C’era una volta il calcio in Siria

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«Le vesti degli eroi sono i sudari della sepoltura, i sudari dei martiri che ogni eroe sta cercando. Voglio mandare un messaggio alle nostre mamme a casa che invocano Allah per noi.

Oh madre, i miei sudari sono nuovi. Preparami un corteo funebre, perché sono venuto da voi come un martire, e coi miei vestiti celebrativi. La mia nuova casa è Jannah (il paradiso).

 

Oh madre, prepara un funerale per me e sii felice a nome mio. Perdonami, o madre.

O madre di un martire, i miei sudari sono nuovi.

Oh madre, raccogli le tue lacrime, rendimi felice sorridendo. Il mio testamento non è il denaro o l’oro, il mio testamento è che tu sia soddisfatta di me. Dai un bacio d’addio a mio fratello e mia sorella… Oh madre, chiama la mia gente e i miei figli a camminare sul sentiero dei martiri».

Di Abdel Basset Sarout, cantore di questi strazianti versi indirizzati alle madri di ragazzi che come lui hanno preso le armi in Siria a partire dal 2011, non si hanno notizie da più di un anno. La guerra in Siria dura da quasi un lustro: secondo l’Osservatorio Siriano per i diritti umani, dal 18 marzo 2011 al 15 ottobre 2015 sono stati uccisi 74.426 civili, di cui 12.517 bambini e 8.062 donne. Il resto delle vittime della guerra—circa duecentomila—sarebbero combattenti dai vari fronti. I rifugiati, secondo l’UNHCR, alla fine del 2014 erano circa 4,1 milioni, mentre le persone costrette ad abbandonare le proprie abitazioni sono quasi 8 milioni.

 

Per alcuni siriani, Abdel Basset Sarout è un pericoloso terrorista, il potenziale leader di un “nuovo emirato salafita nella città di Homs”, come lo hanno definito nel luglio 2011 le forze di sicurezza fedeli al regime di Bashar al-Asad, annunciando una ricompensa di 2 milioni di pound siriani (poco meno di diecimila euro, al tempo) per chiunque lo catturasse; o, come sembra suggerire una foto un po’ sospetta che circola online, un presunto membro dell’ISIS, o dei qaedisti di Jabhat al-Nusra, ai quali si sarebbe unito dopo due anni nella fila del Free Syrian Army (FSA).

 

Per altri è invece un eroe, un’icona della rivoluzione che chiama a raccolta contro il regime siriani di tutte le confessioni, specialmente cristiani e drusi, e smentisce in video il suo supposto radicalismo. Il militante-menestrello, quello che aizza le folle di Homs, la città in cui è nato, cantando in rima canzoni come quella citata (o come questa, o quest’altra) e non lesinando l’effettiva partecipazione al conflitto armato, come mostra il documentario (vincitore del premio della Giuria al Sundance Festival 2014) di cui è protagonista, Return to Homs.

Per tutti i siriani senza distinzione, invece, Abdel Basset Sarout era fino al 2011 il portiere dell’Al-Karamah, la squadra di Homs vincitrice di 8 titoli (gli ultimi nel 2008 e nel 2009) nel massimo campionato di calcio siriano, e soprattutto della Nazionale di calcio siriana Under-20. Il probabile successore di Mosab Balhous, estremo difensore delle “Aquile di Qasioun” (dal nome del monte che domina su Damasco, ndr), come viene soprannominata la Nazionale maggiore, e anche suo compagno nell’Al-Karamah. D’altronde è lo stesso Sarout, mentre si descrive nel documentario, a dire di esser stato nominato secondo miglior giovane portiere d’Asia, non precisando però l’anno.

 

Nato il 1 gennaio 1992, Sarout oggi non è più un calciatore, ma un guerrigliero nel calderone siriano. Per alcuni è addirittura morto e certamente è rimasto più volte ferito: in questo video, pubblicato il 21 marzo 2012, alcuni amici ne testimoniano il ferimento a Khaldiyah, un quartiere di Homs. In un altro, pubblicato qualche mese prima, Sarout parla di un attentato di cui è rimasto vittima mentre se ne sta appoggiato su un divano, col braccio rotto e il viso di chi non dorme tranquillo da un bel po’. Potrebbe essere un portiere intervistato durante la riabilitazione da un brutto infortunio al ginocchio, e per certi versi lo è. Ma quel Sarout, il Sarout portiere, ormai, appartiene al trapassato remoto, alla Siria di al-Asad, una Siria che comunque finisca la guerra, non esisterà più.

 

A dire il vero, anche se non si fosse unito alle rivolte di Homs nel 2011, Sarout non avrebbe rilevato il posto di Mosab Balhous nella Nazionale siriana: non perché non ne avesse la possibilità, ma perché dal 3 agosto 2011 neanche Balhous è più il portiere della Nazionale. Quel giorno le autorità siriane lo hanno arrestato, con l’accusa di dare rifugio a bande armate, di possedere “quantità di denaro sospette” e di essere il sostanziale leader dei “fuoriusciti” dell’Al-Karamah, una delle squadre con il più alto tasso di giocatori che hanno abbandonato o per andare all’estero o per aderire alla rivolta (circa 200 giocatori di Serie A hanno lasciato il Paese dal 2011, ndr). Uno di questi è l’ex difensore centrale dell’Al-Karamah, Shaher Shaheen, che oggi vive in un campo profughi a Nizip, in Turchia.

 

Anche per Balhous arriva l’accusa di essere uno dei promotori di un “emirato salafita” ad Homs. Su Facebook nascono varie pagine di solidarietà, la più famosa della quali è “Liberate il capitano Balhous”, e lo stesso Sarout in un video accuserà le autorità siriane di voler uccidere il suo compagno di squadra in stato di detenzione.

 

Due Nazionali

Pochi mesi prima, il 17 gennaio 2011, a Doha (Qatar), la Nazionale di calcio siriana di cui Balhous difendeva i pali aveva posto fine alla sua avventura in Coppa d’Asia, perdendo 2-1 contro la Giordania la sua ultima partita del girone: troppo pochi i tre punti ottenuti contro l’Arabia Saudita (che chiuderà il girone a zero punti), a fronte di due sconfitte rimediate contro il Giappone e la Nazionale della monarchia hashemita. Passano due mesi e inizia il conflitto.

 

Mentre in Siria iniziano a cadere le bombe, la Nazionale si prepara per le qualificazioni alla coppa d’Asia 2015, ma Balhous, 99 presenze con le “Aquile”, è sparito sia dai tabellini che dalla circolazione. Al suo posto gioca Ibrahim Almeh, portiere dell’Al-Wathba, che faceva il secondo di Sarout nell’Under-21. Un anno dopo, all’improvviso, Balhous torna a figurare tra i convocati della Siria. O meglio di una delle due Sirie, quella “ufficiale”, legata al regime che lo aveva fatto arrestare. Perché qualche tempo dopo, nel luglio del 2014, a Tripoli (Libano), nascerà una Nazionale parallela, legata al Free Syrian Army, in cui figurano ex giocatori professionisti, molti dei quali provenienti da Homs. Ovviamente, non ha disputato gare ufficiali.

 

Prima delle qualificazioni alla Coppa d’Asia 2015, però, c’è la Coppa d’Asia occidentale, una competizione che vede in gara i paesi del Mashreq e della Penisola arabica, con l’aggiunta dell’Iran. In sostanza, la “coppa del Medio Oriente”.

 

Si gioca in Kuwait dall’8 al 12 dicembre 2012, ma la Nazionale guidata al tempo da Hussam al-Sayed è molto diversa da quella di un anno prima: il 2012 è l’anno delle defezioni. Alcune di esse sono illustri, come quella dell’attaccante Firas Al-Khatib, in quel momento considerato forse il più forte attaccante della storia siriana. Firas Al-Khatib lascia nel 2012 per “ragioni politiche”, poco prima di sostenere un provino al Nottingham Forest, nel quale impressionerà il manager Sean O’Driscoll tanto da richiederne il tesseramento (in quel momento Al-Khatib ha 29 anni), sfumato per via dell’impossibilità di ottenere un permesso di lavoro in Inghilterra.

 

“Le Aquile di Qasioun” si presentano alla prima partita in Kuwait, il 13 dicembre 2012 contro l’Iraq, con un undici titolare diverso per dieci undicesimi da quello sceso in campo con la Giordania nell’ultima partita di Coppa d’Asia 2011. E l’unico superstite di quella squadra è proprio Mosab Balhous.

 

Il match finirà 1-1, mentre in quello successivo la Siria vincerà 2-1, nella rivincita del 2011 con la Giordania. Il girone è da tre squadre: la Siria passa come prima, mentre l’Iraq come miglior seconda. Gli altri due gironi, composti da quattro squadre ciascuno, vengono vinti da Oman e Bahrein. Le semifinali sono dunque Oman-Iraq e Bahrein-Siria: l’Iraq vince 2-0, mentre la Siria passa ai rigori dopo aver pareggiato 1-1. Lafinale tra Siria e Iraq si gioca a Kuwait City, il 20 dicembre 2012.

 

Sono giorni in cui in Siria, l’FSA penetra per la prima volta nel governatorato di Latakia, lo stesso da cui proviene il padre di Bashar al-Asad, e nel campo profughi palestinese di Yarmouk, vicino Damasco. Il 13 dicembre, per la prima volta dall’inizio del conflitto, il vice ministro degli Esteri russo—alleato del regime—Mikhail Bogdanov, ammette che Bashar al-Asad sta “perdendo la guerra”. I morti dall’inizio delle ostilità sono già decine di migliaia.

 

Al 75′ della finale di Kuwait City il terzino destro Ahmad Al Salih salta più in alto di tutti su un corner e insacca l’1-0, che basterà a vincere la Coppa. Durante i festeggiamenti, l’attaccante Omar Al-Somah va sotto la curva e sventola la bandiera della rivoluzione. La tv di Stato siriana oscura per qualche minuto le immagini.

Un centravanti

Al-Somah è il primo siriano a compiere un gesto simile su un campo di calcio, e per di più in un contesto internazionale, che vede impegnata quella Nazionale che James Dorsey, autore di The Turbulent World of Mid East Soccer, ha sempre definito uno strumento di autolegittimazione del regime.

 

Omar Al-Somah, classe 1989, oggi al’Al-Ahli (Arabia Saudita), è un giocatore tutt’altro che disprezzabile, forse anche adatto a livelli superiori a quelli del calcio del Golfo: facilità di calcio con entrambi i piedi (è bravo anche a battere le punizioni, col destro), fisico possente (più di 1,90 m), discreta mobilità, bravino di testa, il centravanti nativo di Deir ez-Zor ha iniziato la sua carriera professionistica nella squadra locale dell’Al-Fotuwa, dopo tutta la trafila nelle giovanili, segnando a diciannove anni 22 gol in 39 presenze nella Serie A siriana. Da lì, nel 2011, si trasferisce in Kuwait, nell’Al-Qadsia, dove rimane quasi tre anni: giusto il tempo di segnare 43 gol in 68 partite. Dal 2014 approda appunto all’Al-Ahli, dove il suo score al momento recita: 28 partite, 28 gol.

 

Prevedibilmente, dal giorno della finale in Kuwait dove si espone un tantino, Omar Al-Somah non giocherà mai più per la Nazionale siriana.

Un capitano

A febbraio 2013 iniziano le qualificazioni per la Coppa d’Asia del 2015, con la Siria che gioca le partite casalinghe in Iran, davanti a una media di 100 spettatori. Il primo match, contro l’Oman fuori casa, lo perde 1-0. Pochi giorni dopo, due colpi di mortaio esplodono di fronte allo stadio Tishreen, nel quartiere Baramkeh a Damasco, prima della partita tra l’Al-Wathba e Al-Mawaair, uccidendo il 19enne (per altre fonti ne aveva 27) Youssef Suleiman, giocatore dell’Al-Wathba.

 

Le qualificazioni termineranno nel marzo 2014 e la Siria, che non schiera nemmeno una volta la stessa formazione, di volta in volta infoltita con giocatori dell’Under-20, si piazzerà terza nel girone con Oman, Giordania e Singapore, non riuscendo a staccare il biglietto per Australia 2015. Peseranno soprattutto le sconfitte con Singapore in trasferta e con l’Oman “in casa”, cioè a Teheran.

 

Nel frattempo la Premier League Siriana viene riorganizzata in due gironi da 9 squadre, al posto del girone unico da 14 previsto prima della guerra. Nove squadre giocano a Latakia, mentre le altre nove a Damasco. In 4 anni di surrealtà, accompagnata dal suono delle bombe che sostituisce quello dei tifosi, i campionati verranno vinti per due volte (l’ultima quest’anno) dalla squadra dell’Esercito, l’Al-Jaish (che significa appunto “l’esercito”) e una volta a testa dall’Al-Wathba e dall’Al-Shorta (che in arabo significa “polizia”).

 

Alcuni mesi fa, James Montague del New York Times ha portato alla luce la storia di Mohammad Jaddou. Capitano della Nazionale siriana Under-16, dopo aver guidato nel 2014 i suoi compagni fino alle semifinali nella Coppa d’Asia Under-16 in Thailandia (il che ha permesso alla squadra di qualificarsi per i Mondiali in Cile di quest’anno, appena vinti dalla Nigeria), decide che è tempo di lasciare la Siria per l’Europa. Lo convince, forse, anche la prematura morte di Tarek Ghrair, compagno di Nazionale nell’Under-16 e suo migliore amico, il cui ricordo nell’intervista con Montague lo fa inevitabilmente commuovere. Ghrair viene ucciso a Homs poco prima dell’inizio dei campionati in sud-est asiatico.

 

Al ritorno da Bangkok, Jaddou prova a imbarcarsi per la Germania, ma le autorità di Damasco gli dicono che l’intera squadra dell’Under-16 è in una no-fly list e che non può lasciare il Paese. Il padre di Mohammad, allora, decide di vendere casa, riuscendo così a ottenere i circa 13000 dollari necessari a pagare i trafficanti e varcare clandestinamente la frontiera con la Turchia. Da lì, i Jaddou (c’è anche lo zio di Mohammad) salgono su un barcone diretto in Italia con all’interno circa 130 persone, che dopo sei ore di navigazione inizia inevitabilmente ad affondare: l’intervento della Marina militare italiana al largo delle coste siciliane li trarrà in salvo.

 

Dopo essere stati in un centro di identificazione, i tre partono per il nord Italia e, cercando di sfuggire ai controlli di polizia, raggiungono Milano. Nella stazione centrale del capoluogo lombardo, dopo aver passato la notte, pagano l’ultimo trafficante per raggiungere clandestinamente un centro rifugiati a Monaco di Baviera. Da lì, vengono dislocati nel piccolo comune di Oberstaufen.

 

Ed è in questo paesino di settemila anime che, come nella trama di una commedia americana degli anni ’90, la figlia del sindaco viene a sapere di Mohammad, prende a cuore la questione e contatta un suo amico croato, ex giocatore, proprietario di un bar in città e agente sportivo. Mohammad Jaddou viene invitato ad allenarsi con il FV Ravensburg, club della quinta serie tedesca. Nella squadra Under-19 del club—divenuta famosa negli ultimi anni per esser stata il trampolino di lancio per l’approdo di molti suoi giocatori al più blasonato Friburgo—sorprende subito tutti, compreso il coach Markus Wolfangel. L’agente croato, nel frattempo, gli paventa la possibilità di grandi club, evidentemente ignorando un piccolo particolare che tormenta Jaddou: secondo il Regolamento di Dublino, infatti, un rifugiato deve chiedere asilo nel primo paese dell’UE in cui mette piede. Nel caso di Mohammad, l’Italia.

 

Ciò si rivela un ostacolo insormontabile e frustrante per Mohammad, che rimane vittima di continui deja-vù, in cui ai complimenti per le sue doti tecniche da parte di chi lo visiona seguono sempre gli stessi toni desolati di chi non può scavalcare il regolamento. Forse anche per questo, dopo poco tempo, prima l’agente e poi lo stesso Jaddou spariscono da Ravensburg (in realtà l’agente sparirà del tutto). Mohammed torna a Oberstaufen, dove inizia ad allenarsi con una squadra composta da gente troppo più scarsa di lui, che milita nell’equivalente di una nostra ottava serie. Fuori dall’ultima orbita di un calcio minimamente rilevante. Nel frattempo, sostiene un altro provino nella primavera del Bayer Leverkusen, grazie all’aiuto di un amico libanese: il provino va bene, l’allenatore dice che “può giocare in Bundesliga” ma alla fine, stringendo, il problema è sempre quello. Mancano i documenti.

 

Dopo aver rinunciato al Mondiale Under-17 in Cile, oggi Mohammad Jaddou, classe ’98, avrà probabilmente una scala di valori che non vede il calcio in cima: lì ci sono sua madre e i suoi due fratelli, rimasti in Siria sotto le bombe. Per la Bundesliga c’è tempo, penserà, e anche per la Nazionale. Già è tanto essere vivi.

Un Paese

Alcuni giocatori, come Tarek Hindawi, capitano dell’Under-20 ed ex compagno di squadra del militante-portiere Abdel Basset Sarout, hanno difeso pubblicamente la loro scelta di rimanere in Siria e di giocare per la Nazionale, sostenendo di non essere d’accordo con «chi pensa che giocare per la Nazionale significhi rappresentare una fazione del Paese. Rappresentiamo la bandiera e la nostra fedeltà è verso il Paese. Giochiamo per portare un sorriso sulle labbra di ogni siriano», ha detto in un’intervista al Guardian.

 

Altri, come Abdelrazaq Al-Hussain, centrocampista della Nazionale e oggi all’Al-Ahed in Libano, hanno usato parole meno diplomatiche, o involontariamente rivelatrici: «Apparteniamo a tutte le confessioni della Siria. Che tu sia un cristiano, un musulmano sunnita o sciita, siamo tutti la stessa famiglia, giochiamo per una sola squadra e un solo Paese, che speriamo torni a essere quello che era (“back to the way it was” la traduzione del Guardian, il che fa pensare che al Hussain non aderisca nemmeno silenziosamente alla rivolta, come alcuni suoi attuali ed ex compagni, ndr). La cosa migliore che possiamo fare è unire il popolo siriano», ha affermato dopo la sconfitta per 0-3 dello scorso 8 ottobre contro il Giappone, nelle qualificazioni per la Coppa d’Asia 2019 (e per il Mondiale in Russia) iniziate a giugno.

 

Oggi la Siria—che in questa tornata di qualificazioni gioca le gare casalinghe in Oman—è seconda a 12 punti (il Giappone è a 13) nel girone con Giappone, Singapore, Cambogia e Afghanistan, con 18 gol fatti (miglior attacco del girone, in evidenza il doppio 0-6 in trasferta, alla Cambogia e all’Afghanistan, che però giocava anch’essa in campo neutro, in Iran) e 5 subiti: due punti sotto c’è Singapore, che però ha giocato una partita in più.

 

In evidenza, oltre ad Al-Hussain, ci sono soprattutto i giovani: su tutti l’attaccante classe ’94 Omar Khribin, l’ala classe ’93 Mahmoud Al-Mawas, il centrale difensivo classe ’94 Omar Midani e il centrocampista offensivo Osama Omari, del ’92. Il prossimo 17 novembre, al National Stadium di Kallang, si giocherà Singapore-Siria: se gli uomini di Fajr Ibrahim dovessero vincere, la qualificazione alla Coppa d’Asia sarebbe quasi sicura e quella alla Coppa del Mondo non più la solita chimera.

 

È curioso che proprio l’Iraq—il paese in cui la maggior parte dei calciatori siriani sono andati a giocare dopo l’inizio del conflitto, e dal quale all’epoca di Saddam Hussein milioni di musulmani sciiti iracheni facevano il percorso inverso, emigrando in Siria—fornisca alla memoria il precedente di un’impresa, di un Paese in guerra civile, cioè in guerra con sé stesso, la cui Nazionale di calcio raggiunge un insperato traguardo sportivo.

 

È il 29 luglio 2007 e allo stadio Gelora Bung Karno di Jakarta (Indonesia), 7800 km da Baghdad, l’Iraq batte 1-0 l’Arabia Saudita e vince la sua prima Coppa d’Asia. Si tratta di una vittoria doppiamente simbolica: nelle regioni irachene dell’Anbar, in preda alla totale anarchia militare, al-Qaeda diviene ogni giorno più forte e alcuni suoi membri, a cui si uniranno tempo dopo ex ufficiali e tecnici del partito Baath, iniziano a saldare le loro strategie operative, gettando le basi per quello che poi diventerà Daesh, o ISIS. Qualunque musulmano che viva tra Casablanca e Islamabad, sa bene, o dà per scontato, che tra i principali finanziatori occulti dell’orbita qaedista c’è l’Arabia Saudita, che ha sostenuto movimenti jihadisti e takfiri essenzialmente in funzione anti-iraniana. Intanto a Baghdad, pochi giorni prima della vittoria contro i sauditi, un raid americano condotto da due Apache Ah-64 uccide 18 persone, tra cui i fotografi iracheni della Reuters, Saeed Chmagh e Namir Noor-Eldeen.

 

Al tempo, però, l’Iraq iniziava a risentire nella Nazionale di calcio del cambiamento demografico in corso nel paese dopo la caduta di Saddam Hussein, con il ritorno di migliaia di sciiti, tornati a essere solida maggioranza. Motivo per cui, al netto di un Paese dilaniato da una guerra tra bande, ex militari e truppe straniere, vi era forse una certa sovrapponibilità tra la realtà quotidiana e quella calcistica: si giocava per l’Iraq smembrato dalla guerra del 2003, perlopiù per un “Iraq sciita aggredito da estremisti sunniti” e da truppe straniere, e certamente non o non più per Saddam Hussein, giustiziato nel 2006. Chi giocava, poi, in un Paese ancor più nel caos di quanto non lo sia la Siria oggi, non lo faceva pressato o costretto da una Federcalcio intatta, potente e invasiva, come quella siriana. E sicuramente non era un nostalgico di Saddam, in una squadra quasi totalmente composta da musulmani sciiti.

 

Il caso della Siria è in parte diverso: un paese a maggioranza sunnita, etnicamente e confessionalmente ancor più frammentato dell’Iraq, ma molto meno popoloso; con un presidente, appartenente alla minoritaria corrente alawita dell’islam sciita, che tenta—oggi con il sostegno di Russia e Iran—di mantenere il controllo di una sua roccaforte, che nel migliore dei casi va da Latakia a Damasco, e decine di altri gruppi, tra cui l’ISIS e Jabhat al-Nusra, in controllo di altre porzioni di territorio.

 

Il calcio fornisce spesso lo spazio a innumerevoli tipologie di retorica: quella dei buoni e dei cattivi, quella del riscatto, della battaglia, del miracolo. Quella del calcio che divide o che unisce, o del calcio che permette di dimenticare in campo i dissapori della vita quotidiana. Il calcio siriano, in questi anni di guerra, si presta probabilmente a ognuna di queste retoriche. E sembrerebbe quasi che l’irrazionalità del conflitto armato—come quella di tutti i conflitti armati—sia penetrata per osmosi all’interno della Nazionale, se è vero che, malgrado i recenti successi e la concreta possibilità di una storica qualificazione, immaginare lo spogliatoio delle “Aquile di Qasioun” come un luogo in cui regna l’unità di intenti, la coesione, quello spirito patriottico che azzera le rivalità tra appartenenti a club diversi, sarebbe una operazione abbastanza creativa. D’altronde, quale patria rappresenterebbero in Russia nel 2018 o negli Emirati nel 2019, i ragazzi allenati da Fajr Ibrahim? Che Paese, quanti Paesi, quante Sirie ci saranno, dove un tempo c’era la Siria?

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