Per capire le elezioni in Iran: retrospettiva di un’arena complessa

 

Lo scorso 26 febbraio gli iraniani hanno votato per eleggere i 290 parlamentari del decimo Majles (Parlamento) della Repubblica islamica, che si insedierà il prossimo 28 maggio, e per il rinnovo degli 88 religiosi – di norma degli ayatollah – dell’Assemblea degli Esperti (Majles-e Khobregan), l’organo che ha il potere di supervisionare l’operato della Guida Suprema e di eleggerne una in caso di morte o rimozione di quest’ultima da parte della stessa Assemblea.

Come appreso dal Ministro dell’Interno iraniano Abdolreza Rahmani Fazli l’affluenza al voto (su base regionale, e senza il voto degli iraniani all’estero) è stata di poco superiore al 60% (con picchi molto alti, vicini al 90%, nei piccoli villaggi e del 75% nelle città di medie dimensioni): un dato inatteso, alto per le elezioni parlamentari, altissimo per l’Assemblea degli Esperti, alla cui ultima elezione avevano votato poco più del 35% degli aventi diritto. Le autorità hanno posticipato di sei ore la chiusura dei seggi per permettervi un più scorrevole afflusso. Dei circa 12000 candidati iniziali alle elezioni parlamentari, il Consiglio dei Guardiani ne ha approvati circa 6200, di cui quasi 600 donne, squalificando soprattutto personalità riformiste. Alla fine, al netto dei ritiri spontanei, gli iraniani eleggibili sono stati 5500. All’Assemblea degli Esperti, invece, sono stati ammessi 166 religiosi.

Il voto al Majles

Nonostante molti quotidiani abbiano usato toni risoluti, paventando imminenti cambiamenti di scenario, i risultati del voto sono parziali, il che induce ad usare cautela. Nel Majles, hanno ottenuto il seggio 217 parlamentari su 285 (cinque seggi vanno automaticamente assegnati alle minoranze caldea, ebraica, assira, armena e zoroastriana): ad una prima superficiale analisi si nota che 95 seggi sono andati al blocco dei “principalisti”, più genericamente i “conservatori” (torneremo su questa definizione), nel cui ambito ci sono gli oltranzisti contrari alle politiche di apertura internazionale del governo; 87 alla lista della “Speranza” guidata da Mohammad Reza Aref, che mette insieme personalità di orientamento riformista (come lo stesso Aref), alcuni conservatori e principalisti pragmatici, in appoggio al governo guidato dal centrista Hassan Rouhani (ma spesso avversi alle posizioni dei riformisti che sono nella stessa lista); 33 a parlamentari indipendenti, che hanno dichiarato il loro appoggio al governo. Il destino di 68 parlamentari verrà invece deciso al ballottaggio tra due mesi, prima dell’elezione del nuovo speaker del Majles. Dai primi resoconti si comprende come a Teheran abbia prevalso nettamente la lista del governo (con tutti e 31 seggi conquistati), e nelle altre province e in molte città minori i principalisti, la cui lista è guidata da Gholam-Ali Haddad Adel, filosofo ed ex speaker del Parlamento, cognato della Guida Suprema. Proprio Haddad Adel, per la prima volta, è rimasto fuori dal Parlamento, non riuscendo a farsi rieleggere.

Visto dall’Italia, uno scenario descritto in questo modo non dice molto, e tende anzi a confondere le idee: chi sono i conservatori, i principalisti? Perché stanno sia da una parte che dall’altra? Chi sono i buoni, gli amici dell’Occidente, e chi i cattivi, i nemici? Ma soprattutto, chi ha vinto? C’è da essere “contenti”? Si tratta di domande tutto sommato legittime, seppur viziate da una certa tendenza ad essenzializzare la realtà iraniana, e leggerla solo attraverso le lenti del suo rapporto con l’Occidente, del grado di aderenza a criteri politologici occidentali.

Quella iraniana è un’arena politica complessa, che si inserisce in una paese istruito (il tasso di alfabetizzazione si aggira attorno al 90%) e dall’età media molto bassa (30% della popolazione sotto i 18 anni). L’Iran odierno non è una società tribale, e vive un graduale processo di urbanizzazione (oggi attorno all’80%). Gli iraniani hanno una loro peculiare cultura politica, influenzata indirettamente anche da sensibilità ancestrali, che sono espressione di movimenti politici antecedenti alla rivoluzione del ’79, come il partito comunista Tudeh o la corrente nazionalista di Mossadegh. A questa coscienza “ereditata” si è aggiunta quella sopraggiunta con la rivoluzione. Agli iraniani piace discutere di politica, di idee politiche, di come organizzare la società, ed il Parlamento iraniano è – seppur limitato nelle sue funzioni – forse il più attivo del Medioriente, quello dove più si “fa politica”.

Oggi i partiti sopracitati non esistono più, come non esiste più la monarchia all’interno della quale (a fatica) si muovevano. La rivoluzione islamica ha determinato, oltre che una lunga Costituzione, un nuovo framework politico istituzionale all’interno del quale si muovono diversi schieramenti, con programmi anche molto divergenti, che si contendono tra le altre posizioni quella di Presidente della Repubblica islamica e di parlamentari del Majles.

I principalisti

Lo schieramento principalista affonda le sue radici ideologiche nella rivoluzione islamica e lo stesso nome deriva dalla aderenza ai “principi” di quest’ultima. Da un punto di vista formale, simbolico, l’intera arena politica è “principalista”, come l’intera arena politica italiana, ad esempio, si riconosce in linea di principio con i valori della Costituzione e della democrazia liberale.

I principalisti sono in parte espressione dagli eredi della fazione di “destra” dei khomeinisti (il Partito della coalizione islamica fondato da Habibollah Asghar Oladi), la forza politica più forte, ed emersa più prepotentemente durante la rivoluzione, a partire dalla quale si è poi sviluppata la nuova arena politica iraniana, poi evolutasi; e dall’Associazione del Clero combattente (Jāme’e-ye Rowhāniyyat-e Mobārez), che a dispetto del nome è fautrice di una linea moderata in politica estera, liberale in economia e conservatrice nelle questioni sociali. L’Associazione del clero combattente non va confusa con l’Associazione dei chierici combattenti, che sempre a discapito del nome (o della sua percezione indotta a Occidente) è una formazione di orientamento riformista (a cui capo c’è stato anche Mehdi Karroubi).

Dall’Associazione del Clero combattente provengono molte personalità di rilievo del Paese: dalla Guida Suprema Ali Khamene’i, al presidente Hassan Rouhani o all’ex presidente Akbar Hashemi Rafsanjani. Oggi però si tratta di una “piattaforma” più fluida, che comprende personalità pragmatiche e ideologizzate, e che si orientano a volte in modo differente sulle singole questioni o sull’appoggio o meno ad un governo. La dispersione interna al fronte principalista ha coinciso con l’elezione di Ahmadinejad nel 2005, fautore di una linea populista in politica economica ed aggressiva in politica estera, e che ha in parte cambiato il volto – attirando elementi dei quadri intermedi dell’Irgc, del clero ultra conservatore e dell’elitè mercantile tradizionalista – dello stesso schieramento – fino al 2003 minoranza nel Parlamento dominato dai riformisti dell’allora presidente Mohammad Khatami –, portandolo su posizioni più oltranziste.

Non è possibile ridurre la realtà iraniana alla dicotomia tra “conservatori e riformisti”, perché lo scenario è estremamente fluido, mutevole come le alleanze, rese ancor più incerte dalla crescita degli indipendenti. Un esempio simbolico è quello Ali Larijani – speaker del Parlamento –, che si è candidato come indipendente, dando il suo appoggio al governo: Larijani era fino al 2005 un principalista di ferro, nemico del riformista Khatami; il secondo mandato di Ahmadinejad lo ha però fatto gradualmente scivolare su posizioni ostili all’ex sindaco di Teheran, fino all’elezione di Rouhani. Oggi, Larijani rimane un principalista, un conservatore eletto nella provincia di Qom, ma ha deciso di sostenere le politiche prudenti del governo di centro guidato da Rouhani. Rilevante, in questo senso, anche il fatto che abbia ricevuto il pubblico e personale endorsement di Qassem Suleimani, “il James Bond iraniano”, a capo delle Forze Al Quds attive in Iraq e ormai una celebrità nel Paese.

La divisione nell’orbita conservatrice si è verificata, durante il secondo mandato di Ahmadinejad, tra tradizionalisti e oltranzisti, o ultraconservatori: tra i primi – un po’ il centro destra iraniano, vicini al clero conservatore e ai bazaarì più facoltosi – ci sono personaggi come il già citato Larijani, come il Capo dell’Assemblea degli Esperti Mohammad Yazdi o come Ali Akbar Nategh Nouri, oggi tutti in sostegno (a tempo, condizionato alle politiche) di Rouhani; tra i secondi ci sono invece politici come Ahmadinejad, l’ayatollah Mohammad Taqi Mesbah Yazdi e Gholam Ali Haddad Adel, rappresentanti della corrente più populista e autoritaria, più legata agli ambienti di sicurezza che al clero. In mezzo a queste due correnti si collocano la Guida Suprema Ali Khamene’ì, l’ayatollah Sadeq Amoli-Larijani, fratello di Ali, e Ahmad Jannati, importante figura nel Paese, membro sia dell’Assemblea degli Esperti che del Consiglio dei Guardiani.

E’ interessante notare come, se da una parte l’elemento relazionale è centrale nella composizione degli schieramenti, dall’altra il grado di parentela può essere spesso subordinato al grado di lealtà al sistema o ad altri fattori. Due esempi paradigmatici: quello della squalifica da parte del Consiglio dei Guardiani del nipote dell’ayatollah Khomeini dalla corsa per l’Assemblea degli Esperti; e quello della famiglia Khazali, il cui caso è stato ricordato tempo fa da Al Monitor: Abdolghasem Khazali è un ayatollah dell’Assemblea degli Esperti, addirittura tra i redattori della Costituzione della Repubblica islamica, in passato ardente sostenitore di Ahmadinejad. Suo figlio Mehdi, invece, è un oftalmologo e attivista iraniano, finito più volte in carcere per aver offeso autorità del Paese, in particolare proprio l’ex presidente Ahmadinejad.

Come accennato, le elezioni parlamentari hanno visto l’affermazione della lista vicina al governo a Teheran, mentre nelle altre province hanno prevalso i principalisti, con i riformisti che in molte non sono arrivati al 30%. Si registra anche una crescita degli indipendenti, la cui potenziale “mobilità” in futuro potrebbe smuovere il quadro in un senso o in un altro.

A dispetto di una certa tendenza occidentale ad analizzare i fatti del Medioriente in chiave autoreferenziale, le elezioni in Iran si giocano soprattutto su temi interni, come l’economia, e meno sul rapporto con l’Occidente e sui temi internazionali. In questo senso, la strategia e la retorica populista dei principalisti ha pagato al di fuori di Teheran, dove i benefici della rimozione delle sanzioni non sono arrivati e dove sul piano dialettico è più semplice attribuire al governo il mancato (immediato) miglioramento dell’economia, anziché ai tempi tecnici propri di un ciclo di ripresa economica, in un sistema peraltro che può trarre enormi vantaggi dal commercio con l’estero.

I temi internazionali sono importanti soprattutto a Teheran, dove forse per questo ha prevalso nettamente la lista vicina al governo, protagonista dell’accordo sul nucleare. Quando a maggio si dovrà eleggere il nuovo Speaker del Majles, saranno ancor più chiari gli schieramenti, specie in riferimento ai ballottaggi, visto che i 33 indipendenti hanno dichiarato sin da subito la solidarietà al governo. Se da un punto di vista prettamente numerico questa elezione segnala una vittoria dei principalisti, da quello sostanziale si può sostenere come invece si tratti di una parziale vittoria del governo, del centro conservatore-moderato, nella misura in cui segnala l’entrata in Parlamento di principalisti che potrebbero (o hanno già), di volta in volta, appoggiarlo su determinate questioni (il governo ad oggi non ha una maggioranza), e soprattutto l’uscita di scena di importanti personaggi oltranzisti, cioè coloro che si oppongono al governo in linea di principio. Anche i riformisti hanno complessivamente guadagnato posizioni.

Sono due, in particolare, gli aspetti fuorvianti della realtà iraniana sui quali spesso si insiste in Occidente: il primo riguarda la posizione dei riformisti, percepiti a torto come gli oppositori del regime (curiosamente l’accusa che gli viene mossa dagli elementi più oltranzisti in Iran), come espressione di una società civile colta, laica, che guarda con invidia a Occidente e con disprezzo al regime (speculari ai “conservatori”, che sarebbero integralmente dei fanatici o fondamentalisti, nemici del pluralismo). Si tratta di un giudizio, appunto, totalmente errato: il riformismo di Khatami nasce – ed è quella la sua forza, in un paese allergico all’intrusione straniera – ben all’interno della Repubblica islamica e dei suoi valori di riferimento, e non nega il Vilayat-e faqih: piuttosto, è arrivato a proporne una “riforma”, mantenendone molti dei tratti, ed in generale ha promosso una cultura di riforme. Si tratta di un movimento endogeno e variegato, quasi una piattaforma, espressione non solo della società civile nata durante o appena dopo la rivoluzione ma anche di una parte dei già citati khomeinisti: Mir Hossein Mousavi, il leader riformista agli arresti domiciliari dopo i disordini del 2009, era intimo dell’ayatollah Khomeini, così come era intimo del Padre della Repubblica islamica anche l’altro leader del movimento a cui è interdetta l’attività politica, l’ayatollah Mehdi Karroubi. Il secondo aspetto è in parte collegato al primo, e ci permette di affrontare di riflesso l’altra elezione, quella dell’Assemblea degli Esperti, dagli esiti assai interessanti.

Il clero iraniano e l’assemblea degli Esperti

Come risulta insoddisfacente, ormai, la dicotomia tra conservatori e riformisti, tra amici dell’Occidente e nemici, per una realtà politica complessa e sempre più rilevante come quella iraniana, è altrettanto ambigua la descrizione – dai toni di solito dispregiativi – dell’Iran come di un paese “comandato dagli (intransigenti) ayatollah”, che tende implicitamente all’essenzialismo. Quali ayatollah?

La rivoluzione del ’79, oltre a fondare una nuova arena, un nuovo ordine politico istituzionale, ha sancito l’entrata in politica attiva dei religiosi. Religiosi che avevano avuto già un ruolo preminente nella recente storia iraniana, a partire dalla rivoluzione costituzionale del 1905, influenzando le masse, ma che erano quasi sempre rimasti nei seminari religiosi e nelle moschee. Dopo aver rielaborato in parte il pensiero di Ali Shariati (lo sciismo rosso), Khomeini concepisce una dottrina politica che implica l’attivismo dei religiosi e una teoria dello Stato che ne sancisce la centralità, il vilayat-e faqih. Dal 1979 moltissimi mujtahid iraniani entrano in politica e, essendo anche loro esseri umani al pari dei non religiosi, adottano orientamenti via via sempre più diversificati.

E’ corretto dividere l’arena politica iraniana in laici e religiosi, accordando una implicita preferenza ai primi (come d’altronde farebbe un laico in Occidente, di fronte ad un sacerdote che entra in politica)? Sicuramente no: era un religioso Khomeini, come è un religioso Khamene’i. E’ un religioso l’ayatollah ultraconservatore Taqi Mesbah Yazdi, che teorizza l’inutilità della Repubblica islamica, poiché a suo avviso non sono necessarie elezioni in quanto “le persone sono solo delle capre ignoranti” e l’autorità deriva solo da Dio; ma è un religioso anche l’hojatoleslam Mohammad Khatami, autore di numerosi saggi su forme di democrazia islamica, fautore del dialogo tra civilizzazioni, del pluralismo.

E’ un ayatollah Ahmad Jannati, intransigente chierico, accusato dai riformisti in quanto membro rilevante del Consiglio dei Guardiani della squalifica di loro rappresentanti in più tornate elettorali e sostenitore della linea dura contro i dissidenti (e il cui figlio Ali, su posizioni talvolta differenti, è ministro della Cultura del governo Rouhani); ma era un Grande ayatollah anche Hossein-Ali Montazeri, che fu per un periodo il successore designato di Khomeini, salvo poi essere emarginato (in favore di Khamene’ì) quando invocò la fine del sostegno a movimenti come Hezbollah: Montazeri è un personaggio molto noto in Iran, rimpianto anche dai veri e propri laici, che criticò apertamente il governo di Ahmadinejad – e ancor prima alcuni aspetti della Repubblica islamica, discutendo con lo stesso Khomeini –, invocò riforme in senso democratico e negli ultimi anni fu vicino ai riformisti. E’ morto a dicembre 2009 a 87 anni, qualche mese dopo i disordini seguiti alle proteste dell’Onda Verde per la rielezione di Ahmadinejad.

I religiosi in Iran sono parte del tessuto sociale, e non possono essere paragonati – sopratutto in termini di percezione pubblica – ai “nostri” religiosi, se non per aspetti limitati. L’ assenza – tipicamente islamica, anche se più sunnita – di un magistero unico sui fedeli da una parte e del celibato per i religiosi dall’altra sono solo due dei fattori che contribuiscono a renderli organici alla società, familiari, e meritevoli di riverenza da una parte del popolo più in qualità di “sapienti” – di mediatori del messaggio religioso, o politico-religioso – che come membri di una elitè invisibile e irraggiungibile (pur con i suoi evidenti privilegi).

Ahmadinejad era senz’altro un laico: anzi, se escludiamo le brevi e iniziali esperienze di Bani Sadr e Rajaei ad inizio anni ’80, è stato il primo presidente laico dell’Iran, che nonostante le rigidità su numerose questioni anche sociali (è pur sempre un uomo molto devoto), fu ad esempio un sostenitore del diritto delle donne a vedere le partite di calcio allo stadio (e fu accusato da Ahmad Jannati di “lassismo” sul velo obbligatorio). Fu però anche un sostenitore delle milizie Basiji, e di uno scontro aperto con gli Stati Uniti nell’ambito di una radicale ridiscussione delle alleanze. Il suo mentore era il già citato ayatollah Mohammad Taqi Mesbah Yazdi. E’ laico anche l’attuale sindaco di Teheran Mohammed Bagher Qalibaf (innegabile il suo successo come sindaco della capitale), membro del Partito islamico conservatore (principalista), che anni fa fece sistemare nei parchi di Teheran delle panchine divise per sesso, onde evitare la promiscuità, salvo poi dover ritirare gradualmente l’iniziativa dato che le coppiette si sedevano in ogni caso sui prati.

D’altro canto, non era un laico Khatami, come non lo è Rouhani (che in farsi significa “religioso” ed è il nome da rivoluzionario, quello all’anagrafe è Hassan Feridon). Se paragoniamo questi ultimi all’ex sindaco di Teheran, o anche all’attuale, ci accorgiamo come sia sempre più insensata la dicotomia tra religiosi e laici, specie se ci si riferisce alla “postura” rispetto all’Occidente ma talvolta anche se ci si limita alla concezione del pluralismo, della democrazia e persino della libertà dei costumi (anche Rouhani si è espresso contro l’imposizione del velo).

Fatte queste premesse, è importante rilevare come i risultati più favorevoli al governo e più sorprendenti per il futuro – se non altro perché potrebbero segnalare un cambio di tendenza – del Paese siano stati registrati nell’elezione per l’Assemblea degli Esperti. Dei sedici seggi assegnati nella provincia di Teheran (la seconda che ne assegnava di più era il Razavi Khorasan con 6, poi via via gli altri), quindici sono andati a candidati della lista “Speranza” vicina al governo. Primo e secondo in lista, con due milioni di voti a testa, si sono piazzati Akbar Hashemi Rafsanjani e il presidente Hassan Rouhani. Il rimanente seggio se lo è aggiudicato Ahmad Jannati (1,2 milioni di voti), principalista. Sono quindi rimasti fuori sia l’ayatollah Mesbah Yazdi, piazzatosi diciannovesimo, che Mohammad Yazdi, attuale capo dell’Assemblea, diciassettesimo. Il capo del potere giudiziario, Sadeg Larijani, dopo aver appreso della loro mancata elezione, ha invocato il “complotto britannico”, sostenendo che la lista dei riformisti e dei pragmatici abbia in sostanza coordinato la sua campagna con i media anglosassoni, e chiedendosi se “questo tipo di coordinamento con agenti stranieri sia nell’interesse del regime”; in pronta risposta, dato che i candidati vengono approvati dal Consiglio dei Guardiani, il portavoce del governo Rouhani Mohammad Bagher Nobakht gli ha intimato: “Non abbiamo alcuna “lista britannica” e se qualcuno vuole dire il contrario, mi pare che stia insultando il Consiglio dei Guardiani”. La maggioranza degli 88 seggi dell’Assemblea rimane tuttavia appannaggio dei principalisti e ultraconservatori, pur in diminuzione, e ben il 58% dei componenti sono gli stessi di prima.

Conclusioni

Queste elezioni non hanno forse un solo vincitore ma hanno dei perdenti negli ultraconservatori (la cui sorte sarebbe forse stata peggiore senza le squalifiche di molti riformisti, che in certi villaggi hanno determinato una assenza totale di candidati di questo orientamento), segno che la stabilità del Paese – legata alle politiche del governo – viene considerata dall’establishment prioritaria, e che i tentativi di metterla in discussione dovranno essere risolti in un Parlamento meno conflittuale e polarizzato del precedente, che pare andare verso una composizione più ibrida, orientata verso il centro, in cui crescono i pragmatici, cioè coloro che ritengono i principi ideologici secondari rispetto alla stabilità e alla prosperità economica. Se durante la presidenza Khatami la parola chiave era pluralismo, “democrazia islamica”, con il governo Rouhani – più spostato “al centro” – è “benessere”, progresso, sviluppo.

L’Occidente dovrà tenere conto del fatto che l’Iran si considera, a ragione, un Paese rilevante nello scenario internazionale, con dei suoi specifici interessi nazionali, spesso legati più alla politica interna che a quella estera. Il percorso di Rouhani verso la possibile rielezione nel 2017 passerà più da questi che dalla necessità di assecondare una implicita o esplicita agenda gradita all’Occidente. Tenendo sempre conto che in un paese così popoloso, istruito, con più di metà della popolazione nata dopo il 1979, un processo endogeno di mutamento della società in senso più pluralistico – non un riflesso dei desideri occidentali ma della crescente consapevolezza della propria complessità – è inevitabile, pur nell’ambito dell’eccezionalità istituzionale della Repubblica islamica.

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