Inshallah (la storia di El Neny e dell’Egitto odierno)

(Pubblicato su L’Ultimo Uomo http://www.ultimouomo.com/inshallah/)

 

«Mi ricordo di Tigana: pesava solo 63 kg ma era incredibile dal punto di vista difensivo. Vinceva ogni duello. El Neny non è un mostro: di solito, i mediorientali hanno una grande resistenza e agilità ma mancano un po’ di forza. Lui è più un giocatore mobile. Ed è per questo che penso possa essere utile al nostro gioco».

 

Il giudizio, al termine di Burnley-Arsenal dello scorso 30 gennaio, che ha fatto registrare il debutto coi Gunners del centrocampista egiziano Mohammad el Neny, è di Arsene Wenger, il tecnico che ha avallato il suo acquisto dal Basilea in quest’ultima finestra di mercato.

 

Forse Edward Said – autore di “Orientalism”, fondamentale saggio sulla costruzione dello “stereotipo orientale” , sulla tendenza a essenzializzare la realtà a est del Bosforo – non avrebbe apprezzato la terminologia usata dal tecnico alsaziano, che sembra individuare delle caratteristiche comuni a una decina di popoli, alcuni dei quali arabi: agili, resistenti ma un po’ molli, egiziani o iraniani che siano.

 

Perseveranza

Luoghi comuni a parte, il giudizio di Wenger sembrerebbe cogliere l’essenza di Muhammad El Neny, secondo giocatore egiziano nella storia dell’Arsenal dopo Sedak Fahmy, e forse il primo egiziano dal quale è possibile aspettarsi una certa centralità all’interno del progetto tecnico di una squadra di prima fascia.

 

Nelle sei partite della fase a gironi della Champions League 2014-2015, Mohammad el Neny è stato il giocatore che ha percorso più chilometri, 85. Nella prima fase dell’Europa League di quest’anno – dove il Basilea ha vinto il girone con la Fiorentina – ha continuato sugli stessi ritmi: un giocatore inesauribile, che raramente in campo si trova in posizione statica, e che sembra non accorgersi della fatica.

 

Descritto così, El Neny sembra il tipico centrocampista di quantità, che si assume pochi rischi ed è efficace soprattutto quando la palla ce l’hanno gli avversari. L’ex giocatore egiziano Aly Ghazal, appena è stato annunciato il trasferimento di El Neny all’Arsenal, ha twittato:

 

“Perseveranza e determinazione possono supportare o a volte sostituirsi al talento. Buona fortuna!”

 

Sono cose che si scrivono a chi di talento ne ha poco. L’attaccante della nazionale egiziana Mohammad Nagy, detto “Geddo”, ha invece usato toni un tantino più ridondanti:

 

“Congratulazioni fratello. Ora non rappresenti più solo te stesso ma anche tutti gli arabi. Lavora sodo, sii paziente e Allah sarà con te. L’Arsenal vincerà la Premier League, se Dio vorrà”

 

Tra le qualità attribuitegli da Wenger in questa intervista c’è, oltre alla discreta tecnica, una buona visione di gioco, che lo porta a toccare tanti palloni e a sbagliarne relativamente pochi: magari, qualcuno potrebbe sostenere che la cosa ha a che fare col fatto che “el Neny” in arabo significa “la pupilla”.

 

Muhammad gioca forse meglio sul lungo che sul corto, non ha paura di cambiare gioco e gli errori che commette nei passaggi brevi tendono ad essere frutto dell’inclinazione a giocare il pallone sempre in movimento, muovendo le gambe come un tennista, e sempre a testa alta (tendenza che lo può portare a fare gol così 3:29). Questo assetto a volte gli fa perdere la posizione, dando l’impressione che giochi al centro del campo con i tempi e il dinamismo di un uomo di fascia: sempre pronto a chiedere l’uno due in corsa, con i relativi rischi in caso di break degli avversari. Retaggio, forse, dei primi tempi all’al Mokawloon, quando giocava ancora terzino sinistro, prima di spostarsi a centrocampo.

 

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Mahalla al Kubra

Sono molte le contingenze extracalcistiche che avrebbero potuto incidere sul destino del centrocampista egiziano, come su quello di molti suoi connazionali di questa generazione, la cui carriera è stata influenzata dalla drammatica evoluzione socio-politica del loro Paese. A cominciare dal suo luogo di nascita.

 

Muhammad El Neny è nato l’11 luglio del 1992 a Mahalla al Kubra, la più grande città del governatorato di Gharbia, nel delta del Nilo.

 

Non è proprio una città come un’altra, Mahalla al Kubra. Qui ha infatti sede la Misr Helwan, la più grande azienda tessile del Medioriente, fondata nel 1927 dal celebre economista egiziano Talaat Harb. La fabbrica impiega circa 25.000 lavoratori e si estende su circa 1000 acri, in cui vengono trattati qualcosa come un milione di quintali di cotone ogni anno. Ogni giorno accoglie al suo interno un microcosmo di lavoratori di varie età ed estrazione sociale, dando vita a una sorta di città nella città.

 

Proprio a Mahalla al Kubra è iniziata la fine del regime di Hosni Mubarak, costretto a farsi da parte sopratutto a causa della paralisi economica, indotta dagli scioperi dei lavoratori dell’azienda, che ne innescheranno altri in tutto il Paese (489 nel solo gennaio 2011).

 

A Mahalla i disordini cominciano già nell’aprile 2008, quando 10000 lavoratori scendono in piazza per protestare a causa dei bassi salari, marciando al grido di “Abbasso Mubarak” e facendo seguito a una tradizione iniziata nel lontano 1938, anno del primo sciopero indetto dai lavoratori dell’azienda. Quello del 2008 spinge alcuni attivisti a fondare il Movimento 6 aprile in supporto ai lavoratori di Mahalla.

 

File photo of protesters walking over a picture of Egyptian President Hosni Mubarak in the Nile Delta textile town of Mahalla el-Kubra

 

Il 6 febbraio 2011, con il Paese nel caos, gli operai annunciano l’istituzione di un nuovo sindacato indipendente, l’Efitu (Egyptian federation of indipendent trade unions), e il 19 stilano una dichiarazione, dal titolo “Le richieste dei lavoratori nella Rivoluzione”. Nel dicembre 2012, ostili anche all’amministrazione di Mohammad Morsi, dichiarano addirittura l’autonomia dal resto dell’Egitto, bloccando gli accessi alla città dopo aver ingaggiato sanguinosi scontri con sostenitori dell’ala oltranzista della Fratellanza musulmana.

 

El Neny è nato in questo luogo ma ci è rimasto ben poco, sfuggendo forse a un destino più complesso. A differenza di molti suoi compagni di scuola, suo padre non era un operaio tessile ma l’allenatore di uno dei due club di Mahalla al Kubra, il Beladeyet al Mahalla. El Neny senior nel 1997 fa entrare il figlio nel settore giovanile dell’Al Ahly, basato al Cairo: uno dei più blasonati club d’Africa e, da un punto di vista quantitativo, il club più titolato al mondo, con 130 trofei. All’Al-Ahly El Neny fa quasi tutta la trafila delle giovanili, finché, nel 2008, non riceve la chiamata dall’Al Mokawloon, un altro club cairota di Nasr city, legato agli imprenditori dell’area (mokawloon significa “imprenditori”). Nel gennaio 2010 esordisce in prima squadra, e da quel momento sarà titolare inamovibile dei gialloneri.

 

È qui che conosce quello che poi diventerà un suo amico fraterno, l’attaccante della Roma Mohammad Salah, uscito dalle giovanili del club. Con Salah El Neny gioca un paio di anni scarsi – mentre in Egitto scoppia la rivoluzione -, fino ad una nuova, drammatica sliding door.

 

La battaglia del cammello

É il primo febbraio 2012 e allo stadio di Port Said si gioca una partita tra i locali dell’Al Masry e i rivali dell’Al Ahly. Alla rivalità sportiva si aggiunge quella politica, legata anche alle strette contingenze: molti dei tifosi dell’Al Alhy – la componente “ultras” in particolare, ma non solo – sono infatti scesi in piazza durante le rivolte di Maidan Tahrir di un anno prima. Quelli dell’Al-Masry, beh…non sono scesi in piazza, perlopiù.

 

Gli ultras ahlawy erano balzati agli onori delle cronache il 2 febbraio 2011, in quella divenuta famosa come la “battaglia del cammello”: nel primo pomeriggio, mentre Maidan Tahrir è invasa da decine di migliaia di manifestanti, un manipolo di agenti provocatori fedeli a Mubarak irrompono in piazza in sella a cavalli e cammelli, aggredendo indiscriminatamente i rivoltosi con armi di vario genere. Gli ultras ahlawy, che partecipano alle proteste, si trovano lì in mezzo e realizzano un cordone per proteggere la folla. Ingaggiano poi una vera battaglia con gli aggressori, mentre agenti di polizia vengono visti aizzare questi ultimi. Quel giorno moriranno 8 persone e quasi 900 finiranno in ospedale.

 

Tantissimi dei tifosi dell’Al Ahly continuano a partecipare alle proteste contro lo Scaf, il consiglio supremo delle forze armate, accusato di voler lasciare il paese nella paralisi per controllare il potere. Ampie porzioni dell’Egitto sono nel caos e ancora devono tenersi le elezioni che porteranno alla vittoria Mohammed Morsi, il primo presidente eletto nella storia dell’Egitto; la società non è mai stata così polarizzata, ed il confronto tra l’Al Masry e l’Al Alhy del febbraio 2012 fornisce l’occasione per rendersene conto.

 

Nonostante la vittoria 3-1, i tifosi dell’Al Masry invadono il campo e, dopo aver aggredito quelli avversari con pietre, bottiglie, coltelli e molotov, se la prendono anche con i giocatori dell’Al Alhy, scortati in fretta e furia dalla polizia nello spogliatoio. Il coach portoghese Manuel Josè (un passato tra Benfica, Belenenses, Uniao Leiria, Boavista e Braga) racconterà in seguito di essere stato picchiato negli spogliatoi da alcuni tifosi dell’Al Masry e di aver temuto di morire, sensazione rafforzata dalla vista di un ragazzo ucciso proprio nello spogliatoio dell’Al Ahly. Mohammed Aboutrika, una leggenda del calcio egiziano, e al tempo giocatore dell’Al Ahly, si ritirerà dal calcio giocato dopo aver assistito alla scena. Altri giocatori faranno la stessa scelta. Sul campo di Port Said la sera del primo febbraio 2012 rimangono 74 corpi senza vita e più di 500 feriti.

 

Numerose testimonianze, tra cui quella del capitano dell’Al Masry Karim Zekri, alimenteranno poi una tesi familiare, ricorrente nella storia egiziana. La polizia, i cui reparti sono in gran numero ancora fedeli o legati a doppio filo al sistema di potere di Hosni Mubarak, ha incitato e sostenuto gli aggressori, chiudendo, quanto pare, anche gli ingressi dello stadio. Che sia, in parte, una vendetta per quanto accaduto un anno prima nella battaglia del cammello?

 

Il fratello di Zekri, anche lui in campo, dirà che alcuni suoi amici che erano allo stadio sono stati incitati dagli agenti di polizia durante gli scontri, al grido di «andate ad ammazzare queste merde (i tifosi dell’Al Ahly), dicono che voi non siete uomini!». Sempre Zekri, rivelerà di aver visto fuori dallo stadio una gang di circa 50 persone, coltelli alla mano, di fronte allo sguardo impassibile della polizia.

 

Il massacro di Port Said

 

Europa

Dopo il massacro di Port Said il campionato egiziano viene sospeso. Un mese dopo il Basilea, che già da qualche tempo seguiva alcuni giocatori egiziani, organizza un’amichevole contro la nazionale egiziana under 23. Il match terminerà 4-3 per l’Egitto: El Neny giocherà tutta la partita, mentre Salah entrerà nel secondo tempo, segnando due gol. Nel giro di un mese, l’attuale attaccante della Roma firmerà un contratto con il club svizzero.

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El Neny arriverà a Basilea un anno dopo, a gennaio 2013, dopo aver sostanzialmente perso un anno (ed essere diventato padre per la prima volta): il campionato egiziano è fermo e il Paese attraversa l’ennesima fase di incertezza (sta entrando negli ultimi mesi il governo Morsi, che verrà rovesciato con un colpo di stato il 2 luglio 2013), accompagnata da una crisi economica sempre più profonda. El Neny, per gran parte del 2012, gioca solo con la Nazionale under 23 e in quella maggiore, allenata al tempo da Bob Bradley.

 

A Basilea El Neny trova tranquillità e un campionato senza eccessive pressioni. Ritrova, appunto, anche il suo amico Salah, musulmano devoto come lui, e insieme andranno spesso a pregare alla Moschea di Klybeckstrasse. I due hanno caratteri diversi, e lo si vede anche il 30 luglio 2013, in occasione dell’incontro dei preliminari di Champions League tra Basilea e Maccabi Tel Aviv.

 

Salah, forse incalzato anche dai tanti fan egiziani più politicizzati, decide di disertare il momento delle strette di mano tra le squadre prima della partita, scatenando una polemica che tornerà d’attualità al momento dell’acquisto da parte del Chelsea, il cui proprietario è Abramovich (che è ebreo). Al ritorno a Tel Aviv del 6 agosto, dopo ulteriori pressioni affinché non si recasse in Israele, Salah prende parte al rituale delle strette di mano, opponendo però alle mani tese degli avversari un “pugnetto” che alimenterà ancor più la bagarre mediatica (Salah segnerà poi un gol nel 3-3 finale che sancirà il passaggio del Basilea, in virtù dell’1-1 dell’andata). El Neny, invece, non farà una piega. All’andata stringerà le mani agli avversari, mentre al ritorno entrerà a partita in corso.

 

 

Salah rimarrà al Basilea fino a gennaio 2014, quando passerà al Chelsea, dove in un anno metterà insieme 13 presenze e due gol. El Neny, invece, complice anche la partenza nel 2012 di Granit Khaka, scalerà gradualmente le gerarchie divenendo un punto di riferimento nel Basilea sia di Murat Yakin (a volte in coppia con il fratello di Granit, Taulant) che, dal 2014, di Paulo Sousa. Gioca prevalentemente nei due mediani del 4-2-3-1, o si alterna tra mezzala e mediano quando il Basilea si schiera con tre difensori e cinque centrocampisti. Quest’anno, ha segnato anche un bel gol, con un tiro da 30 metri di potenza, a Firenze contro la Fiorentina.

 

L’Arsenal ha comprato El Neny per sopperire all’infortunio di Francis Coquelin, e per coprire in prospettiva i buchi che potrebbero lasciare le partenze di Flamini e Arteta a giugno. Se il calcio fosse fatto solo di numeri, El Neny sarebbe forse già il più quotato tra loro: oltre a correre tanto, più di tutti, l’egiziano ha infatti una superiore percentuale di passaggi riusciti quest’anno, 92,4% contro il 91,5% di Coquelin e l’89,5% di Flamini, che sono entrambi giocatori più difensivi.

 

 

Dal 2015/2016 ha preso a tirare con una certa regolarità: 1,8 a partita, recitano le sue statistiche in quest’ultima Europa League. Sono cinque i gol realizzati in questa prima parte di stagione, a fronte dei quattro messi a segno nelle precedenti due e mezzo. Merito anche del suo ex tecnico Paulo Sousa, oggi proprio alla Fiorentina. “Sousa ha cambiato il mio stile”, diceva El Neny durante una intervista del novembre 2014. “Sono un giocatore a cui piace pressare, per cui il mister vuole che il mio pressing salga sempre più di livello ma allo stesso tempo mi dice che ho un buon tiro e che devo provarci di più. Anche se alcuni compagni mi prendono in giro perché molti dei miei tiri finiscono alti”.

 

Al suo esordio con l’Arsenal, El Neny ha giocato una partita di livello, sorprendendo tifosi e critica, giocando 84 palloni con circa il 95% di precisione (ne ha sbagliati quatto), fornendo sempre lo scarico facile in virtù della sua mobilità, ed effettuando 5 tiri. Dei quattro passaggi sbagliati, due erano in zona pericolosa, mentre gli altri due erano tentativi di assist negli ultimi sedici metri (a fine partita saranno due i potenziali assist per un compagno). È sembrato a suo agio in un calcio fisico, perché – come Tigana? – ha intuito, coraggio, furbizia, anche se deve imparare a usare meglio il corpo ed in generale dovrebbe irrobustirsi.

 

Quando El Neny passò al Basilea, intervistato dal quotidiano Aargauer Zeitung, spiegò in modo lineare la ragione della sua scelta.

 

«Allah ha deciso che sarei diventato un calciatore e che avrei dovuto firmare per il Basilea. Quando si tratta di prendere una decisione, ascolto lui. Se c’è ad un certo punto un’offerta da un club e Allah mi dice di non accettarla, io non la accetto. E lo stesso vale al contrario». E anche stavolta, non c’è da dubitarne, è valso il contrario.

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