“Chi sono sunniti e sciiti” (La Stampa), precisazioni

La Stampa ha appena pubblicato questo articolo, che trovo un po’ fuorviante http://www.lastampa.it/2015/11/26/multimedia/esteri/la-differenza-tra-sunniti-e-sciiti-spiegata-in-con-unanimazione-ycZHGoQGC83cH5CMe2hugJ/pagina.html

Dunque, qualche precisazione sparsa (ma è lodevole il tentativo di bignamizzare un qualcosa di così vasto e complesso. Ma tant’è, il “clic” regna sovrano.

1)PILASTRI DEL CULTO – Credo ci sia un po’ di confusione. I pilastri nell’Islàm sono cinque, e rimangono sempre cinque, sia per sunniti che per sciiti. L’ordinare il bene e proibire il male non è un pilastro, e in ogni caso può riguardare sia sunniti che sciiti. Il culto sciita, però, considera anche altri fondamenti dottrinali (argomento che non approfondirei data la pesantezza e complessità), che sono il concetto di Profezia (Nubuwwa), quello dell’Imamato (Imāma), la Resurrezione (Maʿād), che tendenzialmente non riguardano i sunniti (ma attendo di essere corretto da gente più preparata di me).

2)FESTE – Gli sciiti festeggiano anche le feste citate nel caso dei sunniti, mi pare ovvio. Festeggiano l’eid el fitr, l’hajj e l’eid al adha; anche i sunniti festeggiano Ashura, ma le conferiscono un carattere meno luttuoso, e facoltativo. Per gli sciiti, invece, l’Ashura è giorno di lutto e sofferenza, poiché ricorda il martirio di Hussein ad opera delle truppe califfali omayyadi di Yazid I.

3) VELO ISLAMICO – Questa fa abbastanza ridere. Il Corano anzitutto non sancisce un bel nulla riguardo all’obbligo di mettere il velo, ma parla vagamente di coprire le pudenda, in sostanza. Altro discorso se si considera l’immenso spettro degli Ahadith, che però differiscono per livello di affidabilità e autenticità. Detto ciò, non capisco nemmeno la seconda frase: il velo, per dire, è obbligatorio nello sciita Iran (obbligatorio il velo semplice – rouzari – mentre il chador, la tenda nera che copre la figura e incornicia il viso, è facoltativo), mentre non lo è in Pakistan, paese a maggioranza sunnita, o in Egitto, o anche altrove. Le “versioni più rigide” andrebbero contestualizzate meglio: il burqa (quello normalmente blu, con una grata bucherellata all’altezza degli occhi, per permettere di vedere) è diffuso nelle aree rurali e montane del Pakistan e Afghanista, zone in cui è molto difficile (soprav)vivere e in cui esiste una povertà estrema. A parte la commistione che i Talebani hanno operato tra principi shariatici e codice tribale Pashtunwali, c’è da dire (e lo dicono gli afghani con cui ho parlato, afghani di città) che in parte – sebbene assolutamente paradossale in un ambiente urbano – il burqa è motivato dal fatto che dai 3000mt di altitudine, in Afghanistan, si vive di caccia (ma pure brigantaggio eh) e poco altro. Ci sono le tempeste non di sabbia, ma di rocce: sassi grandi come una biglia che ti possono arrivare in faccia, in contesti poco alfabetizzati, privi di servizi fondamentali e molto duri. Nella logica tribale talebana, i guerriglieri vanno in giro a procacciarsi viveri e quant’altro, le donne invece devono occuparsi di prole e casa, oltre a proteggere il loro viso quando il tempo butta male. Ovviamente è una semplificazione, e a me i Talebani fanno abbastanza schifo ed è certo che gran parte delle donne che in aree rurali indossano il burqa lo fanno controvoglia, perlomeno. Ah, il burqa non è islamico. E’ tanto islamico quanto un cappellino nero è cattolico. E’ molto più legato alle aree menzionate, e alla loro cultura.

Il niqab, invece, ha tutt’altre motivazioni. Anzitutto non è obbligatorio, da nessuna parte. Le donne che indossano il niqab (quello nero che lascia scoperti solo gli occhi), nel mondo arabo islamico, nel 90% dei casi sono molto ricche, oppure aspirano ad esserlo, ostentando quanto più possibile alcuni elementi da status symbol. Uno di questi, specie nei Paesi del Golfo, è il niqab, che – un po’ come da tradizione dell’harem – viene indossato sopratutto da donne facoltose che vogliono indicare il loro status da “harem”; in altri casi, probabilmente, il niqab viene imposto dal marito, anche se non esistono affidabili studi statistico-sociologici in merito. Niqab si vedono anche in Nordafrica: in Marocco, Tunisia, Egitto. Non tantissimi ma se ne vedono, e le donne che lo indossano vanno spesso in giro da sole, piene di gioielli e borsette firmate, contrariamente a quanto farebbe pensare il loro velo. Oggi, comunque, il niqab è spesso associato a chi si professa salafita, o wahhabita

Infine: in Iran l’hijab indica l’atto di coprirsi, un “velo generico”. Il velo che tante ragazze mettono nelle città – dei più svariati colori e forme – è il rouzari; il velo nero, come detto (quello più simile al mantello di una suora, diciamo, anche se le forme del corpo risultano ancor più dissimulate) è invece il chador; qualcuna indossa anche l’abaya, più tipico del Golfo.

4) IL CLERO – Vero che nel sunnismo non esiste mentre nello sciismo esiste perlomeno una sorta di gerarchizzazione rispetto al livello di studi effettuati; però è anche vero che le funzioni non sono per nulla uguali al clero come lo conosciamo noi; anzitutto è fondamentale il concetto di Marja e Taqlid, fonte di emulazione, che insiste molto sulla “reputazione” del religioso presso un numero più alto possibile di fedeli: ne discende che anche un religioso che abbia conseguito il grado di “ayatollah” (il più alto) potrebbe risultare meno rilevante di un hojatoleslam, che però ha un pubblico più vasto, un numero maggiore di persone che lo reputa un “marja e taqlid”. In seconda battuta, se si esclude il caso dell’Iran dove il concetto di “velayat e faqih” è stato creato ex novo da Khomeini (infuenzato da sociologi e altri religiosi) e vede delle precise gerarchie e delle precise cornici normative che valgono solo in Iran, anche nello sciismo non esiste un vero e proprio clero, nel senso che il rapporto con Dio del fedele può essere diretto (come nel sunnismo) o anche mediato da un mullah, ma il clero iraniano sciita, cosi come altri, non ha un potere di magistero unico sui fedeli, il potere di stabilire immantinente ciò che è giusto o sbagliato. Diciamo che i chierici nello sciismo hanno un peso maggiore, e un fedele ne sceglie uno da seguire, talvolta per tutto l’arco della sua vita. MA si tratta di un “consigliere spirituale”, in un certo senso. Non c’è una “chiesa sciita centrale”, come il Vaticano per esempio. I religiosi sciiti più seguiti sono, tra quelli in vita, l’ayatollah Al Sistani in Iraq, la Guida suprema dell’Iran Ali Khamenei, il Grand Ayatollah Lotfollah Safi Golpaygani (Iran), il Grand Ayatollah Naser Makarem Shirazi, il pakistano Allama Shaikh Muhammad Hussain Najafi, e altri.

 

L’Isis, i curdi, le milizie sciite

E’ interessante tutta questa empatia, questa passione bellica per le gesta dei pashmerga curdi contro l’Is. Davvero, mi commuovo. Lo so: I curdi sono considerati musulmani buoni poiché poco inclini a ostentare la loro religiosità – in pochi hanno la barba – o perlomeno poco inclini a farla percepire al pubblico. Ormai uno dei refrain più ripetuti è “i poveri curdi che combattono soli”, i curdi che “sono gli unici a combattere il Califfato sul campo”.

La cosa risulta grottesca, perlomeno. I curdi iracheni fanno riferimento al Governo regionale del Kurdistan di Masoud Barzani, e sono stati i primi – contestualmente all’esercito iracheno regolare, ridotto all’osso dagli americani con l’invasione del 2003 e la “riorganizzazione” delle istituzioni irachene (si erano scordati l’aviazione e quelle milionate di funzionari baathisti sunniti lasciati senza lavoro da un giorno all’altro) – a ricevere aiuti militari in via ufficiale dall’Iran, il cui ruolo in funzione anti isis viene sistematicamente ridimensionato da tutto lo spettro dei media occidentali.

Gli aiuti militari iraniani ai curdi iniziarono all’indomani della presa di Mosul da parte dell’Isis (giugno 2014), mentre tutte le cancellerie occidentali facevano i conti con le loro contraddizioni e ragionavano su come farle convivere. Fu lo stesso Barzani – musulmano sunnita, per essere chiari eh – a ringraziare pubblicamente Teheran per “il pronto sostegno”, mentre a Samarra arrivava Qassem Suleimani, il comandante delle Brigate al Quds iraniane, per organizzare una strategia di contrasto a Da’esh.

Mentre Teheran riconsegnava all’Iraq bombardieri sequestrati durante la guerra del 1980-1988, mentre stanziava tecnici e consiglieri militari a Tikrit, Samarra, Mosul e Baghdad e impiegava anche i suoi droni Ababil, la nostra narrazione da operetta – quella che se per caso dei “cattivi” fanno cose positive, è importante negare o nascondere queste ultime, per non indurre il pubblico a pensare che i cattivi possano anche fare cose buone, e quindi essere anche un pochino buoni, costringendoci così a ragionare – aveva già preso ampiamente piede: “sono i curdi che combattono la guerra bella, quella per la libertà – che eroi! -, mentre gli arabi sunniti e gli sciiti fanno la guerra brutta, quella per la sharia e per il dominio del mondo”.

Niente, non c’era modo. Era ed è impossibile ammettere che, pur essendo appollaiato su un Asse del Male istituito e brevettato da un dislessico texano divenuto presidente Usa, l’Iran – il temibilissimo, anti-occidentale, anti-semita, anti-americano, anti-tutto Iran – facesse esattamente quel che andava fatto: combattere al Qaeda e tutte le ramificazioni della militanza armata salafita con mire globaliste, di cui isis e’ la versione più “mediatica”, il terrorismo takfiri che mira ad annullare le differenze: prima all’interno del mondo islamico, eliminando gli sciiti, e poi nel mondo intero.

Era impossibile, ed è tuttora impossibile, ricordare, con un minimo di onestà, magari anche in un trafiletto, che i Curdi, proprio i nostri cari curdi iracheni, sarebbero tutti sepolti sotto a 15 metri di terriccio e pietre laviche, senza il sostegno di Teheran e l’azione contestuale della ventina di milizie di autodifesa (gruppi paramilitari) sciite – alcune molto efferate – che operano in Iraq su input di Teheran. Milizie nate in Iraq, formate da cittadini iracheni ed ex (pochi) membri di corpi scelti, sempre iracheni.

Fa un po’ sorridere che gli stessi osservatori inclini a tessere le lodi dell’eroismo curdo si indignino per il modus operandi – anzi, per la legittimità ad operare – delle alleate milizie sciite (come se i curdi ammazzassero con gentilezza), accusate sia di “essere come l’Isis” che di essere “strumenti dell’egemonia iraniana”. In sostanza mercenari che vogliono conquistare il mondo per conto di Teheran, mica fare la guerra ad al Qaeda e all’Isis nel Paese in cui sono nati e cresciuti. Dei perfetti idioti.

Eppure, i curdi non la pensano proprio come le anime belle nostrane: è pieno l’etere – e il web – di filmati non solo di operazioni congiunte tra milizie e curdi ma anche di palesi dichiarazioni di fedeltà, di totale fiducia tra le due forze, di completa intesa.

Sono i curdi che hanno chiesto l’intervento delle milizie sciite lo scorso novembre, quando c’era da “liberare” Tikrit. Hanno richiesto il loro di aiuto, non quello degli Stati Uniti.

C’è anche un filmato postato un paio di giorni fa su Liveleak, in cui un comandante dei pashmerga si lascia andare a espressioni di giubilo e solidarietà con le milizie, e in particolare con uno dei suoi più emblematici comandanti: Abu Azrael, al secolo Ayyub Faleh al-Rubaie, a capo della milizia kata’ib al imam Ali che combatte contro Isis ma è accusata anche di efferateZze contro civili sunniti, spesso accusati di connivenza o di dare rifugio a isis.

Nel video il comandante curdo, che per noi sarebbe un eroe, si rivolge ad Abu Azrael, che per noi sarebbe un terrorista, e gli dice “daje cazzo, sconfiggeremo l’Isis insieme” (mi sono preso una licenza).

Sono i curdi a capire per primi che in una tale congiuntura mondiale il fine è più importante del mezzo, e che le milizie filo iraniane, sebbene tutt’altro che tenere sul campo di battaglia, non hanno alcuna mira genocida, alcuna intenzione di eliminare i sunniti in quanto tali. No, non sono “come l’isis”, e spiego il mio perché.

La guerra è vomitevole. Ma forse e’ il caso di iniziare a prender atto che esiste. E che non si fa con i petali di rosa. La storia contemporanea – per limitarci a quella – ci ha dimostrato che nessuno può dirsi pulito: tutti, dai partigiani a Che Guevara, dagli americani esportatori di democrazia, ai buoni e teneri monaci buddhisti, si sono macchiati di orrendi crimini, orrende rappresaglie durante la guerra, anche a danno di civili, che spesso in guerre asimmetriche sono poco distinguibili dai militari. Tutti. L’isis non fa cose nuove: semplicemente, e’ il primo che – nell’era dei social e dei contenuti virali – le spettacolarizza in modo massiccio.

E va da se, questa isteria collettiva non dovrebbe indurci a perdere di vista il focus, il motivo per cui l’Isis e’ da condannare, il motivo o i motivi per cui fa paura.

Riflettiamoci: davvero l’isis fa paura, deve essere combattuto perché taglia le teste? Perché brucia, distrugge, rapisce? Io credo di no. Io credo che tutto ciò rientri nel campo del metodo, ma non del merito.

Dobbiamo ricordarci, sempre, che il “merito” è un altro: il merito è l’assetto del mondo musulmano, la sua composizione, il suo pluralismo, e in seconda battuta quello mondiale; il
merito, la questione, e’ un intento dichiaratamente genocida (verso gli sciiti, verso i sunniti non salafiti, verso gli infedeli, le diversità, i deboli), all’interno di un disegno politico che, per quanto utopico, e’ di respiro globale. Imperialista, direi.

Il merito e’ l’autoreferenzialita dell’Isis, che si propone di azzerare la differenze nell’islam e ricondurre l’unità dell’umma all’interno dell’ombrello wahhabita, pretendendo anche di svolgere funzioni di clero che non gli spettano, come non spettano a nessuno nell’islam sunnita. La questione è che isis non vuole – come molti paesi “canaglia” o meno, in passato, hanno, in parte giustamente, preteso – essere “lasciato in pace”, ma vuole estendersi, attraverso il terrorismo (per indurre occidente a mettere stivali sul campo) e attraverso fattuali campagne militari.

Le milizie sciite non hanno nessuno di questi obiettivi, anzi si oppongono alla omogeneizzazione dell’islam, e alla sua wahhabizzazione. Lo fanno anche per motivi strategici legati all’Iran, certo, ma non perché vogliono un califfato fatimide (sciita) chissà dove, a conquistare Casablanca, il Cairo e La mecca. Non vogliono attaccare nessuno che non le attacchi o minacci di attaccarli, così come fanno e pensano gli iraniani.

Il dubbio, leggendo i media occidentali in genere, specie quelli britannici, e’ che il motivo per cui si insiste sul “metodo” delle milizie sciite – gridando ai quattro venti la loro eguale minaccia ed efferatezza rispetto all’isis – non è altro che politico, e ha a che fare con il mantenimento di una “postura geopolitica” ormai inaccettabile, anacronistica da parte dell’Occidente, e degli Stati uniti in particolare.

Quando parlano delle milizie sciite al pubblico, i media utilizzano quasi sempre lo stesso linguaggio, avvertendo il lettore – ipnotizzato dalle efferatezze dell’Isis – sulla loro somiglianza con Isis, sulla loro eguale se non superiore “minaccia”.

Già. La minaccia. Ma che minaccia? Una minaccia per noi, per le nostre case, per la nostra libertà, per la nostra sovranità? Niente affatto.

Con sorprendente schiettezza, e tradendo involontariamente un certo bias, i giornalisti che si occupano di milizie sciite – l’ultimo e’ Alllison su liveleak – non a caso parlano di “milizie che uccidono come isis. Milizie che hanno attaccato soldati occidentali,
Che ci odiano, che sono una minaccia per gli Interessi occidentali”. Ops.

Ecco. Il punto, in questo nuovo ordine mondiAle che prenderà forma, dovrà essere chiaro: pretendere di avere interessi propri in paesi che non concordano con la nostra presenza sul loro territorio non è più possibile. E non è giusto, soprattutto.

Pretendere di decidere in casa altrui non è più possibile. Pretendere di vederci riconoscere il ruolo di poliziotti regionali e mondiali non è più possibile. Pretendere di decidere del futuro di un Paese – l’Iraq – lontano 10000 km da casa, e farlo pretendendo che i paesi a esso vicini – l’Iran, che peraltro ha subito una guerra da parte irachena ed è interessata a renderlo perlomeno non ostile – non abbiano diritto – più’ diritto di noi – a occuparsi del futuro di quel paese, e’ sbagliato. E non verrà mai accettato da nessuno. Laico, non laico, radicale, moderato, estremista che sia. È la dignità, baby, che tutti coltivano.

Bisogna anche chiarire un altro fatto, forse poco simpatico da affrontare. C’è una differenza anche tra attentato e attentato, pur essendo tutti molto tristi e condannabili: quando si parla dei passati “attacchi vergognosi contro truppe occidentali” in Iraq da parte delle milizie sciite, per evidenziarne efferatezza e pericolosità futura, si cita spesso l’esercito del Mahdi, quello di moqtada al sadr, che nel primo decennio del nuovo millennio fu protagonista di scontri con le truppe USA nel Paese. Esercito da cui provengono molti miliziani di oggi (sono circa 20-30 le milizie sciite tra Iraq e Siria), compreso il citato Abu Azrael.

E’ ora di dire che nonostante il loro brand di islamicita, o anche di radicalismo se volete, le milizie sciite e quell’esercito del Mahdi attaccavano un invasore, e non certo “la nostra libertà, la nostra modernità, la nostra democrazia”.

Attaccavano chi stava pretendendo di ridisegnare il loro paese al posto loro, per tacere del controllo delle risorse petrolifere. Non attaccavano un missionario, un samaritano, ma un esercito di un paese che aveva appena rimosso un presidente, invaso un territorio e rafforzato la sua presenza militare in un mare, in un golfo, lontano 10000km da casa.

Non pensiamo mai a come sarebbe il mondo, se realmente un paese come l’Iran decidesse che è “giusto”, per gli “interessi di sicurezza nazionale”, avere una flotta stanziata nel golfo del Messico, con tutta l’escalation che ne deriverebbe. È quello che accade da sempre, al contrario.

Quindi si, le milizie attaccavano truppe occidentali ma non lo facevano puntando alla loro “natura”, al loro essere occidentali: lo facevano – e lo fanno oggi con isis – contro un invasore, un ospite non richiesto, un nuovo padrone che si auto percepisce come tale. Per essere padroni a casa propria: ma dimmi tu che strani personaggi. Minacciano nostri intersssi? Forse si, ma sarebbe il caso di ridiscuterne il valore, allora.

Può la sicurezza nazionale estendersi – come gli Stati Uniti continuano a concepirla da 60 anni – fino al mondo intero, non avere confini, ignorare quelli di Paesi sovrani? È’ ancora possibile oggi fare la morale pacifista a qualcuno che abbiamo invaso, a cui abbiamo portato la guerra?

Perché è la guerra, Signori miei, e’ lo stato di guerra permanente a modificare le persone. Lo vedete da voi, quanto sia alto il livello di violenza in medioriente. Perché? Nostalgici delle teorie eugenetiche? Sono intrinsecamente più violenti, o “l’Islam e’ religione di guerra” (sic)?

Siete fuori strada. La violenza è così evidente e così spettacolarizzata perché gran parte delle persone ci sono abituate. Assuefatte. Come sareste, che persone sareste, con un padre ammazzato a Gaza, a Bagdad, Islamabad, a Sana’a, e con la consapevolezza che se non vi farete giustizia da soli mai nessuno la farà per voi, mai nessuno perseguirà i responsabili?

“Abituate alla guerra”, come noi al calcetto la sera. E lo sappiamo: se giochi a calcetto ti abitui al cameratismo alla condivisione della squadra, alla “battaglia” Con l’avversario. Se invece nasci e cresci con la e nella guerra, ti abitui alla guerra e ai suoi ritmi, ai suoi limiti, alla sua retorica. Tutto diventa guerra, tutto è violento, e aumentano le cose per cui si è disposti a morire, diminuendo drammaticamente quelle da perdere. Cambiano le parole, gli sguardi, i valori, le priorità, il respiro, la tolleranza delle piccole e delle grandi cose. Altroche. Chiedetelo ai vostri nonni, come si ragiona in guerra, come è facile essere cattivi, trasformarsi in mostri.

Credo che dovremmo smettere di percepire l’iran e le milizie come dei nemici, come qualcuno che intende attaccarci. Diversi non significa ostili. Dovremmo smettere di pretendere quote di paesi che non rientrano nemmeno nel nostro sistema regionale, mentre sono partner fondamentali per paesi a loro adiacenti. Come prenderebbe Washington un tentativo anche tenue, da parte di un paese di un altro continente, di metterle contro – anche solo diplomaticamente – il Canada o il Messico?

Ci vorrebbe più onesta’. Anche da parte dei media. Non rincorrere più quella necessità pruriginosa di par condicio, per cui si getta eguale quantità di merda su ognuno dei nostri antagonistj, in modo da non fare felice nessuno (oppure tutti), così da vendere l’impressione che si stia dalla parte giusta della civiltà, contro qualcuno, o vari qualcuno, che va sempre corretto, cambiato.

Smetterla di mettere sullo stesso piano soggetti che sullo stesso piano non ci possono stare, e non solo perché gli uni vengono dai gangli della società e gli altri la hanno invasa e tenuta sotto scacco, ma sopratutto perché senza le milizie sciite filo iraniane, oggi, non ci sarebbero né i curdi ne’ forse gran parte dell’Iraq.

Le milizie possono essere composte da avanzi di galera, ma non sta a noi fare la selezione all’ingresso, o giudicare la legittimità della loro guerra in base ai metodi che utilizzano, che sono il prodotto sopratutto di una società in guerra da12 anni. Una guerra, ricordiamoci anche questo, che abbiam portato noi. E se non credete a me, chiedete agli “eroici pashmerga curdi”.

C’era una volta il calcio in Siria

http://www.ultimouomo.com/calcio-in-siria/

 

«Le vesti degli eroi sono i sudari della sepoltura, i sudari dei martiri che ogni eroe sta cercando. Voglio mandare un messaggio alle nostre mamme a casa che invocano Allah per noi.

Oh madre, i miei sudari sono nuovi. Preparami un corteo funebre, perché sono venuto da voi come un martire, e coi miei vestiti celebrativi. La mia nuova casa è Jannah (il paradiso).

 

Oh madre, prepara un funerale per me e sii felice a nome mio. Perdonami, o madre.

O madre di un martire, i miei sudari sono nuovi.

Oh madre, raccogli le tue lacrime, rendimi felice sorridendo. Il mio testamento non è il denaro o l’oro, il mio testamento è che tu sia soddisfatta di me. Dai un bacio d’addio a mio fratello e mia sorella… Oh madre, chiama la mia gente e i miei figli a camminare sul sentiero dei martiri».

Di Abdel Basset Sarout, cantore di questi strazianti versi indirizzati alle madri di ragazzi che come lui hanno preso le armi in Siria a partire dal 2011, non si hanno notizie da più di un anno. La guerra in Siria dura da quasi un lustro: secondo l’Osservatorio Siriano per i diritti umani, dal 18 marzo 2011 al 15 ottobre 2015 sono stati uccisi 74.426 civili, di cui 12.517 bambini e 8.062 donne. Il resto delle vittime della guerra—circa duecentomila—sarebbero combattenti dai vari fronti. I rifugiati, secondo l’UNHCR, alla fine del 2014 erano circa 4,1 milioni, mentre le persone costrette ad abbandonare le proprie abitazioni sono quasi 8 milioni.

 

Per alcuni siriani, Abdel Basset Sarout è un pericoloso terrorista, il potenziale leader di un “nuovo emirato salafita nella città di Homs”, come lo hanno definito nel luglio 2011 le forze di sicurezza fedeli al regime di Bashar al-Asad, annunciando una ricompensa di 2 milioni di pound siriani (poco meno di diecimila euro, al tempo) per chiunque lo catturasse; o, come sembra suggerire una foto un po’ sospetta che circola online, un presunto membro dell’ISIS, o dei qaedisti di Jabhat al-Nusra, ai quali si sarebbe unito dopo due anni nella fila del Free Syrian Army (FSA).

 

Per altri è invece un eroe, un’icona della rivoluzione che chiama a raccolta contro il regime siriani di tutte le confessioni, specialmente cristiani e drusi, e smentisce in video il suo supposto radicalismo. Il militante-menestrello, quello che aizza le folle di Homs, la città in cui è nato, cantando in rima canzoni come quella citata (o come questa, o quest’altra) e non lesinando l’effettiva partecipazione al conflitto armato, come mostra il documentario (vincitore del premio della Giuria al Sundance Festival 2014) di cui è protagonista, Return to Homs.

Per tutti i siriani senza distinzione, invece, Abdel Basset Sarout era fino al 2011 il portiere dell’Al-Karamah, la squadra di Homs vincitrice di 8 titoli (gli ultimi nel 2008 e nel 2009) nel massimo campionato di calcio siriano, e soprattutto della Nazionale di calcio siriana Under-20. Il probabile successore di Mosab Balhous, estremo difensore delle “Aquile di Qasioun” (dal nome del monte che domina su Damasco, ndr), come viene soprannominata la Nazionale maggiore, e anche suo compagno nell’Al-Karamah. D’altronde è lo stesso Sarout, mentre si descrive nel documentario, a dire di esser stato nominato secondo miglior giovane portiere d’Asia, non precisando però l’anno.

 

Nato il 1 gennaio 1992, Sarout oggi non è più un calciatore, ma un guerrigliero nel calderone siriano. Per alcuni è addirittura morto e certamente è rimasto più volte ferito: in questo video, pubblicato il 21 marzo 2012, alcuni amici ne testimoniano il ferimento a Khaldiyah, un quartiere di Homs. In un altro, pubblicato qualche mese prima, Sarout parla di un attentato di cui è rimasto vittima mentre se ne sta appoggiato su un divano, col braccio rotto e il viso di chi non dorme tranquillo da un bel po’. Potrebbe essere un portiere intervistato durante la riabilitazione da un brutto infortunio al ginocchio, e per certi versi lo è. Ma quel Sarout, il Sarout portiere, ormai, appartiene al trapassato remoto, alla Siria di al-Asad, una Siria che comunque finisca la guerra, non esisterà più.

 

A dire il vero, anche se non si fosse unito alle rivolte di Homs nel 2011, Sarout non avrebbe rilevato il posto di Mosab Balhous nella Nazionale siriana: non perché non ne avesse la possibilità, ma perché dal 3 agosto 2011 neanche Balhous è più il portiere della Nazionale. Quel giorno le autorità siriane lo hanno arrestato, con l’accusa di dare rifugio a bande armate, di possedere “quantità di denaro sospette” e di essere il sostanziale leader dei “fuoriusciti” dell’Al-Karamah, una delle squadre con il più alto tasso di giocatori che hanno abbandonato o per andare all’estero o per aderire alla rivolta (circa 200 giocatori di Serie A hanno lasciato il Paese dal 2011, ndr). Uno di questi è l’ex difensore centrale dell’Al-Karamah, Shaher Shaheen, che oggi vive in un campo profughi a Nizip, in Turchia.

 

Anche per Balhous arriva l’accusa di essere uno dei promotori di un “emirato salafita” ad Homs. Su Facebook nascono varie pagine di solidarietà, la più famosa della quali è “Liberate il capitano Balhous”, e lo stesso Sarout in un video accuserà le autorità siriane di voler uccidere il suo compagno di squadra in stato di detenzione.

 

Due Nazionali

Pochi mesi prima, il 17 gennaio 2011, a Doha (Qatar), la Nazionale di calcio siriana di cui Balhous difendeva i pali aveva posto fine alla sua avventura in Coppa d’Asia, perdendo 2-1 contro la Giordania la sua ultima partita del girone: troppo pochi i tre punti ottenuti contro l’Arabia Saudita (che chiuderà il girone a zero punti), a fronte di due sconfitte rimediate contro il Giappone e la Nazionale della monarchia hashemita. Passano due mesi e inizia il conflitto.

 

Mentre in Siria iniziano a cadere le bombe, la Nazionale si prepara per le qualificazioni alla coppa d’Asia 2015, ma Balhous, 99 presenze con le “Aquile”, è sparito sia dai tabellini che dalla circolazione. Al suo posto gioca Ibrahim Almeh, portiere dell’Al-Wathba, che faceva il secondo di Sarout nell’Under-21. Un anno dopo, all’improvviso, Balhous torna a figurare tra i convocati della Siria. O meglio di una delle due Sirie, quella “ufficiale”, legata al regime che lo aveva fatto arrestare. Perché qualche tempo dopo, nel luglio del 2014, a Tripoli (Libano), nascerà una Nazionale parallela, legata al Free Syrian Army, in cui figurano ex giocatori professionisti, molti dei quali provenienti da Homs. Ovviamente, non ha disputato gare ufficiali.

 

Prima delle qualificazioni alla Coppa d’Asia 2015, però, c’è la Coppa d’Asia occidentale, una competizione che vede in gara i paesi del Mashreq e della Penisola arabica, con l’aggiunta dell’Iran. In sostanza, la “coppa del Medio Oriente”.

 

Si gioca in Kuwait dall’8 al 12 dicembre 2012, ma la Nazionale guidata al tempo da Hussam al-Sayed è molto diversa da quella di un anno prima: il 2012 è l’anno delle defezioni. Alcune di esse sono illustri, come quella dell’attaccante Firas Al-Khatib, in quel momento considerato forse il più forte attaccante della storia siriana. Firas Al-Khatib lascia nel 2012 per “ragioni politiche”, poco prima di sostenere un provino al Nottingham Forest, nel quale impressionerà il manager Sean O’Driscoll tanto da richiederne il tesseramento (in quel momento Al-Khatib ha 29 anni), sfumato per via dell’impossibilità di ottenere un permesso di lavoro in Inghilterra.

 

“Le Aquile di Qasioun” si presentano alla prima partita in Kuwait, il 13 dicembre 2012 contro l’Iraq, con un undici titolare diverso per dieci undicesimi da quello sceso in campo con la Giordania nell’ultima partita di Coppa d’Asia 2011. E l’unico superstite di quella squadra è proprio Mosab Balhous.

 

Il match finirà 1-1, mentre in quello successivo la Siria vincerà 2-1, nella rivincita del 2011 con la Giordania. Il girone è da tre squadre: la Siria passa come prima, mentre l’Iraq come miglior seconda. Gli altri due gironi, composti da quattro squadre ciascuno, vengono vinti da Oman e Bahrein. Le semifinali sono dunque Oman-Iraq e Bahrein-Siria: l’Iraq vince 2-0, mentre la Siria passa ai rigori dopo aver pareggiato 1-1. Lafinale tra Siria e Iraq si gioca a Kuwait City, il 20 dicembre 2012.

 

Sono giorni in cui in Siria, l’FSA penetra per la prima volta nel governatorato di Latakia, lo stesso da cui proviene il padre di Bashar al-Asad, e nel campo profughi palestinese di Yarmouk, vicino Damasco. Il 13 dicembre, per la prima volta dall’inizio del conflitto, il vice ministro degli Esteri russo—alleato del regime—Mikhail Bogdanov, ammette che Bashar al-Asad sta “perdendo la guerra”. I morti dall’inizio delle ostilità sono già decine di migliaia.

 

Al 75′ della finale di Kuwait City il terzino destro Ahmad Al Salih salta più in alto di tutti su un corner e insacca l’1-0, che basterà a vincere la Coppa. Durante i festeggiamenti, l’attaccante Omar Al-Somah va sotto la curva e sventola la bandiera della rivoluzione. La tv di Stato siriana oscura per qualche minuto le immagini.

Un centravanti

Al-Somah è il primo siriano a compiere un gesto simile su un campo di calcio, e per di più in un contesto internazionale, che vede impegnata quella Nazionale che James Dorsey, autore di The Turbulent World of Mid East Soccer, ha sempre definito uno strumento di autolegittimazione del regime.

 

Omar Al-Somah, classe 1989, oggi al’Al-Ahli (Arabia Saudita), è un giocatore tutt’altro che disprezzabile, forse anche adatto a livelli superiori a quelli del calcio del Golfo: facilità di calcio con entrambi i piedi (è bravo anche a battere le punizioni, col destro), fisico possente (più di 1,90 m), discreta mobilità, bravino di testa, il centravanti nativo di Deir ez-Zor ha iniziato la sua carriera professionistica nella squadra locale dell’Al-Fotuwa, dopo tutta la trafila nelle giovanili, segnando a diciannove anni 22 gol in 39 presenze nella Serie A siriana. Da lì, nel 2011, si trasferisce in Kuwait, nell’Al-Qadsia, dove rimane quasi tre anni: giusto il tempo di segnare 43 gol in 68 partite. Dal 2014 approda appunto all’Al-Ahli, dove il suo score al momento recita: 28 partite, 28 gol.

 

Prevedibilmente, dal giorno della finale in Kuwait dove si espone un tantino, Omar Al-Somah non giocherà mai più per la Nazionale siriana.

Un capitano

A febbraio 2013 iniziano le qualificazioni per la Coppa d’Asia del 2015, con la Siria che gioca le partite casalinghe in Iran, davanti a una media di 100 spettatori. Il primo match, contro l’Oman fuori casa, lo perde 1-0. Pochi giorni dopo, due colpi di mortaio esplodono di fronte allo stadio Tishreen, nel quartiere Baramkeh a Damasco, prima della partita tra l’Al-Wathba e Al-Mawaair, uccidendo il 19enne (per altre fonti ne aveva 27) Youssef Suleiman, giocatore dell’Al-Wathba.

 

Le qualificazioni termineranno nel marzo 2014 e la Siria, che non schiera nemmeno una volta la stessa formazione, di volta in volta infoltita con giocatori dell’Under-20, si piazzerà terza nel girone con Oman, Giordania e Singapore, non riuscendo a staccare il biglietto per Australia 2015. Peseranno soprattutto le sconfitte con Singapore in trasferta e con l’Oman “in casa”, cioè a Teheran.

 

Nel frattempo la Premier League Siriana viene riorganizzata in due gironi da 9 squadre, al posto del girone unico da 14 previsto prima della guerra. Nove squadre giocano a Latakia, mentre le altre nove a Damasco. In 4 anni di surrealtà, accompagnata dal suono delle bombe che sostituisce quello dei tifosi, i campionati verranno vinti per due volte (l’ultima quest’anno) dalla squadra dell’Esercito, l’Al-Jaish (che significa appunto “l’esercito”) e una volta a testa dall’Al-Wathba e dall’Al-Shorta (che in arabo significa “polizia”).

 

Alcuni mesi fa, James Montague del New York Times ha portato alla luce la storia di Mohammad Jaddou. Capitano della Nazionale siriana Under-16, dopo aver guidato nel 2014 i suoi compagni fino alle semifinali nella Coppa d’Asia Under-16 in Thailandia (il che ha permesso alla squadra di qualificarsi per i Mondiali in Cile di quest’anno, appena vinti dalla Nigeria), decide che è tempo di lasciare la Siria per l’Europa. Lo convince, forse, anche la prematura morte di Tarek Ghrair, compagno di Nazionale nell’Under-16 e suo migliore amico, il cui ricordo nell’intervista con Montague lo fa inevitabilmente commuovere. Ghrair viene ucciso a Homs poco prima dell’inizio dei campionati in sud-est asiatico.

 

Al ritorno da Bangkok, Jaddou prova a imbarcarsi per la Germania, ma le autorità di Damasco gli dicono che l’intera squadra dell’Under-16 è in una no-fly list e che non può lasciare il Paese. Il padre di Mohammad, allora, decide di vendere casa, riuscendo così a ottenere i circa 13000 dollari necessari a pagare i trafficanti e varcare clandestinamente la frontiera con la Turchia. Da lì, i Jaddou (c’è anche lo zio di Mohammad) salgono su un barcone diretto in Italia con all’interno circa 130 persone, che dopo sei ore di navigazione inizia inevitabilmente ad affondare: l’intervento della Marina militare italiana al largo delle coste siciliane li trarrà in salvo.

 

Dopo essere stati in un centro di identificazione, i tre partono per il nord Italia e, cercando di sfuggire ai controlli di polizia, raggiungono Milano. Nella stazione centrale del capoluogo lombardo, dopo aver passato la notte, pagano l’ultimo trafficante per raggiungere clandestinamente un centro rifugiati a Monaco di Baviera. Da lì, vengono dislocati nel piccolo comune di Oberstaufen.

 

Ed è in questo paesino di settemila anime che, come nella trama di una commedia americana degli anni ’90, la figlia del sindaco viene a sapere di Mohammad, prende a cuore la questione e contatta un suo amico croato, ex giocatore, proprietario di un bar in città e agente sportivo. Mohammad Jaddou viene invitato ad allenarsi con il FV Ravensburg, club della quinta serie tedesca. Nella squadra Under-19 del club—divenuta famosa negli ultimi anni per esser stata il trampolino di lancio per l’approdo di molti suoi giocatori al più blasonato Friburgo—sorprende subito tutti, compreso il coach Markus Wolfangel. L’agente croato, nel frattempo, gli paventa la possibilità di grandi club, evidentemente ignorando un piccolo particolare che tormenta Jaddou: secondo il Regolamento di Dublino, infatti, un rifugiato deve chiedere asilo nel primo paese dell’UE in cui mette piede. Nel caso di Mohammad, l’Italia.

 

Ciò si rivela un ostacolo insormontabile e frustrante per Mohammad, che rimane vittima di continui deja-vù, in cui ai complimenti per le sue doti tecniche da parte di chi lo visiona seguono sempre gli stessi toni desolati di chi non può scavalcare il regolamento. Forse anche per questo, dopo poco tempo, prima l’agente e poi lo stesso Jaddou spariscono da Ravensburg (in realtà l’agente sparirà del tutto). Mohammed torna a Oberstaufen, dove inizia ad allenarsi con una squadra composta da gente troppo più scarsa di lui, che milita nell’equivalente di una nostra ottava serie. Fuori dall’ultima orbita di un calcio minimamente rilevante. Nel frattempo, sostiene un altro provino nella primavera del Bayer Leverkusen, grazie all’aiuto di un amico libanese: il provino va bene, l’allenatore dice che “può giocare in Bundesliga” ma alla fine, stringendo, il problema è sempre quello. Mancano i documenti.

 

Dopo aver rinunciato al Mondiale Under-17 in Cile, oggi Mohammad Jaddou, classe ’98, avrà probabilmente una scala di valori che non vede il calcio in cima: lì ci sono sua madre e i suoi due fratelli, rimasti in Siria sotto le bombe. Per la Bundesliga c’è tempo, penserà, e anche per la Nazionale. Già è tanto essere vivi.

Un Paese

Alcuni giocatori, come Tarek Hindawi, capitano dell’Under-20 ed ex compagno di squadra del militante-portiere Abdel Basset Sarout, hanno difeso pubblicamente la loro scelta di rimanere in Siria e di giocare per la Nazionale, sostenendo di non essere d’accordo con «chi pensa che giocare per la Nazionale significhi rappresentare una fazione del Paese. Rappresentiamo la bandiera e la nostra fedeltà è verso il Paese. Giochiamo per portare un sorriso sulle labbra di ogni siriano», ha detto in un’intervista al Guardian.

 

Altri, come Abdelrazaq Al-Hussain, centrocampista della Nazionale e oggi all’Al-Ahed in Libano, hanno usato parole meno diplomatiche, o involontariamente rivelatrici: «Apparteniamo a tutte le confessioni della Siria. Che tu sia un cristiano, un musulmano sunnita o sciita, siamo tutti la stessa famiglia, giochiamo per una sola squadra e un solo Paese, che speriamo torni a essere quello che era (“back to the way it was” la traduzione del Guardian, il che fa pensare che al Hussain non aderisca nemmeno silenziosamente alla rivolta, come alcuni suoi attuali ed ex compagni, ndr). La cosa migliore che possiamo fare è unire il popolo siriano», ha affermato dopo la sconfitta per 0-3 dello scorso 8 ottobre contro il Giappone, nelle qualificazioni per la Coppa d’Asia 2019 (e per il Mondiale in Russia) iniziate a giugno.

 

Oggi la Siria—che in questa tornata di qualificazioni gioca le gare casalinghe in Oman—è seconda a 12 punti (il Giappone è a 13) nel girone con Giappone, Singapore, Cambogia e Afghanistan, con 18 gol fatti (miglior attacco del girone, in evidenza il doppio 0-6 in trasferta, alla Cambogia e all’Afghanistan, che però giocava anch’essa in campo neutro, in Iran) e 5 subiti: due punti sotto c’è Singapore, che però ha giocato una partita in più.

 

In evidenza, oltre ad Al-Hussain, ci sono soprattutto i giovani: su tutti l’attaccante classe ’94 Omar Khribin, l’ala classe ’93 Mahmoud Al-Mawas, il centrale difensivo classe ’94 Omar Midani e il centrocampista offensivo Osama Omari, del ’92. Il prossimo 17 novembre, al National Stadium di Kallang, si giocherà Singapore-Siria: se gli uomini di Fajr Ibrahim dovessero vincere, la qualificazione alla Coppa d’Asia sarebbe quasi sicura e quella alla Coppa del Mondo non più la solita chimera.

 

È curioso che proprio l’Iraq—il paese in cui la maggior parte dei calciatori siriani sono andati a giocare dopo l’inizio del conflitto, e dal quale all’epoca di Saddam Hussein milioni di musulmani sciiti iracheni facevano il percorso inverso, emigrando in Siria—fornisca alla memoria il precedente di un’impresa, di un Paese in guerra civile, cioè in guerra con sé stesso, la cui Nazionale di calcio raggiunge un insperato traguardo sportivo.

 

È il 29 luglio 2007 e allo stadio Gelora Bung Karno di Jakarta (Indonesia), 7800 km da Baghdad, l’Iraq batte 1-0 l’Arabia Saudita e vince la sua prima Coppa d’Asia. Si tratta di una vittoria doppiamente simbolica: nelle regioni irachene dell’Anbar, in preda alla totale anarchia militare, al-Qaeda diviene ogni giorno più forte e alcuni suoi membri, a cui si uniranno tempo dopo ex ufficiali e tecnici del partito Baath, iniziano a saldare le loro strategie operative, gettando le basi per quello che poi diventerà Daesh, o ISIS. Qualunque musulmano che viva tra Casablanca e Islamabad, sa bene, o dà per scontato, che tra i principali finanziatori occulti dell’orbita qaedista c’è l’Arabia Saudita, che ha sostenuto movimenti jihadisti e takfiri essenzialmente in funzione anti-iraniana. Intanto a Baghdad, pochi giorni prima della vittoria contro i sauditi, un raid americano condotto da due Apache Ah-64 uccide 18 persone, tra cui i fotografi iracheni della Reuters, Saeed Chmagh e Namir Noor-Eldeen.

 

Al tempo, però, l’Iraq iniziava a risentire nella Nazionale di calcio del cambiamento demografico in corso nel paese dopo la caduta di Saddam Hussein, con il ritorno di migliaia di sciiti, tornati a essere solida maggioranza. Motivo per cui, al netto di un Paese dilaniato da una guerra tra bande, ex militari e truppe straniere, vi era forse una certa sovrapponibilità tra la realtà quotidiana e quella calcistica: si giocava per l’Iraq smembrato dalla guerra del 2003, perlopiù per un “Iraq sciita aggredito da estremisti sunniti” e da truppe straniere, e certamente non o non più per Saddam Hussein, giustiziato nel 2006. Chi giocava, poi, in un Paese ancor più nel caos di quanto non lo sia la Siria oggi, non lo faceva pressato o costretto da una Federcalcio intatta, potente e invasiva, come quella siriana. E sicuramente non era un nostalgico di Saddam, in una squadra quasi totalmente composta da musulmani sciiti.

 

Il caso della Siria è in parte diverso: un paese a maggioranza sunnita, etnicamente e confessionalmente ancor più frammentato dell’Iraq, ma molto meno popoloso; con un presidente, appartenente alla minoritaria corrente alawita dell’islam sciita, che tenta—oggi con il sostegno di Russia e Iran—di mantenere il controllo di una sua roccaforte, che nel migliore dei casi va da Latakia a Damasco, e decine di altri gruppi, tra cui l’ISIS e Jabhat al-Nusra, in controllo di altre porzioni di territorio.

 

Il calcio fornisce spesso lo spazio a innumerevoli tipologie di retorica: quella dei buoni e dei cattivi, quella del riscatto, della battaglia, del miracolo. Quella del calcio che divide o che unisce, o del calcio che permette di dimenticare in campo i dissapori della vita quotidiana. Il calcio siriano, in questi anni di guerra, si presta probabilmente a ognuna di queste retoriche. E sembrerebbe quasi che l’irrazionalità del conflitto armato—come quella di tutti i conflitti armati—sia penetrata per osmosi all’interno della Nazionale, se è vero che, malgrado i recenti successi e la concreta possibilità di una storica qualificazione, immaginare lo spogliatoio delle “Aquile di Qasioun” come un luogo in cui regna l’unità di intenti, la coesione, quello spirito patriottico che azzera le rivalità tra appartenenti a club diversi, sarebbe una operazione abbastanza creativa. D’altronde, quale patria rappresenterebbero in Russia nel 2018 o negli Emirati nel 2019, i ragazzi allenati da Fajr Ibrahim? Che Paese, quanti Paesi, quante Sirie ci saranno, dove un tempo c’era la Siria?

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Hollande e l’atto di guerra

Hollande ha parlato di “atto di guerra” da parte dell’Is, e spero sia cosciente, da grande statista (sono ironico), del fatto che un “atto di guerra” lo dichiarano solo gli Stati sovrani. E quello che sta tra Siria e Iraq non lo è, a meno che Hollande non intenda legittimarlo ulteriormente. L’isis è certamente più vicino ad una società off-shore saudita che a un Paese.

Ma anche qui: vedo che da un po’ è partito il mood saudita, per cui abbiamo la soluzione: arrestiamo tutti gli al Saud, uccidiamoli, rinchiudiamoli.

E invece, forse non è chiaro è che:

– Ryad ha sostenuto gruppi succedanei o “incubatori” dell’isis, in maniera anche ufficiale, certo. Ma lo ha fatto d’accordo con Washington, fino agli anni ’90 e a cavallo del 2000. C’era la minaccia comunista, prima, e poi quella iraniana, e poi quella di Saddam, oltre a varie di minor o maggior rilievo, a seconda del momento storico.

– Oggi è dunque tardi per i j’accuse a quelli che ci forniscono il petrolio, o a quelli che hanno salvato banche in tutto l’occidente durante la crisi economica del 2007-2008.

Ed è tardi perché non è l’Arabia Saudita, oggi, a finanziare l’Isis, come non è il Qatar: entrambe sono minacciate direttamente dall’Isis, che punta a sostituire anche la monarchia degli al Saud.

Sono i privati a finanziare l’Isis, quella pletora di principi e principini – o dei loro amici dei loro amici – con un patrimonio personale che nemmeno la somma di tutti quelli del mio albero genealogico.

Sono probabilmente persone rintracciabili, a cui i servizi segreti non solo americani potrebbero arrivare con estrema facilità, penso, perché non c’è un privato al mondo che non sia rintracciabile, vista anche l’epoca orwelliana in cui viviamo.

Il problema, però, temo, è che non è possibile arrestare una persona con cui si hanno dei debiti, monetari o non monetari. Una persona che, se con una mano ha finanziato gli animali dell’Isis, con l’altra ha contribuito a ricapitalizzare istituti bancari come Ubs, Barclays, Citygroup. Un bel casino eh.

Anche per questo – e anche perché gli uomini di al Baghdadi non aspettano altro che boots on the ground da parte di paesi occidentali, per ucciderne quanti più possibili – credo sia opportuno, o meglio inevitabile ormai, coordinare sforzi militari (che non devono essere gli unici) con Russia, Iran e Hezbollah. Gli ultimi due, Pasdaran e Hezbollahi, assieme ai curdi iracheni, sul campo. Gli altri, con la Russia e gli Usa a guidarli, a compiere strike di copertura.

Ma non ci illudiamo che Daesh si sconfigga militarmente, perché prenderemmo un granchio: i terroristi, quando sono tanti e si riproducono in fretta, non si sconfiggono uccidendoli, ma distruggendo le ragioni che li spingono ad essere tali, ad arrivare ad essere disposti a morire piuttosto che vivere.

Una guerra non ha mai messo fine a un’altra guerra, diceva il grande T.T. E non solo.

Parigi: il veleno della Fallaci, il balsamo di Terzani

Per l’ennesima volta, a tutti voi che citate la Fallaci dopo ogni attentato, magari senza averla mai letta (se l’avete letta è peggio): sto provando per voi un sentimento di compassione pari solo a quello che provo per le vittime di oggi a Parigi.

La Fallaci, pur scrivendo da dio, rappresentava il classico esempio di orologio rotto che segna l’ora giusta una volta al giorno, e come giornalista dai 50 anni in poi ha solo sputato odio e frustrazione su un mondo che avrebbe detestato in ogni cAso, come detestava una marea di cose e persone.

Il suo famoso articolo post 9/11 “la rabbia e l’orgoglio” è circolato parecchio, pure troppo direi, e credo che tutti voi avreste il dovere di leggere la risposta che un vero gigante, Tiziano Terzani, le scrisse da collega e amico. Un articolo/lettera che è possibile trovare su Google con una rapida ricerca delle parole chiave, tipo “Terzani risposta a Fallaci”, o cose del genere. Non è un caso che oggi, in questo mondo qui, la risposta di T.T circoli assai meno dello sfogo della Fallaci: la prima è priva di slogan vendibili. Solo una riflessione molto profonda, che fa bene al cuore e alla mente, che agisce come un vaccino contro la tentazione di essenzializzare la realtà, brutalizzare la complessità, e alimentare quello scontro di civiltà che ci permette di fuggire dai nostri dubbi, o dalle nostre colpe. Un appello accorato alla ragionevolezza, alla messa in discussione di se stessi, alla non violenza delle parole e delle azioni, che coglie esattamente il problema e che in poche righe fa apparire bambinesche le reazioni – pur comprensibili in quel momento, ma non dopo – della Fallaci.

Io penso senza mezzi termini che chi oggi la cita, chi cita quelle sue parole cariche di astio e veleno su fantomatiche e ridicole invasioni dell’islam, che non significano nulla e non spiegano nulla di quel che accade ma spaventano le pecore, sia consapevolmente o inconsapevolmente un razzista.

Si, anche voi che vi credete progressisti e di sinistra, voi che avete lavorato in un campo profughi Africa, in un ospedale in India, o che avete aiutato i contadini delle Ande. Quello della Fallaci – non a caso ripresa da Salvini, che avrebbe difficoltà a individuare non dico Kabul ma anche Lione su una mappa – è nientemeno che razzismo, settarismo, della più bassa lega. Quindi ancora, again, encore: statemi lontani, o se potete scomparite del tutto.

Un giorno, forse, un recesso della vostra coscienza vi spingerà a incuriosirvi, a scandagliare i siti web dei gruppi jihadisti, di movimenti armati di ispirazione salafita, o anche quelli di numerosi imam wahhabiti che predicano online, così come di tutti coloro che ottusamente nel mondo islamico danno una lettura violenta, dicotomica della realtà e letteralista dell’islam: letture che sono il combustibile – anche se non la causa ultima – della lotta armata.

Magari, dicevo, un giorno leggerete le loro frasi, le frasi di questa gente qua, le loro reazioni a caldo, i loro commenti dopo una qualsivoglia operazione militare condotta da un (paese) occidentale contro dei musulmani o in Paesi musulmani, commenti che vedono sempre la retorica dei buoni e dei cattivi, degli “infedeli assassini” contro “i musulmani indifesi”, dell’americano da uccidere in quanto tale, poiché della stessa razza del loro killer.

Li leggerete, con calma, e ci vedrete dentro voi stessi. Con le vostre frasi della Fallaci.