Asimmetrie informative sulla guerra in Siria

Vedo che spesso molti giornalisti – anche attraverso la fraternizzazione con attivisti all’interno degli schieramenti, che hanno tutto il diritto di esser tali – si rendono strumenti, inconsapevoli interpreti di un diffusissimo sentimento anti-sciita e anti-persiano, innegabile (e non è discorso di essere jihadisti o violenti, parlo di razzismo, come quello nei confronti degli albanesi qui tempo fa), diffuso ahimè in tutto il mondo arabo e propagato dai potenti mezzi di comunicazione del Golfo. Un sentimento di matrice quasi razziale, che trova peraltro la sua perfetta espressione anche in ambito militare (proposta dell’Arabia Saudita di costituire un commando militare congiunto nel golfo, con esplicite funzioni anti iraniane, finanziamento gruppi qaedisti in TUTTI i paesi confinanti con Iran, da Afghanistan a Pakistan fino a Iraq), in ambito commerciale-energetico (politica dei prezzi bassi del petrolio di Ryad, gasdotto siriano), religioso (finanziamento gruppi che hanno obiettivo dichiarato di uccidere sciiti in quanto tali, a prescindere da affiliazione politica, poiché percepiti come falsi musulmani, attacchi agli sciiti in aumento in KSA), e in ambito strategico (alleanza di comodo con Tel aviv pur essendo evidente incompatibilità di fondo).

Qui non si tratta di fare il tifo per qualcuno, si tratta di individuare le ragioni geopolitiche di ogni attore, e la loro legittimità alla luce della propria sicurezza, della preservazione della propria sovranità territoriale, che in questo secolo è stata spesso minacciata in quella regione.

Chi paragona l’intervento iraniano in Iraq a quello americano davvero non ha capito un cazzo, così come chi paragona quello russo a quello americano: la Russia, di cui non condivido nè la politica estera ambigua nè la gestione delle minacce interne al Paese, è intervenuta nell’unico paese in cui aveva una base navale nel medirerraneo: una cosa che gli Stati Uniti avrebbero fatto (e che in passato hanno fatto) sin dal primo minuto della guerra, fossero stati nelle stesse condizioni. Sappiamo tutti che gli interessi economici contano, e la Russia – fino a quando non ha bombardato a settembre – non ha fatto altro che cercar di preservarli, e preservare un proprio alleato, legato a Mosca da trattati militari firmati decenni fa.

L’Iran – ancora di più – è intervenuta in Iraq su esplicita richiesta di un governo (anzi di due: c’è anche quello del Kurdistan iracheno, che a nessuno piace mai ricordare, ma Barzani ringraziòp per prima Teheran per le armi: eravamo a giugno 2014), quello di Al Maliki al tempo, che peraltro era l’antica espressione del volere americano in Iraq (ci si ricorderà che Al Maliki per gli iraniani era la seconda scelta nel post-saddam, loro preferivano Jafari), non in modalità imperialiste o per conquistare Baghdad. Certo, c’è la protezione dei luoghi santi di karbala e najaf, che peraltro è sancita dal trattato di Qasr e Shirin di 300 anni fa.

E’ intervenuta in Siria con consiglieri ed Hezbollah perché la Siria era l’unico alleato regionale, e anche un bambino delle elementari sa bene che i trattati di alleanza militare vanno rispettati: Siria e Iran – cucù – ne avevano uno in essere, e da molti decenni. Punto. Gli Stati Uniti, per dire, intervennero e sono sempre intervenuti in paesi in cui non avevano alcun interlocutore, in paesi i cui governi le erano ostili, in Paesi che NON GLIELO AVEVANO CHIESTO, oppure in cui avevano alcuni oppositori come interlocutori, oppositori che spesso si militarizzavano e provavano il colpicino di stato; la Siria – che è e rimane un regime, guidato da un uomo che non può più stare dove sta, colpevole di aver ucciso centinaia di migliaia di persone – non è un “fantoccio” iraniano, come non lo è Hezbollah: altrimenti, mi pare ovvio, oggi Siria e Libano sarebbero due Repubbliche islamiche come l’iran. E invece non lo sono: motivo? L’Iran non punta certo a stabilire una egemonia culturale nel mondo islamico, a cambiare il mondo – aldilà della retorica che serve da collante – a propria immagine e somiglianza. Non ne avrebbe la possibilità. Vuole un vicinato sicuro, al limite alleato, non ostile, controllo della propria sovranità e illimitate possibilità commerciali.

Vuole però, e giustamente, vedersi riconosciuto un ruolo politico regionale, e magari uno egemonico, allo stesso modo in cui gli Stati Uniti sono egemonici in nord e sud america, e altrove. Non ne hanno il diritto? Come a dire: “finora avete deciso voi (paesi occidentali) che assetto dovesse avere la regione. Ora vogliamo dire la nostra anche noi, anche perchè scusate tanto, ma in questi decenni ci avete creato solo problemi ai confini (ricordiamoci tanto per rinfrescarci che la guerra Iran-Iraq vide il sostegno dell’occidente a Saddam)”.

E invece vedo che tutto ciò è lungi dall’essere chiaro, e un motivo basilare e concreto c’è: sono tanti coloro che sostengono per varie ragioni l’iranofobia, anzitutto perché il regime iraniano è celebre per non essere simpatico; e d’altra parte manca il reale contrappeso, dato che gli iraniani all’estero sono forse l’unica comunità mediorientale quasi totalmente ostile all’attuale regime, oserei dire in larghe parti atea (l’unica ad esserlo, non trovi egiziani atei) e spesso nostalgica dello shah, propensa a rimpinguare la retorica anti iraniana.

Vedo attivisti giornalisti e osservatori che spingono la loro iranofobia fino a renderla fuorviante anzitutto per loro stessi, fino a dimenticarsi di segnalare non dico ogni, ma almeno qualche musulmano sciita ucciso in varie parti del mondo (come se sciita=filoiraniano), allo stesso modo in cui lo fanno con ammirevole solerzia nel caso siriano (caso in cui certamente occorre denunciare i massacri perpetrati da Assad e da alcuni gruppi ribelli). Continuo a ricordare che gli sciiti sono una minoranza presa di mira in quanto tale nel mondo musulmano, sin dai tempi di al Qaeda e molto prima sia della guerra in Siria e dell’invasione dell’Iraq nel 2003, e spesso hanno l’unica protezione nell’Iran (o meglio solo in Iran sei al sicuro come sciita, anche se lo sei meno come essere umano pensante, con idee politiche non affini a quelle del regime). Ho capito che non vi stanno simpatici come i curdi (che dal grosso dell’opinione pubblica temo siano ancora percepiti come non musulmani, o comunque come “poco musulmani”, poco islamycy), però a volte basterebbe tenere presente la realtà, numeri spesso anche banali. Milioni di sciiti che oggi scappano dalla Siria già erano scappati dall’Iraq di Saddam verso la Siria, perseguitati da quello che noi chiamavamo laico, visto che aveva un vice cristiano.

Coloro che dimenticano tutte queste cosine sono peraltro – e curiosamente, devo dire – le stesse persone, in genere, che per ragioni forse di opportunità non scrivono e non hanno mai scritto una sola sillaba su quello che fa Israele con i palestinesi da varie decine di anni: anzi, a volte li trovi proprio a rimproverare severamente coloro che continuano a denunciare i crimini che Netanyahu o alcuni suoi predecessori hanno commesso in questi decenni, non equiparandoli a quelli di Assad (orrendi), non sovrappondone le logiche: sono ritenuti tutti rei di non paragonare esplicitamente al Assad a Netanyahu, come se le due cose c’entrassero qualcosa; come se non fosse evidente che in realtà dire merda di Assad è divenuto – e ci mancherebbe, – totalmente accettabile, sacrosanto, popolare presso chiunque, mentre vi invito a proporre un pezzo o a mettere la stessa verve e la stessa passione rispetto a quel che accade in Israele. Bene che vada sarete presi come complottisti, anti massonici da complotto giudaico. E il pezzo non lo vedrete pubblicato su una testata di rilievo.

La verità è che – lo so, sa molto di complotto antico, di filopalestinismo anacronistico, di bandiere della pace, ecc, di sesso e droga libere eh – parlare di quel che accade in Siria e insistere con una narrazione che vede solo un colpevole è un utile palliativo, un medicinale che si somministrano coloro che ne parlano per non parlare di altro. Fammela prendere con un dittatore, su, così faccio il mio e non devo parlare, nemmeno accennare ad altro.

Il problema di fondo sta anche nella difficoltà che abbiamo a riconoscere le nostre colpe, perché le nostre colpe sono la premessa ineludibile, poi ci sono le motivazioni contingenti. La rivolta contro Assad non è legittima, è STRA-LEGITTIMA. Il problema è che indubbiamente le ragioni di chi ha voluto la rivolta si sovrappongono a quelle di chi vede la rivolta solo come una occasione per prendere possesso della Siria, farne un altro afghanistan e isolare l’Iran, cioè l’Arabia Saudita e, fosse accaduto anni fa, senz’altro anche gli Usa, molto più preoccupati di Teheran di quanto non lo siano di altri (ed è grave, perché Teheran a parte Tel aviv, ampiamente ricambiata, non minaccia NESSUNO di noi).

Il problema è che se gli Stati Uniti in particolare, ma avvolgerei il nastro fino al 1916, non avessero contribuito a creare un pericoloso isolamento attorno a Teheran a partire dal 1979, probabilmente oggi Teheran non avrebbe avuto i problemi avuto in passato coi Talebani; non avrebbe il problema al Qaeda in Iraq dal 2005, o Jundullah in Balucistan; e avrebbe sostenuto Asad 20 giorni, non di più (d’altronde Rafsanjani, ma anche altri, sono contrari all’appoggio ad Asad, e vengono definiti imprudenti in Iran). Lo ha sostenuto fino ad ora perché vi piaccia o no, ma Teheran continua ad essere isolata nella regione, e ad avere miliziani dell’Isis a 200 km dal confine, che ogni giorno inneggiano all’invasione della Persia e allo sterminio degli sciiti (che in Iraq sono organizzati in milizie, molte delle quali composte da sunniti e sciiti, altre invece solo da sciiti, che si rendono anche protagonisti di efferatezze e rappresaglie ai danni di civili sunniti accusati di appoggiare Daesh), e cyber imam sauditi a 100 km dalle coste che inneggiano alla fitna ogni santo giorno.

E l’isolamento, specie per un regime, produce paranoia. La paranoia produce tentativi di securizzazione preventiva. La securizzazione preventiva produce o alimenta, ahimè, la guerra.

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Anniversari – Muntazar al Zayidi e G.W. Bush

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Esattamente 7 anni+1 giorno fa, a Baghdad, Muntazar al- Zaydi, giornalista iracheno dell’emittente al Baghdadiya, musulmano sciita, decise di divenire l’idolo di tutti noi, lanciando una scarpa da passeggio a G.W. Bush, che la schivava per un pelo, e dicendogli “Questo è un bacio d’addio da parte del popolo iracheno, cane!”. Poi ne lanciò un’altra, sempre schivata, dicendo «questo è per le vedove, gli orfani e tutti quelli che sono stati uccisi in Iraq!”.

Al Zaydi, per quel gesto che ogni iracheno con una dignità avrebbe voluto compiere, fu condannato per “vilipendio a un capo di Stato straniero” ad una pena di 3 anni di reclusione, poi ridotta a 9 mesi per buona condotta. Bush, invece, dipinge quadri nella sua villa in Texas.

Visto come sono andate le cose in seguito, penso ci siano ragioni per credere che Muntazar oggi lo rifarebbe, magari sostituendo la scarpa con un gatto incazzato, o con un topo gigante

Il valore della sovranità e la diversità iraniana

Della democrazia, delle varie forme e declinazioni di un sistema con caratteristiche democratiche più o meno marcate, più o meno effettive, più o meno consolidate, si potrebbe parlare un anno intero senza sosta, e senza probabilmente arrivare a stabilire una verità che vada bene a tutti.

Io penso che la democraticità di una società sia importante, e tendo ad associarla anzitutto al pluralismo, alla condivisione del valore del dubbio, alla conflittualità (una società conflittuale è una società in cui esistono disaccordi) e alla rappresentatività: una società che permette alle persone di sentirsi rappresentate presso le istituzioni è una società più democratica di quella che non lo rende possibile. Un’altra caratteristica è l’autonomia, che a noi pare scontata, ma che per molti paesi ha costituito e costituisce una questione di primaria importanza: ed è superfluo dire che per chi decide o vuole decidere il proprio destino, è preferibile un sistema politico endogeno e condiviso ma “rozzo”, rispetto ad uno imposto dall’esterno, estraneo al tessuto sociale ma sofisticato ed “avanzato”.

Un sistema condiviso può cambiare, nella misura in cui cambiano le componenti interne, nella misura in cui mutano pelle, si evolvono coloro che lo hanno prodotto; un sistema non condiviso, e “calato” dall’altro, andrà sempre, prima o dopo, incontro ad un rigetto, e lo farà per lo stesso motivo per cui lo si è imposto: per la democrazia. Perché le persone, prima o poi, con tempi e modi diversi, si accorgono che quel sistema non lo hanno messo in piedi loro. E lo vorranno, giustamente, cambiare. La storia del Medioriente, che ora andremo incidentalmente a citare, è piena zeppa di questi esempi, che arrivati a questo punto dovrebbero peraltro farci riflettere.

Qualche amico, per gioco, ogni tanto mi dice che sono “filo iraniano”, che quando posso “difendo” quel Paese, quel “regime”, e che sembra che per me non abbia difetti. Chi mi conosce e chi ha parlato con me di Iran sa che invece io sono critico nei confronti del Paese, di molte sue contraddizioni e di come è distribuito il potere. Non ho motivi per “difendere” un Paese intero o un regime, a sua volta composto da persone di diversa sensibilità, e a dire il vero mi pare difficile difendere un aspetto del Paese senza finire per criticarne un altro.

C’è però un motivo per cui – contrariamente a quanto fanno la totalità dei media occidentali – non parlo quasi mai dell’Iran quando mi capita di parlare di problemi di democrazia in Medioriente:

oggi, nell’area che va da Casablanca a Islamabad, l’Iran, assieme alla Turchia, è l’UNICO paese mai fisicamente colonizzato (le forme di colonialismo economico come sappiamo abbondano e l’Iran non ha fatto eccezione, pagando in concreto con un colpo di stato a guida CIA nel 1953) dall’Occidente nella sua storia, ed è quindi anche l’unico ad avere un sistema giuridico e politico istituzionale endogeno, frutto del SUO tessuto sociale (o di parte di esso, quella emersa più decisamente, quella più organizzata dopo e durante la rivoluzione del ’79), delle SUE contraddizioni, della sua sociologia. Anche l’Arabia saudita, tecnicamente, non è stata mai colonizzata. Ma l’Arabia saudita non ha una storia. Israele è invece troppo giovane, e non aveva bisogno di essere colonizzata essendo nato come avamposto occidentale, “faro di civiltà nelle terre selvagge d’oriente”.

Per noi che abbiamo la memoria corta è difficile ricordare tutto e mettere in fila le cose ma tutti i Paese mediorientali (che brutta parola!) colonizzati nel corso del secolo scorso, fanno o hanno fatto i conti con crisi di rigetto, con corti circuiti dovuti alla realtà di una società che cambiava al suo interno, e che voleva autodeterminarsi, contrapposta a quella di elitès, di sovranuncoli, di famigliole regnanti vogliose di arricchirsi svendendo pezzi di paese a Paesi esportatori di civiltà e di mantenere il proprio personale potere, spesso assicuratogli proprio da questi stessi Paesi occidentali ed esportatori di civiltà.

I paesi francofoni hanno ereditato codici civili napoleonici e/o penali occidentali, e lo stesso è valso per la struttura dei loro sistemi economici, spesso concepiti secondo i criteri di economisti europei pagati dai paesi coloniali di riferimento, basati sull’esportazione, e in molti casi sulla svendita di prodotti locali più o meno preziosi, a beneficio di questi stessi paesi coloniali; i Paesi anglofoni hanno in qualche caso mantenuto l’appartenenza al Commonwealth, e in quasi tutti i casi hanno avuto in eredità istituzioni e meccanismi politici anglosassoni: era il caso della prima bozza di costituzione indiana per esempio, o alcuni aspetti del sistema giordano.

In tutti questi paesi, dall’Egitto, al Marocco, all’Algeria, alla Giordania, fino al Pakistan, un tratto comune è impossibile da ignorare: la mancanza di più o meno TUTTI i parametri proto-democratici sopra elencati, dalla autonomia alla rappresentatività; la presenza, ciclica, del TERRORISMO, di movimenti che prima o dopo ricorrono alle armi per “cambiare le cose”, per dare forma ad una idea di società che in modalità pacifiche non è possibile realizzare.

In Iran, il terrorismo è sostanzialmente assente, se non si considerano le ormai estemporanee azioni terroristiche del movimento qaedista di Jundullah, attivo a fasi alterne nel Balucestan e, secondo Teheran, sostenuto dal servizio di intelligence pakistano. Il loro leader Abdolmalek Rigi nel 2010 aveva peraltro confessato di essere stato sostenuto dalla CIA, ma questa è altra storia.

In Iran, non si può certo dire che le libertà individuali e i diritti umani vengano estensivamente e universalmente rispettati ma è altrettanto vero che questa mancanza di libertà spesso non è dissimile a quella riscontrabile altrove, in Paesi che magari non hanno alcun evidente riferimento al teocentrismo o alla “islamicità” della Repubblica, ma che sono egualmente prive di adeguate garanzie. D’altronde un nome non fa primavera: anche perché la Corea del Nord in coreano è la Chosŏn Minjujuŭi Inmin Konghwagukm, cioè la Repubblica popolare DEMOCRATICA di Corea. E capite bene che di democratico c’è pochino, così come non necessariamente uno stato che si definisce “islamico” è più islamico, o più “teocratico” di altri che non lo fanno. Al solito, conta la sostanza.

L’Iran oggi costituisce, a modo suo, un esempio per il mondo islamico, segnalando la possibilità di prendere una strada, una delle tante possibili, e di farlo da soli: l’unico sistema – Turchia a parte – che è il prodotto di forze interne al Paese, della loro dialettica e del loro conflitto, e di una rivoluzione: l’unica a carattere popolare che la Storia riconosca, dal 1789 ad oggi. Non è un aspetto secondario, è fondamentale.

Non è solo una questione di risultati ottenuti: nonostante una recente (1980-88) guerra, nonostante sanzioni enormemente limitanti per una economia basata in buona parte (ma non unica: c’è un settore industriale rilevante) sull’esportazione di gas e petrolio, l’Iran ha tassi di mortalità infantile minimi, tassi di urbanizzazione superiori a quello francese, un sistema sanitario pubblico, un sistema scolastico pubblico (laico: Khomeini non sostituì mai la scuole esistenti con tipiche “madrase” ma le mantenne e moltiplicò), 2276 atenei di diversa qualità, ma accessibili e raggiungibili da tutti, con la cosa che si riflette sull’alfabetizzazione del paese, sostanzialmente universale, e sul numero di universitari, di cui il 68% sono di sesso femminile, con picchi del 75% in certe facoltà scientifiche; nonostante un sistema che si percepisce e in parte è dominato dall’Uomo, ci sono due donne oggi tra le titolari di Ministeri del governo Rouhani, di cui una è anche vicepresidente: Masoumeh Ebtekar, che è anche la ragazza fluent in inglese e incaricata di parlare col “mondo” durante la crisi degli ostaggi americani sequestrati da studenti iraniani nel 1979.

L’Iran ha sempre dato molto fastidio non per la violazione di diritti umani, ma perché va per conto suo: sono le parole usate proprio dal già citato Abdolmalek Rigi, in riferimento al fatto che a suo avviso gli Usa sarebbero più preoccupati di Paesi come l’Iran rispetto a Paesi come l’Arabia Saudita, o anche rispetto ai Taliban: quando decidi da solo, quando non concerti con Washington, quando te ne infischi del Washington consensus sei prima o dopo, e in qualche modo, un problema.

Proprio perché ritengo impossibile paragonare in modo credibile e coerente paesi diversi, gradi di democrazia e di giustizia, benessere complessivo ecc, penso che un criterio sia importante, imprescindibile per valutare in qualche modo il virtuosismo di un Paese, che prescinda dalla maggiore o minore somiglianza al nostro sistema politico, alle nostre categorie: quello dell’autonomia, della sovranità.

L’Iran non è meglio di altri paesi se ci basiamo su un improbabile e contorto criterio qualitativo, normalmente riferito a parametri occidentali: lo è però, se consideriamo che è quel che è essendoci arrivato da solo, senza imposizioni o ricatti dall’esterno, non dovendo rendere conto a nessuno del proprio percorso, se non a se stesso, ad alcune sue anime uscite “sconfitte” dalla rivoluzione (come in tutte le rivoluzioni, peraltro).

Questa motivazione filosofica, simbolica, fa il paio con quella concreta, pratica: l’autonomia, il controllo della propria sovranità produce società meno schizofreniche, e nel medio lungo periodo probabilmente produce meno violenza, meno terrorismo, meno disadattati che vogliono “sparigliare” sparando a qualcuno. Produce anche – e ne è un riflesso – società più conflittuali, meno votate all’adulazione acritica del sovrano illuminato e più votate alla discussione, al litigio, al contrasto tra chi è percepito nel sistema e chi fuori dal sistema, tra chi – riflesso di un passato di colonizzazione economica e culturale – viene percepito come “spia” e chi come “fedele” alle istituzioni, con tutto ciò che ne consegue in termini di paranoie collettive. Produce infine società che possono cambiare, MIGLIORARE, da dentro, come in parte è accaduto all’Iran dal 1979 ad oggi.

A Teheran oggi 1 donna su 3 si rifà, e può rifarsi, il naso; nella Repubblica islamica d’Iran oggi è possibile vedersi riconosciuto, dopo varie visite dallo psicologo, il proprio genere sessuale “alterato” e cambiare sesso, tanto che oggi Teheran ha superato Casablanca come principale destinazione per chi voglia sottoporsi all’operazione; in Iran oggi – complice un problema di tossicodipendenza tutt’altro che indifferente – si discute concretamente di liberalizzare il consumo di marijuana (il possesso di eroina anche in quantità non elevatissime può comportare la pena di morte); in Iran, oggi, nonostante l’esistenza di un certo razzismo all’interno della società verso afghani e arabi, si accolgono quasi 2 milioni di rifugiati, che in passato erano stati prodotti dai bombardamenti americani; in Iran, dove – mentre noi parliamo di integrazione pretendendo di insegnarla al Mondo – convivono persiani (53%), azeri (16%), curdi (10%), luri (/%), arabi (3%), baluci, armeni, georgiani, assiri (1%), turkmeni, shabak, gilaki, qashqai, mazandarani, senza farsi alcuna guerra, a parte quelle stimolate dall’esterno. In Iran oggi vince le elezioni un uomo come Hassan Feridon Rouhani, laureato in Scozia e voglioso di reapproachment con l’Occidente, ma ieri vinceva l’irrequieto Ahmadinejad, prodotto dall’avanguardia dei rivoluzionari, quello che propose di “occupare l’ambasciata sovietica invece che quella americana” durante i disordini del 1979. Un Paese in cui la figura di Khomeini è agitata tanto da chi è fautore di un irrigidimento della società, di una sua chiusura, quanto da coloro che sentono traditi gli ideali della rivoluzione: tanti riformisti – quelli dell’Onda verde – sono khomeinisti della prima ora; ma anche tanti principalisti, ultra conservatori.

L’Iran ha la possibilità di cambiare, evolvere dall’interno. L’Iran ha oggi un futuro, cioè quello che manca a TUTTI i paesi caduti disgraziatamente sotto la “cura-democrazia” da noi gentilmente offerta, e a tutti i paesi i cui sovrani hanno impedito la genesi di una cultura politica indipendente, di una arena, di ideali, valori, idee da mettere alla prova in un modo o nell’altro. E io non ho dubbi: molto meglio una Shar’ia universalmente condivisa e accettata, frutto della concertazione, del conflitto, della discussione interna alla società che la produce, che un sistema “avanzato”, tecnicamente rispettoso di ogni libertà economica, sociale e civile ma che sia stato imposto, somministrato, consegnato ad un paese la cui popolazione non lo riconosce, e prima o poi lo metterà in discussione.

Viene naturale citare nuovamente l’Iran: si sente spesso dire che “durante il regime dello Shah le donne erano libere di non mettere il velo, di andare in giro in minigonna”, il che è vero; si tende però a ritenere questo fatto come il sintomo di una maggiore giustizia, una maggiore libertà, e dunque segnale di una società in qualche modo da rimpiangere: la verità, però, è che le donne in Iran, nel 1975, andavano sì in giro in minigonna, ma rappresentavano una percentuale dell’1% della popolazione, cioè quella – tipica di un sistema ingiusto, verticale, autoreferenziale, privo di connessioni con una società lontana anni luce dalle condizioni dello Shah – vicina ai circoli di notabili dello Shah. Erano quelle che ci mostravano – e i social ci mostrano – per darci un’idea di quanto fosse bravo lo Shah a rendere l’Iran uguale all’America, di cui era il principale alleato regionale, mentre si ignoravano completamente altre iraniane, conservatrici, che portavano il velo, che protestavano per le pubblicità di pin-up in stile Playboy mezze nude in un Paese profondamente religioso, e che venivano reputate delle selvagge da autocrati come lo Shah.

Erano la maggior parte, ma i nostri giornali (e oggi molti nostri libri) le ignoravano, come faceva lo Shah. E infatti il tasso di alfabetizzazione femminile, nel 1965, era del 15% scarso, uno dei più bassi della regione (così come il tasso di mortalità infantile era il più alto in assoluto), visto che molte donne delle campagne avevano la scuola più vicina a 5-6 ore di distanza; oggi, a prescindere dalla qualità, il tasso è il più alto in assoluto in Medioriente, circa l’88% (dati 2009). Durante il regime dello Shah erano disponibili alcune libertà, e nella fattispecie quelle utili alla soddisfazione di ceti (residualissimi) che guardavano al modello americano più che a quello di chiunque altro. Erano le libertà vendibili, pubblicizzabili; ma sopratutto, erano libertà calate dall’alto, funzionali alla suggestione dell’Occidente e alla felicità di donne che pagavano migliaia di dollari per andare in scuole americane dalle parti di Saadabad. Il diritto alla scuola era sostanzialmente assente, come quello alla salute. Ma a “noi” interessava più che ci fossero donne che potevano mettere la minigonna, un indumento peraltro estraneo alla millenaria cultura locale, religiosa o meno. Oggi continuano a non interessarci i progressi da tutti i punti di vista – e nonostante sanzioni molto limitanti – di un Paese che ha scelto una SUA strada, e dunque meritevole di rispetto fosse anche SOLO per questo motivo; e continuano a interessarci molto le sue malefatte, il suo antimperialismo dal sapore antico, i sui proclami contro Israele, le sue donne col chador e i suoi austeri mullah (che in molti casi hanno una sensibilità 100 volte più democratica di tanti militarotti in giro per la regione, nostri alleati).

Non penso che “l’esportazione della democrazia” di matrice statunitense sia negativa a causa dell’oggetto esportato, come alcuni sottendono; penso invece che su un piano puramente ideal(istico) (e quindi non quello dei politici, che pensano al concreto) la volontà di diffondere la democrazia sia lodevole. La volontà, il desiderio, la speranza.

L’esportazione della democrazia è invece problematica per il “mezzo”, per il fatto che la “esportazione” presuppone in un caso o nell’altro, in un modo o nell’altro, una violazione della sovranità e degli equilibri socio-politici interni del Paese in cui si vuole esportare. Ciò è ancor più vero in un mondo interdipendente, globalizzato, inserito in un processo di omologazione che vede comunque un Paese in particolare a far da guida, in un sistema percepito ancora come unipolare, o semi-unipolare. La democrazia non è in nessun caso sbagliata: lo è però esportarla, e la storia inizia a renderlo evidente. Cerchiamo di ricordarlo quando tracciamo la linea di demarcazione che divide tra buoni e cattivi.

Un pensierino fugace sulla “riforma” nell’Islàm

Innanzitutto è necessario precisare che:

Ayan Hirsi Ali
Ehsan Jami
Sultan al Qassemi
Ali A. Rizvi
Salman Rushdie
Mohammad Hegazy
Loubna Berrada

per citare i più conosciuti, NON sono (più) musulmani, sono anzi in gran parte atei. Non possono, quindi, esser presi per rappresentanti di alcun “islam moderato”, né tanto meno per i futuri protagonisti della cosiddetta “riforma” dell’islam, che sempre più persone invocano.

Non è un riformatore – ma credo non ci sia bisogno di dirlo – il presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi, checché ne dicano i Ferrara, i Panella, i soliti ciarlatani insomma.

Poi, in caso, si può parlare di riforma, sempre tenendo presente che una “Riforma” (non so, tipo quella di Lutero, che però non è che fu proprio pacifica e vissuta con serenità, oltre al fatto che Lutero in sè non è che fosse un angelo, anche tralasciando la storia dell’antisemitismo.. i contadini tedeschi del tempo ne sanno qualcosa) nell’islàm necessita anzitutto di una risposta ad un quesito fondamentale:

chi minchia dovrebbe guidarla, dal momento che non c’è un Papa, non c’è un clero con potere di magistero unico sui fedeli, e non c’è un potere centrale che rappresenti terzi più di quanto non rappresenti se stesso? Come si chiedeva qualche tempo fa Mehdi Hasan, a quale porta di quale Moschea o di quale istituto, un “riformatore” islamico dovrebbe affiggere le sue 95 tesi? E chi dovrebbe leggerle, e per conto di chi altro?

Sarebbe già difficile sparigliare nel mondo sciita, il 15% del mondo musulmano, dove in teoria esistono autorità più o meno clericali (ma non un Papa e nemmeno un capo assoluto), e dove esiste anche un’altra netta divisione politica tra chi si oppone alla crescente egemonia iraniana e alla legittimità del vilayat-e-faqih, chi invece la condivide e ci vede un esempio. C’è Al Sistani, che la pensa molto differentemente da Khamenei. C’è un Mesbah Yazdi, matto come un cavallo, ma c’è anche gente come un Golpaygani (che peraltro va per il 98 anni). Personalità diverse che concepiscono soprattutto la politica, poi la Shia, e in parte l’islàm, in modo diverso.

E’ sbagliato continuare a paragonare monoteismi diversi. “Il Cristianesimo ha diviso fede e ragione”, “il Cristianesimo è più moderno”, e altre amenità diffusesi in modo graduale e sotterraneo. E poi occhio, che in teoria una “riforma” islamica – limitata alla Penisola arabica in un momento geopolitico particolare – ha prodotto l’Arabia Saudita con il suo wahhabismo di Stato. E temo in generale che nel mondo globalizzato una riforma possa essere guidata o “venduta”, promossa, solo da chi detiene il maggior numero di denari. Come al solito, come in tutto.

E indovinate un po’, amici miei, chi è che eventualmente si offrirebbe di investire dei soldini per “guidare” una qualsivoglia Riforma, pubblicizzarla, universalizzarla (sempre per assurdo eh, vedi sopra)…..

Forse sarebbe la volta buona che il wahhabismo saudita si appropria dei diritti d’autore della parola Islàm, in toto,e se ne fa unico rappresentante. E noi, a quel punto, potremmo ripetere in coro – senza doverci sentire, come dovrebbero quelli che ora lo fanno, dei beoti – che “l’Islam è il problema”.

No, niente riforma dai. Riformiamo il nostro sistema di percezioni piuttosto, e studiamo con l’obiettivo di capire, non per ricercare conferme a pregiudizi.

La guerra all’Is, tra ricorsi storici e conti che non tornano

Ora io non vorrei essere maligno, e non sono nemmeno un gran esperto di cose militari. Una cosa però mi sembra lampante: l’autoproclamatosi Califfato è ancora lì, forse non forte come prima ma è ancora lì, saldo nella sua capitale, Raqqa, che un tempo era persino una città mediamente occidentalizzata. E allora riflettiamo tutti insieme, tenendoci per le manine.

L’invasione dell’Iraq da parte degli Stati Uniti diede luogo ad una guerra iniziata il 20 marzo 2003: quaranta giorni dopo, il 1 maggio 2003, George W. Bush pronunciava quel grottesco, surreale ed emblematico discorso sulla portaerei Abramo Lincoln, quello delle forze del bene che “have prevailed” sul regime di Saddam, davanti ad uno striscione con su scritto “Mission accomplished” e di fronte a truppe ancora inconsapevoli di ciò che gli sarebbe aspettato. “No, George, la missione è appena iniziata, anche se tu tra un po’ tornerai a dipingere nella tua casetta in Texas”.

L’Iraq, al tempo, seppure logorato da sanzioni (ovviamente sopratutto nel comparto militare), dalla guerra con l’Iran e da quella in Kuwait, aveva ancora un esercito decente numericamente (circa 450.000 uomini tra esercito e guardia repubblicana più i paramilitari), un’ aviazione rispettabile e un territorio non facile da penetrare totalmente. Aveva anche delle armi chimiche, come si era notato nell’88 ad Hallabjah, quando furono usate contro i soldati iraniani nelle trincee. L’Occidente lo sapeva, ma decise di girarsi dall’altra parte. Dopotutto, Saddam poteva fare fuori Khomeini, il nemico principale, responsabile di aver tolto agli Stati Uniti il proprio principale alleato nella regione, quell’Iran che era una “isola di stabilità in una delle regioni più problematiche del mondo”, nelle parole di Jimmy Carter di ottobre ’78, qualche settimana prima che a Teheran scoppiassero i disordini e la rivoluzione.

Quaranta giorni. La coalizione dei volenterosi, che poi si sarebbe rivelata quella dei volenterosi di cercare rogna, ci mise quaranta giorni a spodestare Saddam (che verrà arrestato a dicembre 2003), prendere il controllo del porto di Umm Qasr, dei giacimenti petroliferi del sud, dei ponti sul Tigri e sull’Eufrate, di Baghdad. Solo Hilla e Karbala resistettero un pochino di più, complici le tempeste di sabbia e un principio di “unità” che poi avrebbe saldato le milizie sciite contro “l’invasore americano”. Dopo meno di un mese dall’inizio dell’assedio cadde anche Tikrit, la città natale del Raìs.

L’Is, seppur ben armato, molto più motivato dell’esercito di Saddam e in grado di reclutare da un bacino di disadattati grande com’è grande il mondo, è invece ancora lì. Milizie sciite, pashmerga, milizie miste (come la Ansar al Maja’iah), esercito iracheno, esercito siriano a parte, sopra i cieli del Siraq ci sono 12 aviazioni diverse.

Gli Stati Uniti hanno iniziato i raid da più di un anno; la Russia, dopo aver rincoglionito di propaganda anche i sassi, bombardano da settembre, un po di qua e un po’ di là, ma più di là; la Francia ferita ha promesso fuoco e fiamme, compiendo ricognizioni e raid qua e là; Israele compie incursioni in Siria, e finalmente lo ha ammesso; aviazioni giordana, turca, qatarina (con i Rafale francesi nuovi di zecca), da 4 giorni anche quella britannica, tutti partecipano alla festa di Natale (in maschera); ma i regali da scartare sono sempre lì, e nessuno sembra curarsene. Si gioca al gioco della bottiglia, per far passare il tempo.

Non è che non mi fido eh. Solo che non capisco. Le postazioni militari dell’Is non sono nemmeno la metà di quelle irachene del 2003; l’area controllata dal Califfato è in buona parte desertica, grande poco meno dell’Inghilterra, e i miliziani non dispongono di una aviazione.

Quelli dell’Isis sono peraltro, tecnicamente, in trappola: se proseguono a ovest incontrano l’ormai ostile Al Nusra e poi l’esercito del regime siriano. Se invece provano a espandersi a est incontrano prima il grosso del comando centrale di Baghdad supportato dei pasdaran e poi i pasdaran stessi, che non aspettano altro che poter lanciare l’allarme alle frontiere di Ilam e Kermanshah, e infornare altri volontari. Non è forse un caso, infatti, che abbiano ripreso a compiere attentati in Occidente, in pieno stile al Qaeda. Sono in difficoltà.

Però sono ancora lì. Minacciano, reclutano, attirano, proclamano. Io non credo che l’Is si sconfigga militarmente: non sconfiggi un’idea, un progetto, una valvola di sfogo di un sentimento di frustrazione con le bombe. Specie se chi se ne fa rappresentante, le bombe è pronto a farsele esplodere addosso.

L’Is si sconfigge necessariamente rubandole manodopera, rendendo poco competitiva, poco conveniente, poco affascinante, poco islamica la scelta di unirsi ad esso: ed è chiaro che oggi, nel mondo, troppe persone hanno troppo poco da perdere. E la religione no, non c’entra. Si sconfigge non solo dialogando coi musulmani, questo è ovvio come è ovvio il sole; si sconfigge facendo emergere un islam pubblico, occidentale, europeo, in cui confluiscano più persone possibili: non fai smettere un eroinomane di essere tale, somministrandogli camomilla. Devi dargli il metadone, prima.

Però ecco, quando si annunciano le cose, poi di solito si fanno. Ho sentito tanti proclami, li ho segnati tutti, da Mosca a Washington a Londra, passando per Ankara e Tel aviv, che ogni tanto provava il tranello di Hamas=Isis, chiedendo il via libera al mondo. Li ho sentiti, mi son detto “ecco, via con la guerra”, e invece siamo ancora qui. In attesa del prossimo attentato, che dia luogo alla prossima coalizione. Poi arriva Natale.

Altre precisazioni sull’Is da parte di un “buonista”

Cerchiamo di chiarire un altro punto importante sull’Isis.

Uno degli argomenti preferiti dai venditori di paura, a parte quello dell’Is che “uccide in nome di Allah”, come se ciò fosse rilevante ai fini della comprensione dei meccanismi violenti, è quello che tende a ironizzare su quello che è ormai divenuto quasi un luogo comune: il terrorismo nasce dal disagio sociale e dalla miseria.

“Guardate Abaaoud, o il killer di San Bernardino, o gli attentatori delle Torri Gemelle (alcuni dei quali dottorandi in Germania), non c’entra l’emarginazione, è l’islam!”.

Credo che il problema nasca al solito dalla tendenza a semplificare molto il quadro, per dare una spiegazione lineare A ad un fenomeno lineare, che si ritiene spiegabile con A,B,C, eccetera. Invece a me sembra che il discorso vada affrontato su più piani, perché ognuna delle generalizzazioni che sentiamo in giro sull’Is, contiene una parte di verità. Dipende dall’angolazione da cui si guarda il fenomeno.

– E’ verissimo che il terrorismo nasce dal disagio sociale, e/o se ne nutre. Come ha spiegato Olivier Roy, ciò è vero essenzialmente per i foreign fighters, che ingrossano le fila del Califfato in Siria e, quando non sono in Siria, si “dedicano” ad azioni terroristiche in Occidente.

Questa gente è assolutamente calata nella realtà occidentale, nel modello individualista e consumistico. Per loro l’islam, la retorica proto islamica, è solo un mezzo, strumento di morte. Gente che – a prescindere dalle condizioni economiche – spesso e volentieri beve, si droga, si rincoglionisce di giochi sparatutto alla Playstation e accumula “nichilismo”, sempre per citare Roy.

Un nichilismo e una tendenza alla violenza che poi devono essere “liberati”: un tempo lo avrebbero forse fatto nei NAR ma oggi le ideologie totalizzanti sono morte. Per cui ecco il disegno jihadista: gratificante, remunerativo, coinvolgente, violento in modo gratuito e spettacolare. Proprio come i videogiochi.

Essere emarginati, vivere nel disagio non significa necessariamente essere poveri. Significa essere sempre più sconnessi dalla realtà, dal prossimo. Significa essere presi in giro a scuola, oppure estraniarsi volontariamente, in questo mondo che ci permette di essere in contatto con tutti ma anche di creare un vuoto attorno a noi. Riguarda tutti noi, l’esclusione sociale. Ma è un tema troppo poco concreto, troppo poco vendibile, troppo “di sinistra” per parlarne seriamente e indagarne le molteplici cause. Tanti foreign fighters, così come alcuni convertiti dell’ultim’ora, conoscono pochissimo il Corano, e raramente sono profili che definiremmo “radicali”.

L’esempio che mi viene da fare è spesso quello dei bengalesi a Roma. Parlateci, se vi capita. Sono tantissimi, e sono tutti musulmani. Non solo: in tutti gli alimentari in cui sono capitato quando mi era finito il parmigiano a mezzanotte, ho sempre individuato una costante, e cioè la radio o il pc acceso sui discorsi di un tizio, tale Zakir Naik, molto celebre nel subcontinente indiano. Lo ascoltano tutti, nessuno escluso (è un po’ di tempo che lo chiedo direttamente ormai, prima che mi coinvolgano loro).

Ogni volta che iniziamo a parlare di islàm – lo fanno liberamente perché tendo a non essere inquisitorio – tutti, e dico tutti, cercano di rendermi partecipe dell’ascolto dei discorsi di Zakir Naik su tutto lo scibile umano. lo fanno con un entusiasmo quasi ingenuo, come se non sapessero che la caccia alle strege è già partita.

Ecco. Zakir Naik, se non lo sapete, è probabilmente il massimo esponente contemporaneo (tra quelli mediatici) del salafismo indiano. Insomma, un duro e puro. La conclusione di ciò dovrebbe essere intuitiva: a Roma ci sono – e da molto tempo – bengalesi che apprezzano molto i discorsi salafiti di Naik: eppure, eppure, il totale dei reati commessi dalla comunità del Bangladesh negli ultimi 30 anni è risibile. Tutti lavoratori, alcuni “integrati”, nel senso che pranzano con il barista italiano di fronte, altri che tendono a ghettizzarsi (meccanism tipicamente salafi), o comunque a vivere per i fatti propri, senza disturbare nessuno e conducendo la propria vita secondo regole private precise.

I bengalesi a Roma sarebbero, in teoria, un potenziale esercito per l’Isis, secondo i già citati venditori di paura. Tutti arruolabili. Tutti “radicalizzati”, tutti “retrogradi”, tutti “salafiti”. Eppure, in Siria non ci vanno mica loro. Ci va il ragazzo che anni fa spacciava e si ubriacava tutte le sere.

– Ovviamente il disagio e l’emarginazione spiega solo parte del processo di reclutamento della bassa manodopera dell’Is. Essa è formata da quelli più o meno inconsapevoli, come quella rincoglionita italiana che ha portato la famiglia in Siria, e ai genitori al telefono diceva di sottomettersi anche loro, sbraitando e pronunciando frasi a caso, spacciate per versetti del Corano. Disadattati per varie ragioni, trovano nella retorica islamica – non nell’islam – nel linguaggio e nei riferimenti islamici, un carburante per la propria vita altrimenti vuota, frustrante, inspiegabile.

Il grosso dell’Isis, che ci piaccia o meno, nasce invece a causa dell’invasione statunitense dell’Iraq, su questo ci sono pochi dubbi, e il suo ingrossamento sul terreno deriva anche dalla saldatura con la rivolta in Siria, gradualmente monopolizzata da forze simili (colpa anche occidentale se oggi Fsa conta come il 2 di bastoni quando regna denari).

Nasce dallo sfaldamento dell’esercito iracheno (e dell’Iraq stesso), dalla distruzione totale della sua aviazione (emblematico che lo scorso anno l’Iran come parte del sostegno a Baghdad abbia restituito alcuni velivoli sequestrati durante la guerra 80-88), dal licenziamento in tronco anche di migliaia di funzionari baathisti che mai avevano impugnato un’arma, situazione che ha prodotto milioni di disoccupati in un paese già in guerra con se stesso, e con un settarismo crescente. E’ ormai di dominio pubblico il fatto che i quadri superiori di Daesh sono composti da persone che 20 anni fa, probabilmente, avremmo definito “laici”.

Cioè: lo so che ormai non va più di moda dire che le colpe di questa situazione sono soprattutto occidentali, nella misura in cui quando una cosa viene ripetuta troppo dai “complottisti”, a prescindere dalla possibilità che sia veritiera o meno, viene automaticamente percepita da tutti come non vera (altro esempio celebre è il “linciaggio” della parola imperialismo, che ha un senso preciso eccome, in ogni paese del mondo tranne il nostro. Ma molti lo hanno svuotato di valore) ed è impossibile riproporla. Però è così: Isis non sarebbe nato senza una invasione.

E se non fosse nato, magari oggi avremmo una al Qaeda sempre più forte, che compie azioni terroristiche ma non controlla territori. Certo, c’è anche la responsabilità dei musulmani: ma dove vogliamo collocarla, a che livello? Che siano chiari coloro che si oppongono alla soluzione del dialogo. Cosa si vuol fare, impedire ai musulmani di esserlo? Dare alle fiamme tutti i passaggi controversi del Corano…una nuova Inquisizione?

L’isis non è spiegabile con l’Islam. O lo è in misura incidentale, residuale. Sarebbe come voler spiegare la mentalità, le ragioni e gli obiettivi dei mafiosi con il Vecchio Testamento. Magari si trovano cose in comune, ma non spiegano nulla.

L’Isis ha capito di poter raccogliere reclute in contesti diversi, con strumenti diversi, insistendo su aspetti diversi, cercando sempre di vendere una idea perfetta di redenzione e di società, e usando diverse esche in un Occidente che produce emarginazione con facilità disarmante. E’ più probabile che in Siria, o a sparare sulla folla al Colosseo, ci vada il vostro italianissimo amico appassionato di sparatutto, armi e palestra, che un uomo con barba e ghalabeya originario di Dhaka, Islamabad o Il Cairo.

Lettera di un “buonista” agli islamofobi

Vorrei sapere in concreto, da coloro che forti di un paio di letture divulgative sull’islam si lanciano a pesce in conclusioni sociologiche, quale sarebbe l’alternativa al “dialogo con i musulmani”, moderati o meno, visto che escludono che esista un “islam moderato” e visto che escludono vi possa essere un dialogo con chi si rivendica musulmano nella sua interezza? Quale sarebbe? Chiedere ai musulmani di smettere di esserlo? Ucciderli tutti? Ditemelo, con la vostra consueta linearità.

Vorrei una risposta concreta da chi non ammette sfumature, da chi reputa chi vuole capire “buonista”, da chi ha capito tutto, da chi è certo di cosa sia l’islam e quanto “moderato” possa essere. Se non ci sono sfumature, se c’è il giusto e lo sbagliato, me lo dite voi cosa opponete al dialogo con un mondo che cresce a questi ritmi? Una soluzione ce l’avrei: sparite tutti voi, così i musulmani – moderati, non moderati – non cadranno nell’errore di confondervi per interlocutori.

I musulmani moderati – per l’ennesima volta – non solo non esistono, ma sono una categoria priva di senso, che spesso utilizzano gli stessi musulmani per tranquillizzare, stretto nell’angolo dalla caccia alle streghe (scusate lascara pacatezza ma per dire il mio professore di arabo algerino, nel giro di una settimana, è stato portato due volte in commissariato senza alcun motivo, per poi essere rilasciato dopo 2-3 ore). Un musulmano è un musulmano e l’islam è un sistema di valori a cui si ispira a diversi livelli: poi, quel musulmano è anche una persona, che se ha problemi di N generi la cosa si rifletterà anche nel suo modo di vivere la religione, la vita. In Iran sono molto conservatori: eppure perché non ammazzano gli infedeli? Perché ci sono più chiese a Teheran di quante moschee ci siano in tutta italia?

Un musulmano “moderato”, se dobbiamo per forza usare questo termine, è un musulmano (una persona) pacifico, cioè che non ritiene giusto o opportuno imporre o combattere per una idea di organizzazione sociale e politica della società. Tecnicamente, un salafita tunisino è un moderato (come lo è un fascista che però non ha alcuna intenzione di rimettere in piedi il PNF, e se ne sta tranquillo dove sta, con i suoi valori e le sue rigidità), perché nella sua condizione quietista, auto emarginandosi dalla vita pubblica e ghettizzandosi in ambienti che percepisce come “puri”, non da fastidio a nessuno. Ha le sue regole di condotta, punto. Possiamo discutere se siano giuste e possiamo discuter(lo) nel momento in cui il salafita queste regole vuole renderle universali, ma finisce lì.

Dal punto di vista religioso, cosa era Salah Abdeslam? Un moderato, secondo i criteri di alcuni. Cioè: un ragazzo che beveva, spacciava, scopava ecc. Ora: un ragazzo del genere non sarebbe percepito come musulmano in nessun paese a maggioranza musulmana. Bere e fumare a parte, un musulmano è perlomeno uno che adempie ai cinque pilastri della fede. E gran parte dei ragazzi “sradicati” delle banlieu, o del lungomare di Nizza, a pregare in vita loro non sono mai andati. Fanno i piccoli criminali, e la radicalizzazione dipende da una esigenza di sentirsi realizzati, parte di qualcosa, di una banda, di un movimento o addirittura un novello Stato. Un tempo sarebbero finiti in movimenti politici diversi, ma le ideologie sono ormai morte.

E’ fuorviante questa storia dei musulmani moderati, perché temo che implicitamente si intenda “musulmani che rinuncino a essere musulmani”.

I profili dei foreign fighters e dei matti protagonisti di attentati in Europa sono diversificati ma quasi nessuno è quello di un tipico “musulmano devoto, che non beve non fuma non si droga e picchia la moglie” (ovviamente questa è la definizione macchiettistica, universalmente accettata): sono quasi sempre ragazzi come tanti, magari in condizione di disagio per N motivi, ma insomma ragazzi pienamente calati nella cultura consumistica e individualistica. Altro che Umma mondiale.

Continuare ad assecondare questa stupida narrazione letteralista non fa altro che fare il gioco dei wahhabiti: che appunto, al pari di alcuni islamofobi nostrani, reputano il “vero islam” quello espunto letteralmente, acriticamente e in modo decontestualizzato dal Corano. Senti i cyber imam di Ryad che dicono “i veri musulmani ammazzano gli infedeli!”; e poi senti l’esperto di turno che dice “è vero, il Corano lo dice, quindi hanno ragione”, e non si accorgono di quanto ammazzino la comprensione.

Il Corano è un testo non solo interpretabile ma perlopiù di carattere storico o semi-storico, per cui ad esempio, il concetto di uccidere i pagani e gli ebrei deriva da una condizione del tempo del Profeta, e non da antisemitismo o da settarismo “fisiologico”: cioè che gli ebrei si allearono con i Quraysh per combattere la nascente comunità islamica, che appunto da lì iniziò una guerra senza quartiere (anche se ci fu anche un patto di non belligeranza proposto agli ebrei dallo stesso Muhammad) contro essi. Una disputa politica, in un tempo in cui peraltro la guerra era cosa normale.

Cosa fanno quelli dell’Is, o i wahhabiti? Prendono il passo con scritto “uccidete gli ebrei” e lo trattano come vero sempre e in ogni momento, con tutto ciò che ne consegue, nella continua, antistorica, utopistica pretesa di ricreare la stessa società del deserto di 1400 anni fa, ripetendone pedissequamente azioni, frasi, percorsi.

Gente che a volte fa ridere non solo i musulmani ma gli stessi religiosi: qualche settimana fa quel matto di Anjem Choudary (“l’imam di londra”, lo chiama qualcuno…) ha detto ad una tv araba che è giusto fare la guerra da bambini perché il figlio di un amico del Profeta, secondo un hadith che conosce solo lui, era andato in guerra a 8 anni (la cosa era più articolata la sto riasssumendo); è stato umiliato in studio, dai conduttori arabi e musulmani che gli chiedevano dove avesse letto una roba del genere. E Choudary, poverino, stava lì nell’angoletto ad annaspare, mentre in un talk show nostrano avrebbe zittito tutti. E’ un continuo: questa gente qua gode nel vedere che creduloni nostrani dicano “ahh vedi, quello è l’islam. Lo dice il Corano!”.

Ma il Corano NON è l’islam, non lo esaurisce (e di per se stesso non ha quasi nulla di normativo). Loro lo sanno, e se ne approfittano, arrivando non solo a stravolgere il senso delle parole, a prendere hadith per credibili o forti quando sono inventati o deboli (secondo le catene di trasmissione)…si spingono fino a evitare lo sforzo di capire e riprodurre direttamente le “situazioni” che si erano create al tempo: come a dire, dovremmo rinunciare alla Tv (era quello che facevano i talebani) perché al tempo del Profeta non esisteva. Follia, malattia mentale. Non islam.

Questa gente al mondo è relativamente poca, ma ha una visibilità enorme, enorme, grazie ai soldi a disposizione di tutti i programmi tv e radio condotti da imam wahabitit da Doha, Ryad, Jeddah e dove volete, in grado di arrivare nelle tv dei musulmani anche in Indonesia.

E voi, islamofobi ed esperti dell’ultim’ora, non fate che dargli ragione ogni giorno di più. E tutto, perché non avete voglia di sforzarvi ad andare oltre al significato letterale. Esattamente lo stesso problema che hanno analfabeti criminali travestiti da musulmani.

La parola più pronunciata nel Corano, dopo Allah, non è “jihad” o altri paroloni di cui vi sporcate sempre la bocca per qualche click in più: è “ilm”, che significa conoscenza.

Ancora sul terrorismo [un po’ meno]

Va per la maggiore oggi, tra certa stampa islamofoba e per osmosi ahimè tra una parte dell’opinione pubblica, addurre un preciso “argomento” quando si parla di terrorismo, che loro identificano quasi totalmente con quello di matrice islamica:

“Il problema è l’islàm e quel che dice. Perché non trovi mai cristiani che uccidono “in nome” di Dio, mentre trovi musulmani che uccidono in nome di Allah?”

Di solito non discuto un argomento del genere perché trovo le risposte ovvie, ma ancor più perché trovo queste domande assolutamente irrilevanti e un po allarmanti a dire il vero. Ma tant’è, proviamoci.

Perché non ci accorgiamo che l’islàm – o meglio l’islàm rivendicato dai terroristi. E non è una questione di definirli musulmani “veri” o “falsi”: nell’islàm non c’è un clero, il rapporto tra fedele e Dio è diretto e ognuno interpreta come crede, oppure mutua volontariamente interpretazioni altrui – è il mezzo, e non il fine? Che è un elemento del linguaggio, un’esca, e che il problema risiede negli individui e non in una religione, in una tradizione culturale di 1400 anni?

Uccidere “in nome della liberta” rende la libertà un concetto pericoloso, rende la libertà il problema? Uccidere nel nome del comunismo/fascismo/quelchevolete, cioè per imporlo, rende necessaria una analisi del tipo di società che una di queste ideologie prevede? Non necessariamente: rende necessaria quella delle ragioni che spingono a uccidere e morire indiscriminatamente per esse, o pensando di agire per esse.

[Ciò imporrebbe di aprire una piccola parentesi sui salafiti, di cui avrete sentito parlare di più ultimamente: statisticamente e concettualmente a me, stanno sul cazzo, sia chiaro. Solo che Molti, per semplificare, e in modo curiosamente simile a quanto fanno spesso gli iraniani e gli sciiti (perseguitati da IS e al qaeda, anzi obiettivi principali), assimilano i salafiti ai membri dell’Isis e di al qaeda.

Uno li vede e dice: tra la vita privata quotidiana e la concezione letteralista e un po ottusa dell’islam – in tempi di pace – di un salafita di Tunisi e quella di un membro di al qaeda non c’è grande differenza. No è giusto però metterli sullo stesso piano: storicamente, i salafiti hanno un approccio per così dire “quietista” rispetto alla politica: il loro modo di costruire la società “ideale” e’ tendere a eclissarsi, a volte ghettizzarsi, sempre o quasi sempre in modo pacifico, nella speranza di costruire “dal basso” – con l’educazione dei figli eccetera – la società anacronistica che immaginano.

Non vogliono imporre nulla a nessuno, solo essere lasciati in pace. Potremmo semplificare chiamandoli “i salafiti pacifici”, che poi mi pare la discriminante per temere o non temere qualcuno, anche se è vero che il salafismo può essere anticamera di una futura trasformazione militante o in altri casi può essere reso esso stesso “militante”, nel cAso in cui la demografia volga a proprio favore (cioè mai). Certo, sarebbe opportuno dialogare con chi tende a marginalizzarsi, per quanto complesso possa spesso essere. Ma è un altro discorso.]

Se ci pensiamo bene, la parola ‘libertà’ in Italia e’ forse la più (ab)usata nell’arena politica italiana e nei discorsi pubblici in genere (e potremmo dire in tanti altri ambiti: nel cinema nella musica eccetera), specularmente a quanto avviene nel mondo musulmano con la parola Islam, o con la parola “Allah”. In Italia tutti i partiti di tutto lo spettro politico oggi usano la parola libertà. “Morire per la libertà” viene considerata una virtù, perlomeno in senso lato: ovvio, perché siamo abituati alla pace, e diamo a queste cose un significato metaforico, forse a volte perdendone di vista il Significato e dimenticando che il concetto è stato tutt’altro che metaforico in tempi non troppo lontani.

Chi è abituato alla guerra, alla precarietà, alla quasi necessità di dare alla vita un peso relativo minore di quello che gli si darebbe in tempo di pace e benessere, può più facilmente trovarsi a morire per una causa.

Non è ovviamente il cAso degli attentatori di Parigi ad esempio, (ex)membri dell’IS. Qual è il problema dell’IS? Il fatto che sgozza la gente? No, sarebbe un problema minore, e sappiamo benissimo che in guerra tutti fanno cose orribili, i buoni come i cattivi; Il fatto che fanno attentati? In parte sì, ma allora non sarebbero diversi da altri; il fatto che siano potenti militarmente? Ovviamente no; il fatto che tutti i musulmani li appoggiano, o anche la metà, un terzo, un quinto, un decimo? Chiaramente no; il problema è che sono islamici? No. Il problema, molto semplicemente, e’ la volontà di prevaricare. L’imposizione, che è peraltro spia della mancanza di libertà. Il problema è che l’Is, in teoria, ha un progetto di respiro globale, che prescinde dal consenso, volto a imporre una idea di società al Globo.

Dobbiamo entrare nell’ordine di idee, uscendo dalla logica della civiltà superiore, che il problema non è il modello di società ma il fatto che debba essere imposto, e nella fattispecie mediante una guerra su un territorio e azioni terroristiche e improvvise (appunto: volte a creare terrore) in Occidente: per dissuaderlo, spaventarlo, manipolarlo, eventualmente.

Questo, ovviamente, nel caso dell’Is, di al qaeda, di tutti quelli che come si direbbe a Roma “ce credono” (all’imposizione di una società perfetta alle terre a maggioranza islamica e poi al mondo). Perché per gli altri, per chi non ha mire di questo tipo – mi viene in mente un palestinese che milita in una della decina di piccole milizie (mal)armate della Striscia, anche di orientamento diverso da quella principale, la brigata izzedin al qassam di Hamas – il discorso è quello sopracitato.

“Morire in nome di Allah”. È una questione di linguaggio, di simboli. Simboli e linguaggi che sono nel caso dell’IS il mezzo con cui attrarre reclute che in quanto musulmani (in condizioni sociali o psichiche più o meno precarie) sono “sensibili” alle parole Allah, Islam, e tutto quel che si portano dietro, e imporre un’idea di organizzazione della società, rozza, autoreferenziale e ripugnante; nel caso di chiunque altro, un “morire in nome di Allah”, e’ il nome che si dà in un certo senso alla propria libertà, l’espressione di una volontà di affrancamento da una condizione negativa. Non si muore per Allah se si sta bene al mondo, vergini o non vergini.

Se continuiamo a concentrarci sul mezzo e non sul fine non ne usciremo mai. Continuare a porre l’accento sul fatto che “uccidono in nome di Allah”, e non su CHI, perché, quanto e dove uccidono, ci si continuerà ad avviluppare negli stessi ragionamenti e nelle stesse paure di oggi, di sempre.

Sul Terrorismo [Quando il dubbio vive sottomesso alla certezza]

L’origine pakistana degli attentatori di San Bernardino ha fatto rientrare in molti il timore di dover prendere le distanze, ma più che altro di dover alzare gli occhi dal proprio ombelico e dalle proprie convinzioni: per fortuna, sono islamici. Fossero stati cristiani come il tizio di Colorado Springs, avremmo dovuto porci un problema più ampio forse. E in ogni caso si sarebbe posto il problema di come vendere un po’ di paura sui giornali: che facciamo, diciamo che so’ cristiani devoti, come un buon numero di americani?

Rispetto allo stato dell’arte delle paure del Mondo, continuo a pensare che si tenda a confondere il fine con il mezzo. No, non lo dico per “giustificare i musulmani”. Credo che la questione sia più complessa e provo a spiegarmi, con la consueta prolissità.

Come trovo fuorviante porre al centro della riflessione sui motivi di un gesto criminale l’etnia o la confessione religiosa dell’autore, trovo anche ridicolo il processo “compensatorio” opposto, quello che – dopo eventi come quello di Colorado Springs, o quello di ieri, prima che si sapesse che i due responsabili erano di origine pakistana – si affretta a ricordare al pubblico che “i terroristi sono anche cristiani”, figlia dell’idea – ormai inflazionatissima – che “le religioni sono tutte negative, dannose”.

Trovo tutto ciò la sublimazione della banalità, una scappatoia, che è motivata sempre da un elemento, che precede un eventuale razzismo, settarismo, islamofobia, cristianofobia o quello che volete: la tendenza a semplificare, a essenzializzare la realtà per renderla più semplice.

Attenzione: si tratta di un sentimento assolutamente umano, comprensibile quando è vissuto in buona fede. Il mondo è ogni giorno più complesso e abbiamo sempre più bisogno di spiegazioni concise, esaurienti, lineari, che vorremmo sommare ad altre spiegazioni per comporre nella nostra testa un’idea del mondo elementare, che non lasci spazio ai dubbi. Anche se il dubbio è il sale della comprensione, ed è forse il reale tratto caratteristico di una sempre più liquida civiltà occidentale. L’unico che dovremmo preservare, difendere e promuovere gelosamente.

Il fine e il mezzo, dicevo. Prima che fossero resi noti i nomi degli attentatori di San Bernardino, mi era venuto spontaneo fare una “battuta”, sul fatto che nello stesso paese che a lungo ha ritenuto giusto “esportare” la democrazia e la civiltà laddove si riteneva non esistessero, si verificano con una crescente frequenza e da un numero di anni ragguardevole, episodi di violenza e di terrorismo, perpetrati da fanatici di varia natura. Mi ero chiesto, con una battuta, appunto, se non fosse il caso di esportar loro un po’ di civiltà, visto che negli Stati Uniti attentati come quello sono abbastanza frequenti: nelle 714 cliniche abortiste di Planned Parenthood sparse per il territorio nazionale, ogni anno si sventano una media di 3 attacchi. Non sono episodi: esiste una tendenza, un sentimento di diffusa ostilità verso i temi bioetici.

D’altronde gli Stati Uniti sono un Paese mediamente molto religioso, dove si giura sulla Bibbia quando si va al governo. Dove sono nate una cosa come 30000 confessioni religiose minori, costole varie di un cristianesimo rivisitato in più modi. Sono realtà che girano attorno a valori molto simili a quelli promossi da islamisti radicali, e con la stessa ostilità verso i non credenti. Voi direte: e perché non fanno attentati, o meglio, perché ne fanno di meno, perché non sono organizzati in commandos e sono invece sempre lupi solitari, quando sparano?

E qui secondo me entra in campo la sociologia: sono la misera e sopratutto la condizione di guerra, o di mancanza di pace, a fare la differenza. Togliete la luce, l’acqua, le scuole, ospedali agli evangelici della cittadina del Texas, metteteci della tensione sociale dovuta alla debolezza e la corruzione diffusa nelle istituzioni, e avrete esattamente lo stesso scenario che trovate in un villaggio ai margini di Islamabad. Il problema è il valore della vita, che varia da luogo a luogo e non è mai fisso, è sempre mutevole. Dove la vita vale poco, a prescindere dal peso della religione, si tenderà a sacrificarla per poco. Se sei abituato alla violenza, sarai violento: la tua violenza sarà poi “condita” da riferimenti religiosi, perché sei nato in Afghanistan, dove la religione ha un peso enorme. Ma sono riferimenti, ornamenti, cornici. Per questo non è possibile equiparare ogni tipo di azione suicida: quello a Parigi è un po’ diverso dalle azioni disperate di un palestinese fino al 2000, quando Hamas aveva a disposizione una ventina di mitragliatrici in tutto e alcuni suoi militanti si martirizzavano.

L’america – meravigliosa, varia, multiculturale – è e rimane un paese che il giornalista iraniano-americano Hooman Majd ha descritto in una frase, che certo è iperbolica ma che fa riflettere:

“Mi scuote spesso un pensiero, e cioè che le volte che torno in Iran vorrei tanto che con me ci fossero i cristiani evangelici americani: se facessero un giro per l’Iran odierno, potrebbero trovarlo seriamente molto simile al modello di società ideale che puntano a costruire in America: sostituite Allah con Dio, Mohammad con Gesù, mantenete la stesse nozioni pubbliche e private di “peccato”, “castità”, “salvezza”, “volere di Dio”, ed ecco a voi che avrete la vostra Repubblica Cristiana”.

Insisto sul fatto che gli Usa siano un Paese molto religioso perché spesso il livello di religiosità viene utilizzato come un fattore sufficiente a spiegare buona parte delle tendenze ad utilizzare la violenza. Quando in realtà ciò è assolutamente falso, o perlomeno fuorviante. E lo dico da persona che non ha mai fatto un’ora di catechismo in vita sua.

Un fanatico è un fanatico: non è importante quale sia il mezzo del suo fanatismo. Una persona che ammazza 5 persone in una piazza perché “stufo della mancanza di libertà”, e “in nome della libertà”, è meglio di uno che ammazza 5 persone perché “stufo della mancanza di regole, della decadenza dei costumi”?. Secondo me sono uguali, e il loro problema non è la libertà o l’islam, ma il peso che danno ad esse rispetto alla società che li circonda. La facilità con cui utilizzano la violenza, l’imposizione. E’ nell’essere disposti a morire per punire il mondo del fatto che il mondo stesso non è come lo si vorrebbe.

E’ importante capire perché una persona arrivi ad esserlo, un “terrorista”, quali sono i motivi che lo hanno spinto a mettere davanti alla sua vita – e a quella degli altri – un “ideale”, giusto o sbagliato che sia. Abbiamo il dovere di cercare di comprendere, perché è ormai troppo tempo che esistono persone del genere, in ogni continente e per le ragioni più disparate.

In una bella lettera scritta all’indomani dell’9/11 alla Fallaci, Tiziano Terzani diceva:

“A te, Oriana, i kamikaze non interessano. A me tanto invece. Ho passato giorni in Sri Lanka con alcuni giovani delle “Tigri Tamil”, votati al suicidio. Mi interessano i giovani palestinesi di “Hamas” che si fanno saltare in aria nelle pizzerie israeliane. Un po’ di pieta’ sarebbe forse venuta anche a te se in Giappone, sull’isola di Kyushu, tu avessi visitato Chiran, il centro dove i primi kamikaze vennero addestrati e tu avessi letto le parole, a volte poetiche e tristissime, scritte segretamente prima di andare, riluttanti, a morire per la bandiera e per l’Imperatore. I kamikaze mi interessano perché vorrei capire che cosa li rende cosi’ disposti a quell’innaturale atto che e’ il suicidio e che cosa potrebbe fermarli. Non si tratta di giustificare, di condonare, ma di capire. Capire, perché io sono convinto che il problema del terrorismo non si risolverà uccidendo i terroristi, ma eliminando le ragioni che li rendono tali.

Niente nella storia umana è semplice da spiegare e fra un fatto ed un altro c’è raramente una correlazione diretta e precisa. Ogni evento, anche della nostra vita, e’ il risultato di migliaia di cause che producono, assieme a quell’evento, altre migliaia di effetti, che a loro volta sono le cause di altre migliaia di effetti. L’attacco alle Torri Gemelle è uno di questi eventi: il risultato di tanti e complessi fatti antecedenti. Certo non e’ l’atto di “una guerra di religione” degli estremisti musulmani per la conquista delle nostre anime, una Crociata alla rovescia, come la chiami tu, Oriana. Non e’ neppure “un attacco alla liberta’ ed alla democrazia occidentale”, come vorrebbe la semplicistica formula ora usata dai politici. Un vecchio accademico dell’Universita’ di Berkeley, un uomo certo non sospetto di anti-americanismo o di simpatie sinistrorse da’ di questa storia una interpretazione completamente diversa. “Gli assassini suicidi dell’11 settembre non hanno attaccato l’America: hanno attaccato la politica estera americana”, scrive Chalmers Johnson nel numero di The Nation del 15 ottobre.”

Se rileggete questo discorso, vi accorgerete che è mosso da un solo sentimento: la volontà di capire, di porsi un dubbio. Non è né pro, né contro qualcuno o qualcosa.

Perché, nella società massmediatica, delle frasi virali, dei verba oltre che degli scripta manent, siamo così ottusamente ipnotizzati dal peso delle parole? Perché “Allah Akbar” (“Dio è il più grande”, un intercalare che i musulmani utilizzano a margine di ogni situazione, dal gol della propria squadra al bel voto a un esame) diventa il fine, invece di rimanere il mezzo? Perché è sufficiente dichiarare di agire “nel nome di” per essere trattati ufficialmente come i suoi rappresentanti? “Uccidono in nome di Allah: è quello il problema”.

Uccidere nel nome della “libertà”, rende la libertà un concetto pericoloso, estremista? Attenzione perché è la stessa cosa: anche la libertà è soggetta a varie interpretazioni, come l’islàm e più di quanto non lo sia il Cristianesimo, che ha comunque un clero centrale – clero che non esiste nell’islam – con potere di magistero unico sui fedeli, che può stabilire in definitiva e universalmente ciò che è giusto e ciò che è sbagliato.

Con l’islam e con la libertà no: entrambi possono essere utilizzati da soggetti diversissimi (e non necessariamente consci di cosa sia la libertà, o di cosa sia l’islàm), se ne possono assorbire i linguaggi, le parole d’ordine, il simbolismo, per renderli lo “stendardo” di una azione terroristica, o di un disegno criminale.

E noi ci caschiamo a pesce: così vedi i Magdi Allam che nel dire che “quelli dell’Is sono i veri musulmani, l’islàm è violenza” ricalcano esattamente le parole dei cyber-imam wahhabiti, convinti che il vero islàm sia proprio quello, il loro (forte di una tradizione di meno di 300 anni); oppure assisti impotente all’attribuzione ufficiale da parte di tutti i media del nome “Stato islamico” all’area sotto il controllo di Daesh, legittimandoli ancora di più sul piano dialettico e simbolico. E lo sappiamo tutti che i simboli sono importanti per la memoria collettiva. Per la nostra, e anche per la “loro”, dove per “loro” io intendo i nemici della civiltà. E non certo i musulmani, che svariate volte nella mia vita la civiltà me l’hanno insegnata, regalata, infilata in tasca, lasciata sul tavolino della cucina senza chiedere nulla in cambio.

Il mezzo è la retorica religiosa, che può attingere da un linguaggio sterminato, efficace, adatto a ogni tempo, e ad ogni registro, ad ogni esigenza, e fornisce sempre la possibilità di sposare una causa e sentirsene parte anche solo per mezzo delle parole. Essere o diventare musulmani è un esempio adatto a spiegare questo meccanismo: pochi sanno che per diventare musulmano basta recitare la shahada, e sul piano della prassi (ma non sempre) è sufficiente adempiere ai cinque pilastri della fede. Insomma, per chi si sente emarginato – da tutti i punti di vista: non si parla di povertà, è emarginato anche chi viene escluso dagli amici, bullizzato, anche in contesti benestanti – è molto facile cadere nella trappola della cieca adesione, dell’appartenenza, del lasciarsi guidare da un sistema di valori e di organizzazione societaria predefinito e immobile, immutabile. E’, per l’appunto, semplice. Perché tutti ricerchiamo in qualche modo la semplificazione, chi in un senso e chi in un altro, chi in un momento chi in un altro.

Questo è il mezzo. Il fine è invece un altro, sia nel caso degli attentatori del Bataclan che in quello delle cliniche abortiste. Il fine è il senso da dare alla propria vita, alla vita del singolo individuo. Che sia un ragazzo emarginato, senza futuro, come quello protagonista dello splendido film “i cavalli di Dio”, di Nabil Ayouch; o che sia un ragazzo come Abdeslam Salah, urbanizzato, europeo, pienamente calato nella cultura consumistica e individualistica, e che fino a poco tempo fa era tutto tranne che musulmano, tra spaccio, consumo di alcol, frequentazione di ambienti promiscui che i suoi superiori di Raqqa non avrebbero approvato, diciamo. Tra i principali autori di azioni terroristiche negli ultimi 20 anni i profili ci sono proprio tutti, anche palesemente incompatibili l’uno con l’altro.

Il problema è che assecondare una spiegazione del genere impone una riflessione più ampia, e un allontanamento dalla “verità” che cosi comodo ci fa: significa recuperare un discorso molto poco vendibile, molto poco mediatico (e lo dico da giornalista), che è quello dei modelli di sviluppo, dei ritmi della globalizzazione e delle degenerazioni – sempre dietro l’angolo – del capitalismo.

Significa chiedersi, in fin dei conti, quali siano le vie da percorrere perché una persona – bianca, cristiana di Colorado spring, o mulatta, “islamica” del Cairo – non arrivi a preferire la morte, sua e di quelli che uccide – al posto della vita. Non è che per caso è un disadattato? E’ come si diventa disadattati? In un modo solo? Quali sono le radici dell’emarginazione? Davvero pensiamo che si emargini chi è religioso, chi è musulmano? Chi porta il velo in luoghi in cui la gente non lo porta?

Quaranta anni fa si sfogava la propria rabbia, il bisogno di dare un senso profondo alla vita aderendo ad organizzazioni terroristiche rosse e nere. Non aderivano solo i poveri, anzi. La povertà può essere un fattore: in un villaggio della valle dello Swat è normale diventare un seguace talebano se sono i talebani a portarti la luce, l’acqua, e magari anche la scuola coranica in un’area in cui la prima scuola è lontana 300 km e ore di macchina. Può però anche essere normale sposare idee radicali rispetto al cambiamento della società se si viene esclusi dal gruppo a scuola. Bin Laden, per dire, era molto ricco. E non solo lui.

A volte, specie per quel che riguarda i giovani in Europa, un jihadista diventa tale perché è così che risolve il “corto circuito” che si è formato dentro di lui: sempre in bilico tra la tradizione – della sua famiglia, del paese di provenienza – e la modernità, tra le canne con gli amici e i libri che gli dicono che fumare è haram. Tra la ragazzetta con cui fa l’amore e l’idea di castità che gli hanno tramandato. Tra il desiderio di mantenersi attaccato alle proprie radici, alla propria identità e quello di vivere in una società che per permetterglielo gli chiede spesso di rinunciare a quelle specificità.

Vi siete mai chiesti per quale motivo in Iran, una Repubblica islamica, con ampi strati di popolazione tradizionalista, conservatrice nei costumi, non esiste sostanzialmente terrorismo (a parte quello di Jundullah in Balucestan, supportato presumibilmente dall’Isi pakistano), e non esistono personaggi che decidono di andare in Europa e compiere azioni terroristiche contro l’Occidente, contro le “sue libertà”, nnostante l’Occidente stesso abbia più volte ostracizzato, quando non contrastato la sovranità iraniana? Sarà che forse l’Iran tutto sommato non è stato mai colonizzato, e non ha quindi prodotto generazioni di vendicatori? Sarà che il problema non è affatto l’islàm o quel che i testi sacri dicono – che ripeto, tutti i musulmani del mondo dovrebbero sapere che è necessario discostarsi dal senso letterale degli stessi – ma le condizioni di vita delle persone, e indirettamente le condizioni di vita di un Paese? La sua indipendenza, la possibilità di vedersi governati da chi rappresenta una porzione maggiore di società (altro discorso: il tragico assetto del MO che abbiamo deciso nel 1916, che ha prodotto società divise, in cui è sempre fortissimo il rischio che una minoranza etnica o confessionale governi su un’altra non appena vince una elezione), e non da chi è utile agli equilibri energetici o finanziari del mondo?

Nessuno poi sembra considerare che aldilà del radicalismo di matrice islamista, oggi sulla bocca di tutti, si sta creando un altro solco, nel mondo, che divide sempre di più chi crede da chi non crede, tra chi si sente inserito in una “tradizione di valori” e chi se ne chiama fuori, affermando il primato dell’individu. E’ curioso pensarci, ma l’attentatore di Colorado Springs ha una visione del mondo terribilmente simile a quella di cui si fa portatore chi ha ucciso 130 persone in due ore a Parigi.

Una visione da Stato etico, ognuno con il suo, tremendamente simile a quello dell’altro, anche se nessuno dei due conosce davvero l’altro. Tra gli islamisti – anche non violenti, preme ricordarlo – è diffusa la semplificazione, l’essenzializzazione della realtà occidentale, anche in misura maggiore di quanto noi non facciamo con il mondo islamico: per loro noi siamo una civiltà monolitica, interamente dissoluta, corrotta, che anche se si professa cristiana (quando in realtà molti di noi non si professano più tali) in realtà è votata al satanismo. Qualcuno di loro, specularmente a quanto fanno alcuni di “noi”, tendono a fare il passo successivo, e identificare la cultura cristiana con quella ateista. Per loro, non esiste alcuna differenza tra un Christopher Hitchens e un David Cameron, tra un membro dell’UAAR e Giuliano Ferrara. Siamo tutti membri dell’occidente corrotto. Come loro, per alcuni di noi, sono tutti, ad alterne intensità, dei fanatici, dei potenziali terroristi, dei nemici della libertà individuale, degli amanti della sottomissione della donna.

Continuo a pensare che quello che sta accadendo nel mondo imponga una riflessione profonda: prendere atto che nel mondo – questo mondo che ci permette di entrare in contatto con tutti, ma che ci permette anche di isolarci completamente dal prossimo, sviluppando un senso di estraniamento – oggi esistono milioni, anzi miliardi di persone che pongono la religione al centro della propria esistenza, un’esistenza che immaginano “guidata” in misure diverse dai principi che estrapolano da impianti ideologici e dogmatici diversi; ne esistono altrettante che ritengono invece la religione come un fatto non solo privato, ma legato unicamente alla propria coscienza individuale, al proprio rapporto con l’ignoto, più che con Dio: una spiritualità, un senso del limite, più che una religiosità. Si tratta di un conflitto che secondo me è destinato ad acuirsi nel tempo, e che vedrà nel tempo l’opposizione tra categorie di persone che oggi faticheremmo ad immaginare nemiche. E questo gruppi di persone tendono a non parlarsi nemmeno, a non confrontarsi.

Mi sono dilungato, perché scrivendo mi rendo conto che il discorso sulla confusione tra fini e mezzi ne apre almeno altri dieci, egualmente importanti.

Mi pare però importante dire a tutti i musulmani di non nascondersi, di non avere paura di rivendicare la propria identità, e di chiedere anche il nostro aiuto, di quelli tra i non musulmani che hanno interesse e si augurano che i musulmani rimangano tali, e non rinuncino a nulla di quel che sono: perché se si lascia il monopolio dei simboli e del linguaggio islamico alla mercé di criminali senza scrupoli – che confondono l’islàm con la pedissequa, ottusa e letteralista imitazione, riproduzione di ogni azione/pensiero/impresa realizzata dal Profeta 1400 anni fa, in un contesto troppo diverso da quello odierno – si finirà per fare il loro gioco. Fin quando un uomo non potrà gridare “Allah Akbar” in un aeroporto – perché sull’i-phone gli arriva la notizia della promozione della figlia – senza essere fermato dalla polizia o peggio, questo non sarà un mondo normale: saremmo ancora malati, malati di certezze.