L’Isis, i curdi, le milizie sciite

E’ interessante tutta questa empatia, questa passione bellica per le gesta dei pashmerga curdi contro l’Is. Davvero, mi commuovo. Lo so: I curdi sono considerati musulmani buoni poiché poco inclini a ostentare la loro religiosità – in pochi hanno la barba – o perlomeno poco inclini a farla percepire al pubblico. Ormai uno dei refrain più ripetuti è “i poveri curdi che combattono soli”, i curdi che “sono gli unici a combattere il Califfato sul campo”.

La cosa risulta grottesca, perlomeno. I curdi iracheni fanno riferimento al Governo regionale del Kurdistan di Masoud Barzani, e sono stati i primi – contestualmente all’esercito iracheno regolare, ridotto all’osso dagli americani con l’invasione del 2003 e la “riorganizzazione” delle istituzioni irachene (si erano scordati l’aviazione e quelle milionate di funzionari baathisti sunniti lasciati senza lavoro da un giorno all’altro) – a ricevere aiuti militari in via ufficiale dall’Iran, il cui ruolo in funzione anti isis viene sistematicamente ridimensionato da tutto lo spettro dei media occidentali.

Gli aiuti militari iraniani ai curdi iniziarono all’indomani della presa di Mosul da parte dell’Isis (giugno 2014), mentre tutte le cancellerie occidentali facevano i conti con le loro contraddizioni e ragionavano su come farle convivere. Fu lo stesso Barzani – musulmano sunnita, per essere chiari eh – a ringraziare pubblicamente Teheran per “il pronto sostegno”, mentre a Samarra arrivava Qassem Suleimani, il comandante delle Brigate al Quds iraniane, per organizzare una strategia di contrasto a Da’esh.

Mentre Teheran riconsegnava all’Iraq bombardieri sequestrati durante la guerra del 1980-1988, mentre stanziava tecnici e consiglieri militari a Tikrit, Samarra, Mosul e Baghdad e impiegava anche i suoi droni Ababil, la nostra narrazione da operetta – quella che se per caso dei “cattivi” fanno cose positive, è importante negare o nascondere queste ultime, per non indurre il pubblico a pensare che i cattivi possano anche fare cose buone, e quindi essere anche un pochino buoni, costringendoci così a ragionare – aveva già preso ampiamente piede: “sono i curdi che combattono la guerra bella, quella per la libertà – che eroi! -, mentre gli arabi sunniti e gli sciiti fanno la guerra brutta, quella per la sharia e per il dominio del mondo”.

Niente, non c’era modo. Era ed è impossibile ammettere che, pur essendo appollaiato su un Asse del Male istituito e brevettato da un dislessico texano divenuto presidente Usa, l’Iran – il temibilissimo, anti-occidentale, anti-semita, anti-americano, anti-tutto Iran – facesse esattamente quel che andava fatto: combattere al Qaeda e tutte le ramificazioni della militanza armata salafita con mire globaliste, di cui isis e’ la versione più “mediatica”, il terrorismo takfiri che mira ad annullare le differenze: prima all’interno del mondo islamico, eliminando gli sciiti, e poi nel mondo intero.

Era impossibile, ed è tuttora impossibile, ricordare, con un minimo di onestà, magari anche in un trafiletto, che i Curdi, proprio i nostri cari curdi iracheni, sarebbero tutti sepolti sotto a 15 metri di terriccio e pietre laviche, senza il sostegno di Teheran e l’azione contestuale della ventina di milizie di autodifesa (gruppi paramilitari) sciite – alcune molto efferate – che operano in Iraq su input di Teheran. Milizie nate in Iraq, formate da cittadini iracheni ed ex (pochi) membri di corpi scelti, sempre iracheni.

Fa un po’ sorridere che gli stessi osservatori inclini a tessere le lodi dell’eroismo curdo si indignino per il modus operandi – anzi, per la legittimità ad operare – delle alleate milizie sciite (come se i curdi ammazzassero con gentilezza), accusate sia di “essere come l’Isis” che di essere “strumenti dell’egemonia iraniana”. In sostanza mercenari che vogliono conquistare il mondo per conto di Teheran, mica fare la guerra ad al Qaeda e all’Isis nel Paese in cui sono nati e cresciuti. Dei perfetti idioti.

Eppure, i curdi non la pensano proprio come le anime belle nostrane: è pieno l’etere – e il web – di filmati non solo di operazioni congiunte tra milizie e curdi ma anche di palesi dichiarazioni di fedeltà, di totale fiducia tra le due forze, di completa intesa.

Sono i curdi che hanno chiesto l’intervento delle milizie sciite lo scorso novembre, quando c’era da “liberare” Tikrit. Hanno richiesto il loro di aiuto, non quello degli Stati Uniti.

C’è anche un filmato postato un paio di giorni fa su Liveleak, in cui un comandante dei pashmerga si lascia andare a espressioni di giubilo e solidarietà con le milizie, e in particolare con uno dei suoi più emblematici comandanti: Abu Azrael, al secolo Ayyub Faleh al-Rubaie, a capo della milizia kata’ib al imam Ali che combatte contro Isis ma è accusata anche di efferateZze contro civili sunniti, spesso accusati di connivenza o di dare rifugio a isis.

Nel video il comandante curdo, che per noi sarebbe un eroe, si rivolge ad Abu Azrael, che per noi sarebbe un terrorista, e gli dice “daje cazzo, sconfiggeremo l’Isis insieme” (mi sono preso una licenza).

Sono i curdi a capire per primi che in una tale congiuntura mondiale il fine è più importante del mezzo, e che le milizie filo iraniane, sebbene tutt’altro che tenere sul campo di battaglia, non hanno alcuna mira genocida, alcuna intenzione di eliminare i sunniti in quanto tali. No, non sono “come l’isis”, e spiego il mio perché.

La guerra è vomitevole. Ma forse e’ il caso di iniziare a prender atto che esiste. E che non si fa con i petali di rosa. La storia contemporanea – per limitarci a quella – ci ha dimostrato che nessuno può dirsi pulito: tutti, dai partigiani a Che Guevara, dagli americani esportatori di democrazia, ai buoni e teneri monaci buddhisti, si sono macchiati di orrendi crimini, orrende rappresaglie durante la guerra, anche a danno di civili, che spesso in guerre asimmetriche sono poco distinguibili dai militari. Tutti. L’isis non fa cose nuove: semplicemente, e’ il primo che – nell’era dei social e dei contenuti virali – le spettacolarizza in modo massiccio.

E va da se, questa isteria collettiva non dovrebbe indurci a perdere di vista il focus, il motivo per cui l’Isis e’ da condannare, il motivo o i motivi per cui fa paura.

Riflettiamoci: davvero l’isis fa paura, deve essere combattuto perché taglia le teste? Perché brucia, distrugge, rapisce? Io credo di no. Io credo che tutto ciò rientri nel campo del metodo, ma non del merito.

Dobbiamo ricordarci, sempre, che il “merito” è un altro: il merito è l’assetto del mondo musulmano, la sua composizione, il suo pluralismo, e in seconda battuta quello mondiale; il
merito, la questione, e’ un intento dichiaratamente genocida (verso gli sciiti, verso i sunniti non salafiti, verso gli infedeli, le diversità, i deboli), all’interno di un disegno politico che, per quanto utopico, e’ di respiro globale. Imperialista, direi.

Il merito e’ l’autoreferenzialita dell’Isis, che si propone di azzerare la differenze nell’islam e ricondurre l’unità dell’umma all’interno dell’ombrello wahhabita, pretendendo anche di svolgere funzioni di clero che non gli spettano, come non spettano a nessuno nell’islam sunnita. La questione è che isis non vuole – come molti paesi “canaglia” o meno, in passato, hanno, in parte giustamente, preteso – essere “lasciato in pace”, ma vuole estendersi, attraverso il terrorismo (per indurre occidente a mettere stivali sul campo) e attraverso fattuali campagne militari.

Le milizie sciite non hanno nessuno di questi obiettivi, anzi si oppongono alla omogeneizzazione dell’islam, e alla sua wahhabizzazione. Lo fanno anche per motivi strategici legati all’Iran, certo, ma non perché vogliono un califfato fatimide (sciita) chissà dove, a conquistare Casablanca, il Cairo e La mecca. Non vogliono attaccare nessuno che non le attacchi o minacci di attaccarli, così come fanno e pensano gli iraniani.

Il dubbio, leggendo i media occidentali in genere, specie quelli britannici, e’ che il motivo per cui si insiste sul “metodo” delle milizie sciite – gridando ai quattro venti la loro eguale minaccia ed efferatezza rispetto all’isis – non è altro che politico, e ha a che fare con il mantenimento di una “postura geopolitica” ormai inaccettabile, anacronistica da parte dell’Occidente, e degli Stati uniti in particolare.

Quando parlano delle milizie sciite al pubblico, i media utilizzano quasi sempre lo stesso linguaggio, avvertendo il lettore – ipnotizzato dalle efferatezze dell’Isis – sulla loro somiglianza con Isis, sulla loro eguale se non superiore “minaccia”.

Già. La minaccia. Ma che minaccia? Una minaccia per noi, per le nostre case, per la nostra libertà, per la nostra sovranità? Niente affatto.

Con sorprendente schiettezza, e tradendo involontariamente un certo bias, i giornalisti che si occupano di milizie sciite – l’ultimo e’ Alllison su liveleak – non a caso parlano di “milizie che uccidono come isis. Milizie che hanno attaccato soldati occidentali,
Che ci odiano, che sono una minaccia per gli Interessi occidentali”. Ops.

Ecco. Il punto, in questo nuovo ordine mondiAle che prenderà forma, dovrà essere chiaro: pretendere di avere interessi propri in paesi che non concordano con la nostra presenza sul loro territorio non è più possibile. E non è giusto, soprattutto.

Pretendere di decidere in casa altrui non è più possibile. Pretendere di vederci riconoscere il ruolo di poliziotti regionali e mondiali non è più possibile. Pretendere di decidere del futuro di un Paese – l’Iraq – lontano 10000 km da casa, e farlo pretendendo che i paesi a esso vicini – l’Iran, che peraltro ha subito una guerra da parte irachena ed è interessata a renderlo perlomeno non ostile – non abbiano diritto – più’ diritto di noi – a occuparsi del futuro di quel paese, e’ sbagliato. E non verrà mai accettato da nessuno. Laico, non laico, radicale, moderato, estremista che sia. È la dignità, baby, che tutti coltivano.

Bisogna anche chiarire un altro fatto, forse poco simpatico da affrontare. C’è una differenza anche tra attentato e attentato, pur essendo tutti molto tristi e condannabili: quando si parla dei passati “attacchi vergognosi contro truppe occidentali” in Iraq da parte delle milizie sciite, per evidenziarne efferatezza e pericolosità futura, si cita spesso l’esercito del Mahdi, quello di moqtada al sadr, che nel primo decennio del nuovo millennio fu protagonista di scontri con le truppe USA nel Paese. Esercito da cui provengono molti miliziani di oggi (sono circa 20-30 le milizie sciite tra Iraq e Siria), compreso il citato Abu Azrael.

E’ ora di dire che nonostante il loro brand di islamicita, o anche di radicalismo se volete, le milizie sciite e quell’esercito del Mahdi attaccavano un invasore, e non certo “la nostra libertà, la nostra modernità, la nostra democrazia”.

Attaccavano chi stava pretendendo di ridisegnare il loro paese al posto loro, per tacere del controllo delle risorse petrolifere. Non attaccavano un missionario, un samaritano, ma un esercito di un paese che aveva appena rimosso un presidente, invaso un territorio e rafforzato la sua presenza militare in un mare, in un golfo, lontano 10000km da casa.

Non pensiamo mai a come sarebbe il mondo, se realmente un paese come l’Iran decidesse che è “giusto”, per gli “interessi di sicurezza nazionale”, avere una flotta stanziata nel golfo del Messico, con tutta l’escalation che ne deriverebbe. È quello che accade da sempre, al contrario.

Quindi si, le milizie attaccavano truppe occidentali ma non lo facevano puntando alla loro “natura”, al loro essere occidentali: lo facevano – e lo fanno oggi con isis – contro un invasore, un ospite non richiesto, un nuovo padrone che si auto percepisce come tale. Per essere padroni a casa propria: ma dimmi tu che strani personaggi. Minacciano nostri intersssi? Forse si, ma sarebbe il caso di ridiscuterne il valore, allora.

Può la sicurezza nazionale estendersi – come gli Stati Uniti continuano a concepirla da 60 anni – fino al mondo intero, non avere confini, ignorare quelli di Paesi sovrani? È’ ancora possibile oggi fare la morale pacifista a qualcuno che abbiamo invaso, a cui abbiamo portato la guerra?

Perché è la guerra, Signori miei, e’ lo stato di guerra permanente a modificare le persone. Lo vedete da voi, quanto sia alto il livello di violenza in medioriente. Perché? Nostalgici delle teorie eugenetiche? Sono intrinsecamente più violenti, o “l’Islam e’ religione di guerra” (sic)?

Siete fuori strada. La violenza è così evidente e così spettacolarizzata perché gran parte delle persone ci sono abituate. Assuefatte. Come sareste, che persone sareste, con un padre ammazzato a Gaza, a Bagdad, Islamabad, a Sana’a, e con la consapevolezza che se non vi farete giustizia da soli mai nessuno la farà per voi, mai nessuno perseguirà i responsabili?

“Abituate alla guerra”, come noi al calcetto la sera. E lo sappiamo: se giochi a calcetto ti abitui al cameratismo alla condivisione della squadra, alla “battaglia” Con l’avversario. Se invece nasci e cresci con la e nella guerra, ti abitui alla guerra e ai suoi ritmi, ai suoi limiti, alla sua retorica. Tutto diventa guerra, tutto è violento, e aumentano le cose per cui si è disposti a morire, diminuendo drammaticamente quelle da perdere. Cambiano le parole, gli sguardi, i valori, le priorità, il respiro, la tolleranza delle piccole e delle grandi cose. Altroche. Chiedetelo ai vostri nonni, come si ragiona in guerra, come è facile essere cattivi, trasformarsi in mostri.

Credo che dovremmo smettere di percepire l’iran e le milizie come dei nemici, come qualcuno che intende attaccarci. Diversi non significa ostili. Dovremmo smettere di pretendere quote di paesi che non rientrano nemmeno nel nostro sistema regionale, mentre sono partner fondamentali per paesi a loro adiacenti. Come prenderebbe Washington un tentativo anche tenue, da parte di un paese di un altro continente, di metterle contro – anche solo diplomaticamente – il Canada o il Messico?

Ci vorrebbe più onesta’. Anche da parte dei media. Non rincorrere più quella necessità pruriginosa di par condicio, per cui si getta eguale quantità di merda su ognuno dei nostri antagonistj, in modo da non fare felice nessuno (oppure tutti), così da vendere l’impressione che si stia dalla parte giusta della civiltà, contro qualcuno, o vari qualcuno, che va sempre corretto, cambiato.

Smetterla di mettere sullo stesso piano soggetti che sullo stesso piano non ci possono stare, e non solo perché gli uni vengono dai gangli della società e gli altri la hanno invasa e tenuta sotto scacco, ma sopratutto perché senza le milizie sciite filo iraniane, oggi, non ci sarebbero né i curdi ne’ forse gran parte dell’Iraq.

Le milizie possono essere composte da avanzi di galera, ma non sta a noi fare la selezione all’ingresso, o giudicare la legittimità della loro guerra in base ai metodi che utilizzano, che sono il prodotto sopratutto di una società in guerra da12 anni. Una guerra, ricordiamoci anche questo, che abbiam portato noi. E se non credete a me, chiedete agli “eroici pashmerga curdi”.

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