Ancora sul terrorismo [un po’ meno]

Va per la maggiore oggi, tra certa stampa islamofoba e per osmosi ahimè tra una parte dell’opinione pubblica, addurre un preciso “argomento” quando si parla di terrorismo, che loro identificano quasi totalmente con quello di matrice islamica:

“Il problema è l’islàm e quel che dice. Perché non trovi mai cristiani che uccidono “in nome” di Dio, mentre trovi musulmani che uccidono in nome di Allah?”

Di solito non discuto un argomento del genere perché trovo le risposte ovvie, ma ancor più perché trovo queste domande assolutamente irrilevanti e un po allarmanti a dire il vero. Ma tant’è, proviamoci.

Perché non ci accorgiamo che l’islàm – o meglio l’islàm rivendicato dai terroristi. E non è una questione di definirli musulmani “veri” o “falsi”: nell’islàm non c’è un clero, il rapporto tra fedele e Dio è diretto e ognuno interpreta come crede, oppure mutua volontariamente interpretazioni altrui – è il mezzo, e non il fine? Che è un elemento del linguaggio, un’esca, e che il problema risiede negli individui e non in una religione, in una tradizione culturale di 1400 anni?

Uccidere “in nome della liberta” rende la libertà un concetto pericoloso, rende la libertà il problema? Uccidere nel nome del comunismo/fascismo/quelchevolete, cioè per imporlo, rende necessaria una analisi del tipo di società che una di queste ideologie prevede? Non necessariamente: rende necessaria quella delle ragioni che spingono a uccidere e morire indiscriminatamente per esse, o pensando di agire per esse.

[Ciò imporrebbe di aprire una piccola parentesi sui salafiti, di cui avrete sentito parlare di più ultimamente: statisticamente e concettualmente a me, stanno sul cazzo, sia chiaro. Solo che Molti, per semplificare, e in modo curiosamente simile a quanto fanno spesso gli iraniani e gli sciiti (perseguitati da IS e al qaeda, anzi obiettivi principali), assimilano i salafiti ai membri dell’Isis e di al qaeda.

Uno li vede e dice: tra la vita privata quotidiana e la concezione letteralista e un po ottusa dell’islam – in tempi di pace – di un salafita di Tunisi e quella di un membro di al qaeda non c’è grande differenza. No è giusto però metterli sullo stesso piano: storicamente, i salafiti hanno un approccio per così dire “quietista” rispetto alla politica: il loro modo di costruire la società “ideale” e’ tendere a eclissarsi, a volte ghettizzarsi, sempre o quasi sempre in modo pacifico, nella speranza di costruire “dal basso” – con l’educazione dei figli eccetera – la società anacronistica che immaginano.

Non vogliono imporre nulla a nessuno, solo essere lasciati in pace. Potremmo semplificare chiamandoli “i salafiti pacifici”, che poi mi pare la discriminante per temere o non temere qualcuno, anche se è vero che il salafismo può essere anticamera di una futura trasformazione militante o in altri casi può essere reso esso stesso “militante”, nel cAso in cui la demografia volga a proprio favore (cioè mai). Certo, sarebbe opportuno dialogare con chi tende a marginalizzarsi, per quanto complesso possa spesso essere. Ma è un altro discorso.]

Se ci pensiamo bene, la parola ‘libertà’ in Italia e’ forse la più (ab)usata nell’arena politica italiana e nei discorsi pubblici in genere (e potremmo dire in tanti altri ambiti: nel cinema nella musica eccetera), specularmente a quanto avviene nel mondo musulmano con la parola Islam, o con la parola “Allah”. In Italia tutti i partiti di tutto lo spettro politico oggi usano la parola libertà. “Morire per la libertà” viene considerata una virtù, perlomeno in senso lato: ovvio, perché siamo abituati alla pace, e diamo a queste cose un significato metaforico, forse a volte perdendone di vista il Significato e dimenticando che il concetto è stato tutt’altro che metaforico in tempi non troppo lontani.

Chi è abituato alla guerra, alla precarietà, alla quasi necessità di dare alla vita un peso relativo minore di quello che gli si darebbe in tempo di pace e benessere, può più facilmente trovarsi a morire per una causa.

Non è ovviamente il cAso degli attentatori di Parigi ad esempio, (ex)membri dell’IS. Qual è il problema dell’IS? Il fatto che sgozza la gente? No, sarebbe un problema minore, e sappiamo benissimo che in guerra tutti fanno cose orribili, i buoni come i cattivi; Il fatto che fanno attentati? In parte sì, ma allora non sarebbero diversi da altri; il fatto che siano potenti militarmente? Ovviamente no; il fatto che tutti i musulmani li appoggiano, o anche la metà, un terzo, un quinto, un decimo? Chiaramente no; il problema è che sono islamici? No. Il problema, molto semplicemente, e’ la volontà di prevaricare. L’imposizione, che è peraltro spia della mancanza di libertà. Il problema è che l’Is, in teoria, ha un progetto di respiro globale, che prescinde dal consenso, volto a imporre una idea di società al Globo.

Dobbiamo entrare nell’ordine di idee, uscendo dalla logica della civiltà superiore, che il problema non è il modello di società ma il fatto che debba essere imposto, e nella fattispecie mediante una guerra su un territorio e azioni terroristiche e improvvise (appunto: volte a creare terrore) in Occidente: per dissuaderlo, spaventarlo, manipolarlo, eventualmente.

Questo, ovviamente, nel caso dell’Is, di al qaeda, di tutti quelli che come si direbbe a Roma “ce credono” (all’imposizione di una società perfetta alle terre a maggioranza islamica e poi al mondo). Perché per gli altri, per chi non ha mire di questo tipo – mi viene in mente un palestinese che milita in una della decina di piccole milizie (mal)armate della Striscia, anche di orientamento diverso da quella principale, la brigata izzedin al qassam di Hamas – il discorso è quello sopracitato.

“Morire in nome di Allah”. È una questione di linguaggio, di simboli. Simboli e linguaggi che sono nel caso dell’IS il mezzo con cui attrarre reclute che in quanto musulmani (in condizioni sociali o psichiche più o meno precarie) sono “sensibili” alle parole Allah, Islam, e tutto quel che si portano dietro, e imporre un’idea di organizzazione della società, rozza, autoreferenziale e ripugnante; nel caso di chiunque altro, un “morire in nome di Allah”, e’ il nome che si dà in un certo senso alla propria libertà, l’espressione di una volontà di affrancamento da una condizione negativa. Non si muore per Allah se si sta bene al mondo, vergini o non vergini.

Se continuiamo a concentrarci sul mezzo e non sul fine non ne usciremo mai. Continuare a porre l’accento sul fatto che “uccidono in nome di Allah”, e non su CHI, perché, quanto e dove uccidono, ci si continuerà ad avviluppare negli stessi ragionamenti e nelle stesse paure di oggi, di sempre.

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