Paralleli libico-turchi e la questione semantica “islamista”

C’è, secondo me, un interessante e vago parallelo tra Turchia e Libia che può introdurre una riflessione. Un parallelo che ha a che fare con la nostra ignavia, la
Nostra ignoranza a proposito di islam (che da sola sarebbe legittima), accompagnata però dalla pretesa di giudicarlo tout court, paragonarlo, definirlo. Una ignoranza che si alimenta di un approccio essenzialista, che ci spinge ad esempio a confondere islamico/islamista, o anche (assai comune) a pensare che a “islamista” corrisponda “violento”, o terroristico, e non semplicemente chi crede e lotta per delle idee e per un’idea di società (a prescindere da quanto la possiamo condividere), anche, e direi sopratutto, in modo pacifico.

Le situazioni, o meglio le premesse, sono ovviamente differenti: la Turchia e’, insieme all’Iran, forse l’unico vero stato nazione della regione, con un governo centrale molto forte e la pretesa di rappresentare un attore regionale di rilievo, al limite un polo culturale e strategico del mondo sunnita. Come molti Stati centralizzati, e ancor più se con un esecutivo dagli ampi poteri (Erdogan non c’entra nulla, o meglio nn c’entra più di chi sarebbe al suo posto) la Turchia fronteggia da qualche tempo istanze indipendentiste/separatiste, che poi sono sfociate anche in atti di terrorismo, sopratutto per mano del Pkk, in tempi più lontani. Non ha invece particolari problemi con il fanatismo islamico, ricondotto in qualche modo nell’alveo della politica nazionale, in cui spesso ha rielaborato la propria essenza per partecipare al gioco politico, all’interno di un Paese con una costituzione concepita dal più laico (ma non più tenero, specie con armeni) dei leader mediorientali dell’ultimo secolo, Mostafa Kemal Ataturk. La Turchia ha anche il progetto, in parte sospeso o in concorrenza con la tentazione di integrarsi a est invece che a ovest, di far parte dell’Europa.

La Libia, da parte sua, e’ oggi un non-paese, smembrato da clan rivali che sono tornati a farsi la guerra e dall’assenza prolungata dello Stato. Un paese che già al tempo di Gheddafi poteva essere definito come l’unione di tre ‘paesi’: tripolitania, fezzan e cirenaica, in parte tenuto in piedi da equilibri clanici e in parte dalla presenza “forte” di gheddafi, con il culto della personalità che comportava.

Come molti sanno, oggi in Libia ci sono, oltre che una miriade di milizie, due governi autoreferenziali, che si autopercepiscono come gli unici con il diritto di rappresentare il popolo libico. Uno sta a Tobruq, e ha il suo uomo forte nel generale Khalifa Haftar, stretto alleato dell’egiziano al Sisi, e può contare sull’appoggio appunto dell’Egitto, degli EAU e della c.d comunità internazionale, o meglio l’UE sopratutto, che lo riconosce come unico governo legittimo (..).

L’altro sta a Tripoli, e’ appoggiato sia dai Fratelli musulmani e da alcune milizie più o meno islamiste, che da amazigh (berberi) e altri. I due governi non si amano, e si stanno combattendo da qualche tempo con vari mezzi, certamente superiori dalla parte di Tobruq.

Sia in Turchia che in Libia si pone la minaccia militare e territoriale di Daesh, anche conosciuto come Isis, o autoproclamato “Stato islamico”.

Ed è’ qui si verifica il corto circuito, e che si può delineare un parallelo che si fonda sulla nostra duplice miopia rispetto a quanto sta accadendo. Mi spiego.

La Turchia, vista la presenza dell’isis ai suoi confini o anche all’interno del suo territorio, con tutto ciò che comporta ai nostri occhi in termini di “minaccia alle porte dell’Europa”, ha approfittato per bombardare anche alcune postazioni del Pkk, continuando a condurre una guerra che il governo turco e buona parte dello spettro politico percepiscono come anti terroristica, ma che altri (alcuni) Segmenti della società turca e internazionale considerano anti-indipendentista e anti libertaria. È una lunga storia ma il punto è quello: come occidentali, spaventati dallo spauracchio Isis, siamo in sostanza d’accordo (o meglio, non contestiamo su nessun piano reale) con le azioni della Turchia a prescindere da tutto, e che oggi sono forse necessarie visto come è degenerato il quadro siriano-iracheno nel tempo. C’è, d’altronde, il fantasma “islamista”.

La Libia, invece, è un esempio ancora più efficace per dimostrarci come alcuni governi del Nordafrica – che noi trattiamo come alleati – sfruttino la nostra miopia, e in modo ben più subdolo e cinico: oltre a combattere molto più le miliZie filo-Tripoli che non l’Isis, il governo di Tobruq, in partnership con quello Egiziano a cui forniamo Armi, ha chiesto anche l’intervento armato della lega araba un paio di giorni fa, nella zona di Sirte assediata dai miliziani di Daesh.

Perché tanto, ai nostri occhi, un miliziano barbuto che sta con tripoli o un miliziano barbuto che sta con Isis sono la stessa cosa, sono “islamisti”, e al Sisi e Haftar lo sanno bene, ci giocano anche con le dichiarazioni.

Perché lo avrete intuito: Tobruq invoca aiuto non per combattere Daesh ma per fare fuori i rivali del governo di Tripoli (messo peraltro alle strette dalla Lega arab), più rappresentativi e radicati sul territorio, come gran parte dei movimenti di ispirazione religiosa del Medioriente. Che ci piaccia, o meno.

Ecco, gli islamisti. La cronaca ci dice che la settimana scorsa l’isis ha ucciso a Sirte una cinquantina di persone, tra cui donne e bambini.

In particolare, l’Isis ha ucciso e poi crocefisso i corpi di 12 membri della tribù dei Ferjani, che hanno preso le armi contro di loro, dopo che Isis ha massacrato il loro leader religioso, Khalid bin Rajab Ferjan.

In sostegno dei poveri Ferjani sono corsi sapete chi? I salafiti. Salafiti. Gente che (letteralmente “chi cerca di vivere nel
Modo più simile possibile ai tempi dei salaf, i pii antenati, ossia i 4 califfi ben guidati che succedettero a Muhammad) in teoria noi bolleremmo come islamisti, come “potenziali terroristi”, al pari tanto di membri dei fratelli musulmani (che in Egitto erano opposti ai salafiti raggruppati in Al-Nour), quanto di miliziani dell’isis o al qaeda. Tutti “islamisti”. Tutti terroristi da eliminare.

E in effetti se fate una chiacchiera con un salafita troverete alcune similitudini tra il tipo di società che auspica lui e quella che impongono i membri di Daesh. Sono la stessa cosa? Assolutamente no, e il fatto che salafiti normalmente “quietisti” (spesso portati a separarsi e auto ghettizzarsi nelle società in cui vivono, giudicate empie) abbiano preso le armi contro l’Isis dovrebbe essere l’occasione per rifletterci su.

Credo che nel delirio mediorientale – un delirio nel senso che quasi tutti i paesi sono permanentemente in bilico tra il doversi predisporre alla guerra, civile o esterna, e il preparare e vivere in stato di (sempre precaria) pace, adeguando l’economia e tutto il resto alla stessa, e a una traiettoria di sviluppo non interrotta dal conflitto – dovremmo perlomeno cercare di capire questa differenza, dando per scontato che ormai è inutile, oltre che ingiusto, pretendere di decidere valori, istituzioni, istanze politiche altrui, di decidere il destino degli altri con l’idea di “esportare la civiltà”: la differenza – che vale in ogni contesto, in ogni civiltà, in ogni emisfero – tra chi usa la violenza e chi non la usa. E’ una differenza fondamentale, l’unica forse veramente importante, che sembriamo dimenticare appena vediamo un barbuto che grida Allah akbar.

E questo deve prescindere dal resto, dai valori che si difendono, che possiamo non condividere ma che non abbiamo il diritto di estirpare come fossero erbacce, mandando in corto circuito delicati equilibri politico sociali.

Per essere chiari: sarà sempre e comunque più degno di essere difeso un uomo che ha idee vicine al fascismo (chi mi conosce sa quanto sia lontano da questa parola) ma che cerca di farle valere con le parole, con la sensibilizzazione, con i rapporti umani, con il proselitismo al limite, rispetto a un uomo che si professa rappresentante della democrazia – a prescindere da quanto poi lo possa realmente essere sul piano delle idee – e cerca di farla valere con la violenza, con le armi. Di imporla, perché si sente nel giusto. Si tratterebbe in fondo di cambiare il nostro paradigma percettivo nelle relazioni internazionali, oltre che dell’Altro.

Arriverò a dire di più: per quel che mi riguarda – ed è uno dei problemi della contemporaneità, quello di dover fare i conti con il senso di rivalsa di chi abbiamo danneggiato in passato, in vari modi, il più celebre dei quali è il colonialismo – una persona nata nelle valli dello swat in Afghanistan ha persino tutto il diritto di odiarmi. Odiarmi, si.

Odiarmi come ex invasore (abbiamo partecipato tutti, direttamente o indirettamente), e criticarmi, biasimarmi come appartenente a una cultura diversa dalla sua, che spesso i miei simili hanno cercato di fargli ingoiare con la forza.

Noi non facciamo lo stesso, d’altronde? Non disprezziamo, non odiamo in fondo chi è così diverso, chi si rifiuta di essere “occidentale”?

Non diamo per scontato di vivere e aver costruito una civiltà superiore, parlando apertamente di “terroristi” per chi grida “morte all’America” ma tollerando o incentivando chi invece dice “morte agli arabi”, o cose simili?

Non c’era – due anni fa – su varie fermate della metro di New York e San Francesco – un cartello della lega anti musulmana americana (Robert Spencer, Pamela Geller) legata alle lobbies israeliane, che recitava, in riferimento al conflitto Israelo palestinese, “in ogni guerra tra il selvaggio e l’uomo civilizzato, sostieni sempre l’uomo civilizzato. Sostieni Israele”? Non si tratta dello speculare di “combatti gli infedeli”, in salsa antropologica invece che religiosa?

Perché una persona non ha il diritto di non condividere del tutto o in parte i valori che l’Occidente ha essenzialmente – anche con dichiarazione di Ginevra – imposto al resto del mondo, ignorando come avvertiva il buon Herskovitz che tante “civiltà”, per esempio quella cinese, avevano già delle regole che potevano essere prese in considerazione? Perché non può contestare, criticare, detestare (tutti sentimenti umani) senza alzare un dito su nessuno?

Perché non permettiamo, o anche incentiviamo, chi vuole darsi un futuro diverso dal nostro, di provarci perlomeno? Di confrontarsi liberamente con noi (Iran post accordo nucleare forse sarà di esempio?), di Commerciare, di stringere accordi, di stabilire confini da non superare, senza l’obbligo o il ricatto di doversi adeguare alle nostre regole del gioco?

Dovremmo ricordarcelo, smettendola una volta per tutte con la pretesa di voler cambiare il prossimo a nostra immagine e somiglianza: Si è nel torto quando si usa la violenza. E a “minacciare il mondo” sono i gruppi, i soggetti giuridici, gli attori, gli Uomini, i paesi violenti, che usano la violenza per imporre al prossimo la propria visione. Non gli “islamisti”. La prossima volta che sentite il “riformatore” (cit. Vari beoti) al Sisi, tenetelo a mente.

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