Precisazioni sulla questione palestinese

Indispettiro’ molti, ne sono certo ma non mi interessa granché. D’altronde evito per varie ragioni, normalmente, di parlare della questione palestinese, per cui quando lo faccio tendo a dare sfogo ai flussi. Qualche analfabeta funzionale mi darà anche dell’antisemita, lo so. Oppure, specularmente, mi prenderò magari il plauso parziale di qualche antisemita vero, che continua a confondere il suo antisemitismo per sostegno ai palestinesi, o ebrei con sionisti. Ma tant’è.

È abbastanza scoraggiante vedere come i giornali – e di riflesso l’opinione pubblica – trattano gli eventi che si stanno consumando in Palestina/Israele. Immobilizzati nella loro retorica, a metà tra il timore reverenziale e l’omertà.

Nel migliore dei casi, sussiste quella pelosa e ipocrita teoria degli israeliani che “reagiscono” agli attacchi palestinesi, senza che peraltro si indaghino mai le ragioni di tali attacchi, perlomeno quelle contingenti.

Una descrizione del quadro falsa, ed una operazione che si ripete ciclicamente: lo scorso anno, poco prima del massacro a Gaza operato con “margine protettivo” (2000 civili e passa ammazzati), i giornali italiani riportarono l’uccisione di due ragazzi israeliani, coloni, da parte di alcuni palestinesi. Per giustificare quella che poi sarebbe diventata una ennesima caccia al palestinese a caso da parte delle IDF – abituate agli arresti arbitrari -, il duplice omicidio fu presentato come il “vulnus” in tutte le testate: come se fino a quel momento le cose andassero bene. Come se la tranquillità e lo stato di diritto fossero stati improvvisamente violati dai raptus di qualche islamico cattivo.

E invece quei coloni ammazzati – a Roma, non ad Haifa, girarono manifesti con la scritta “uccisi perché ebrei” – erano già il risultato di una escalation iniziata molto ma molto prima, con l’arresto nella sola Hebron (180000 palestinesi, guardati a vista dalle idf e circondati dalle colonie) di un centinaio di persone nell’arco di un mese (per tacere dei soprusi e delle
Umiliazioni quotidiane, che ormai passano quasi per elementi di folklore locale), tra cui i parenti degli aggressori, senza lo straccio di una accusa, tenuti poi ad libitum in carcere. E mi dispiace: non permetto a nessuno di dire che questo significhi “giustificare” gli attacchi. Cerco di spiegare, spiegare la condizione di chi non è nato per uccidere ma se è arrivato a farlo, e’ necessario chiedersi cosa lo abbia spinto in questa direzione. Non cosa lo legittimi: cosa lo spinge. Siamo tutti umani e nessuno di voi può sapere come reagirebbe se gli fossero negati i più elementari diritti.

Ovvio che non siano stati menzionati tutti gli arrestati, come non trovate sui giornali in questi giorni l’elenco dei circa 50 palestinesi (nomi e cognomi disponibili) ammazzati dal 1 ottobre al 12, nella sola Gerusalemme: un palestinese arrestato in Israele viene normalmente bypassato dai media, fa parte della scenografia.

Un palestinese arrestato, anche con vaghe accuse, viene classificato come terrorista e finisce dunque per non fare notizia. E così lo spettatore, anche il più equilibrato, si fa un’idea precisa, e fuorviante: “ah, però vedi sti palestinesi, era tutto calmo e si mettono ad ammazzare la gente”. Ma non era tutto calmo, non lo è mai stato. A west bank mai. A Gaza ancor meno.

Anche stavolta il copione si ripete: si aspetta la coltellata, il gesto più mediatizzabile, e si tace sulla condizione di perpetua frustrazione dei palestinesi, una condizione che viene tramandata di generazione in generazione, diffusa, inglobata nell’animo di ogni abitante di hebron, ramallah, Gaza; si tace sulle circostanze che possono portare a un inasprimento del clima, dalle quali ovviamente esce sempre fuori chi sceglie la violenza, chi decide, in modo controproducente, che tanto vale vendicare un amico piuttosto che avere salva la pelle.

Dovrebbe far riflettere il fatto, ormai noto, che i recenti attacchi di palestinesi ai danni di civili israeliani non sono “organizzati” come gli attentati: sono iniziative individuali, una ad una, anche di minorenni, ed è anche il motivo per cui è difficile prevederle. Cosa significa? Non è difficile capirlo, lo so. Ci arrivate, ne sono certo.

Se avessimo la volontà di metterci un minuto nei panni di chi vive in condizioni pietose, capiremmo molto semplicemente, aldilà di ogni discorso geopolitico, che non avere prospettive riduce il valore percepito della propria vita, e alza il livello a cui si è disposti ad arrivare: no, non posso definirlo terrorismo, che è una cosa precisa. Io lo chiamo un campanello d’allarme: per i palestinesi e per gli israeliani.

Perché non ti difendi dalla rabbia improvvisa, anche premeditata se volete, ma frutto comunque di una condizione precisa, frustrante, che può esplodere in ogni momento, come si esplode quando si è nervosi e stressati. Ed è difficile smettere di essere violento, se hai l’occasione per diventarlo. Molto più facile smettere di essere Pacifico.

La gente che non ha nulla da perdere aumenta ogni giorno: e’ davvero così sorprendente e scioccante che avvengano questi episodi di violenza? Sono inspiegabili?

La conclusione di queste fasi di maggiore tensione e’ sempre la stessa: “non ci sono soluzioni”, e “le colpe sono di entrambi”, per sparigliare.

Non ci accorgiamo però che a voler essere nobilmente equilibrati, a voler fare parcondicio per non offendere nessuno, non facciamo altro che perpetuare uno status quo profondamente ingiusto (e si è capito che ormai l’unico modo per smuovere la situazione è aumentare, nel
Mondo globalizzato e cybernetico, la consapevolezza riguardo a ciò che accade).

Uno status quo che vede un paese sovrano e un altro che non può esistere, e che se mai esisterà difficilmente avrà continuità territoriale e accesso al mare, due cose fondamentali e mai citate da quelli pieni di buone intenzioni sulla nascita dello stato Palestinese.

Ricordiamoci che non parliamo di due paesi in guerra, ognuno “con le proprie ragioni”. Non ci sono due paesi. Ci sono due società sempre più lontane e frammentate, specie una; con una delle due che ha dei confini in uno Stato e l’altra sempre più ingovernabile, visto che lo Stato non può governarla pienamente.

Si tende – abbastanza fastidiosamente – a spostare il discorso sulla “qualità” delle rispettive società: si dice che Israele e’ più democratica, piu occidentale, più libertaria, e si considerano implicitamente questi elementi come dirimenti: come se il diritto ad avere uno Stato fosse mai dipeso dalla certificazione di un certo grado di democrazia o adesione a un modello predefinito, e preferibilmente occidentale.

Oppure si perpetua quella odiosa e surreale lettura della realtà – eredità anche di un certo approccio accademico – che viene usata anche altrove in MO (mi viene in mente la società iraniana): quella della opposizione tra Stato e Società. Tra Leader cattivi e popolo buono. “Io sto col popolo”, e’ il loop del secolo iniziato da 15 anni.

Sarò molto netto: deve essere chiaro a tutti – in tempi in cui si invoca la democratizzazione dell’area – che Hamas non va valutata per il suo programma politico ma SOLO per il livello di rappresentatività presso la società civile palestinese.

Pur con tutti i suoi difetti, non si può certo affermare che Hamas venga dall’alto, che sia espressione del solito regime militare o monarchico-dinastico, senza alcun legame con la società ma con la volontà di governarla come fa un burattinaio, come faceva l’ultimo Shah in Iran, inducendoci a credere che il “popolo” fosse quello iper occidentalizzato che vendevamo nelle cartoline, quando in realtà era una porzione vicina all’5% del paese, che per il resto era lasciato a se stesso e presentava indici di sviluppo umano deprimenti per una tale enorme civiltà come è quella persiana.

Hamas e’ parte integrante della società palestinese: un movimento nato in un campo profughi quasi 40 anni dopo la fondazione di Israele, messo in piedi da gente che – simpatica o meno, sincera democratica o meno – aveva sofferto come tutti gli altri. Gente che ha scelto la via delle armi, come accade ovunque si soffra per troppo tempo. Ed è perfettamente comprensibile che Hamas abbia avuto successo anche in città come hebron, in Cisgiordania, e non solo nella Striscia. O che abbia stravinto quasi tutte le elezioni. Hamas vive nella società civile, ne coglie gli umori, magari li sfrutta anche, anzi certamente. Ma c’è. E vi sfido a trovare un palestinese che, anche non avendo mai votato Hamas, proponga un suo smantellamento.

Ognuno abbia le sue opinioni però credo che sia più giusto, più coerente trovare il coraggio per dire che non si condividono del tutto le ragioni dei palestinesi, che non ci si fida di loro perché islamici, che si fa il tifo per il popolo più simile al nostro, cioè quello israeliano (composto oggi al 65% da europei, soprattutto dell’est Europa).

Sarà sempre preferibile al dire “sto col popolo palestinese ma contro Hamas”, una sublimazione dell’ipocrisia.

Quando ognuno di noi avrà scelto cosa pensare in piena coerenza, si potrà fare lo step successivo:

e scoprire che dopo quasi 70 anni, a fronte del più forte esercito del Medioriente (per uno Stato grande come l’Abruzzo), a Gaza i gruppi armati si sono moltiplicati. Cucù.

Tutti a parlare di Hamas ma la resistenza armata non la conduce solo Hamas, (attraverso le sue Izz ad-Din al-Qassam) che è certo il movimento più ampio e organizzato: ci sono anche le brigate ali mustapha, marxiste; ci sono i gruppi della jihad islamica, non legati ad Hamas; le brigate abdullah azzam; le brigate dei martiri di al aqsa; le brigate al Nassir salah al din; le al asifah legate a Fatah; le brigate socialiste musulmane (..) abu nidal; i baathisti di al saiqa; le qaediste (uno dei motivi per cui l’Iran e’ restio dal finanziare diffusamente e con continuità la resistenza è proprio la presenza di al qaeda – nemica di Teheran – a Gaza) Jaljalat e le Jahafil Al-Tawhid Wal-Jihad fi Filastin; Al-Jabha al-Dimuqratiya Li-Tahrir Filastin, anch’essi simil-marxisti; e decine di altri, più o meno piccoli e più o meno indipendenti.

Lo so, e’ un brutto colpo per chi aveva tutto chiaro, per chi fa presto a dividere tra buoni e cattivi. !

Wahhabismo e islam

Mi rendo sempre più conto che la disinvoltura con cui i media trattano e usano il termine “islam(ismo)” e’ speculare alla reticenza – vuoi per pigrizia, vuoi per ignoranza – a trattare o usare il termine “wahhabismo”. Che non è il sunnismo, come piace pensare ai putiniani e ai latori dell’orientalismo spicciolo, quello degli arabi sunniti incapaci di governarsi, o delle facili e fuorvianti divisioni tra sunniti cattivi e sciiti buoni, che umiliano al solito la complessità.

Che poi, quando lo si menziona, il wahhabismo, pochissimi si prendono la briga di scrivere, di ricordare con una certa solerzia che si tratta di una ideologia fondata due secoli fa da un tizio che non aveva capito né la tradizione né Ibn Taymiyya (che diede il primo vero impulso a quello che oggi, semplificando e sacrificando molte sfumature, chiamiamo “fondamentalismo islamico”), e che riteneva giusta una “riforma” anche perché il mondo islamico in quel momento non era quello che lui si augurava.

Un uomo, Muhammad ibn abd al wahhab, che gettò intorno al 1750 le basi concettuali di quella che sarebbe diventata ideologia ufficiale dell’Arabia saudita (nata nel 1932), che resiste tuttora e che grazie ai fondi illimitati della monarchia viene propagata con una intensità assolutamente sproporzionata alla reale condivisione nel mondo islamico.

Per dire: in Oman, paese a maggioranza ibadita (confessione islamica a metà tra sunnismo e sciismo, molto in breve) con una recente tradizione di non belligeranza, di neutralità e mediaZione tra paesi musulmani, i canali televisivi sono pieni di trasmissioni condotte da imam wahhabiti dalla dubbia sanità mentale, che passano le giornate a inveire (anche) contro gli stessi ibaditi, ossia i cittadini del Paese in cui trasmettono.

Nessuno ricorda che il messaggio wahhabita non si sarebbe mai diffuso con tanta intensità, continuità, rapidità e forza – prima nella Penisola araba, poi verso est con la diffusione di madrase wahhabi in luoghi disastrati, che le vedevano come unica fonte di istruzione – senza il sostegno dell’impero britannico durante l’800 e l’inizio del 900, che lo strumentalizzo’ in funzione anti ottomana.

E senza la successiva, santa, perpetua alleanza tra Ryadh e Washington, che tuttora pone serii conflitti di interesse (euf.) e fa ridere – per non piangere – le cancellerie di paesi musulmani non alleati dell’Arabia saudita.

Non è antimperialismo, non è benaltrismo geopolitico, non è complottismo, non è antioccidentalismo. Sono fatti. Ricordiamoli più spesso.

Primo della sua stirpe (la storia di Ali Adnan – Ultimo Uomo)

http://www.ultimouomo.com/primo-della-sua-stirpe-ali-adnan/

 

Nella dottrina islamica sciita duodecimana l’espressione marjaʿ al-taqlīd, traducibile dall’arabo con “fonte di emulazione”, indica un’autorità religiosa che, in virtù della profondità dei suoi studi, ha diritto a esprimere interpretazioni originali della legge religiosa. Un marja, soprattutto, può porsi come esempio di “comportamento retto” per tutti i suoi seguaci, che sono invitati a imitarne il più possibile il modo di stare al mondo. Ogni musulmano sciita di rito duodecimano—oggi prevalenti in Iran, Iraq e Bahrein—sceglie di norma un proprio “marja”, a cui ispirarsi nei propri comportamenti quotidiani.

 

Come accade in quasi tutte le conferenze stampa di presentazione di un calciatore non molto conosciuto presso il nuovo pubblico, a un certo punto un giornalista spende la domanda di rito: «A chi ti ispiri in campo, chi è il tuo modello di riferimento?». Un quesito leggero, persino banale, ma potenzialmente utile a capire sia la dimensione mentale entro la quale vive il giocatore—la consistenza delle sue aspirazioni, la percezione dei propri punti di forza—che le sue attitudini tecnico-tattiche.

 

Questa domanda protocollare trova risposte diverse, ma capita sempre più spesso che i giocatori la aggirino come si fa con quelle scomode. Si rifugiano in quella che vorrebbero fosse recepita come una duplice, quanto paradossale, ostentazione di modestia e autostima: «Non credo di somigliare a nessuno, ognuno ha le sue caratteristiche, io sono me stesso e basta». Lo si fa un po’ per svincolarsi inconsciamente dalla possibilità di uscire sconfitto, nel tempo, dal confronto col proprio modello, un po’ per dissipare quell’alone di timidezza che un giocatore si porta dietro durante una conferenza stampa in una nuova squadra, e magari in un nuovo Paese.

 

Ali Adnan Kadhim Nassir al-Thameemi, primo calciatore iracheno a giocare in Serie A e secondo musulmano sciita dopo il centrale difensivo iraniano Rahman Rezaei (7 anni tra Perugia, Messina e Livorno), durante la conferenza stampa di presentazione all’Udinese dello scorso 3 luglio aspetta solo per educazione la fine della traduzione della domanda su chi sia il suo modello calcistico—o il suo marja in campo—e risponde con urgenza: «Roberto Carlos». Senza indecisioni. Dall’audio del filmato non si sente cosa aggiunge l’interprete in risposta ma Ali, come fosse a un esame, ripete con più convinzione: «Si, Roberto Carlos. Un giocatore di livello internazionale. Per questo è il mio esempio come giocatore».

Lo dice con il tono di chi Roberto Carlos se lo sia portato direttamente da casa, come a voler esibire una credenziale a una giuria che è indecisa se bocciarlo o meno. Poi, come a voler convincere i presenti della serietà del suo proposito di ricalcare in qualche modo le orme di Roberto Carlos, aggiunge di aver segnato un gol simile a quello che ha reso celebre l’ex terzino di Inter e Real Madrid contro la Francia. È il 13 settembre 2013 e a Rize, in Turchia, si gioca Caykur Rizespor-Gaziantepspor.

C’è una punizione per i padroni di casa da circa 35 metri e sul pallone ci va Ali. A differenza di quello calciato da Roberto Carlos il pallone colpito da Ali Adnan non vira accelerando come un caccia che punta un incrociatore nell’Oceano Pacifico, ma fluttua immobile come un drone fino alla porta, senza cambiare così nettamente traiettoria, ma variando velocità senza preavviso. Quello di Ali Adnan, che si insacca a mezza altezza sul primo palo, rimbalzando sulla rete come fosse un muro di gomma, e senza che il portiere appaia particolarmente colpevole, sembra l’evoluzione del tiro di Roberto Carlos, che al tempo del primo pallone della nuova generazione, il Fevernova, andava già per i 30 anni.

Crescere e giocare in Iraq

Quarto di cinque fratelli e tre sorelle, Ali Adnan (nato 20 anni dopo il suo “marja calcistico” Roberto Carlos, nel dicembre del 1993) è cresciuto nel grande distretto di Adhamiyah, circa 350.000 abitanti, nell’area nord-orientale di Baghdad. Adhamiya prende il nome da Abū Ḥanīfa an-Nuʿmān, conosciuto come “il Grande Imam” (al-imām al-a’dham, da cui Adhamiya), che è il fondatore di una delle quattro principali scuole giuridiche dell’islam sunnita, quella appunto hanafita.

 

La moschea di Abu Hanifa è quindi una delle più celebri del Paese e il centro vitale del quartiere, che durante gli anni di Saddam Hussein ospita sopratutto i membri di quello che potremmo definire un ceto medio intellettuale. Vi abitano soprattutto musulmani sunniti, all’interno di una macro-area cittadina a maggioranza sciita.

 

Adhamiya lambisce la sponda orientale del fiume Tigri, che lo separa dal suo “quartiere-ombra”, Kadhimiya, che specularmente prende il nome dall’Imam sciita Mûsâ ibn Ja‘far al-Kâdhim, sepolto in una tomba all’interno della moschea a lui intitolata. Kadhimiya è, come si può immaginare, un quartiere a grande maggioranza sciita, che visse i suoi 5 minuti di celebrità internazionale per il fatto di ospitare Camp al-Adala, la base militare americana dove il 30 dicembre 2006 fu giustiziato Saddam Hussein. Entrambi i quartieri sono al centro delle ostilità quando a Baghdad inizia la guerra, visto che alle tensioni tra sunniti e sciiti si aggiunge lo scontro tra truppe statunitensi—stanziate ad Adhamiya—e truppe irachene di vario genere.

 

Nel 2005, quando la coalizione guidata dagli Stati Uniti aveva già invaso l’Iraq da due anni nell’operazione Enduring freedom, Ali deve ancora compiere 12 anni. Si può quindi immaginare, supporre, ricostruendo le tappe del suo percorso calcistico, che il 31 agosto del 2005 Ali fosse nel suo quartiere, magari nella zona meridionale di al Shaab, a sud del distretto, quella dove sorge lo stadio nazionale al Shaab e di fronte al quale c’è la scuola calcio in cui ha mosso i primi passi dal 2003 al 2008: l’Accademia, fondata nel 2001, di Ammo Baba, all’anagrafe Emmanuel Baba Dawud, una leggenda del calcio iracheno.

Sarebbe interessante sapere dove si trovava quel giorno d’estate, quando sul ponte al-Aimmah, che collega i due quartieri di Kadhimiya e Adhamiya, un migliaio di pellegrini sciiti di ritorno dalla moschea di Kadhimiya rimangono intrappolati nella calca sul ponte, le cui ringhiere cedono per l’eccessiva pressione. Centinaia di persone si buttano nel fiume Tigri da un’altezza di circa 60 metri, altre rimangono schiacciate tra la folla presa dal panico. Nelle ore seguenti, gli abitanti, musulmani sunniti, di Adhamiya si mobilitano anche tuffandosi in acqua, per salvare chi è ancora salvabile e trasportarlo negli ospedali e nelle moschee più vicine. Muoiono circa 900 persone, e forse il bilancio ha finito col tempo per far passare in secondo piano nei media una importante dimostrazione di solidarietà intercomunitaria.

 

Ma sono molte le cose che sarebbe interessante sapere sull’infanzia di Ali Adnan. Nel 2007, per ridurre gli attacchi contro le proprie truppe stanziate nel quartiere, gli americani decisero di costruire un muro lungo circa 5 km e alto quasi 4 metri attorno al perimetro di Adhamiya. E chissà se Ali da piccolo ha attraversato i checkpoint di quel muro, come sembra verosimile abbia fatto centinaia di volte, per raggiungere l’Accademia di Ammo Baba…

 

Quella di Ali è una famiglia molto conosciuta non solo ad Adhamiya ma in tutto l’Iraq, come lui stesso ha ricordato in conferenza stampa. Suo padre è stato un buon giocatore soprattutto a livello giovanile, per poi condurre una dignitosa carriera in patria. Suo zio Ali Kadhim è stato uno dei principali goleador della storia del calcio iracheno tra il 1968 e il 1982, anno in cui il suo record di 35 segnature con la maglia della Nazionale venne battuto da Hussein Saeed, che è tuttora il detentore del record con 78. Zio Kadhim ha speso una intera carriera nell’al-Zawra’a, il primo club in cui anche Ali è approdato nel 2008 dopo l’Accademia, per poi passare agli acerrimi rivali dell’al-Quwa al-Jawiya e poi, nel 2010, al Baghdad FC, fino al 2013.

 

Oltre i “marja”

Con il suo modello dichiarato, Roberto Carlos, Ali Adnan non ha molto in comune. Ci sono quasi 20 cm di differenza (Adnan è alto 186 cm), la provenienza da due culture differenti e, al netto del gioco, due modi diversi di interpretare il ruolo.

Roberto Carlos, da brasiliano, ricercava il fraseggio palla a terra, necessario ad acquisire ritmo. Un giocatore associativo, che disponeva di un’arma impropria sui calci da fermo e che era in grado di andare sul fondo con regolarità grazie a una esplosività fuori dal comune, abbinata a un’ottima velocità di base.

 

Ali Adnan, che già a 19 anni nel campionato iracheno era fuori categoria, gioca un calcio più verticale, rischioso. Accetta volentieri l’isolamento sul lato debole per creare i presupposti migliori per l’uno contro uno. Dotato di un controllo in corsa già in grado di indurre al temporeggiamento il difensore, Ali si sposta il pallone per entrare a testa bassa nelle linee nemiche sia esternamente che internamente.

 

Palla a terra non ha molte soluzioni di passaggio: Ali consegna la palla al difensore o alla mezzala di riferimento il più delle volte da vicino, per farsela ridare in corsa, e fatica ancora a capire i momenti in cui congelare il possesso. Quando rischia il passaggio, sbaglia spesso: nell’Udinese è penultimo per percentuale di passaggi riusciti davanti al solo Karnezis.

Un giornale turco nel 2013 lo soprannomina “il Gareth Bale d’Asia”. È un paragone, per quanto esagerato, più calzante rispetto a quello con Roberto Carlos, perché la struttura fisica di Ali ricorda molto quella del gallese. Sono simili anche le capacità aerobiche, la velocità negli spazi ampi, la tecnica nel dribbling, eccezionale specie per un terzino, e la facilità di calcio.

 

Quasi per default, a un terzino proveniente da luoghi esotici e di cui si conoscono solo giocate d’attacco, si tende a imputare una scarsa attenzione difensiva. Un giudizio che non sembra tenere conto di alcune sue prestazioni: l’iracheno sembra invece avere una predisposizione—maggiore di Bale—difensiva, nel senso di una libido anche nel compiere gesti difensivi, come un recupero in campo aperto.

 

La scalata al calcio globale

Ali Adnan si è segnalato definitivamente agli operatori di mercato internazionali nell’estate 2013, durante i campionati mondiali di calcio Under-20 disputati proprio in Turchia. Il suo Iraq si piazza primo nel girone con Cile, Inghilterra e Egitto, batte Paraguay agli ottavi e Sud Corea ai quarti ed esce in semifinale con l’Uruguay ai rigori, perdendo poi la finalina con il Ghana.

 

Alla prima partita il 23 giugno ad Antalya c’è proprio la squadra di Ross Barkley, James Ward-Prowse e Harry Kane. L’Inghilterra nei primi 15 minuti crea 3 palle da gol nitide: sull’ultima di queste tre, al 12′, Lundstram riceve addosso dal limite dell’area un passaggio verticale da 15 metri e gioca di prima, giratosi nel frattempo in posizione perpendicolare alla porta, un’imbucata per Luke Williams. L’attuale attaccante dello Scunthorpe United fa teoricamente tutto bene: lascia scorrere la palla fino al sinistro, che non è il suo piede, ma è quello adatto per l’effetto inerziale della palla, e tira a incrociare rasoterra a botta sicura dal vertice sinistro dell’area piccola, facendola passare sotto le gambe del portiere in uscita.

A quel punto però si materializza Adnan, che segue l’azione indietreggiando e salva con il destro sulla linea la conclusione del biondo attaccante inglese. Al 40′ una sua diagonale difensiva finisce con un miracoloso intervento in tackle su Harry Kane lanciato a rete, la cui conclusione finisce sopra la traversa. L’Inghilterra va però in vantaggio con Coady sugli sviluppi del calcio d’angolo seguente. Al 6′ minuto del secondo tempo Williams raddoppia, appoggiando da due passi un cross proveniente da destra: proprio la fascia lasciata sguarnita da Ali, che nell’inquadratura del gol non si vede nemmeno, tanto è rimasto alto.

 

In questa occasione si intuisce il suo principale difetto in fase difensiva, che è quello di dimenticarsi a volte di essere un terzino e credere—appunto—di essere (già?) un’ala, da cui ne consegue una scarsa abilità nello scegliere i tempi dell’intervento.

La partita sembra chiusa, ma l’Iraq accorcia le distanze su rigore al 75′ e al 92′ Adnan si isola alto sulla sinistra, con l’ala irachena che si accentra in area per lasciargli spazio. La palla gli arriva precisa, lui potrebbe crossare, ma decide di puntare l’area: rientra con una finta che induce al rinculo Adam Reach, che lo aspetta come si aspetta chiunque sia bravo nel dribbling. A Reach si affianca anche Jamaal Lascelles: allora Ali finta di nuovo riportandosela sul sinistro e anche se lo spazio è ormai finito, forse intuisce il timore dei difensori che devono temporeggiare, quindi se la riporta sul destro, la palla tocca il piede di un Reach impaurito e si alza un po’: Ali calcia con il destro, di rabbia, firmando il definitivo pareggio.

Salverà un altro gol sulla linea agli ottavi col Paraguay e firmerà un altro gol su punizione molto defilata nel Mondiale, in semifinale contro l’Uruguay (1-1), che poi vincerà ai rigori.

Nel 2013 tutti i principali operatori lo conoscono, visto che viene inserito dal magazine britannico World Soccer nei migliori 10 giocatori della competizione. Viene votato dalla AFC (Asian Football Confederation) miglior giovane calciatore asiatico. Il Daily Mail, nel 2014, dopo il suo trasferimento al Caykur Rizespor, lo inserisce in una lista dei migliori 20 giovani in Europa. Sin dal dicembre 2012 è anche nell’undici titolare della Nazionale irachena maggiore: lo fa esordire con il Bahrein il c.t. Hakeem Shaker, che da pochi giorni aveva sostituito alla guida della Nazionale il brasiliano Zico. Il suo primo gol arriverà nel 3-1 contro la Cina, dopo che nella partita di andata, il 22 febbraio 2013, con i cinesi vittoriosi 1-0, Ali Adnan aveva rischiato di segnare un gol da 50 metri esatti, con il portiere in porta, senza prendere rincorsa: come quando si esegue un lancio. Un tiro abbastanza irreale.

La guerra

È curioso che durante tutta la conferenza stampa di presentazione all’Udinese, in cui appare un po’ teso, dispensando con generosità gli “insh’allah” (“se Dio vuole”), Ali sorrida rilassato solo al momento della domanda sulla sua presunta partecipazione, come soldato, al conflitto armato che l’esercito iracheno, assieme ad alcune milizie sciite e al Governo regionale del Kurdistan sta conducendo contro l’Isis.

 

Sorride quando la giornalista sottolinea come questa sua “partecipazione alla guerra” sia “molto lontana da noi” e gli chiede spiegazioni. E forse in un certo senso lo spaventa, lo induce a prendere le distanze da quell’immagine di “miliziano” che lui teme stia prendendo corpo e a precisare che lui “non fa parte dell’esercito iracheno”, aggiungendo poi di aver fatto solo un’apparizione di due ore a fianco delle truppe, giocando anche un po’ a calcio.

 

Rimangono delle discrepanze tra quanto detto al tempo dei presunti fatti (estate 2014) dai suoi agenti—che confermarono il suo ritorno in Iraq «per aiutare il proprio Paese anche se non per molto»—e quanto affermato da lui stesso in conferenza stampa, oltre al fatto che non vi è certezza sulla durata della sua permanenza. Fu una trovata pubblicitaria al tempo, o è oggi un tentativo di smorzare l’attenzione su un aspetto delicato, che potrebbe sviare dall’oggettiva valutazione del giocatore o attirare eccessive pressioni?

E forse è bene ripassare un secondo la storia dell’Iraq per capire che posizione occupa Ali Adnan in quel complesso scacchiere. Si sente spesso dire che Saddam Hussein, nonostante fosse musulmano sunnita, era un leader laico; che conseguentemente le minoranze religiose, nel “suo” Iraq, potevano vivere tranquille o aspirare anche a cariche pubbliche. Questo, se si pone l’accento sul termine “minoranze religiose”, è nella sostanza vero (si ricorderà invece la repressione della minoranza etnica curda, i cui appartenenti sono generalmente musulmani sunniti): è eloquente in questo senso che Tareq Aziz, il vicepresidente di Saddam Hussein, fosse cristiano caldeo. O che il patriarca caldeo Raphael Bidawid fosse una personalità assai rispettata nel Paese.

 

Quel che si sente dire meno, e che rende problematica la definizione di “laico”, è invece la condizione di quella che in effetti non era una minoranza, ma una maggioranza: i musulmani sciiti, circa il 60-65% della popolazione irachena. Gli sciiti furono marginalizzati e brutalmente repressi da Saddam, che condivideva con gli odierni miliziani dell’Isis o di al Qaeda un sentimento di disprezzo nei loro confronti (una posizione che può sfociare nel “takfirismo”), oltre a considerarli agenti sobillatori nelle mani della vicina Repubblica islamica dell’Iran. Milioni di sciiti sono emigrati in Siria e Iran tra il 1980 e il 2000.

 

Con la caduta di Saddam, complice la polverizzazione da parte americana prima dell’esercito (specie l’aviazione, tuttora sostanzialmente assente) e poi della burocrazia sunnita legata al partito Baath (risultata in milioni di disoccupati, anche tra funzionari di regime di basso livello), comincia la “vendetta” sciita. I musulmani sunniti, a parte quelli di etnia curda che vivono al nord, si concentrano soprattutto nelle regioni centro-occidentali dell’Anbar e verso il confine con la Siria, e fanno i conti con discriminazioni di vario genere.

 

L’Anbar diventa uno dei quartieri generali di al Qaeda che compierà attentati ininterrottamente sin dal 2005, trovando a volte il sostegno di sunniti della regione lasciati a sé stessi dal governo centrale. Baghdad si ripopola di seguaci di Ali Ibn abi Talib, cugino e genero del Profeta, quarto califfo per i musulmani in genere e primo Imam per gli sciiti, che lo considerano diretto successore di Muhammad, che riacquistano, oltre che le posizioni di potere istituzionale, anche il controllo del malridotto esercito. Un esercito al quale molto presto si sono aggiunte le milizie, sempre sciite, formatesi per combattere l’invasione americana.

 

Dopo la nascita del cosiddetto Stato islamico, proclamata da al Baghdadi all’indomani della presa di Mossul del giugno 2014, l’Iraq già non esiste più de facto. Oggi il governo centrale sciita controlla Baghdad e le regioni a sud, specie quelle dove sorgono la città sante sciite di Najaf e Kerbala; a nord c’è il sempre più forte Governo regionale del Kurdistan e a ovest c’è l’Isis, che controlla un territorio poco popolato che comprende parte della Siria e dell’Iraq.

Ali Adnan, come detto, è un musulmano sciita molto devoto e in questo quadro, non è sorprendente che abbia ostentato il suo appoggio all’esercito, impegnato in quella che è una guerra di sopravvivenza, contro un nemico che mira all’estinzione degli sciiti in quanto tali, e in un contesto “nazionale” che è divenuto fortemente settario. Non è tanto rilevante il grado di partecipazione di Ali al conflitto, che probabilmente non conosceremo mai; è però significativo che un ragazzo che non fa nulla per nascondere la propria appartenenza religiosa metta anche solo la sua faccia per sostenere l’esercito di quel che rimane del suo paese sotto assedio.

 

Quando in conferenza stampa liquida la sua partecipazione come una comparsata, aggiunge, oltre al fatto ovvio di non essere “parte dell’esercito”, che a lui non interessa la politica. Che poi, in Iraq, oggi, la politica sarebbe la guerra, e c’è da credere che se Ali Adnan non fosse uno dei più preziosi talenti dell’intero calcio mediorientale, oggi indosserebbe la mimetica, come molti della sua età e della sua provenienza hanno fatto.

Nonostante Ali si voglia concentrare sul calcio, non si è dissociato dalla realtà in cui è cresciuto. Un mese prima di tornare in Iraq per posare con le truppe, Ali segna un gol nel campionato turco all’indomani della strage di Soma, in cui quasi 300 minatori hanno perso la vita. Una tragedia che lo tocca molto, spingendolo a mostrare questa maglietta di solidarietà. Intervistato, Ali definisce i morti dei “martiri” (shahid in arabo, una terminologia tipicamente sciita).

 

Futuro radioso?

All’indomani del suo acquisto da parte dei friulani si parlava di un possibile prestito alle società gemelle del Watford o del Granada, ma alla fine Ali Adnan è rimasto a Udine. Non solo: mister Colantuono finora lo ha fatto giocare sempre, come esterno sinistro in un 3-5-2. È lui uno degli sbocchi in verticale della squadra friulana, con l’altro esterno, Edenilson, maggiormente bloccato, più votato alla gestione del possesso e più attento tatticamente.

 

Al momento in cui scrivo, dopo il pareggio dell’Udinese in casa col Genoa, Ali Adnan ha totalizzato 598 minuti giocati, ha preso tre gialli, ha fatto 1,1 tiri a partita, ha indovinato il 65,8% dei passaggi e soprattutto ha vinto 3,1 duelli aerei a partita, statistica sorprendente che lo vede primo tra i suoi compagni e decimo in tutta la Serie A. La sua miglior partita l’ha giocata contro il Palermo. La sua peggior partita è stata certamente contro il Milan.

Dopo una prima stagione al Rizespor da 31 presenze, 3 gol e 9 assist e una seconda da sole 10 presenze per via di un infortunio, i tanti interessamenti attirati nel corso degli ultimi due anni hanno convinto Ali ad allontanarsi ancora di più da casa, mantenendo all’Udinese quel numero 53 che aveva scelto, aggiungendo di “sentirsi a casa”, al suo arrivo al Caykur, che è stato fondato appunto nel 1953. In una squadra come l’Udinese può, teoricamente, esprimere il suo potenziale, e se confermasse le attese forse già a fine stagione potrebbe essere pronto al salto in avanti.

 

D’altronde, Ali in conferenza stampa ha detto di avere «già una visione del calcio italiano, e di essere arrivato soprattutto per difendere», dimostrando di aver capito cosa è più importante per un terzino che giochi in Serie A. Per il resto, l’ambizione e la fiducia nei suoi mezzi non gli fanno difetto: in una recente intervista rilasciata a Sky, Ali ha detto di voler diventare «uno dei più forti giocatori del mondo». Dopo essere stato il primo giocatore cresciuto nell’Accademia di Ammo Baba a vestire la maglia della Nazionale irachena e il primo iracheno a giocare in Italia, Ali Adnan ha le caratteristiche e sembra avere anche la maturità (oltre che il tempo dalla sua parte) per puntare nel futuro prossimo a un livello ancora superiore, magari in una delle grandi squadre che lo avevano cercato nel 2013-2014. Insh’allah.

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I raid russi in Siria e la variabile iraniana

Dopo quasi 5 anni di guerra civile, la Russia ha deciso di intervenire militarmente in Siria, a sostegno del suo alleato Bashar al Asad, in controllo di una porzione limitata di territorio. Si tratta di una novità fondamentale per le sorti del conflitto, in grado di spostare gli equilibri.

Gli strike russi sono iniziati il 30 settembre e hanno colpito le province di Homs e Hama, oltre che l’area nord-orientale di quella di Latakia, non lontano dalla base navale di Tartous. Le zone bombardate sono attualmente sotto il controllo di forze ostili al regime siriano: i raid effettuati a nord sono essenzialmente diretti contro enclavi di Jabhat al Nusra (secondo l’analista del Brookings Institution Charles Lister l’area sarebbe ad alta densità di jihadisti ceceni), ai margini meridionali di una macro area – la provincia di Idlib – sotto il controllo dei ribelli; quelli su Hama e Homs sono invece avvenuti su enclavi di ribelli all’interno di una macro area controllata perlopiù dal regime siriano.

Uno di questi raid avrebbe colpito il campo di addestramento del gruppo Liwa Suqur al-Jabal – precedentemente supportato dalla Cia in Qatar e Arabia Saudita – , secondo quanto confermato dal suo capo, Hassan Hajj Ali, un ex militare siriano. Il gruppo sarebbe parte, secondo quanto riferito dallo stesso Hassan Hajj, dell’Esercito Libero Siriano (FSA), un agglomerato di diversi gruppi ribelli con un fine comune, la caduta di al Asad, e senza un comando operativo centralizzato.

Nessuno dei bombardamenti russi, per il momento, sarebbe stato effettuato sulle aree sotto il controllo dell’Isis e secondo il rappresentante dell’opposizione siriana ad Homs Nidal Ezzedin i civili rimasti uccisi nei raid russi nell’area di Talbiseh sarebbero almeno trentasei. Il canale Russia Today ha pubblicato un articolo in cui accusa media occidentali di “guerriglia” nell’informazione, rigettando l’idea secondo cui i bombardamenti sarebbero stati diretti contro i civili. L’agenzia russa Interfax invece riporta le parole del ministro degli Esteri Sergej Lavrov, che ha affermato che almeno 20 degli strikes sono stati diretti contro l’Isis, compreso quello di Talbiseh.

Il presidente del comitato per gli affari internazionali del Parlamento russo, Alexei Pushkov, ha più volte affermato che quella dell’opposizione “moderata” è una invenzione statunitense. Ciò forse in parte tradisce le dichiarazioni di Lavrov – che se fossero disoneste sembrerebbero frutto del tentativo di agitare lo spauracchio Isis per legittimare i bombardamenti – ma rende ancor più chiari, paradossalmente, i piani di Mosca, che rivendica di essere entrata nel conflitto su richiesta del suo alleato e di quello che ritiene l’unico governo legittimo. A chiarire la questione ci ha poi pensato il portavoce di Vladimir Putin, Dmitry Peskov, che ha affermato che “gli obiettivi degli strike sono noti gruppi ostili e sono scelti insieme al regime siriano”: una dichiarazione salutata dall’Independent come una “ammissione”.

Questa “guerra di comunicazione” impone di chiarire perlomeno un aspetto preliminare, che chiama in causa il sistema percezioni: il governo russo, assieme al regime di Bashar al Asad, non fa alcuna differenza tra Isis, al Qaeda e chiunque si opponga al governo. E questo è forse il suo principale limite, sopratutto in una strategia di lungo termine. Perché per il resto, la posizione russa appare comprensibile e coerente con il proprio sistema di alleanze.

Nel ritenere ogni antagonista – con una parvenza, un brand o una effettiva appartenenza “islamica” – come un nemico intollerabile, la Russia si affianca non solo agli al Asad ma anche agli altri autocrati dell’area, vecchi e nuovi, ad intensità alterne definiti “laici”. Si tratta chiaramente di un approccio repressivo, opposto a quello inclusivo o dialogante. Un approccio che attrae molto anche i nostalgici degli autoritarismi in Occidente, che per questo si schierano con Putin e i suoi alleati, quasi sempre militari, del Medi Oriente, di cui apprezzano il “decisionismo”: anche se quelle decisioni si rivelano, nel tempo, sbagliate.

Per Al Asad, per Putin ma anche per al Sisi e gli altri autocrati, al Qaeda, Isis e i Fratelli musulmani sono la stessa cosa: si tratta di terroristi o potenziali terroristi. Invece le differenze, pur non essendo lampanti, esistono, e sono in un certo senso le stesse che passano tra un sincero fascista pacifico e un sincero fascista che si arruoli nel Donbass, o tra un comunista e un brigatista: c’è la probabile condivisione di un’idea di società simile ma non la automatica connivenza, o accordo sul metodo con cui ottenerla, oltre che sulla possibilità effettiva di ottenerla o meno.

Leggendo quella russa come una strategia repressiva, volta a mantenere la Siria nelle mani di soggetti amici e in ogni caso lontani dall’orbita islamista, vanno però considerate il ruolo e la dottrina strategica dell’Iran, alleato russo e siriano. La Repubblica islamica, che adotta un approccio repressivo ad un buon numero di questioni domestiche ed è come quello russo uno Stato fortemente centralizzato, adduce in realtà ragioni geopolitiche e una scala di priorità diverse da quelle della Russia nella guerra a formazioni jihadiste.

Anche per gli iraniani l’Isis non è in alcun modo dissimile dal network di al Qaeda, per ragioni però diverse e poco reclamizzate in Occidente: i gruppi qaedisti nei Paesi arabi e in quelli a est dell’Iran, l’Isis, e tutti i movimenti armati di ispirazione wahhabita hanno un obiettivo prioritario rispetto all’Occidente “blasfemo”. Un obiettivo dichiarato: gli sciiti di tutto il mondo. E’, questa, una declinazione del “takfirismo”, che si traduce essenzialmente con l’atto di dichiarare infedele, di ‘scomunicare’ il prossimo (e reprimerlo). E’ così, “takfiri”, che sono chiamati in Iran e non solo i membri di al Qaeda o dell’Isis.

Si può discutere sull'(in)opportunità di non distinguere tra ribelli legati all’Isis o al Qaeda e non, come fanno Russia e Iran in sostanza, ma è necessario tenere presente che il prezzo di una eventuale inazione, per l’Iran, potrebbe essere estremamente alto, perché è innegabile che esista un progetto chiaro e condiviso di guerra senza quartiere agli sciiti.

L’Iran prende dunque le sue contromisure anche lontano dai suoi confini, facendo convergere ulteriormente i suoi interessi con quelli russi, con l’obiettivo di rendere impossibile – a prescindere da quanto possa essere un pericolo reale – che a Damasco possa governare un attore anti- sciita. Ecco perché il quadro è più complesso di quel che sembra, un quadro in cui anche le ragioni di uno stesso “blocco” sono differenti, e in cui una scelta giusta ne contiene una sbagliata.

Perché da una parte, nel reprimere un dissenso pacifico – quando pure di matrice islamica – il regime siriano e i suoi alleati hanno certamente, oltre che ucciso migliaia di persone, perpetuato lo storico errore degli autocrati mediorientali, favorendo l’incubazione di futuro dissenso violento; dall’altra, tuttavia, un po’ per forma mentis e un po’ per necessità, Russia, Siria e Iran hanno compreso che la minaccia globale è posta in egual misura dall’orbita di Qaeda e dall’Isis, che pure ne è concorrente se non nemica. C’è una strategia operativa diversa ma entrambe drenano dallo stesso terreno antropologico, entrambe hanno mire globali, ponendosi al di fuori della comunità internazionale, entrambe sono di ispirazione wahhabita e di conseguenza esplicitamente anti-sciite. Iran e Russia sembrano avere ciò che manca ad altri, impantanati nelle loro contraddizioni: una chiara e condivisa vision su quali siano le principali minacce globali, anche se è illusorio pensare che le si possa annientare con le armi, se non altro perché le ragioni che spingono un emarginato ad aderire ad al Qaeda persistono.

L’errore di Obama è stato innanzitutto quello di non prendere una posizione chiara e mantenerla, cedendo il passo a Putin sul piano del decisionismo. Ciò ha contribuito ad annacquarne l’immagine già sufficientemente vituperata dai suoi innumerevoli detrattori negli Stati Uniti: quando Obama andò al potere la prima volta l’urgenza sembrava quella di un graduale disimpegno americano dopo anni di catastrofi; meno di due anni dopo, gli sconvolgimenti dovuti alle primavere arabe imponevano almeno una ridiscussione degli impegni politico militari degli Stati Uniti, che hanno pur sempre decine di basi militari sparse per la regione e alleati esigenti.

Al Asad per Washington continua ad essere ufficialmente il principale ostacolo a una pacificazione in Siria. Per i russi, ça va sans dire, al Asad è invece un punto di partenza imprescindibile per una nuova eventuale Siria. Un punto di incontro appare molto lontano ma i russi, muovendosi concretamente, rischiano di avvicinarsi a quello che è il migliore scenario geopolitico per i loro interessi. E’ probabile che Mosca sia disposta a pagare un prezzo calcolabile nella recrudescenza (con conseguente repressione) dei movimenti jihadisti nel Caucaso.

Guardando le mappe del conflitto disponibili, e in particolare quelle che illustrano gli strikes, si comprende chiaramente quale sia la strategia operativa russo-siriana: saldare l’area costiera di Latakia, storicamente a maggioranza alawita, e l’asse centrale che parte dalla capitale, passa per Homs e arriva ad Hama, già controllata in ampie porzioni dal regime. Il proposito immediato è dare continuità territoriale alle aree controllate dal regime. Un approccio rischioso e pragmatico allo stesso tempo, che non pesa la pericolosità del nemico in termini militari ma di prossimità della minaccia alle aree sotto il controllo del regime.

La seconda fase dell’azione russa potrebbe delineare un quadro in parte speculare a quello iracheno, in cui i pashmerga vengono supportati dagli strikes della coalizione guidata dagli Stati Uniti: secondo fonti libanesi citate dall’agenzia Reuters, circa dieci giorni fa sarebbero arrivati in Siria un centinaio di soldati iraniani, che assieme alle truppe fedeli agli al Asad e agli Hezbollah si preparerebbero a una massiccia operazione di terra al nord, supportata dagli strikes russi, nella zona di Idlib.

Appare quindi possibile che l’Isis non sarà il prossimo obiettivo militare nella strategia russo-siriana. A quel punto, si sarebbe in presenza di una Siria fedele ad al Asad ridotta alla sua parte occidentale, uno Stato islamico a estendersi nell’est della Siria e nell’ovest dell’Iraq, e un governo di Baghdad a maggioranza sciita e filo-iraniano limitato alle province limitrofe a quella della capitale, in attesa di una eventuale quanto lontana strategia condivisa contro Daesh.

Come però scrive sul Sole24ore Alberto Negri, oggi la soluzione militare non basta più e l’Isis è la prova della facilità con cui lo status quo può cambiare. Anche perché la strategia del Jihad globale è cambiata, e non prevede più lo scontro frontale col “potere” o il terrorismo finalizzato alla paura, come facevano quelli di al Qaeda all’apice del loro “successo”, ma mira alla conquista di territori precisi in cui lo Stato è debole o assente, da cui far partire il proprio progetto politico.

Oggi si assiste a questi ineluttabili cambiamenti, che rivelano nuovamente la fragilità degli Stati post-coloniali e renderanno forse necessaria la futura ridiscussione non solo della società, ma anche della geografia del Medioriente: oggi ridotto in ampie aree a un cumulo di preziose macerie, antiche come il mondo. Una triste scenografia per intere generazioni, che ormai non distinguono più tra passato e futuro, tra speranza e possibilità. Tra realtà ed incubo.