglio, non è quello il punto, probabilmente, per capire dove risieda il problema.

La manipolazione della retorica islamica non si limita però solo ad aspetti di facciata, alla retorica militare in qualche modo mainstream, ma si attiva anche su questioni dottrinali, rivelando una volta di più l’autoreferenzialità dell’Isis, la sua specificità. A pagina 8 dell’ultimo numero di Dabiq, sempre per introdurre il tema dei “Fratelli musulmani apostati”, si legge:

“Contrariamente a quanto afferma una credenza popolare, l’apostasia (riddah) non significa esclusivamente il passare dal chiamarsi musulmano al chiamarsi ebreo, cristiano, induista, buddista o altro. In realtà, ci sono solo due religioni. C’è la religione di Allah, che è l’islam, e c’è la religione del nulla, cioè gli infedeli (kufr).”

Senza volersi addentrare in una inopportuna trattazione del tema dell’apostasia nella tradizione islamica, basti sapere che per l’ortodossia islamica e per tutte le ortodossie religiose – e anche per i regimi che trattano l’apostasia come un reato – l’apostasia significa proprio quel che è noto a tutti: abbandonare la propria religione. Altro che “credenza popolare”. Il fatto che gli autori di Dabiq manipolino – con la pretesa di renderlo universale – un concetto così consolidato nella tradizione islamica dovrebbe far pensare: sono così sicuri, alcuni, che la guerra sia solo contro l’Occidente, oppure solo contro i musulmani sciiti, chiamati rafidah, “coloro che rifiutano” (l’islam wahhabita dell’Isis)? O forse si tratta di una guerra per monopolizzare, per omologare il mondo islamico sotto il segno del più retrivo wahhabismo?

Quella dello Stato islamico è una guerra contro la diversità intra-islamica (e solo secondariamente contro l’Occidente), contro il pluralismo, contro chiunque non concepisca l’islam e il mondo come loro. Nonostante le etichette, che ai nostri occhi rimandano ad un’idea di inquietante messianismo (come tutto ciò che è fatto “in nome di Dio”, che si serve di un campionario dialettico di tipo religioso), i movimenti politici di ispirazione islamica, popolari, pacifici anche quando sono conservatori, costituiscono una alternativa – che l’Occidente dovrebbe responsabilizzare, con cui dovrebbe confrontarsi apertamente, senza filtri o complessi di superiorità -, e sono considerati altamente concorrenziali da movimenti come Isis, che si servono di una dialettica e una simbologia simile (anche qui si gioca sulla nostra miopia, sul potere che un “Allah Akbar” ha di suggestionarci) ma perseguono diversi obiettivi e diverse modalità (violente) di ottenimento degli stessi.

Movimenti come la Fratellanza, appunto, che si è ritrovata a fare i conti anche col fuoco incrociato di un regime egiziano che la reprime nel sangue con l’accusa di essere “come l’Isis”, il cui presidente – il citato Mohammed Morsi, l’unico eletto nella storia dell’Egitto – si trova in carcere assieme a migliaia di sostenitori e del cui futuro, oggi che abbiamo delegato la “cassazione” dei movimenti islamisti pacifici a autocrati e militari senza alcuna legittimità, non ci interessa più. Negli stessi giorni in cui usciva l’ultimo numero di Dabiq, peraltro, venticinque ong legate ai Fratelli musulmani sono state chiuse nell’Egitto di Al Sisi.

Equiparare movimenti come i Fratelli Musulmani a movimenti come l’Isis – emarginando o reprimendo la prima nella convinzione erronea che sia anticamera o gemella dei secondi – è una operazione pericolosa, oltre che concettualmente fuorviata: fa passare da una parte l’idea secondo cui sia conveniente, per un musulmano, sposare i metodi di chi intenda imporre con la violenza le proprie idee, nel momento in cui a chi ne promuove (e non impone) anche di simili in modo pacifico viene impedito di farlo; dall’altra, di riflesso, spinge le persone in Occidente a pensare che la forma coincida con la sostanza, che il conservatorismo della Fratellanza sia tutto sommato pericoloso, immobile, immutabile, retrogrado proprio come quello dell’Isis. Un po’ come se si decidesse di equiparare ogni persona di destra ad un fascista e agire di conseguenza; o come se si fosse deciso di equiparare le Brigate rosse al Partito comunista.

Emarginare o reprimere movimenti politici di ispirazione religiosa non solo ostacola in partenza l’avvio di una logica democratica, affossando il principio di rappresentatività che ne è alla base, e spingendo un popolo a credere che non abbia alcuna rilevanza; può contribuire, soprattutto in un contesto di disagio, a produrre quella dose decisiva di definitivo disincanto che spinge alla violenza, alla lotta armata, e in ultimo al jihadismo.

Il Grande Re

(pubblicato su L’Ultimo Uomo, http://www.ultimouomo.com/il-grande-re/) – la storia di Ali Daei

Il 31 marzo del 1979, due mesi e mezzo dopo che l’ultimo shah iraniano, Mohammad Reza Pahlavi, ha lasciato il Paese, in tutto l’Iran si tiene un importante referendum, il cui esito metterà definitivamente fine alla Monarchia e inaugurerà la Repubblica islamica guidata dall’Ayatollah Khomeini, di ritorno nel Paese dopo più di 15 anni di esilio.

 

Dieci giorni prima (proprio nel giorno in cui inizia la primavera, e proprio nel giorno di Nowruz, il capodanno persiano) tra le verdeggianti colline di Ardabil, quasi 600 km a nordovest di Teheran, il piccolo Ali Daei ha appena compiuto dieci anni.

 

Dieci anni sono la tipica età in cui il numero di domande che si fanno è inversamente proporzionale al numero di risposte che si comprendono. Avrà fatto molte domande, Ali; lo avrà notato, che quel Nowruz e quel compleanno non sono come tutti gli altri; che il Paese attorno a lui sta cambiando, che la gente in strada si agita, litiga, si abbraccia, urla e poi rincasa. Che qualcuno gioca alla guerra. Forse, però, non capendo le risposte degli zii, sarà tornato a giocare a pallone per le strade del quartiere di Khyrat, dove vive. Forse si vede già in quel momento, che Alì non ha un talento cristallino – o almeno non come quello che verrà donato, ad esempio, ad Ali Karimi, “lo Stregone di Teheran”, trequartista, nato nove anni dopo di lui. Però ci crede moltissimo. È testardo, combattivo, sanguigno, anche se ancora non ha idea di cosa farà da grande, né tantomeno chi sarà da grande. D’altronde, è un Paese intero a non sapere ancora nulla del proprio destino.

 

L’azero

Nell’attuale e tumultuoso Medioriente, Turchia e Iran sono gli unici due “Stati-nazione” veri e propri. L’Iran, in particolare, ha più o meno gli stessi confini da almeno 2500 anni, e chiunque abbia un vago interesse per la geografia e la storia sa che non si tratta di un paese di cultura e lingua araba ma persiana.

 

Definire l’Iran un “Paese persiano” però non è del tutto esatto: poco meno del 60% dei quasi 80 milioni di iraniani sono persiani. Il resto sono curdi, azeri, luri, baluci, arabi, turkmeni, bandari e qashqai (popolazione nomade che vive nel Sud-Ovest del paese), e la cosa si riflette anche nelle strutture di potere della Repubblica islamica, in cui l’elemento unificante non è più l’etnia persiana, riconducibile al mito ancestrale dell’Antica Persia, ma la religione sciita, che rende ancor più esplicita l’eterogeneità del tessuto sociale.

 

L’Iran post rivoluzionario ha avuto e ha politici, ministri e importanti personalità di etnia persiana, araba, turkmena, azera. Sono azeri molti bazarì – i commercianti dei bazaar –, termometri politico-economici del paese. È azero l’ayatollah Ali Seyyed Khamene’i, la Guida Suprema, successore di Khomeini. Erano azeri, proprio di Ardabil, anche gli shah della dinastia safavide (1501-1722), del cui eponimo, Sheikh Safi-ad-din Is’haq Ardabili (conosciuto come Safi ad-Din) rimane un meraviglioso santuario, Patrimonio dell’Unesco.

 

Anche Ali Daei, calciatore iraniano attivo nei due decenni a cavallo del millennio, è di etnia azera. Negli anni ’90 sarebbe bastato guardarlo in faccia per capirlo: viso scavato, sguardo fiero, capelli a spazzola, baffi d’ordinanza. L’azero archetipale, più o meno.

 

A guardare le statistiche nude sarebbe forse il caso di mettere Ali Daei tra le “importanti personalità”, nel sottoinsieme “leggende dello sport”, perché secondo i dati della Federazione Internazionale di Storia e Statistica del Calcio (Iffhs) nessuno, nella storia di questo gioco, ha fatto più gol di lui in partite ufficiali con la maglia della propria Nazionale. Sono 109 i gol di Daei in 149 partite con il Team Melli tra il 1993 e il 2006, l’unico ad aver superato quota cento. E pensare che Ali Daei ha esordito in Nazionale a 24 anni..

 

Eppure, la vita di Ali Daei non sembra poter assecondare una narrazione basata sulla retorica del mito indiscusso, di quello a cui tutto è concesso. Anzi: quello di Ali sembra essere un percorso perennemente accidentato, imprevedibile, agrodolce. Fatto di tappeti rossi e gogne mediatiche, porzioni di gloria e dosi di declino, di difficile coabitazione tra istinto primordiale e maturità. Di complessità e contraddizioni, proprio come quelle del suo Paese.

 

Dopo aver mosso i primi passi nell’Esteghlal (che in farsi significa “indipendenza”) di Ardabil, nel 1989 il ventenne Ali Daei si trasferisce a Teheran. La guerra con l’Iraq è finita da poco, e per lui è una fortuna aver compiuto 18 anni solo pochi mesi prima del cessate il fuoco. Si aggrega al Taxirani, una squadra minore in cui non percepisce ancora nessuno stipendio ma nella quale perlomeno può mettersi in mostra, dato che nel 1990 il campionato iraniano è fermo. Proprio alla fine del 1990 si trasferisce al Bank Tejarat (“commercio”), la squadra di proprietà dell’Istituto di credito omonimo, nella quale passerà 4 anni. Nel paese, dopo 8 anni di conflitto, è tempo di ricostruzione e di riassestamenti. L’arena politica è divisa: seguire una modernizzazione sul modello cinese? Integrarsi a est o a ovest?

 

Le riforme economiche vengono poste al centro dell’agenda politica e nel 1989 vince le elezioni l’imprenditore – magnate nel campo dei pistacchi, dei trasporti e dell’edilizia – e mujtahid Ali Akbar Hashemi Rafsanjani. Lo chiamano “lo squalo”, perché a differenza di gran parte degli iraniani è quasi glabro, e perché in farsi “khuse” oltre a “squalo” significa curiosamente  anche “dalla barba rada”.

 

Rafsanjani è uno dei personaggi-chiave della Repubblica islamica: fu amico intimo e consigliere di Khomeini, la persona che non mancava mai ai piedi del suo letto d’ospedale nella prima metà del 1989. Anche se in Iran persiste tuttora un dibattito in merito, fu sostanzialmente Rafsanjani a indurre l’Assemblea degli Esperti a scegliere inaspettatamente, come successore di Khomeini, Ali Khamene’i, per la cui elezione a Guida Suprema fu necessario cambiare un articolo della Costituzione, visto che gli mancavano i requisiti religiosi (Khamene’i non era un ayatollah al tempo, cioè il massimo grado della gerarchia religiosa sciita, ma solo un hojatoleslam, cioè un grado intermedio, che di solito ha la facoltà di interpretare le leggi, assistere un Ayatollah – nella logica professore-assistente – e in certi casi emettere pareri religiosi. È un hojatoleslam l’attuale presidente Rouhani, così come gli ex presidenti Rafsanjani e Khatami).

 

Questo video, girato il giorno dopo la morte di Khomeini all’interno dell’Assemblea, è eloquente: da 1:40 mostra Rafsanjani che, come un bravo venditore, cerca di convincere gli 88 religiosi dell’Assemblea della bontà della scelta di Khamene’ì come futuro Rahbar (guida), giocandosi la carta della confidenza che Khomeini gli avrebbe fatto quando era ancora in vita. Qualcuno borbotta. Alla fine, la scelta di Khamene’ì viene accettata.

 

Sedici anni dopo Ali Daei sarà una delle personalità che sosterrà pubblicamente la rielezione di Rafsanjani (che finirà invece secondo dietro l’inatteso vincitore del 2005, Mahmoud Ahmadinejad), per poi sostenere nel 2013 quella di Rouhani.

 

Durante i quattro anni al Bank Tejarat succedono molte cose. Nonostante l’impegno nel calcio, Alì riesce a iscriversi alla prestigiosa Sharif University di Teheran, considerata nel Paese la prima scelta per le facoltà di Ingegneria Fisica.

 

daei rouhani

 

Non si tratta di un aspetto scontato: negli anni ’80 il regime ha avviato un vasto programma di scolarizzazione, rivolto anche a quelle aree rurali rimaste a lungo abbandonate a loro stesse. Oggi, in città come Ardabil, la cui area metropolitana conta meno di mezzo milione di abitanti, ci sono sette università.

 

Daei poteva iscriversi alla Mohaghegh Ardebili University, dietro casa, o puntare su una tra quelle meno impegnative nella capitale. E invece, mentre esordisce nella massima serie iraniana con il Bank Tejarat, Ali si presenta all’esame di ammissione alla Sharif, tra circa cinquecentomila persone, e arriva tra i primi ottocento ammessi. Si laureerà in Ingegneria dei materiali qualche anno dopo, non prima di essersi visto negare la possibilità di andare a giocare in Giappone, per via del servizio militare.

 

L’emersione del talento

Dopo aver segnato tre gol in tre presenze col l’Under 23, il 6 giugno 1993 Ali Daei esordisce in Nazionale maggiore, nel 5-0 rifilato al Pakistan a Teheran, nell’ultima edizione della Eco Cup. Quell’estate, Ali Daei passa al blasonato Persepolis, nelle cui fila segnerà 28 gol in 38 partite, giocando anche in coppia con il massimo marcatore della storia del club, Farshad Pious. Sarà in questo periodo delle qualificazioni asiatiche per i mondiali del 1994 anche il capocannoniere con 4 gol.  Nonostante ciò, l’Iran non riuscirà a qualificarsi alla fase finale. Nel settembre del 1996 riceve un’offerta dall’al Sadd, in Qatar, e decide di attraversare il Golfo Persico per giocare una stagione nell’Emirato, condita da 10 gol in 16 presenze.

 

Ma non è la permanenza in Qatar a farlo notare in Europa, quanto forse la Coppa d’Asia 1996, che si disputa negli Emirati Arabi Uniti. Ali Daei segna 8 gol, compreso il gol del vantaggio nel 3-0 rifilato nel girone agli acerrimi rivali dell’Arabia Saudita e i quattro realizzati nei quarti di finale, nel 6-2 alla Corea del Sud. L’Iran perderà in semifinale ai rigori proprio con l’Arabia Saudita, che vincerà il torneo.

 

I primi due gol dei quattro alla Corea del Sud (che nel 1994 si era qualificata ai Mondiali al posto dell’Iran) nel 1996 sono da attaccante moderno, avanti coi tempi. Nel primo entra in area palla al piede dal vertice sinistro: il difensore rincula e, in modo corretto, gli copre il secondo palo, mettendosi di fianco. Lascia però qualche centimetro di troppo ad Ali, che laddove tutti proverebbero il tiro sul primo palo, effettua uno strano tiro di collo-esterno, che passa sotto le gambe del difensore e si insacca sul secondo palo. Nel secondo, mentre è in avanzamento verso la porta, arretra per raccogliere un cross arretrato al limite dell’area, stoppa col piatto destro e, con due difensori che stringono la marcatura, tira violentemente sotto al sette, in leggero avvitamento su se stesso.

 

 

Le prestazioni in Coppa d’Asia convincono Ernst Middendorp, allenatore giramondo (allenerà anche in Iran, Ghana, Cipro, Cina e soprattutto Sudafrica) dei tedeschi dell’Arminia Bielefeld, a puntare su di lui (e sul compagno di Nazionale Karim Bagheri). Nel 1997, quindi, firma il primo vero contratto di una certa rilevanza, in un calcio di una certa rilevanza. La cosa non piace a qualcuno in patria, soprattutto all’allenatore della Nazionale Mohammad Mayeli Kohan, che esclude gli “espatriati” – dopo averli peraltro lanciati qualche mese prima – dalle prime convocazioni per le qualificazioni a Francia ’98. L’Iran perde la prima partita 2-0 in Qatar, Kohan viene licenziato e Daei, Mahdavikia e Bagheri riconvocati. Mayeli Kohan sosterrà in seguito che il suo licenziamento è da imputare a Daei, che avrebbe guidato una campagna in seno alla Federazione per farlo licenziare. Fra i due i rapporti si faranno via via più problematici, e la loro vicenda personale meriterebbe, forse, un articolo a parte: Mayeli Kohan se la lega al dito e – in una società altamente sensibile ai reati che compromettono la moralità – accuserà nel corso degli anni Daei di corruzione, abuso della propria posizione (quando Daei sarà allenatore del Persepolis, e verrà accusato da Kohan – che si “propone” come suo sostituto – di non dedicarsi alla squadra, in favore dei suoi affari) e addirittura frode fiscale. Dopo ulteriori litigi (qui, a 2:55, un Daei nervosetto sta quasi per mangiare vivo l’arbitro Akrami. Non verrà squalificato, lui) e a seguito di tre denunce presentate da Daei, un tribunale di Teheran, ad agosto 2014, condannerà a 4 mesi di prigione Kohan (qui il video in cui Kohan piange in conferenza stampa dopo il verdetto, a 1:50) per diffamazione e ingiurie ai danni di Daei. Kohan alla fine ne sconterà meno di due, per poi assumere un ruolo sempre più marginale nel mondo del calcio. Qualche mese fa ha avuto un attacco di cuore, dal quale si è poi ripreso.

 

Alla fine della stagione 1997-1998, l’Arminia chiude ultimo in classifica, retrocedendo. Ali Daei segna sette gol: di destro, di sinistro, di testa, d’astuzia e di tecnica; segna alle prime due in classifica (Kaiserslautern e Bayern Monaco), segna gol belli e gol come quello del 3-2 al Duisburg, la cui imprevedibilità sembra stridere sia con la sua fama di classico centravanti d’area che con quel suo viso ordinario, anni ’60, da impiegato di una Repubblica sovietica. Daei riceve palla a quasi 30 metri dalla porta, in una zona di campo in cui forse non dovrebbe trovarsi. È spalle alla porta. Il difensore lo marca a distanza, non gli si avvicina per non fargli usare il fisico e lo affronta come si fa in Nba con tiratori dalle percentuali scarse, concedendogli di girarsi e di guardare la porta. È un attimo: Ali Daei si ferma per una frazione di secondo sulle gambe, accennando quasi una “pausa” sudamericana, se la sposta con il destro sul sinistro e lascia andare il tiro a uscire, potentissimo, che si infila all’angolo in basso a destra del portiere. La sensazione è di aver visto una giocata fuori repertorio, come un tenore che si improvvisa mc. I gol di Ali Daei sono gol di volontà, di autostima, di coraggio.

 

(A 8:10) “Non so a voi ma a me questa sembra una giocata alla Ibra, più che alla Daei”

 

Quei sette gol gli bastano per attirare l’attenzione di Franz Beckenbauer, che si mormora reputi Ali Daei un “centravanti di livello mondiale”. Daei firma un triennale con il Bayern Monaco nell’estate del 1998, prima dei Mondiali di Francia.

 

Un’altra importante istantanea della carriera di Ali Daei è quella del 29 novembre 1997, al Cricket Ground di Melbourne. Si gioca il ritorno dello spareggio per accedere alla Coppa del Mondo 1998 tra l’Australia di Viduka e Kewell e l’Iran. L’andata a Teheran è terminata 1-1. È qui che Ali estrae ancora una volta dal cilindro una giocata che sembra fuori repertorio ma che in seguito si rivelerà tutt’altro che casuale.

 

L’assist da fantasista puro per Khodadad Aziz (a 2:05) vale il 2-2, e il biglietto per Francia ’98.

 

Ai Mondiali l’Iran è nel Gruppo con Germania, Jugoslavia e Stati Uniti, il “Grande Satana” nella retorica rivoluzionaria iraniana. Il passaggio del turno è chiaramente off limits, per cui il Paese intero ha in mente una sola data: 21 giugno 1998, alla Gerland di Lione va in scena Usa-Iran. All’84′, sull’1-0 per l’Iran, Ali prende posizione col corpo spalle alla porta, poco prima della metà campo: gli Stati Uniti hanno la difesa alta, Eddie Pope lo marca anche con le braccia e Brian Maisonneuve gli si fa blandamente incontro per raddoppiare; Ali riceve la palla e, invece di cercare un fallo, compie quello che ancora non è chiaro se si tratti di un gesto di arroganza tecnica o di uno stop pittorescamente sbagliato: fatto sta che la palla si impenna, e Ali, tenendo la mano sinistra sui pantaloncini di Pope, si fa quasi un sombrero da solo. Un gesto senza logica, che peraltro permette a Maisonneuve, in ritardo, di recuperare terreno e arrivargli addosso. Ali però inarca il busto, spinge via Pope roteando e mettendosi perpendicolare alla porta, si mette la palla sul suo piede debole, il sinistro, e lo fa di nuovo: sfida i suoi apparenti limiti, nel momento più decisivo, con il filtrante più funzionale possibile. Mahdavikia, il “missile di Teheran” (che quell’estate passerà all’Amburgo per diventarne poi una bandiera), si invola verso la porta e segna il 2-0. McBride accorcerà tre minuti dopo ma sarà troppo tardi. A Teheran, quella notte, nessuno va a dormire.

 

 

Come contro l’Australia, Ali Daei dimostra grande tempismo e una intelligenza tattica superiore, inusuale per un centravanti di quel tipo, così ossessionato dal gol, e con quella parvenza tecnica monodimensionale. Al Bayern Monaco Ali Daei non troverà molto spazio, chiuso da Carsten Jancker, ma riuscirà comunque a segnare 6 gol. Sarà in panchina durante la finale di Champions League del Camp Nou, drammaticamente persa contro il Manchester United. Il 30 settembre del 1998, entrando al 63′ nella partita di girone pareggiata 2-2 sempre con il Manchester United, diventa il primo asiatico a disputare una partita di Champions League.

 

 

L’anno successivo, invece che accontentarsi di fare la riserva al Bayern Monaco, decide di trasferirsi all’Hertha Berlino, che nella stagione 1999-2000 disputa la Champions. Il 21 settembre 1999, quasi un anno dopo l’esordio, Ali Daei raggiunge lo zenit della sua carriera, con la doppietta che varrà il 2-1 casalingo sul Chelsea. Una settimana dopo, firmerà anche il pareggio per 1-1 a San Siro contro il Milan, con un sinistro a incrociare, dopo aver battuto nell’uno contro uno Guly.

 

In men che non si dica, si ritrova ad aver sorpassato i trent’anni. Rimane all’Hertha fino al 2002, quando decide di trasferirsi all’Al Shabaab, negli Emirati. Nel frattempo, i media iraniani lo mettono sul banco degli imputati per la mancata qualificazione ai mondiali di Corea e Giappone, in cui Daei è per la prima volta il capitano. Contemporaneamente, inoltre, inizia a brillare la stella di Ali Karimi, che gli ruba visibilità dentro e fuori dal campo, e con cui non mancheranno le occasioni di scontro. Nel 2003, durante una partita di qualificazione alla Coppa d’Asia contro il Libano, sorpassa Puskas nella classifica all-time dei marcatori con la Nazionale, anche se sembrano accorgersene solo gli addetti ai lavori. Qualche mese dopo, sposa a Teheran la sua ex compagna di Università, Mona Farrokhazari.

 

ali e mona

 

Il ricevimento da circa 60000 dollari per il suo matrimonio a Niavaran – elegante quartiere nella zona nord della Capitale – è forse l’evento più glamour del decennio in Iran. Ha costituito forse un paradosso, per Daei, diventare un personaggio così “chiacchierato” – quasi un brand – nel momento in cui è iniziato il declino del suo percorso calcistico, i cui record, da soli, sarebbero potuti bastare a fornirgli l’onnipotenza mediatica. Forse il fatto di essere stato il primo calciatore iraniano milionario, oltre alla sua dimensione sempre più mondana, ha contribuito, in un paese in cui è marcata la retorica sugli oppressi e i diseredati, a farlo apparire talvolta come un avido.

 

daei hassan khomeini

Ali con il nipote di Khomeini, Hassan

 

La grandezza e il declino

Il declino di Ali Daei è accompagnato dalle critiche continue, che ci soffiano sopra come fosse una brace, e quasi lo spingono verso il ritiro. Ci sono giocatori giovani in rampa di lancio, dice chi ha la memoria corta e lo vede imbolsito, con i baffi che sembrano essere spariti insieme allo smalto. Ma lui è testardo e, dopo essere tornato nel 2004 al Persepolis, firmando un contratto da 300.000 dollari annuali, decide di partecipare ai Mondiali del 2006. Lo fa, al solito, parlando in conferenza stampa di se stesso in terza persona. Guardando la platea con aria di sfida, incenerendo i giornalisti con il suo accento turcofono e la sua “zeppola” caratteristica. E segnando: 16 gol in 28 presenze nel 2003-2004 con il Persepolis e 23 in 51 in due stagioni nel Saba Qom, in cui si trasferisce l’anno dopo e rimane finché l’allenatore Farhad Kazemi gli dice che non c’è più bisogno di lui.

 

Dopo un Mondiale 2006 deludente, i media – ma anche alcuni giocatori – gli si scagliano contro, imputandogli il fatto di non essersi fatto da parte prima e di avere una relazione preferenziale con il ct Branko Ivanovic, che lo convoca a 37 anni suonati. Ali Karimi lo ha definito un “un egoista, che pensa solo ai suoi interessi”.

 

Il rapporto tra i due è gradualmente peggiorato fino al punto di precipitare quando Daei, divenuto allenatore dell’Iran per qualche mese tra il 2008 e il 2009, si è tolto lo sfizio – in realtà assecondando ordini superiori – di non convocare Karimi. La colpa di Karimi era stata quella di esser sceso in campo assieme ad altri quattro compagni con un polsino al braccio di colore verde, i colori del movimento riformista di Mir Hossein Mousavi, in segno di protesta contro i presunti brogli elettorali che hanno portato alla rielezione di Mahmoud Ahmadinejad e l’azione repressiva da parte di Pasdaran e Basiji. Ma successivamente Ali Daei ha dimostrato la saggezza che dovrebbe contraddistinguere l’età adulta. «Ali Karimi è un bravo ragazzo e merita di tornare in Nazionale. Ha fatto alcuni errori, ma ha capito che deve cambiare atteggiamento», diceva Daei all’agenzia Mehr nel 2009.

 

daei vs karimi

 

Nella stagione 2006-2007, quando gli stimoli sembrano finiti del tutto, Daei passa al Saipa di Karaj. Siamo ormai ai titoli di coda, Ali Daei ha già avviato le sue attività imprenditoriali (fonderà nel 2009 la Daei Sports, sponsor tecnico di molte squadre della massima serie) e ha una seconda figlia, Noura, avuta da Mona, dopo averne avuta un’altra, Denise, da un precedente matrimonio con una donna che oggi vive a Londra. Quando gira per Farmanieh con una delle sue nove macchine di lusso, i ragazzi della mia età esclamano “Shahriar!” (Il grande Re), il soprannome che si è guadagnato nel tempo. Le ragazze palang (un termine che sta più o meno per “posh”) della Teheran bene, invece, affollano già l’atelier che Daei ha da poco aperto a Niavaran, e gestito proprio dalla moglie Mona (che disegna anche i gioielli), con tanto di account Instagram.

 

Ma la fame ritorna ogni volta che Ali rimette piede in campo. Lo si vede già a Marzo 2007, pochi giorni prima di compiere 38 anni, quando tenta l’uscita di scena a là Zidane, impreziosita dal fatto di essere nel frattempo diventato l’allenatore-giocatore della sua squadra, dopo l’addio improvviso del tecnico tedesco Werner Lorant.

 

 

La testata a Sheys Rezaei del Persepolis è rapida, appena accennata ma fortemente voluta, come fosse un passaggio obbligato per uscire dalla bagarre in area. Sembra far parte dello scenario incandescente. Ma Daei prenderà comunque 2000 $ di multa e una squalifica di quattro turni, e la cosa gli apparirà talmente incomprensibile – Rezaei lo avrebbe più volte insultato – che durante una intervista al quotidiano Varzeshi minaccerà di portare il caso direttamente alla Fifa, e di ritirarsi ancor prima del tempo.

 

La squalifica gli dà il tempo per caricare le ultime munizioni: dopo essere tornato a metà aprile, il 28 maggio 2007 Ali Daei segna nel match casalingo contro il Mas Kerman e il Saipa Karaj vince il terzo campionato della sua storia, il primo e l’ultimo di Daei da allenatore (giocatore). Ali annuncia in quella partita il ritiro, e stavolta lo attendono centinaia di persone al ritorno nella vicina Teheran, dove vive nell’esclusivo Shahrak-e Gharb, vicino alla Milad Tower.

 

Dopo aver allenato la Nazionale, il Rah Ahan, il Persepolis, vincendo due Hafzi Cup, Daei è dall’anno scorso il tecnico del Saba Qom. Oltre a investire in opere filantropiche, costruendo istituti scolastici e un ospedale, ha commissionato all’architetto Mohammad Ali Roonir la costruzione dello stadio di Ardabil, che si è auto-intitolato. L’inaugurazione è avvenuta nel 2008, in occasione dell’anniversario della liberazione di Khorramshahr.

 

Il 21 marzo Ali Daei compirà 47 anni, inizierà la primavera, l’anno 1395 del calendario persiano e il trentasettesimo dalla rivoluzione. Ne sono successe di cose, a lui e al Paese, da quando non capiva cosa accadesse intorno a lui, nella Ardabil di marzo ’79. Oggi, di cose, forse ne ha capite anche troppe.

 

Ora che le sanzioni economiche ai danni dell’Iran stanno gradualmente decadendo per via dello storico accordo sul nucleare, Ali Daei potrà probabilmente allargare più facilmente i suoi orizzonti commerciali, sfruttando in particolar modo le relazioni costruite nel suo periodo in Germania, dove lo chiamavano “il gentleman”, anche se forse in Patria la definizione farebbe sorridere in molti data la sua spacconeria.

 

Eppure qualcosa del gentleman Daei ha sicuramente conservato. Nel 2013, durante un’intervista, ha risposto così, a chi gli  chiedeva del suo record di gol con la Nazionale.

 

«Un certo numero di fattori mi hanno permesso di segnare più di 100 gol a livello internazionale. Lo devo perlopiù alla mia fede in Allah, ma anche all’amore incondizionato per il mio Paese e per la maglia della Nazionale, oltre che per l’Imam Hussein, a cui renderò servizio finché sarò in vita. Sarebbe stato tutto impossibile senza l’aiuto dei miei compagni di squadra, che hanno fatto sì che facessi quei gol. È per la loro assistenza che sono riuscito ad essere così costante nel corso degli anni»

 

Una risposta che non ci si aspetterebbe da uno così pieno di sé. Da uno che percepisce, forse, di non essersi vista riconosciuta – dai compagni, dalla Federazione, dai media – la giusta, imprescindibile riconoscenza. Quella che si riserva ai grandi Re.

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