“Chi sono sunniti e sciiti” (La Stampa), precisazioni

La Stampa ha appena pubblicato questo articolo, che trovo un po’ fuorviante http://www.lastampa.it/2015/11/26/multimedia/esteri/la-differenza-tra-sunniti-e-sciiti-spiegata-in-con-unanimazione-ycZHGoQGC83cH5CMe2hugJ/pagina.html

Dunque, qualche precisazione sparsa (ma è lodevole il tentativo di bignamizzare un qualcosa di così vasto e complesso. Ma tant’è, il “clic” regna sovrano.

1)PILASTRI DEL CULTO – Credo ci sia un po’ di confusione. I pilastri nell’Islàm sono cinque, e rimangono sempre cinque, sia per sunniti che per sciiti. L’ordinare il bene e proibire il male non è un pilastro, e in ogni caso può riguardare sia sunniti che sciiti. Il culto sciita, però, considera anche altri fondamenti dottrinali (argomento che non approfondirei data la pesantezza e complessità), che sono il concetto di Profezia (Nubuwwa), quello dell’Imamato (Imāma), la Resurrezione (Maʿād), che tendenzialmente non riguardano i sunniti (ma attendo di essere corretto da gente più preparata di me).

2)FESTE – Gli sciiti festeggiano anche le feste citate nel caso dei sunniti, mi pare ovvio. Festeggiano l’eid el fitr, l’hajj e l’eid al adha; anche i sunniti festeggiano Ashura, ma le conferiscono un carattere meno luttuoso, e facoltativo. Per gli sciiti, invece, l’Ashura è giorno di lutto e sofferenza, poiché ricorda il martirio di Hussein ad opera delle truppe califfali omayyadi di Yazid I.

3) VELO ISLAMICO – Questa fa abbastanza ridere. Il Corano anzitutto non sancisce un bel nulla riguardo all’obbligo di mettere il velo, ma parla vagamente di coprire le pudenda, in sostanza. Altro discorso se si considera l’immenso spettro degli Ahadith, che però differiscono per livello di affidabilità e autenticità. Detto ciò, non capisco nemmeno la seconda frase: il velo, per dire, è obbligatorio nello sciita Iran (obbligatorio il velo semplice – rouzari – mentre il chador, la tenda nera che copre la figura e incornicia il viso, è facoltativo), mentre non lo è in Pakistan, paese a maggioranza sunnita, o in Egitto, o anche altrove. Le “versioni più rigide” andrebbero contestualizzate meglio: il burqa (quello normalmente blu, con una grata bucherellata all’altezza degli occhi, per permettere di vedere) è diffuso nelle aree rurali e montane del Pakistan e Afghanista, zone in cui è molto difficile (soprav)vivere e in cui esiste una povertà estrema. A parte la commistione che i Talebani hanno operato tra principi shariatici e codice tribale Pashtunwali, c’è da dire (e lo dicono gli afghani con cui ho parlato, afghani di città) che in parte – sebbene assolutamente paradossale in un ambiente urbano – il burqa è motivato dal fatto che dai 3000mt di altitudine, in Afghanistan, si vive di caccia (ma pure brigantaggio eh) e poco altro. Ci sono le tempeste non di sabbia, ma di rocce: sassi grandi come una biglia che ti possono arrivare in faccia, in contesti poco alfabetizzati, privi di servizi fondamentali e molto duri. Nella logica tribale talebana, i guerriglieri vanno in giro a procacciarsi viveri e quant’altro, le donne invece devono occuparsi di prole e casa, oltre a proteggere il loro viso quando il tempo butta male. Ovviamente è una semplificazione, e a me i Talebani fanno abbastanza schifo ed è certo che gran parte delle donne che in aree rurali indossano il burqa lo fanno controvoglia, perlomeno. Ah, il burqa non è islamico. E’ tanto islamico quanto un cappellino nero è cattolico. E’ molto più legato alle aree menzionate, e alla loro cultura.

Il niqab, invece, ha tutt’altre motivazioni. Anzitutto non è obbligatorio, da nessuna parte. Le donne che indossano il niqab (quello nero che lascia scoperti solo gli occhi), nel mondo arabo islamico, nel 90% dei casi sono molto ricche, oppure aspirano ad esserlo, ostentando quanto più possibile alcuni elementi da status symbol. Uno di questi, specie nei Paesi del Golfo, è il niqab, che – un po’ come da tradizione dell’harem – viene indossato sopratutto da donne facoltose che vogliono indicare il loro status da “harem”; in altri casi, probabilmente, il niqab viene imposto dal marito, anche se non esistono affidabili studi statistico-sociologici in merito. Niqab si vedono anche in Nordafrica: in Marocco, Tunisia, Egitto. Non tantissimi ma se ne vedono, e le donne che lo indossano vanno spesso in giro da sole, piene di gioielli e borsette firmate, contrariamente a quanto farebbe pensare il loro velo. Oggi, comunque, il niqab è spesso associato a chi si professa salafita, o wahhabita

Infine: in Iran l’hijab indica l’atto di coprirsi, un “velo generico”. Il velo che tante ragazze mettono nelle città – dei più svariati colori e forme – è il rouzari; il velo nero, come detto (quello più simile al mantello di una suora, diciamo, anche se le forme del corpo risultano ancor più dissimulate) è invece il chador; qualcuna indossa anche l’abaya, più tipico del Golfo.

4) IL CLERO – Vero che nel sunnismo non esiste mentre nello sciismo esiste perlomeno una sorta di gerarchizzazione rispetto al livello di studi effettuati; però è anche vero che le funzioni non sono per nulla uguali al clero come lo conosciamo noi; anzitutto è fondamentale il concetto di Marja e Taqlid, fonte di emulazione, che insiste molto sulla “reputazione” del religioso presso un numero più alto possibile di fedeli: ne discende che anche un religioso che abbia conseguito il grado di “ayatollah” (il più alto) potrebbe risultare meno rilevante di un hojatoleslam, che però ha un pubblico più vasto, un numero maggiore di persone che lo reputa un “marja e taqlid”. In seconda battuta, se si esclude il caso dell’Iran dove il concetto di “velayat e faqih” è stato creato ex novo da Khomeini (infuenzato da sociologi e altri religiosi) e vede delle precise gerarchie e delle precise cornici normative che valgono solo in Iran, anche nello sciismo non esiste un vero e proprio clero, nel senso che il rapporto con Dio del fedele può essere diretto (come nel sunnismo) o anche mediato da un mullah, ma il clero iraniano sciita, cosi come altri, non ha un potere di magistero unico sui fedeli, il potere di stabilire immantinente ciò che è giusto o sbagliato. Diciamo che i chierici nello sciismo hanno un peso maggiore, e un fedele ne sceglie uno da seguire, talvolta per tutto l’arco della sua vita. MA si tratta di un “consigliere spirituale”, in un certo senso. Non c’è una “chiesa sciita centrale”, come il Vaticano per esempio. I religiosi sciiti più seguiti sono, tra quelli in vita, l’ayatollah Al Sistani in Iraq, la Guida suprema dell’Iran Ali Khamenei, il Grand Ayatollah Lotfollah Safi Golpaygani (Iran), il Grand Ayatollah Naser Makarem Shirazi, il pakistano Allama Shaikh Muhammad Hussain Najafi, e altri.

 

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