Asimmetrie informative sulla guerra in Siria

Vedo che spesso molti giornalisti – anche attraverso la fraternizzazione con attivisti all’interno degli schieramenti, che hanno tutto il diritto di esser tali – si rendono strumenti, inconsapevoli interpreti di un diffusissimo sentimento anti-sciita e anti-persiano, innegabile (e non è discorso di essere jihadisti o violenti, parlo di razzismo, come quello nei confronti degli albanesi qui tempo fa), diffuso ahimè in tutto il mondo arabo e propagato dai potenti mezzi di comunicazione del Golfo. Un sentimento di matrice quasi razziale, che trova peraltro la sua perfetta espressione anche in ambito militare (proposta dell’Arabia Saudita di costituire un commando militare congiunto nel golfo, con esplicite funzioni anti iraniane, finanziamento gruppi qaedisti in TUTTI i paesi confinanti con Iran, da Afghanistan a Pakistan fino a Iraq), in ambito commerciale-energetico (politica dei prezzi bassi del petrolio di Ryad, gasdotto siriano), religioso (finanziamento gruppi che hanno obiettivo dichiarato di uccidere sciiti in quanto tali, a prescindere da affiliazione politica, poiché percepiti come falsi musulmani, attacchi agli sciiti in aumento in KSA), e in ambito strategico (alleanza di comodo con Tel aviv pur essendo evidente incompatibilità di fondo).

Qui non si tratta di fare il tifo per qualcuno, si tratta di individuare le ragioni geopolitiche di ogni attore, e la loro legittimità alla luce della propria sicurezza, della preservazione della propria sovranità territoriale, che in questo secolo è stata spesso minacciata in quella regione.

Chi paragona l’intervento iraniano in Iraq a quello americano davvero non ha capito un cazzo, così come chi paragona quello russo a quello americano: la Russia, di cui non condivido nè la politica estera ambigua nè la gestione delle minacce interne al Paese, è intervenuta nell’unico paese in cui aveva una base navale nel medirerraneo: una cosa che gli Stati Uniti avrebbero fatto (e che in passato hanno fatto) sin dal primo minuto della guerra, fossero stati nelle stesse condizioni. Sappiamo tutti che gli interessi economici contano, e la Russia – fino a quando non ha bombardato a settembre – non ha fatto altro che cercar di preservarli, e preservare un proprio alleato, legato a Mosca da trattati militari firmati decenni fa.

L’Iran – ancora di più – è intervenuta in Iraq su esplicita richiesta di un governo (anzi di due: c’è anche quello del Kurdistan iracheno, che a nessuno piace mai ricordare, ma Barzani ringraziòp per prima Teheran per le armi: eravamo a giugno 2014), quello di Al Maliki al tempo, che peraltro era l’antica espressione del volere americano in Iraq (ci si ricorderà che Al Maliki per gli iraniani era la seconda scelta nel post-saddam, loro preferivano Jafari), non in modalità imperialiste o per conquistare Baghdad. Certo, c’è la protezione dei luoghi santi di karbala e najaf, che peraltro è sancita dal trattato di Qasr e Shirin di 300 anni fa.

E’ intervenuta in Siria con consiglieri ed Hezbollah perché la Siria era l’unico alleato regionale, e anche un bambino delle elementari sa bene che i trattati di alleanza militare vanno rispettati: Siria e Iran – cucù – ne avevano uno in essere, e da molti decenni. Punto. Gli Stati Uniti, per dire, intervennero e sono sempre intervenuti in paesi in cui non avevano alcun interlocutore, in paesi i cui governi le erano ostili, in Paesi che NON GLIELO AVEVANO CHIESTO, oppure in cui avevano alcuni oppositori come interlocutori, oppositori che spesso si militarizzavano e provavano il colpicino di stato; la Siria – che è e rimane un regime, guidato da un uomo che non può più stare dove sta, colpevole di aver ucciso centinaia di migliaia di persone – non è un “fantoccio” iraniano, come non lo è Hezbollah: altrimenti, mi pare ovvio, oggi Siria e Libano sarebbero due Repubbliche islamiche come l’iran. E invece non lo sono: motivo? L’Iran non punta certo a stabilire una egemonia culturale nel mondo islamico, a cambiare il mondo – aldilà della retorica che serve da collante – a propria immagine e somiglianza. Non ne avrebbe la possibilità. Vuole un vicinato sicuro, al limite alleato, non ostile, controllo della propria sovranità e illimitate possibilità commerciali.

Vuole però, e giustamente, vedersi riconosciuto un ruolo politico regionale, e magari uno egemonico, allo stesso modo in cui gli Stati Uniti sono egemonici in nord e sud america, e altrove. Non ne hanno il diritto? Come a dire: “finora avete deciso voi (paesi occidentali) che assetto dovesse avere la regione. Ora vogliamo dire la nostra anche noi, anche perchè scusate tanto, ma in questi decenni ci avete creato solo problemi ai confini (ricordiamoci tanto per rinfrescarci che la guerra Iran-Iraq vide il sostegno dell’occidente a Saddam)”.

E invece vedo che tutto ciò è lungi dall’essere chiaro, e un motivo basilare e concreto c’è: sono tanti coloro che sostengono per varie ragioni l’iranofobia, anzitutto perché il regime iraniano è celebre per non essere simpatico; e d’altra parte manca il reale contrappeso, dato che gli iraniani all’estero sono forse l’unica comunità mediorientale quasi totalmente ostile all’attuale regime, oserei dire in larghe parti atea (l’unica ad esserlo, non trovi egiziani atei) e spesso nostalgica dello shah, propensa a rimpinguare la retorica anti iraniana.

Vedo attivisti giornalisti e osservatori che spingono la loro iranofobia fino a renderla fuorviante anzitutto per loro stessi, fino a dimenticarsi di segnalare non dico ogni, ma almeno qualche musulmano sciita ucciso in varie parti del mondo (come se sciita=filoiraniano), allo stesso modo in cui lo fanno con ammirevole solerzia nel caso siriano (caso in cui certamente occorre denunciare i massacri perpetrati da Assad e da alcuni gruppi ribelli). Continuo a ricordare che gli sciiti sono una minoranza presa di mira in quanto tale nel mondo musulmano, sin dai tempi di al Qaeda e molto prima sia della guerra in Siria e dell’invasione dell’Iraq nel 2003, e spesso hanno l’unica protezione nell’Iran (o meglio solo in Iran sei al sicuro come sciita, anche se lo sei meno come essere umano pensante, con idee politiche non affini a quelle del regime). Ho capito che non vi stanno simpatici come i curdi (che dal grosso dell’opinione pubblica temo siano ancora percepiti come non musulmani, o comunque come “poco musulmani”, poco islamycy), però a volte basterebbe tenere presente la realtà, numeri spesso anche banali. Milioni di sciiti che oggi scappano dalla Siria già erano scappati dall’Iraq di Saddam verso la Siria, perseguitati da quello che noi chiamavamo laico, visto che aveva un vice cristiano.

Coloro che dimenticano tutte queste cosine sono peraltro – e curiosamente, devo dire – le stesse persone, in genere, che per ragioni forse di opportunità non scrivono e non hanno mai scritto una sola sillaba su quello che fa Israele con i palestinesi da varie decine di anni: anzi, a volte li trovi proprio a rimproverare severamente coloro che continuano a denunciare i crimini che Netanyahu o alcuni suoi predecessori hanno commesso in questi decenni, non equiparandoli a quelli di Assad (orrendi), non sovrappondone le logiche: sono ritenuti tutti rei di non paragonare esplicitamente al Assad a Netanyahu, come se le due cose c’entrassero qualcosa; come se non fosse evidente che in realtà dire merda di Assad è divenuto – e ci mancherebbe, – totalmente accettabile, sacrosanto, popolare presso chiunque, mentre vi invito a proporre un pezzo o a mettere la stessa verve e la stessa passione rispetto a quel che accade in Israele. Bene che vada sarete presi come complottisti, anti massonici da complotto giudaico. E il pezzo non lo vedrete pubblicato su una testata di rilievo.

La verità è che – lo so, sa molto di complotto antico, di filopalestinismo anacronistico, di bandiere della pace, ecc, di sesso e droga libere eh – parlare di quel che accade in Siria e insistere con una narrazione che vede solo un colpevole è un utile palliativo, un medicinale che si somministrano coloro che ne parlano per non parlare di altro. Fammela prendere con un dittatore, su, così faccio il mio e non devo parlare, nemmeno accennare ad altro.

Il problema di fondo sta anche nella difficoltà che abbiamo a riconoscere le nostre colpe, perché le nostre colpe sono la premessa ineludibile, poi ci sono le motivazioni contingenti. La rivolta contro Assad non è legittima, è STRA-LEGITTIMA. Il problema è che indubbiamente le ragioni di chi ha voluto la rivolta si sovrappongono a quelle di chi vede la rivolta solo come una occasione per prendere possesso della Siria, farne un altro afghanistan e isolare l’Iran, cioè l’Arabia Saudita e, fosse accaduto anni fa, senz’altro anche gli Usa, molto più preoccupati di Teheran di quanto non lo siano di altri (ed è grave, perché Teheran a parte Tel aviv, ampiamente ricambiata, non minaccia NESSUNO di noi).

Il problema è che se gli Stati Uniti in particolare, ma avvolgerei il nastro fino al 1916, non avessero contribuito a creare un pericoloso isolamento attorno a Teheran a partire dal 1979, probabilmente oggi Teheran non avrebbe avuto i problemi avuto in passato coi Talebani; non avrebbe il problema al Qaeda in Iraq dal 2005, o Jundullah in Balucistan; e avrebbe sostenuto Asad 20 giorni, non di più (d’altronde Rafsanjani, ma anche altri, sono contrari all’appoggio ad Asad, e vengono definiti imprudenti in Iran). Lo ha sostenuto fino ad ora perché vi piaccia o no, ma Teheran continua ad essere isolata nella regione, e ad avere miliziani dell’Isis a 200 km dal confine, che ogni giorno inneggiano all’invasione della Persia e allo sterminio degli sciiti (che in Iraq sono organizzati in milizie, molte delle quali composte da sunniti e sciiti, altre invece solo da sciiti, che si rendono anche protagonisti di efferatezze e rappresaglie ai danni di civili sunniti accusati di appoggiare Daesh), e cyber imam sauditi a 100 km dalle coste che inneggiano alla fitna ogni santo giorno.

E l’isolamento, specie per un regime, produce paranoia. La paranoia produce tentativi di securizzazione preventiva. La securizzazione preventiva produce o alimenta, ahimè, la guerra.

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