Gli sproloqui di Tobruq e le nostre paure

I signori del governo di Tobruq sostengono, senza alcun pudore, che “i barconi diretti in italia tra poco porteranno a bordo terroristi dell’Isis oltre che poveri migranti”. “Malta e l’Italia saranno interessate da operazioni attraverso i porti che sono dominati da Fajr Libya e chiediamo alla comunità nazionale di indirizzare un messaggio ai golpisti di Tripoli di smetterla”. Tradotto: aiutateci a fare piazza pulita.

Il “ministro dell’Informazione” del governo di Tobruq Omar Al Gawari cerca di farsi vedere dall’Ue invocando lo sblocco dell’embargo sugli armamenti, in modo da poter reprimere l’altro governo concorrente, quello di Tripoli vicino al cartello di milizie Fajr: islamisti vicini ai Fratelli Musulmani ma assolutamente nemici di Daesh (Isis).

Solo che al Gawari, al pari di Haftar che gli detta la linea e al pari di Al Sisi che la detta ad Haftar, sa benissimo quanto ignoranti siamo in tema di islàm, e quanto sia forte il timore del diverso. Sa benissimo che confondere forma e sostanza è molto semplice di questi tempi, che una barba e un velo possono essere spacciati per dichiarazioni di guerra. Sa benissimo che una persona che urla “allah akbar” può tranquillamente essere venduta al pubblico occidentale come un terrorista, e che una persona che abbia un’altra idea di società e sia quindi concorrenziale, può essere “neutralizzata” affibiandogli il nome “islamista”, che appunto, qui, è divenuto sinonimo di terrorista. Sa benissimo che è molto semplice affermare che vi è identità tra Isis e Hamas o FM, di fronte ad un pubblico che confonde cose elementari e che non si chiede nemmeno quali siano gli scopi degli uni e degli altri.

Il solito vecchio giochino, le cui regole sono state (ri)scritte da Al Sisi, quello che i vari Ferrara, Allam, Panella e compagnia chiamano il “riformatore” del mondo islamico, non comprendendo quanto sia invece pericolosamente anti-democratico, bigotto, autoreferenziale e meschino.

Se fossimo sani, le frasi ipocrite e criminali – ripeto, criminali -, utilizzate in modo così pretestuoso da al Gawari, dovrebbero bastare a convincerci della malafede di Tobruq, e indirettamete del Cairo, cui abbiam donato qualche mese fa 200 milioni di aiuti contro il terrorismo, non sapendo che “terrorismo” significava “dissenso”.

E invece, dato che non abbiamo capito nulla di tutto ciò, da domani mi toccherà leggere i personaggi elencati poc’anzi citare i moniti di questo funzionarietto da quattro soldi, incaricato di dare una pennellata di paura al mediterraneo e sfruttare – manco fosse lui, Salvini – il malcontento della nostra società, nella speranza di convincere i nostri politici a dare un contributo decisivo, ulteriore, alla rovina definitiva di una regione intera. Regione che sarebbe anche la nostra: la regione dei popoli del mediterraneo. Ma alzi la mano chi lo sa, cosa cazzo siamo diventati.

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Kuala Lumpur e gli yemeniti

La Malesia in questi giorni sta concedendo ai cittadini dello Yemen – che sta subendo un bombardamento serrato da parte dell’Arabia saudita, e parte già da una condizione di estrema povertà, con indice di sviluppo umano dello 0,47 (155esimo paese al mondo) – l’ingresso e la permanenza (3 mesi) nel proprio territorio senza il bisogno di alcun visto.

Tra Malesia e Yemen, a parte l’islàm – ma solo il 61% della popolazione malese è musulmana – non esistono legami particolarmente rilevanti (le migrazioni di popolazioni Hadhrami dallo Yemen verso le coste malesi sono roba ormai di 600 anni fa) o interessi che ne rendano doverosa o particolarmente conveniente la cooperazione. L’ interscambio commerciale è piuttosto modesto (200 milioni di dollari); la distanza tra i due paesi importante (quasi 8000 km). Nessuna lingua comune, a parte l’arabo parlato da qualche strato della popolazione malese, più ceh altro lo stretto necessario a leggere il Corano in originale. Semplicemente, la Malesia ha scelto di avere compassione, rispetto, comprensione. “Vi ospitiamo noi”. Belle cose.

Specularmente, Djibouti – un piccolo stato incastrato tra Somalia, Etiopia ed Eritrea, che si affaccia sul Mar Rosso e dista pochi km dallo Yemen – ha avvertito che gli Yemeniti non sono i benvenuti sul suo suolo. Lo sono invece stati nei giorni scorsi i cittadini americani rimasti in Yemen, che sono stati scortati fino alle coste djiboutine, anche se alcuni media riportano di discriminazioni nei confronti di alcune persone con la sventura di avere la doppia nazionalità (ossia, yemeniti con passaporto americano).

Nonostante ciò, piuttosto emblematicamente, l’ambasciatore americano a Djibouti, Tom Kelly, qualche giorno fa ha twittato: “Grazie Djibouti per l’ospitalità e per il sostegno umanitario ai rifugiati yemeniti”: si riferiva ai circa 125 yemeno-americani accolti con ragguardevole calore, oltre ai 178 diplomatici e funzionari statunitensi. Tutto molto commovente, sopratutto per gli yemeniti respinti.

Inutile dire, poi, quali siano state le scelte in materia di politiche di accoglienza da parte dell’Egitto di Al Sisi, che ha peraltro partecipato alla coalizione dei volenterosi messa in piedi dall’Arabia Saudita in Yemen, la stessa che sta continuando a indurre alla fuga (o alla morte, o alla ulteriore radicalizzazione) migliaia di yemeniti.

La Malesia ha un indice di sviluppo umano quasi doppio rispetto a quello dell’Egitto (e ca va sans dire, triplo rispetto a Djibouti), e una disoccupazione praticamente nulla. Che dire: forse, ognuno ha quel che si merita

La gita di Hollande nella Penisola arabica – pensieri a caldo

Spero che Hollande, dopo tutti i vari Jesuischarlie, si ricordi a chi sta regalando 24 aerei da caccia multi-ruolo Dassault Rafale, con opzione per averne immediatamente altri 12. Agli Emirati Arabi Uniti, invece (che tuttavia hanno un diverso grado di partecipazione al blocco Ryad-Doha-Manma), ne sono stati promessi una sessantina.

Qualcuno gli spieghi che né l’Arabia saudita né il Qatar sono vittime di una qualsivoglia aggressione ai propri confini, e che invece attorno a loro esistono paesi in guerra, infestati da criminali, o con i confini assediati o semi-assediati; che l’Arabia Saudita da sola, ha complessivamente 675 aerei da guerra, di cui 155 fighter; che il Qatar, esteso qualche chilometro quadrato in più dell’Abruzzo ma con un PIL Pro Capite 5 volte superiore al PIL COMPLESSIVO della regione appenninica, ne ha a sua volta 72, di cui una decina di fighter (quindi questa donazione francese ha l’effetto di triplicarli).

Qualcuno gli spieghi, prima che sia troppo tardi, che questa operazione strategico-commerciale è pericolosa e stupida, specie se accompagnata da dichiarazioni come quella riportata dalla Reuters 5 ore fa: “Arabia saudita e Francia credono che qualunque futuro accordo tra Iran e 5+1 debba contenere la garanzia di non destabilizzare ulteriormente (!!) la regione e minacciare i vicini dell’Iran”, ha detto Hollande mentre era seduto accanto al Re saudita Salmān bin ʿAbd al-ʿAzīz Āl Saʿūd. Un suo diplomatico ha poi aggiunto, con una certa austerità, che esiste un “reale timore che con la rimozione delle sanzioni l’Iran sarà in grado di finanziare tutte le sue proxies regionali (che notoriamente sono mosse da un disegno egemonico..), dalla Siria allo Yemen”, dimenticandosi, forse, che gli Houthi sono tutto fuorché strumento iraniano (bensì organici alla società yemenita, e anti-sistema da anni) e dimenticandosi – ma guarda che sbadati – che le bombe che cadono in Yemen contro di loro e contro la popolazione sono saudite, così come sono sauditi i carri armati vicino ad Aden.

Forse Hollande, ingolosito dalla possibilità di diventare partner d’eccezione presso monarchie autoreferenziali e facoltose, si dimentica che lo Yemen è un paese sovrano, per quanto in transizione, e non un governatorato saudita.

Ed è abbastanza triste tutto ciò: che il leader di un Paese con quella Storia si presti a intepretare il ruolo della ingenua, frivola amante strumentale – quella della trombata scacciapensieri – cioè il ruolo del Paese a cui Ryad ammicca con l’obiettivo di stimolare un sentimento di gelosia in Washngton, temporameamente ammaliata (o costretta al “dobbiamo parlare”) da Teheran.

Che lo faccia adducendo ragioni quasi umanitarie e palesemente anti-iraniane, in un momento in cui la stessa Teheran (non senza interessi, ma chi non ne ha?) salva il nord dell’Iraq dalla catastrofe umanitaria, in cui lo Yemen viene bombardato da Ryad manco fosse la Germania nazista e in cui i cyber imam di casa a Jeddah si sovraeccitano per le gesta dell’Isis e di Al Qaeda oltreconfine (purché oltreconfine rimanga!), specie se si tratta di massacrare sciiti e “pervertiti persiani”.

Non lo sa, Hollande, a cosa va incontro, e a cosa va incontro la regione. Non lo sa, che la prossima settimana a Ryad ci torna di gran carriera anche John Kerry, a fare la pace e a ri-collocarlo nella posizione di bastone della vecchiaia di riserva. Non lo sa, Hollande, che finanzia proprio gli amici di quelli che hanno spinto i francesi a dire Jesuischarlie. Non lo sa, voglio pensare. Oppure lo sa. E infatti siam qui, a continuare a fissare come beoti una regione immobile, immobile nel suo caos.