Il valore della sovranità e la diversità iraniana

Della democrazia, delle varie forme e declinazioni di un sistema con caratteristiche democratiche più o meno marcate, più o meno effettive, più o meno consolidate, si potrebbe parlare un anno intero senza sosta, e senza probabilmente arrivare a stabilire una verità che vada bene a tutti.

Io penso che la democraticità di una società sia importante, e tendo ad associarla anzitutto al pluralismo, alla condivisione del valore del dubbio, alla conflittualità (una società conflittuale è una società in cui esistono disaccordi) e alla rappresentatività: una società che permette alle persone di sentirsi rappresentate presso le istituzioni è una società più democratica di quella che non lo rende possibile. Un’altra caratteristica è l’autonomia, che a noi pare scontata, ma che per molti paesi ha costituito e costituisce una questione di primaria importanza: ed è superfluo dire che per chi decide o vuole decidere il proprio destino, è preferibile un sistema politico endogeno e condiviso ma “rozzo”, rispetto ad uno imposto dall’esterno, estraneo al tessuto sociale ma sofisticato ed “avanzato”.

Un sistema condiviso può cambiare, nella misura in cui cambiano le componenti interne, nella misura in cui mutano pelle, si evolvono coloro che lo hanno prodotto; un sistema non condiviso, e “calato” dall’altro, andrà sempre, prima o dopo, incontro ad un rigetto, e lo farà per lo stesso motivo per cui lo si è imposto: per la democrazia. Perché le persone, prima o poi, con tempi e modi diversi, si accorgono che quel sistema non lo hanno messo in piedi loro. E lo vorranno, giustamente, cambiare. La storia del Medioriente, che ora andremo incidentalmente a citare, è piena zeppa di questi esempi, che arrivati a questo punto dovrebbero peraltro farci riflettere.

Qualche amico, per gioco, ogni tanto mi dice che sono “filo iraniano”, che quando posso “difendo” quel Paese, quel “regime”, e che sembra che per me non abbia difetti. Chi mi conosce e chi ha parlato con me di Iran sa che invece io sono critico nei confronti del Paese, di molte sue contraddizioni e di come è distribuito il potere. Non ho motivi per “difendere” un Paese intero o un regime, a sua volta composto da persone di diversa sensibilità, e a dire il vero mi pare difficile difendere un aspetto del Paese senza finire per criticarne un altro.

C’è però un motivo per cui – contrariamente a quanto fanno la totalità dei media occidentali – non parlo quasi mai dell’Iran quando mi capita di parlare di problemi di democrazia in Medioriente:

oggi, nell’area che va da Casablanca a Islamabad, l’Iran, assieme alla Turchia, è l’UNICO paese mai fisicamente colonizzato (le forme di colonialismo economico come sappiamo abbondano e l’Iran non ha fatto eccezione, pagando in concreto con un colpo di stato a guida CIA nel 1953) dall’Occidente nella sua storia, ed è quindi anche l’unico ad avere un sistema giuridico e politico istituzionale endogeno, frutto del SUO tessuto sociale (o di parte di esso, quella emersa più decisamente, quella più organizzata dopo e durante la rivoluzione del ’79), delle SUE contraddizioni, della sua sociologia. Anche l’Arabia saudita, tecnicamente, non è stata mai colonizzata. Ma l’Arabia saudita non ha una storia. Israele è invece troppo giovane, e non aveva bisogno di essere colonizzata essendo nato come avamposto occidentale, “faro di civiltà nelle terre selvagge d’oriente”.

Per noi che abbiamo la memoria corta è difficile ricordare tutto e mettere in fila le cose ma tutti i Paese mediorientali (che brutta parola!) colonizzati nel corso del secolo scorso, fanno o hanno fatto i conti con crisi di rigetto, con corti circuiti dovuti alla realtà di una società che cambiava al suo interno, e che voleva autodeterminarsi, contrapposta a quella di elitès, di sovranuncoli, di famigliole regnanti vogliose di arricchirsi svendendo pezzi di paese a Paesi esportatori di civiltà e di mantenere il proprio personale potere, spesso assicuratogli proprio da questi stessi Paesi occidentali ed esportatori di civiltà.

I paesi francofoni hanno ereditato codici civili napoleonici e/o penali occidentali, e lo stesso è valso per la struttura dei loro sistemi economici, spesso concepiti secondo i criteri di economisti europei pagati dai paesi coloniali di riferimento, basati sull’esportazione, e in molti casi sulla svendita di prodotti locali più o meno preziosi, a beneficio di questi stessi paesi coloniali; i Paesi anglofoni hanno in qualche caso mantenuto l’appartenenza al Commonwealth, e in quasi tutti i casi hanno avuto in eredità istituzioni e meccanismi politici anglosassoni: era il caso della prima bozza di costituzione indiana per esempio, o alcuni aspetti del sistema giordano.

In tutti questi paesi, dall’Egitto, al Marocco, all’Algeria, alla Giordania, fino al Pakistan, un tratto comune è impossibile da ignorare: la mancanza di più o meno TUTTI i parametri proto-democratici sopra elencati, dalla autonomia alla rappresentatività; la presenza, ciclica, del TERRORISMO, di movimenti che prima o dopo ricorrono alle armi per “cambiare le cose”, per dare forma ad una idea di società che in modalità pacifiche non è possibile realizzare.

In Iran, il terrorismo è sostanzialmente assente, se non si considerano le ormai estemporanee azioni terroristiche del movimento qaedista di Jundullah, attivo a fasi alterne nel Balucestan e, secondo Teheran, sostenuto dal servizio di intelligence pakistano. Il loro leader Abdolmalek Rigi nel 2010 aveva peraltro confessato di essere stato sostenuto dalla CIA, ma questa è altra storia.

In Iran, non si può certo dire che le libertà individuali e i diritti umani vengano estensivamente e universalmente rispettati ma è altrettanto vero che questa mancanza di libertà spesso non è dissimile a quella riscontrabile altrove, in Paesi che magari non hanno alcun evidente riferimento al teocentrismo o alla “islamicità” della Repubblica, ma che sono egualmente prive di adeguate garanzie. D’altronde un nome non fa primavera: anche perché la Corea del Nord in coreano è la Chosŏn Minjujuŭi Inmin Konghwagukm, cioè la Repubblica popolare DEMOCRATICA di Corea. E capite bene che di democratico c’è pochino, così come non necessariamente uno stato che si definisce “islamico” è più islamico, o più “teocratico” di altri che non lo fanno. Al solito, conta la sostanza.

L’Iran oggi costituisce, a modo suo, un esempio per il mondo islamico, segnalando la possibilità di prendere una strada, una delle tante possibili, e di farlo da soli: l’unico sistema – Turchia a parte – che è il prodotto di forze interne al Paese, della loro dialettica e del loro conflitto, e di una rivoluzione: l’unica a carattere popolare che la Storia riconosca, dal 1789 ad oggi. Non è un aspetto secondario, è fondamentale.

Non è solo una questione di risultati ottenuti: nonostante una recente (1980-88) guerra, nonostante sanzioni enormemente limitanti per una economia basata in buona parte (ma non unica: c’è un settore industriale rilevante) sull’esportazione di gas e petrolio, l’Iran ha tassi di mortalità infantile minimi, tassi di urbanizzazione superiori a quello francese, un sistema sanitario pubblico, un sistema scolastico pubblico (laico: Khomeini non sostituì mai la scuole esistenti con tipiche “madrase” ma le mantenne e moltiplicò), 2276 atenei di diversa qualità, ma accessibili e raggiungibili da tutti, con la cosa che si riflette sull’alfabetizzazione del paese, sostanzialmente universale, e sul numero di universitari, di cui il 68% sono di sesso femminile, con picchi del 75% in certe facoltà scientifiche; nonostante un sistema che si percepisce e in parte è dominato dall’Uomo, ci sono due donne oggi tra le titolari di Ministeri del governo Rouhani, di cui una è anche vicepresidente: Masoumeh Ebtekar, che è anche la ragazza fluent in inglese e incaricata di parlare col “mondo” durante la crisi degli ostaggi americani sequestrati da studenti iraniani nel 1979.

L’Iran ha sempre dato molto fastidio non per la violazione di diritti umani, ma perché va per conto suo: sono le parole usate proprio dal già citato Abdolmalek Rigi, in riferimento al fatto che a suo avviso gli Usa sarebbero più preoccupati di Paesi come l’Iran rispetto a Paesi come l’Arabia Saudita, o anche rispetto ai Taliban: quando decidi da solo, quando non concerti con Washington, quando te ne infischi del Washington consensus sei prima o dopo, e in qualche modo, un problema.

Proprio perché ritengo impossibile paragonare in modo credibile e coerente paesi diversi, gradi di democrazia e di giustizia, benessere complessivo ecc, penso che un criterio sia importante, imprescindibile per valutare in qualche modo il virtuosismo di un Paese, che prescinda dalla maggiore o minore somiglianza al nostro sistema politico, alle nostre categorie: quello dell’autonomia, della sovranità.

L’Iran non è meglio di altri paesi se ci basiamo su un improbabile e contorto criterio qualitativo, normalmente riferito a parametri occidentali: lo è però, se consideriamo che è quel che è essendoci arrivato da solo, senza imposizioni o ricatti dall’esterno, non dovendo rendere conto a nessuno del proprio percorso, se non a se stesso, ad alcune sue anime uscite “sconfitte” dalla rivoluzione (come in tutte le rivoluzioni, peraltro).

Questa motivazione filosofica, simbolica, fa il paio con quella concreta, pratica: l’autonomia, il controllo della propria sovranità produce società meno schizofreniche, e nel medio lungo periodo probabilmente produce meno violenza, meno terrorismo, meno disadattati che vogliono “sparigliare” sparando a qualcuno. Produce anche – e ne è un riflesso – società più conflittuali, meno votate all’adulazione acritica del sovrano illuminato e più votate alla discussione, al litigio, al contrasto tra chi è percepito nel sistema e chi fuori dal sistema, tra chi – riflesso di un passato di colonizzazione economica e culturale – viene percepito come “spia” e chi come “fedele” alle istituzioni, con tutto ciò che ne consegue in termini di paranoie collettive. Produce infine società che possono cambiare, MIGLIORARE, da dentro, come in parte è accaduto all’Iran dal 1979 ad oggi.

A Teheran oggi 1 donna su 3 si rifà, e può rifarsi, il naso; nella Repubblica islamica d’Iran oggi è possibile vedersi riconosciuto, dopo varie visite dallo psicologo, il proprio genere sessuale “alterato” e cambiare sesso, tanto che oggi Teheran ha superato Casablanca come principale destinazione per chi voglia sottoporsi all’operazione; in Iran oggi – complice un problema di tossicodipendenza tutt’altro che indifferente – si discute concretamente di liberalizzare il consumo di marijuana (il possesso di eroina anche in quantità non elevatissime può comportare la pena di morte); in Iran, oggi, nonostante l’esistenza di un certo razzismo all’interno della società verso afghani e arabi, si accolgono quasi 2 milioni di rifugiati, che in passato erano stati prodotti dai bombardamenti americani; in Iran, dove – mentre noi parliamo di integrazione pretendendo di insegnarla al Mondo – convivono persiani (53%), azeri (16%), curdi (10%), luri (/%), arabi (3%), baluci, armeni, georgiani, assiri (1%), turkmeni, shabak, gilaki, qashqai, mazandarani, senza farsi alcuna guerra, a parte quelle stimolate dall’esterno. In Iran oggi vince le elezioni un uomo come Hassan Feridon Rouhani, laureato in Scozia e voglioso di reapproachment con l’Occidente, ma ieri vinceva l’irrequieto Ahmadinejad, prodotto dall’avanguardia dei rivoluzionari, quello che propose di “occupare l’ambasciata sovietica invece che quella americana” durante i disordini del 1979. Un Paese in cui la figura di Khomeini è agitata tanto da chi è fautore di un irrigidimento della società, di una sua chiusura, quanto da coloro che sentono traditi gli ideali della rivoluzione: tanti riformisti – quelli dell’Onda verde – sono khomeinisti della prima ora; ma anche tanti principalisti, ultra conservatori.

L’Iran ha la possibilità di cambiare, evolvere dall’interno. L’Iran ha oggi un futuro, cioè quello che manca a TUTTI i paesi caduti disgraziatamente sotto la “cura-democrazia” da noi gentilmente offerta, e a tutti i paesi i cui sovrani hanno impedito la genesi di una cultura politica indipendente, di una arena, di ideali, valori, idee da mettere alla prova in un modo o nell’altro. E io non ho dubbi: molto meglio una Shar’ia universalmente condivisa e accettata, frutto della concertazione, del conflitto, della discussione interna alla società che la produce, che un sistema “avanzato”, tecnicamente rispettoso di ogni libertà economica, sociale e civile ma che sia stato imposto, somministrato, consegnato ad un paese la cui popolazione non lo riconosce, e prima o poi lo metterà in discussione.

Viene naturale citare nuovamente l’Iran: si sente spesso dire che “durante il regime dello Shah le donne erano libere di non mettere il velo, di andare in giro in minigonna”, il che è vero; si tende però a ritenere questo fatto come il sintomo di una maggiore giustizia, una maggiore libertà, e dunque segnale di una società in qualche modo da rimpiangere: la verità, però, è che le donne in Iran, nel 1975, andavano sì in giro in minigonna, ma rappresentavano una percentuale dell’1% della popolazione, cioè quella – tipica di un sistema ingiusto, verticale, autoreferenziale, privo di connessioni con una società lontana anni luce dalle condizioni dello Shah – vicina ai circoli di notabili dello Shah. Erano quelle che ci mostravano – e i social ci mostrano – per darci un’idea di quanto fosse bravo lo Shah a rendere l’Iran uguale all’America, di cui era il principale alleato regionale, mentre si ignoravano completamente altre iraniane, conservatrici, che portavano il velo, che protestavano per le pubblicità di pin-up in stile Playboy mezze nude in un Paese profondamente religioso, e che venivano reputate delle selvagge da autocrati come lo Shah.

Erano la maggior parte, ma i nostri giornali (e oggi molti nostri libri) le ignoravano, come faceva lo Shah. E infatti il tasso di alfabetizzazione femminile, nel 1965, era del 15% scarso, uno dei più bassi della regione (così come il tasso di mortalità infantile era il più alto in assoluto), visto che molte donne delle campagne avevano la scuola più vicina a 5-6 ore di distanza; oggi, a prescindere dalla qualità, il tasso è il più alto in assoluto in Medioriente, circa l’88% (dati 2009). Durante il regime dello Shah erano disponibili alcune libertà, e nella fattispecie quelle utili alla soddisfazione di ceti (residualissimi) che guardavano al modello americano più che a quello di chiunque altro. Erano le libertà vendibili, pubblicizzabili; ma sopratutto, erano libertà calate dall’alto, funzionali alla suggestione dell’Occidente e alla felicità di donne che pagavano migliaia di dollari per andare in scuole americane dalle parti di Saadabad. Il diritto alla scuola era sostanzialmente assente, come quello alla salute. Ma a “noi” interessava più che ci fossero donne che potevano mettere la minigonna, un indumento peraltro estraneo alla millenaria cultura locale, religiosa o meno. Oggi continuano a non interessarci i progressi da tutti i punti di vista – e nonostante sanzioni molto limitanti – di un Paese che ha scelto una SUA strada, e dunque meritevole di rispetto fosse anche SOLO per questo motivo; e continuano a interessarci molto le sue malefatte, il suo antimperialismo dal sapore antico, i sui proclami contro Israele, le sue donne col chador e i suoi austeri mullah (che in molti casi hanno una sensibilità 100 volte più democratica di tanti militarotti in giro per la regione, nostri alleati).

Non penso che “l’esportazione della democrazia” di matrice statunitense sia negativa a causa dell’oggetto esportato, come alcuni sottendono; penso invece che su un piano puramente ideal(istico) (e quindi non quello dei politici, che pensano al concreto) la volontà di diffondere la democrazia sia lodevole. La volontà, il desiderio, la speranza.

L’esportazione della democrazia è invece problematica per il “mezzo”, per il fatto che la “esportazione” presuppone in un caso o nell’altro, in un modo o nell’altro, una violazione della sovranità e degli equilibri socio-politici interni del Paese in cui si vuole esportare. Ciò è ancor più vero in un mondo interdipendente, globalizzato, inserito in un processo di omologazione che vede comunque un Paese in particolare a far da guida, in un sistema percepito ancora come unipolare, o semi-unipolare. La democrazia non è in nessun caso sbagliata: lo è però esportarla, e la storia inizia a renderlo evidente. Cerchiamo di ricordarlo quando tracciamo la linea di demarcazione che divide tra buoni e cattivi.

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