Sul Terrorismo [Quando il dubbio vive sottomesso alla certezza]

L’origine pakistana degli attentatori di San Bernardino ha fatto rientrare in molti il timore di dover prendere le distanze, ma più che altro di dover alzare gli occhi dal proprio ombelico e dalle proprie convinzioni: per fortuna, sono islamici. Fossero stati cristiani come il tizio di Colorado Springs, avremmo dovuto porci un problema più ampio forse. E in ogni caso si sarebbe posto il problema di come vendere un po’ di paura sui giornali: che facciamo, diciamo che so’ cristiani devoti, come un buon numero di americani?

Rispetto allo stato dell’arte delle paure del Mondo, continuo a pensare che si tenda a confondere il fine con il mezzo. No, non lo dico per “giustificare i musulmani”. Credo che la questione sia più complessa e provo a spiegarmi, con la consueta prolissità.

Come trovo fuorviante porre al centro della riflessione sui motivi di un gesto criminale l’etnia o la confessione religiosa dell’autore, trovo anche ridicolo il processo “compensatorio” opposto, quello che – dopo eventi come quello di Colorado Springs, o quello di ieri, prima che si sapesse che i due responsabili erano di origine pakistana – si affretta a ricordare al pubblico che “i terroristi sono anche cristiani”, figlia dell’idea – ormai inflazionatissima – che “le religioni sono tutte negative, dannose”.

Trovo tutto ciò la sublimazione della banalità, una scappatoia, che è motivata sempre da un elemento, che precede un eventuale razzismo, settarismo, islamofobia, cristianofobia o quello che volete: la tendenza a semplificare, a essenzializzare la realtà per renderla più semplice.

Attenzione: si tratta di un sentimento assolutamente umano, comprensibile quando è vissuto in buona fede. Il mondo è ogni giorno più complesso e abbiamo sempre più bisogno di spiegazioni concise, esaurienti, lineari, che vorremmo sommare ad altre spiegazioni per comporre nella nostra testa un’idea del mondo elementare, che non lasci spazio ai dubbi. Anche se il dubbio è il sale della comprensione, ed è forse il reale tratto caratteristico di una sempre più liquida civiltà occidentale. L’unico che dovremmo preservare, difendere e promuovere gelosamente.

Il fine e il mezzo, dicevo. Prima che fossero resi noti i nomi degli attentatori di San Bernardino, mi era venuto spontaneo fare una “battuta”, sul fatto che nello stesso paese che a lungo ha ritenuto giusto “esportare” la democrazia e la civiltà laddove si riteneva non esistessero, si verificano con una crescente frequenza e da un numero di anni ragguardevole, episodi di violenza e di terrorismo, perpetrati da fanatici di varia natura. Mi ero chiesto, con una battuta, appunto, se non fosse il caso di esportar loro un po’ di civiltà, visto che negli Stati Uniti attentati come quello sono abbastanza frequenti: nelle 714 cliniche abortiste di Planned Parenthood sparse per il territorio nazionale, ogni anno si sventano una media di 3 attacchi. Non sono episodi: esiste una tendenza, un sentimento di diffusa ostilità verso i temi bioetici.

D’altronde gli Stati Uniti sono un Paese mediamente molto religioso, dove si giura sulla Bibbia quando si va al governo. Dove sono nate una cosa come 30000 confessioni religiose minori, costole varie di un cristianesimo rivisitato in più modi. Sono realtà che girano attorno a valori molto simili a quelli promossi da islamisti radicali, e con la stessa ostilità verso i non credenti. Voi direte: e perché non fanno attentati, o meglio, perché ne fanno di meno, perché non sono organizzati in commandos e sono invece sempre lupi solitari, quando sparano?

E qui secondo me entra in campo la sociologia: sono la misera e sopratutto la condizione di guerra, o di mancanza di pace, a fare la differenza. Togliete la luce, l’acqua, le scuole, ospedali agli evangelici della cittadina del Texas, metteteci della tensione sociale dovuta alla debolezza e la corruzione diffusa nelle istituzioni, e avrete esattamente lo stesso scenario che trovate in un villaggio ai margini di Islamabad. Il problema è il valore della vita, che varia da luogo a luogo e non è mai fisso, è sempre mutevole. Dove la vita vale poco, a prescindere dal peso della religione, si tenderà a sacrificarla per poco. Se sei abituato alla violenza, sarai violento: la tua violenza sarà poi “condita” da riferimenti religiosi, perché sei nato in Afghanistan, dove la religione ha un peso enorme. Ma sono riferimenti, ornamenti, cornici. Per questo non è possibile equiparare ogni tipo di azione suicida: quello a Parigi è un po’ diverso dalle azioni disperate di un palestinese fino al 2000, quando Hamas aveva a disposizione una ventina di mitragliatrici in tutto e alcuni suoi militanti si martirizzavano.

L’america – meravigliosa, varia, multiculturale – è e rimane un paese che il giornalista iraniano-americano Hooman Majd ha descritto in una frase, che certo è iperbolica ma che fa riflettere:

“Mi scuote spesso un pensiero, e cioè che le volte che torno in Iran vorrei tanto che con me ci fossero i cristiani evangelici americani: se facessero un giro per l’Iran odierno, potrebbero trovarlo seriamente molto simile al modello di società ideale che puntano a costruire in America: sostituite Allah con Dio, Mohammad con Gesù, mantenete la stesse nozioni pubbliche e private di “peccato”, “castità”, “salvezza”, “volere di Dio”, ed ecco a voi che avrete la vostra Repubblica Cristiana”.

Insisto sul fatto che gli Usa siano un Paese molto religioso perché spesso il livello di religiosità viene utilizzato come un fattore sufficiente a spiegare buona parte delle tendenze ad utilizzare la violenza. Quando in realtà ciò è assolutamente falso, o perlomeno fuorviante. E lo dico da persona che non ha mai fatto un’ora di catechismo in vita sua.

Un fanatico è un fanatico: non è importante quale sia il mezzo del suo fanatismo. Una persona che ammazza 5 persone in una piazza perché “stufo della mancanza di libertà”, e “in nome della libertà”, è meglio di uno che ammazza 5 persone perché “stufo della mancanza di regole, della decadenza dei costumi”?. Secondo me sono uguali, e il loro problema non è la libertà o l’islam, ma il peso che danno ad esse rispetto alla società che li circonda. La facilità con cui utilizzano la violenza, l’imposizione. E’ nell’essere disposti a morire per punire il mondo del fatto che il mondo stesso non è come lo si vorrebbe.

E’ importante capire perché una persona arrivi ad esserlo, un “terrorista”, quali sono i motivi che lo hanno spinto a mettere davanti alla sua vita – e a quella degli altri – un “ideale”, giusto o sbagliato che sia. Abbiamo il dovere di cercare di comprendere, perché è ormai troppo tempo che esistono persone del genere, in ogni continente e per le ragioni più disparate.

In una bella lettera scritta all’indomani dell’9/11 alla Fallaci, Tiziano Terzani diceva:

“A te, Oriana, i kamikaze non interessano. A me tanto invece. Ho passato giorni in Sri Lanka con alcuni giovani delle “Tigri Tamil”, votati al suicidio. Mi interessano i giovani palestinesi di “Hamas” che si fanno saltare in aria nelle pizzerie israeliane. Un po’ di pieta’ sarebbe forse venuta anche a te se in Giappone, sull’isola di Kyushu, tu avessi visitato Chiran, il centro dove i primi kamikaze vennero addestrati e tu avessi letto le parole, a volte poetiche e tristissime, scritte segretamente prima di andare, riluttanti, a morire per la bandiera e per l’Imperatore. I kamikaze mi interessano perché vorrei capire che cosa li rende cosi’ disposti a quell’innaturale atto che e’ il suicidio e che cosa potrebbe fermarli. Non si tratta di giustificare, di condonare, ma di capire. Capire, perché io sono convinto che il problema del terrorismo non si risolverà uccidendo i terroristi, ma eliminando le ragioni che li rendono tali.

Niente nella storia umana è semplice da spiegare e fra un fatto ed un altro c’è raramente una correlazione diretta e precisa. Ogni evento, anche della nostra vita, e’ il risultato di migliaia di cause che producono, assieme a quell’evento, altre migliaia di effetti, che a loro volta sono le cause di altre migliaia di effetti. L’attacco alle Torri Gemelle è uno di questi eventi: il risultato di tanti e complessi fatti antecedenti. Certo non e’ l’atto di “una guerra di religione” degli estremisti musulmani per la conquista delle nostre anime, una Crociata alla rovescia, come la chiami tu, Oriana. Non e’ neppure “un attacco alla liberta’ ed alla democrazia occidentale”, come vorrebbe la semplicistica formula ora usata dai politici. Un vecchio accademico dell’Universita’ di Berkeley, un uomo certo non sospetto di anti-americanismo o di simpatie sinistrorse da’ di questa storia una interpretazione completamente diversa. “Gli assassini suicidi dell’11 settembre non hanno attaccato l’America: hanno attaccato la politica estera americana”, scrive Chalmers Johnson nel numero di The Nation del 15 ottobre.”

Se rileggete questo discorso, vi accorgerete che è mosso da un solo sentimento: la volontà di capire, di porsi un dubbio. Non è né pro, né contro qualcuno o qualcosa.

Perché, nella società massmediatica, delle frasi virali, dei verba oltre che degli scripta manent, siamo così ottusamente ipnotizzati dal peso delle parole? Perché “Allah Akbar” (“Dio è il più grande”, un intercalare che i musulmani utilizzano a margine di ogni situazione, dal gol della propria squadra al bel voto a un esame) diventa il fine, invece di rimanere il mezzo? Perché è sufficiente dichiarare di agire “nel nome di” per essere trattati ufficialmente come i suoi rappresentanti? “Uccidono in nome di Allah: è quello il problema”.

Uccidere nel nome della “libertà”, rende la libertà un concetto pericoloso, estremista? Attenzione perché è la stessa cosa: anche la libertà è soggetta a varie interpretazioni, come l’islàm e più di quanto non lo sia il Cristianesimo, che ha comunque un clero centrale – clero che non esiste nell’islam – con potere di magistero unico sui fedeli, che può stabilire in definitiva e universalmente ciò che è giusto e ciò che è sbagliato.

Con l’islam e con la libertà no: entrambi possono essere utilizzati da soggetti diversissimi (e non necessariamente consci di cosa sia la libertà, o di cosa sia l’islàm), se ne possono assorbire i linguaggi, le parole d’ordine, il simbolismo, per renderli lo “stendardo” di una azione terroristica, o di un disegno criminale.

E noi ci caschiamo a pesce: così vedi i Magdi Allam che nel dire che “quelli dell’Is sono i veri musulmani, l’islàm è violenza” ricalcano esattamente le parole dei cyber-imam wahhabiti, convinti che il vero islàm sia proprio quello, il loro (forte di una tradizione di meno di 300 anni); oppure assisti impotente all’attribuzione ufficiale da parte di tutti i media del nome “Stato islamico” all’area sotto il controllo di Daesh, legittimandoli ancora di più sul piano dialettico e simbolico. E lo sappiamo tutti che i simboli sono importanti per la memoria collettiva. Per la nostra, e anche per la “loro”, dove per “loro” io intendo i nemici della civiltà. E non certo i musulmani, che svariate volte nella mia vita la civiltà me l’hanno insegnata, regalata, infilata in tasca, lasciata sul tavolino della cucina senza chiedere nulla in cambio.

Il mezzo è la retorica religiosa, che può attingere da un linguaggio sterminato, efficace, adatto a ogni tempo, e ad ogni registro, ad ogni esigenza, e fornisce sempre la possibilità di sposare una causa e sentirsene parte anche solo per mezzo delle parole. Essere o diventare musulmani è un esempio adatto a spiegare questo meccanismo: pochi sanno che per diventare musulmano basta recitare la shahada, e sul piano della prassi (ma non sempre) è sufficiente adempiere ai cinque pilastri della fede. Insomma, per chi si sente emarginato – da tutti i punti di vista: non si parla di povertà, è emarginato anche chi viene escluso dagli amici, bullizzato, anche in contesti benestanti – è molto facile cadere nella trappola della cieca adesione, dell’appartenenza, del lasciarsi guidare da un sistema di valori e di organizzazione societaria predefinito e immobile, immutabile. E’, per l’appunto, semplice. Perché tutti ricerchiamo in qualche modo la semplificazione, chi in un senso e chi in un altro, chi in un momento chi in un altro.

Questo è il mezzo. Il fine è invece un altro, sia nel caso degli attentatori del Bataclan che in quello delle cliniche abortiste. Il fine è il senso da dare alla propria vita, alla vita del singolo individuo. Che sia un ragazzo emarginato, senza futuro, come quello protagonista dello splendido film “i cavalli di Dio”, di Nabil Ayouch; o che sia un ragazzo come Abdeslam Salah, urbanizzato, europeo, pienamente calato nella cultura consumistica e individualistica, e che fino a poco tempo fa era tutto tranne che musulmano, tra spaccio, consumo di alcol, frequentazione di ambienti promiscui che i suoi superiori di Raqqa non avrebbero approvato, diciamo. Tra i principali autori di azioni terroristiche negli ultimi 20 anni i profili ci sono proprio tutti, anche palesemente incompatibili l’uno con l’altro.

Il problema è che assecondare una spiegazione del genere impone una riflessione più ampia, e un allontanamento dalla “verità” che cosi comodo ci fa: significa recuperare un discorso molto poco vendibile, molto poco mediatico (e lo dico da giornalista), che è quello dei modelli di sviluppo, dei ritmi della globalizzazione e delle degenerazioni – sempre dietro l’angolo – del capitalismo.

Significa chiedersi, in fin dei conti, quali siano le vie da percorrere perché una persona – bianca, cristiana di Colorado spring, o mulatta, “islamica” del Cairo – non arrivi a preferire la morte, sua e di quelli che uccide – al posto della vita. Non è che per caso è un disadattato? E’ come si diventa disadattati? In un modo solo? Quali sono le radici dell’emarginazione? Davvero pensiamo che si emargini chi è religioso, chi è musulmano? Chi porta il velo in luoghi in cui la gente non lo porta?

Quaranta anni fa si sfogava la propria rabbia, il bisogno di dare un senso profondo alla vita aderendo ad organizzazioni terroristiche rosse e nere. Non aderivano solo i poveri, anzi. La povertà può essere un fattore: in un villaggio della valle dello Swat è normale diventare un seguace talebano se sono i talebani a portarti la luce, l’acqua, e magari anche la scuola coranica in un’area in cui la prima scuola è lontana 300 km e ore di macchina. Può però anche essere normale sposare idee radicali rispetto al cambiamento della società se si viene esclusi dal gruppo a scuola. Bin Laden, per dire, era molto ricco. E non solo lui.

A volte, specie per quel che riguarda i giovani in Europa, un jihadista diventa tale perché è così che risolve il “corto circuito” che si è formato dentro di lui: sempre in bilico tra la tradizione – della sua famiglia, del paese di provenienza – e la modernità, tra le canne con gli amici e i libri che gli dicono che fumare è haram. Tra la ragazzetta con cui fa l’amore e l’idea di castità che gli hanno tramandato. Tra il desiderio di mantenersi attaccato alle proprie radici, alla propria identità e quello di vivere in una società che per permetterglielo gli chiede spesso di rinunciare a quelle specificità.

Vi siete mai chiesti per quale motivo in Iran, una Repubblica islamica, con ampi strati di popolazione tradizionalista, conservatrice nei costumi, non esiste sostanzialmente terrorismo (a parte quello di Jundullah in Balucestan, supportato presumibilmente dall’Isi pakistano), e non esistono personaggi che decidono di andare in Europa e compiere azioni terroristiche contro l’Occidente, contro le “sue libertà”, nnostante l’Occidente stesso abbia più volte ostracizzato, quando non contrastato la sovranità iraniana? Sarà che forse l’Iran tutto sommato non è stato mai colonizzato, e non ha quindi prodotto generazioni di vendicatori? Sarà che il problema non è affatto l’islàm o quel che i testi sacri dicono – che ripeto, tutti i musulmani del mondo dovrebbero sapere che è necessario discostarsi dal senso letterale degli stessi – ma le condizioni di vita delle persone, e indirettamente le condizioni di vita di un Paese? La sua indipendenza, la possibilità di vedersi governati da chi rappresenta una porzione maggiore di società (altro discorso: il tragico assetto del MO che abbiamo deciso nel 1916, che ha prodotto società divise, in cui è sempre fortissimo il rischio che una minoranza etnica o confessionale governi su un’altra non appena vince una elezione), e non da chi è utile agli equilibri energetici o finanziari del mondo?

Nessuno poi sembra considerare che aldilà del radicalismo di matrice islamista, oggi sulla bocca di tutti, si sta creando un altro solco, nel mondo, che divide sempre di più chi crede da chi non crede, tra chi si sente inserito in una “tradizione di valori” e chi se ne chiama fuori, affermando il primato dell’individu. E’ curioso pensarci, ma l’attentatore di Colorado Springs ha una visione del mondo terribilmente simile a quella di cui si fa portatore chi ha ucciso 130 persone in due ore a Parigi.

Una visione da Stato etico, ognuno con il suo, tremendamente simile a quello dell’altro, anche se nessuno dei due conosce davvero l’altro. Tra gli islamisti – anche non violenti, preme ricordarlo – è diffusa la semplificazione, l’essenzializzazione della realtà occidentale, anche in misura maggiore di quanto noi non facciamo con il mondo islamico: per loro noi siamo una civiltà monolitica, interamente dissoluta, corrotta, che anche se si professa cristiana (quando in realtà molti di noi non si professano più tali) in realtà è votata al satanismo. Qualcuno di loro, specularmente a quanto fanno alcuni di “noi”, tendono a fare il passo successivo, e identificare la cultura cristiana con quella ateista. Per loro, non esiste alcuna differenza tra un Christopher Hitchens e un David Cameron, tra un membro dell’UAAR e Giuliano Ferrara. Siamo tutti membri dell’occidente corrotto. Come loro, per alcuni di noi, sono tutti, ad alterne intensità, dei fanatici, dei potenziali terroristi, dei nemici della libertà individuale, degli amanti della sottomissione della donna.

Continuo a pensare che quello che sta accadendo nel mondo imponga una riflessione profonda: prendere atto che nel mondo – questo mondo che ci permette di entrare in contatto con tutti, ma che ci permette anche di isolarci completamente dal prossimo, sviluppando un senso di estraniamento – oggi esistono milioni, anzi miliardi di persone che pongono la religione al centro della propria esistenza, un’esistenza che immaginano “guidata” in misure diverse dai principi che estrapolano da impianti ideologici e dogmatici diversi; ne esistono altrettante che ritengono invece la religione come un fatto non solo privato, ma legato unicamente alla propria coscienza individuale, al proprio rapporto con l’ignoto, più che con Dio: una spiritualità, un senso del limite, più che una religiosità. Si tratta di un conflitto che secondo me è destinato ad acuirsi nel tempo, e che vedrà nel tempo l’opposizione tra categorie di persone che oggi faticheremmo ad immaginare nemiche. E questo gruppi di persone tendono a non parlarsi nemmeno, a non confrontarsi.

Mi sono dilungato, perché scrivendo mi rendo conto che il discorso sulla confusione tra fini e mezzi ne apre almeno altri dieci, egualmente importanti.

Mi pare però importante dire a tutti i musulmani di non nascondersi, di non avere paura di rivendicare la propria identità, e di chiedere anche il nostro aiuto, di quelli tra i non musulmani che hanno interesse e si augurano che i musulmani rimangano tali, e non rinuncino a nulla di quel che sono: perché se si lascia il monopolio dei simboli e del linguaggio islamico alla mercé di criminali senza scrupoli – che confondono l’islàm con la pedissequa, ottusa e letteralista imitazione, riproduzione di ogni azione/pensiero/impresa realizzata dal Profeta 1400 anni fa, in un contesto troppo diverso da quello odierno – si finirà per fare il loro gioco. Fin quando un uomo non potrà gridare “Allah Akbar” in un aeroporto – perché sull’i-phone gli arriva la notizia della promozione della figlia – senza essere fermato dalla polizia o peggio, questo non sarà un mondo normale: saremmo ancora malati, malati di certezze.

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