Altre precisazioni sull’Is da parte di un “buonista”

Cerchiamo di chiarire un altro punto importante sull’Isis.

Uno degli argomenti preferiti dai venditori di paura, a parte quello dell’Is che “uccide in nome di Allah”, come se ciò fosse rilevante ai fini della comprensione dei meccanismi violenti, è quello che tende a ironizzare su quello che è ormai divenuto quasi un luogo comune: il terrorismo nasce dal disagio sociale e dalla miseria.

“Guardate Abaaoud, o il killer di San Bernardino, o gli attentatori delle Torri Gemelle (alcuni dei quali dottorandi in Germania), non c’entra l’emarginazione, è l’islam!”.

Credo che il problema nasca al solito dalla tendenza a semplificare molto il quadro, per dare una spiegazione lineare A ad un fenomeno lineare, che si ritiene spiegabile con A,B,C, eccetera. Invece a me sembra che il discorso vada affrontato su più piani, perché ognuna delle generalizzazioni che sentiamo in giro sull’Is, contiene una parte di verità. Dipende dall’angolazione da cui si guarda il fenomeno.

– E’ verissimo che il terrorismo nasce dal disagio sociale, e/o se ne nutre. Come ha spiegato Olivier Roy, ciò è vero essenzialmente per i foreign fighters, che ingrossano le fila del Califfato in Siria e, quando non sono in Siria, si “dedicano” ad azioni terroristiche in Occidente.

Questa gente è assolutamente calata nella realtà occidentale, nel modello individualista e consumistico. Per loro l’islam, la retorica proto islamica, è solo un mezzo, strumento di morte. Gente che – a prescindere dalle condizioni economiche – spesso e volentieri beve, si droga, si rincoglionisce di giochi sparatutto alla Playstation e accumula “nichilismo”, sempre per citare Roy.

Un nichilismo e una tendenza alla violenza che poi devono essere “liberati”: un tempo lo avrebbero forse fatto nei NAR ma oggi le ideologie totalizzanti sono morte. Per cui ecco il disegno jihadista: gratificante, remunerativo, coinvolgente, violento in modo gratuito e spettacolare. Proprio come i videogiochi.

Essere emarginati, vivere nel disagio non significa necessariamente essere poveri. Significa essere sempre più sconnessi dalla realtà, dal prossimo. Significa essere presi in giro a scuola, oppure estraniarsi volontariamente, in questo mondo che ci permette di essere in contatto con tutti ma anche di creare un vuoto attorno a noi. Riguarda tutti noi, l’esclusione sociale. Ma è un tema troppo poco concreto, troppo poco vendibile, troppo “di sinistra” per parlarne seriamente e indagarne le molteplici cause. Tanti foreign fighters, così come alcuni convertiti dell’ultim’ora, conoscono pochissimo il Corano, e raramente sono profili che definiremmo “radicali”.

L’esempio che mi viene da fare è spesso quello dei bengalesi a Roma. Parlateci, se vi capita. Sono tantissimi, e sono tutti musulmani. Non solo: in tutti gli alimentari in cui sono capitato quando mi era finito il parmigiano a mezzanotte, ho sempre individuato una costante, e cioè la radio o il pc acceso sui discorsi di un tizio, tale Zakir Naik, molto celebre nel subcontinente indiano. Lo ascoltano tutti, nessuno escluso (è un po’ di tempo che lo chiedo direttamente ormai, prima che mi coinvolgano loro).

Ogni volta che iniziamo a parlare di islàm – lo fanno liberamente perché tendo a non essere inquisitorio – tutti, e dico tutti, cercano di rendermi partecipe dell’ascolto dei discorsi di Zakir Naik su tutto lo scibile umano. lo fanno con un entusiasmo quasi ingenuo, come se non sapessero che la caccia alle strege è già partita.

Ecco. Zakir Naik, se non lo sapete, è probabilmente il massimo esponente contemporaneo (tra quelli mediatici) del salafismo indiano. Insomma, un duro e puro. La conclusione di ciò dovrebbe essere intuitiva: a Roma ci sono – e da molto tempo – bengalesi che apprezzano molto i discorsi salafiti di Naik: eppure, eppure, il totale dei reati commessi dalla comunità del Bangladesh negli ultimi 30 anni è risibile. Tutti lavoratori, alcuni “integrati”, nel senso che pranzano con il barista italiano di fronte, altri che tendono a ghettizzarsi (meccanism tipicamente salafi), o comunque a vivere per i fatti propri, senza disturbare nessuno e conducendo la propria vita secondo regole private precise.

I bengalesi a Roma sarebbero, in teoria, un potenziale esercito per l’Isis, secondo i già citati venditori di paura. Tutti arruolabili. Tutti “radicalizzati”, tutti “retrogradi”, tutti “salafiti”. Eppure, in Siria non ci vanno mica loro. Ci va il ragazzo che anni fa spacciava e si ubriacava tutte le sere.

– Ovviamente il disagio e l’emarginazione spiega solo parte del processo di reclutamento della bassa manodopera dell’Is. Essa è formata da quelli più o meno inconsapevoli, come quella rincoglionita italiana che ha portato la famiglia in Siria, e ai genitori al telefono diceva di sottomettersi anche loro, sbraitando e pronunciando frasi a caso, spacciate per versetti del Corano. Disadattati per varie ragioni, trovano nella retorica islamica – non nell’islam – nel linguaggio e nei riferimenti islamici, un carburante per la propria vita altrimenti vuota, frustrante, inspiegabile.

Il grosso dell’Isis, che ci piaccia o meno, nasce invece a causa dell’invasione statunitense dell’Iraq, su questo ci sono pochi dubbi, e il suo ingrossamento sul terreno deriva anche dalla saldatura con la rivolta in Siria, gradualmente monopolizzata da forze simili (colpa anche occidentale se oggi Fsa conta come il 2 di bastoni quando regna denari).

Nasce dallo sfaldamento dell’esercito iracheno (e dell’Iraq stesso), dalla distruzione totale della sua aviazione (emblematico che lo scorso anno l’Iran come parte del sostegno a Baghdad abbia restituito alcuni velivoli sequestrati durante la guerra 80-88), dal licenziamento in tronco anche di migliaia di funzionari baathisti che mai avevano impugnato un’arma, situazione che ha prodotto milioni di disoccupati in un paese già in guerra con se stesso, e con un settarismo crescente. E’ ormai di dominio pubblico il fatto che i quadri superiori di Daesh sono composti da persone che 20 anni fa, probabilmente, avremmo definito “laici”.

Cioè: lo so che ormai non va più di moda dire che le colpe di questa situazione sono soprattutto occidentali, nella misura in cui quando una cosa viene ripetuta troppo dai “complottisti”, a prescindere dalla possibilità che sia veritiera o meno, viene automaticamente percepita da tutti come non vera (altro esempio celebre è il “linciaggio” della parola imperialismo, che ha un senso preciso eccome, in ogni paese del mondo tranne il nostro. Ma molti lo hanno svuotato di valore) ed è impossibile riproporla. Però è così: Isis non sarebbe nato senza una invasione.

E se non fosse nato, magari oggi avremmo una al Qaeda sempre più forte, che compie azioni terroristiche ma non controlla territori. Certo, c’è anche la responsabilità dei musulmani: ma dove vogliamo collocarla, a che livello? Che siano chiari coloro che si oppongono alla soluzione del dialogo. Cosa si vuol fare, impedire ai musulmani di esserlo? Dare alle fiamme tutti i passaggi controversi del Corano…una nuova Inquisizione?

L’isis non è spiegabile con l’Islam. O lo è in misura incidentale, residuale. Sarebbe come voler spiegare la mentalità, le ragioni e gli obiettivi dei mafiosi con il Vecchio Testamento. Magari si trovano cose in comune, ma non spiegano nulla.

L’Isis ha capito di poter raccogliere reclute in contesti diversi, con strumenti diversi, insistendo su aspetti diversi, cercando sempre di vendere una idea perfetta di redenzione e di società, e usando diverse esche in un Occidente che produce emarginazione con facilità disarmante. E’ più probabile che in Siria, o a sparare sulla folla al Colosseo, ci vada il vostro italianissimo amico appassionato di sparatutto, armi e palestra, che un uomo con barba e ghalabeya originario di Dhaka, Islamabad o Il Cairo.

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