Presunzione di connivenza

Attendiamo conferme ma in un mondo sano, non affamato di sangue altrui, desideroso di chiarire le idee e non di confondere o impaurire lo spettatore, alla notizia che “Prima di essere ucciso nel raid americano in Pakistan l’operatore umanitario italiano Giovanni Lo Porto si era convertito all’islam” – riportata dal SITE, che cita Al Qaeda – si dovrebbe rispondere unicamente con un: “e dunque?”. O se preferite “so what?”, o “entao?”, o “Y entonces?”, o “n’somma, che me significa?”.

E invece, la conversione di un operatore umanitario diviene una notizia, riportata tra gli altri da La Repubblica: primo piano della faccia cattiva (voluto?) di Lo Porto, forse in procinto di recitare la shahada – dovremmo pensare -, e titolone.

Ma se si era convertito, non bastava chiedere conto ai suoi amici o ai parenti? Ci vuole una agenzia di comunicazione, l’intelligence, la testimonianza di al Qaeda? Convertirsi non significa mica fare lo stupratore: se Lo Porto si era convertito lo avrà detto ai parenti o agli amici.

Ma ripeto, anche fosse vera, anche l’avesse tenuto per sé: è una notizia di interesse pubblico la conversione all’islàm di un operatore umanitario, che peraltro è stato ucciso e non può nemmeno parlarne? Ed è una notizia in relazione al fatto che sia stato ucciso? (in tal caso, si dovrebbe presumere che si uccidano di proposito le persone che si convertono perché si ritiene la cosa sufficiente a dimostrare l’appartenenza a un gruppo terroristico?) Qual è il nesso tra la conversione di un operatore umanitario, ucciso-tragicamente-per-errore, con la guerra al terrorismo qaedista in Pakistan? Cos’è, se si conferma che Lo Porto era musulmano, il suo omicidio diventa ‘n po’ meno grave? Eh? Dite ‘a verità dai, a me potete dirlo.

Lo Porto era in Pakistan da qualche tempo, e per lui, come per milioni di musulmani italiani ed occidentali che si convertono all’islam per i più svariati motivi (per convinzione religiosa, per solidarietà coniugale, per vezzo, per trovare un senso, per folgorazione), non esiste più pace, giustizia né da morti né da vivi.
Sono le vittime nascoste, silenziose e indifese di questa isteria collettiva: prede sempre più facili di una perpetua, immotivata e insopportabile presunzione di connivenza.

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Gli auguri di Cameron e l’abisso che ci separa

Cameron può piacere o meno, lo si può votare o meno. Io probabilmente non lo avrei votato, fossi stato inglese. Le responsabilità in Libia sono un fatto, come pure la attuale posizione sui profughi. La politica economica di stampo conservatore poi, nei suoi riferimenti di fondo, non mi lascia entusiasta (euf.).

Diciamo che anche in Italia – dove esiste una cultura politica diversa da quella anglosassone – Cameron sarebbe uomo di centro destra, e certamente non di sinistra.

Tuttavia – aldilà del fatto che i discorsi vengono ovviamente preparati e sono uno strumento di marketing, di comunicazione, e aldilà del fatto che le (belle) parole non scagionano dalle responsabilità – questo discorso di auguri per l’inizio del Ramadan fa riflettere amaramente sull’abisso che esiste tra la nostra classe politica e quella britannica. E forse, di riflesso, anche tra le due società, perlomeno in termini di accettazione della diversità, o se volete delle cosiddette minoranze. E sto parlando di tutta, davvero tutta la nostra classe politica.

Un discorso che fa il paio con la visita di Marine LePen – un’altra che amo ancora meno (euf.) – al Grand Imam di Al-Azhar Mohammed Ahmed al-Tayyeb (alcune posizioni del c.d “Islam ufficiale-istituzionale”, specie quello egiziano in un momento come questo, sono però argomento a parte), quasi un mese fa. Desiderio di capire, di confrontarsi, a prescindere dalle enormi differenze.

Ve lo immaginate il suo “omologo” Salvini al Cairo? Lui che tempo fa, pur ciarlando quotidianamente di Isis, non fu in grado di dire quale fosse il significato del suddetto acronimo? Io uno come lui, aldilà del fatto che è un politico, e dunque con chiaro riferimento al fatto che somiglia a tanti miei connazionali, me lo immagino al massimo a Sharm el sheikh, mentre con un suo amico brianzolo si lascia andare a triviali battute razziste sul cameriere che gli ha appena servito un mojito.

Ve li immaginate – non dico tanto i Salvini, Santanchè, Gasparri, La Russa e altri utensili – Renzi, Alfano, Berlusconi, Casini, Brunetta, Letta, Schifani, Taverna, Nardella, Boschi, Gentiloni, Pinotti, Fini, o (quasi) chiunque altro a scendere e a salire nella scala evolutiva e nell’arco temporale post Mani Pulite, pronunciare parole di questo tipo?

Ve li immaginate a chiedere di farsi impostare un discorso con questi contenuti, con questi toni? Ve li immaginate ad evidenziare volontariamente l’eccezionalità, i valori intrinsechi e le specificità di un evento collettivo che unisce 1,7 miliardi di persone in più continenti da circa 1400 anni, il cui alto significato sociale resiste, supera o rielabora le barriere o le tradizioni culturali che incontra, riportando tutti sullo stesso piano, sullo stesso Pianeta, all’interno dello stesso impegno individuale volto alla purificazione personale e all’aiuto del prossimo?

Ve li immaginate a parlare del fatto che nel Regno Unito – come anche altrove in Europa – i musulmani sono il gruppo religioso che spende di più nella carità e nell’aiuto dei poveri attraverso la zakat (uno dei cinque pilastri) e altre forme di donazione volontaria? Ve li immaginate, in quel remoto caso, a parlare di questa forma di attività caritatevole e a non farlo, come invece spesso accade, in tono severo, tendenzioso, allusivo, paventando eternamente la possibilità, come fosse un’ombra, che le donazioni siano uguale a finanziamento di supposte attività terroristiche e non il sincero sforzo di un fedele – spesso tutt’altro che facoltoso -, nella convinzione che a nessuno debba mancare un pasto?

Ve li immaginate dire tutte queste cose sacrosante, educative, sagge, mantenendo comunque un tono istituzionale, aldilà poi della prassi e delle scelte politiche pur discutibili?

Io, devo essere sincero, proprio no.