Anniversari – Mordechai Vanunu e Israele

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Esattamente undici anni fa usciva dalla prigione di Ashkelon (Israele) Mordechai Vanunu, ex tecnico nucleare israeliano.

 

Usciva di prigione per andare a scontare a casa la sua “libertà” vigilata, che tra le altre cose, da quel giorno, gli impedisce di avere contatti con stranieri, di avere un cellulare, di lasciare Israele e di accedere a internet.

 

Cosa aveva fatto, il buon Mordechai, nato in Marocco da una famiglia ebraica ortodossa sefardita?

 

Nel 1986, lavorando presso la centrale nucleare di Dimona, aveva scoperto che Israele, nonostante non fosse parte (tuttora non lo è) del Trattato di non proliferazione nucleare, e nonostante affermasse che Dimona era adibita alla produzione della sola energia nucleare, possedeva circa 220 ordigni nucleari, tra cui il materiale fissile per realizzare bombe all’idrogeno (Israele al tempo ancora non aveva bombardato i palestinesi col fosforo, peraltro).

 

Israele considera le sue rivelazioni pericolose per la sicurezza nazionale. Vanunu, dopo aver rivelato quel che sa al Sunday Times, parte per una vacanza a Londra. Il Mossad, nel frattempo, pensa dapprima di ucciderlo extragiudizialmente, poi architetta un altro piano.

 

Non volendo problemi con il governo inglese (e dovendo eludere le guardie del corpo pagate dal Sunday times per proteggere la sua fonte), il Mossad decide di attirarlo a Roma. Una loro agente segreta, l’americana con passaporto israeliano Cheryl Ben tov, inizia a intrattenere, come parte del piano, una relazione amorosa con Mordechai, spacciandosi per una turista americana. Mordechai viene quindi invitato in un hotel della Capitale italiana a trascorrere qualche giorno di vacanza.

 

Al suo arrivo, trova però altri tre agenti, che lo aggrediscono, lo drogano e lo infilano in una valigia su un aereo per Tel aviv. Arrivato in Israele, viene arrestato e accusato di tradimento e spionaggio. Celebre la foto che lo ritrae nella macchina della polizia israeliana, con la mano appoggiata al vetro, su cui si vede scritto a grandi linee ciò che gli era accaduto. La scritta sulla mano recita: “I was hijacked in rome (italy) 31.01.86..”.

 

Viene giudicato a porte chiuse e condannato a 18 anni di carcere, 11 dei quali passati in completo isolamento e, secondo la sua testimonianza, sottoposto a torture psicologiche. Come gesti di nonviolenza e resistenza passiva, egli si rifiutò di rivolgere la parola alle guardie e ai membri dello Shin Bet in lingua ebraica (ma solo in lingua inglese), di leggere quotidiani israeliani che non fossero scritti in inglese e di guardare programmi televisivi che non fossero della BBC; rifiutò anche un trattamento psichiatrico. Oggi Mordechai, un uomo che ha detto la verità, continua a vivere. Ma è come se non vivesse.

 

L’Università di Glasgow, in Scozia, lo ha nominato Rettore ad honorem nel 2004, tramite elezione diretta da parte degli studenti immatricolati, onde poter favorire un suo eventuale espatrio. Nel giugno 2014 è stato invitato a Londra da Amnesty International, ma gli è stato nuovamente negato il passaporto e il permesso di lasciare Israele.

Iran contro Arabia saudita, tra mito e realtà (extended version)

Nell’estate del 1993, sulla rivista Foreign Affairs, comparve un articolo del politologo statunitense Samuel P. Huntington. L’articolo parlava delle prospettive geopolitiche mondiali dopo la caduta del muro di Berlino. Tre anni più tardi, quell’articolo si trasformò in un libro dal titolo eloquente: “Lo scontro delle civiltà”, atto a definire una prospettiva di scontro geopolitico tra attori internazionali diversi e non più per motivazioni economiche, politiche o ideologiche, bensì culturali, e relative appunto alle civiltà di riferimento.

Nel decennio successivo, il cui zenit è stato forse raggiunto l’11 settembre del 2001, “scontro di civiltà” sarebbe diventato il refrain per antonomasia in gran parte dei dibattiti geopolitici, con crescente riferimento ad una civiltà, quella islamica, contrapposta a quella occidentale.

Huntington aveva probabilmente ragione ad individuare un numero di civiltà diverse – intese come “culture” – nel mondo, oltre a quella occidentale, che avrebbero reagito diversamente ai cambiamenti in atto e ai progetti egemonici. Ed era anche più cauto di Fukuyama, quando scrisse che quella occidentale avrebbe dovuto smettere di ritenersi l’unica civiltà, ma solo una tra le tante.

In ogni caso, oggi sappiamo che questa divisione tra civiltà è tutt’altro che netta, tutt’altro che lineare, e che l’avvento di internet ne ha modificato i contorni e le prospettive.

Esistono delle civiltà ma esiste anche la globalizzazione, un processo di omologazione che rende sempre più labili i confini “concettuali” delle stesse, e che concorre a modificarne continuamente la composizione etno-demografica. Che cos’è un cyber-terrorista britannico dell’Isis? E’ più il prodotto di una certa (eretica) cultura di matrice islamica o più il prodotto di un certo Occidente, o del suo fanatico rigetto? Oppure si nutre di entrambi? E’ più decisiva l’insofferenza verso alcune storture dell’Occidente o l’attrazione fatale rispetto a un modello che si proponga come alternativa totalizzante, specie dopo la morte delle ideologie?

Dopo l’invasione americana dell’Afghanistan tra il 2001 e il 2002, man mano che l’espressione “scontro tra civiltà” diveniva familiare, iniziava a diffondersi un’altra espressione, parzialmente imparentata con la prima.

E’, oggi, lo slogan più ripetuto quando si parla di ciò che accade in Medioriente: “è uno scontro tra sunniti e sciiti”. E’ quella che alcuni si spingono a chiamare una Fitna, che in arabo significa “sedizione”, “disordine”, “conflitto”, inteso come conflitto in seno all’Umma. Viene utilizzata in ambito storico anche per riferirsi alla “prima Fitna”, quella che vide il governatore della Siria Muʿāwiya Abi Sufyan ribellarsi al califfo Ali b. Abi Talib, e gettare le basi per la futura divisione tra Sunniti e Sciiti.

Quando si intende spiegare, o meglio liquidare un conflitto in atto con categorie semplici e che rendano chiara la divisione tra campi contrapposti, si utilizza il “fattore Fitna”. Così in Iraq, in Yemen e in Siria secondo gran parte dei commentatori è in corso soprattutto una “fitna”: uno scontro insanabile tra sunniti e sciiti, come se questi fossero per loro natura conflittuali.

Questo quadro rischia di essere in parte fuorviante: se è vero che esiste, soprattutto nei paesi del Nordafrica e in quelli a maggioranza sunnita del Levante e Mashriq, un sentimento di diffidenza se non ostilità nei confronti degli sciiti, talvolta considerati come dei “musulmani devianti” dai sunniti, è altrettanto corretto (e forse scontato?) dire che musulmani sciiti e sunniti convivono in pace in gran parte di questi stessi paesi a maggioranza musulmana, un po’ come fanno cattolici e protestanti altrove.

Da questa semplificazione culturale – sunniti contro sciiti –  ne discende quindi un’altra, che in parte ne costituisce la sua “traduzione geopolitica”: quel che accade in Yemen, in Siria e in Iraq è il risultato di una proxy war, di una guerra egemonica tra Arabia Saudita e Iran. Tra il Paese arabo sunnita che ospita le principali città sante dell’Islàm e quello che ospita più del 90% dei musulmani sciiti del Globo.

L’idea che Arabia saudita e Iran si contendano il dominio del Medioriente attraverso l’utilizzo del terrorismo non fornisce una spiegazione esaustiva della ratio dei conflitti che imperversano tra Mashriq e Penisola arabica. Un conflitto politico con venature ideologiche è certamente in atto, e non certo da oggi. I due protagonisti, però, non sono speculari: nè per quanto riguarda l’ordinamento interno (l’Arabia saudita è una monarchia assoluta e una società in buona parte tribale, l’Iran una Repubblica islamica, di stampo autoritario ma con cariche elettive e una scena politica vivace quanto conflittuale), ne’ per quel che riguarda il peso e i progetti geopolitici, ne’ per le modalità con cui dar loro forma.

Negli ultimi 3 anni, l’Arabia saudita è intervenuta militarmente prima in Bahrein e, nelle ultime settimane, in Yemen: entrambi gli interventi sono stati giustificati dalla necessità di “proteggere i paesi arabi dalla perversione persiana”: nel primo caso la “minaccia iraniana” era costituita null’altro che da manifestanti, nel secondo caso dagli Houthi. Se il primo intervento passò sostanzialmente in secondo piano sui media – complice il contemporaneo conflitto siriano e l’irrilevanza demografica del Bahrein (governato da una famiglia sunnita vicina a Ryad ma popolato all’80% da musulmani sciiti, che contro questa monarchia manifestavano) – quello in Yemen sta attirando molte più attenzioni, nonostante il persistere delle ostilità in Siria e Iraq, dove fra gli altri imperversa l’Isis.

Lo Yemen è un paese critico non solo per Bab al Mandeb – uno stretto i 30km che la separa da Gibuti e in cui passano le petroliere – ma anche perché è presente la branca locale di Al Qaida, dalla quale partivano i jihadisti verso l’Africa e la Siria.

Come è noto, Ryad è intervenuta a sostegno del Presidente Abd Rabbo Mansur Hadi (ancora tale per la comunità internazionale ma deposto co un colpo di stato lo scorso gennaio) e per combattere gli Houthi, un movimento fondato da musulmani sciiti zayditi (diversi dagli sciiti duodecimani largamente prevalenti in Iran) nel 1992.

Gli Houthi accusano il governo yemenita di assecondare quando non collaborare con il braccio locale di Al Qaeda, che ha tra i suoi principali nemici gli sciiti e di conseguenza anche gli Houthi. Una accusa perlomeno fondata, se assumiamo che l’Arabia saudita – sia per i finanziamenti diretti che per la comune dottrina wahhabita – è stato il principale sponsor dei movimenti qaidisti, attivi soprattutto in funzione anti sciita, e che quotidianamente un rispettabile numero di cyber imam sauditi si rendono colpevoli di incitamento al massacro nei confronti degli sciiti.

Hadi, e dietro di lui Ryad, accusano gli Houthi di essere uno strumento nelle mani dell’Iran, una proxy, sfruttando proprio il potere persuasivo della semplificazione introdotta sopra. Gli Houthi, invece, sono certamente organici alla società yemenita, e le loro rimostranze non sono certo iniziate oggi ma circa 12 anni fa. Nel 2004 il loro ex leader Huseyn al Houthi fu ucciso dalle truppe di Saleh – l’ex presidente che nel 2012 dopo un attentato quasi fatale ha ceduto il potere ad Hadi – e il movimento continuò la lotta armata fino al 2010. Nel 2011 partecipò alle rivolte contro Saleh ma respinse le decisioni del Consiglio di Cooperazione del Golfo, che prevedevano l’immunità per Saleh e la creazione di una nuova coalizione di governo.

Sul fatto che gli iraniani forniscano supporto agli Houthi ci sono pochi dubbi ma, come afferma Mohsen Milani su Foreign Affairs, ciò è più motivato – oltre che dal timore che Ryad assecondi l’espansione di Al Qaeda e affini in Yemen in funzione anti-iraniana – dalla necessità di creare una sfera di influenza politica nella regione, sfruttando la vicinanza ad elementi endogeni alle società. L’Iran ha solo paesi ostili ai suoi confini, oppure paesi in guerra con ingente presenza di guerriglieri takfiriti, quindi anti-sciiti. La dottrina politica iraniana, sin dalla fine della guerra contro l’Iraq nel 1988, è sempre stata – aldilà della retorica rivoluzionaria – orientata al perseguimento di un vicinato non ostile, vista la contemporanea presenza dell’Iraq di Saddam Hussein e dei Talebani in Afghanistan e in Pakistan (e con i presunti legami dei servizi segreti di Islamabad con il gruppo qaidista Jundullah, attivo nel Balucistan iraniano), per non parlare dei “nemici storici”, Israele e Arabia saudita.

Ciò parte dalla banale consapevolezza di essere in un certo senso rappresentanti di una “minoranza”, gli sciiti, destinata a rimanere tale e, se letta nell’ottica fuorviante dello scontro insanabile tra sunniti e sciiti, mai egemonica. Non è un caso se non esistono movimenti speculari ad Al Qaeda nell’orbita sciita: ne’ per quanto riguarda la predisposizione a compiere azioni in Occidente – guidate da un progetto in certa misura globalista – ne’ per quel che riguarda l’esplicita volontà di sterminio di massa, che i qaidisti si propongono nei confronti degli sciiti in quanto tali, a prescindere dall’affiliazione.

Nonostante presso il Dipartimento di Stato americano siano formalmente la stessa cosa, sarebbe il caso di chiarire una volta per tutte che movimenti come Hezbollah e Al Qaida hanno molto poco in comune. I primi nascono in seno a una parte della società libanese di confessione sciita, con il sostegno iraniano, per respingere l’invasione dell’esercito israeliano del sud del Libano nel 1982. Con il tempo – oltre a rimanere il principale esercito del Paese dei Cedri – rafforzano sempre di più la loro ala politica, entrando prima in Parlamento e poi vedendosi assegnare anche qualche ministero nel governo. Oggi Hezbollah è un attore politico (e militare) rilevante nel conflittuale (una conflittualità a cui concorre ampiamente) scenario politico levantino. Non mira ne’ allo sterminio di sunniti ne’ ad un attacco all’Occidente, sebbene condivida la retorica spiccatamente anti americana di Teheran.

Al Qaida, e con lei l’Isis, sono invece dichiaratamente dei movimenti di ispirazione wahhabita, esplicitamente anti-sciiti e mossi da un’aggressiva strategia globale. Al Qaida, in declino e in parziale contrapposizione all’Isis, era un movimento che faceva del terrorismo in Occidente un’arma di destabilizzazione, volto a creare un brand, e procedeva alla creazione continua di cellule in giro per il mondo, che si attivavano sopratutto durante conflitti regionali o civili o per attentati. Il fine, un po’ etereo, era il califfato mondiale.

L’isis, che drena personale dallo stesso terreno, ha evoluto la sua strategia e unisce pragmaticamente le azioni di destabilizzazione – che sfruttano anche il potere di emulazione in giro per il mondo, eredità dell’azione di marketing di Al Qaida – alla conquista e alla gestione di un territorio, potenzialmente espandibile.

In Siria, l’Iran fornito appoggio a quello che era sempre stato il suo unico alleato nella regione, cioè Bashar Al Asad, e a cui era già legato da accordi militari pre esistenti. In campo sono poi entrati gli Hezbollah, attivi soprattutto sul confine siro-libanese, protagonisti della liberazione di Maaloula, un villaggio cristiano (uno dei pochissimi al mondo dove si parla l’aramaico), dai miliziani di Jabhat al Nusra.

In Iraq, dopo la guerra del 2003 l’Iran ha sempre avuto rapporti con il presidente Al Maliki, sostenuto dagli americani, che sebbene fosse sciita era considerato da Teheran una seconda scelta rispetto ad al Jafari, al potere per un solo mese. Quando l’Isis, lo scorso giugno,prese Mosul , Teheran per prima mandò sostegno logistico e militare, sia al governo iracheno che al governatore del Kurdistan, Barzani.

Le milizie di autodifesa formatesi durante questo conflitto in Iraq e sostenute in buona parte da Teheran, sebbene si siano macchiate di orrendi crimini di guerra, pari a quelli perpetrati dall’Isis, non hanno alcuna pretesa egemonica, come è facile capire. Uccidono sunniti accusandoli di essere takfiri, magari anche mossi da un certo odio o da un senso di rivalsa intra-comunitario, ma non assecondano un lucido progetto genocida, una volontà di sterminio dei sunniti. Non hanno mire globali. E nell’ottica di Teheran, servono ad assicurarsi un Iraq guidato da forze non ostili, che significa non legate a Ryad e che diano al paese stabilità.

Quando ci si chiede cosa renda più problematico un movimento terroristico rispetto ad un altro, ci si dovrebbe chiedere quale tipo di minaccia esso ponga: quella di Al Qaeda e dell’Isis è una minaccia globale. Hezbollah è  o può essere, invece, una minaccia per Israele, che ricambia ampiamente. Non per il mondo, e nemmeno per i sunniti, cioè per il 90% dei musulmani del mondo. I media invece tendono a insistere più sull’aspetto del “metodo”: l’Isis sembra essere divenuto preoccupante per il modo in cui uccide le sue vittime, per la spietatezza, più che per il progetto in qualche misura egemonico.

L’Arabia saudita persegue la conservazione dello status quo, specie per quel che riguarda gli equilibri energetici, e delle alleanze con Stati Uniti e Israele, oltre a negare esplicitamente il diritto dell’Iran ad affermarsi come potenza regionale, temendone anche il potere di sobillarne le minoranze nelle regioni orientali del Regno. Per questo si è opposta fermamente all’accordo provvisorio sul nucleare iraniano: perché appare come il primo passo verso un riconoscimento dell’Iran al ruolo di attore rilevante della regione.

Premesso che la società iraniana muta nel tempo e che la sua scena politica muta di conseguenza, va detto che l’establishment iraniano, sebbene abbia dato prova di pragmatismo, rimane in parte legato a logiche nazionalistiche, tipiche di un Regime e di unoStato etico, per cui aspira non senza qualche ragione al riconoscimento tout court della propria specificità: Teheran, nelle sue componenti più anti-occidentali, vuole assomigliare a una nuova Mosca o a una nuova Pechino, più che al centro dell’Asse del Male.

Vuole essere parte del consesso internazionale, dialogare, stringere accordi, ma rimanere antagonista, titolare di un altro modello organizzativo, sia esso diverso dal punto di vista culturale, socio economico, politico o tutte e tre le cose. Non pone e non ha mai posto alcuna minaccia al mondo, sin dal lontano 1730: in quell’occasione Nader Shah invase l’India per tentare di riprendersi il famoso diamante Koh-i-noor.

L’Arabia saudita, sebbene sia sanzionabile da punto di vista della violazione dei diritti umani e del sostegno ad organizzazioni terroristiche vere e proprie, è già parte di questo consesso, in virtù di un accordo che rimane in vigore, quello concluso con gli Stati Uniti negli anni 40, che le garantisce l’intoccabilità. La sua rigida, letteralista, anti-sciita dottrina ufficiale, il wahhabismo, sebbene sia relativamente recente (fine 1700), viene propagata in tutto il Globo con il collocamento e il finanziamento di imam wahhabiti scelti da Ryad.

In Iran, un paese che ha un passato recente burrascoso se si parla di colpi di stato e interventi stranieri, le teorie del complotto vengono evocate con regolarità, tra le quali quella che descrive l’Isis come una creazione americana ad hoc. Quando uscì lo scandalo di spionaggio del Datagate, iniziò a circolare una battuta, tra i social network, che veniva attribuita a qualche autorità iraniana: “lo avete scoperto con 35 anni di ritardo, che sono spie!”, recitava, con un chiaro riferimento al “covo di spie”, il nome con cui era stata battezzata l’ambasciata americana di Teheran durante la rivoluzione del 1979.

Nonostante un traballante e problematico accordo sul nucleare, già in pericolo per l’azione del Congresso, gli Stati Uniti sostengono l’Arabia saudita nella campagna in Yemen e avrebbero intercettato una nave iraniana con armi nelle acque yemenite. L’alleanza tra Usa e Arabia Saudita, vissuta come un Grande inganno a Teheran, è sempre più in contraddizione con la guerra al terrorismo di ispirazione wahhabita e con i propositi di far uscire definitivamente l’Iran dall’Asse del Male, di considerarlo, come disse il nostro ex ambasciatore Roberto Toscano, semplicemente come “un Paese, e non come un programma nucleare”. Un’alleanza che rischia di rendere sempre più veritiere alcune teorie del complotto. E, va da sè, a Teheran ci sarà sempre qualcuno che, senza esser più preso per complottista, potrà dire: “ve l’avevo detto”.

Dopo la strage. Involucri di violenza, involucri di razzismo (Mi fate paura)

Che cosa siamo diventati?

Il nome di Maria Eleonora Bragagnolo non vi dirà, forse, nulla. Si tratta infatti, di una signora della provincia di Vicenza, proprietaria di un cane. Osservando la sua pagina Fb sembra sia appassionata di arte, e di cani e animali in genere, appunto. Sembra una signora come le altre, anche abbastanza più umana della media.

 

Bene, la signora Bragagnolo ieri ha ottenuto i suoi 5 minuti di celebrità: il Fatto quotidiano riporta in un articolo il suo commento a margine della notizia della strage di migranti nel Mar Mediterraneo, che recita: “Non ci credo…troppo bello per essere vero”. (qui di seguito il link)

 

http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/04/19/naufragio-nel-canale-sicilia-i-commenti-razzisti-possiamo-meno/1604488/

 

Insomma, un commento becero, fatto da una persona poco istruita, che mutua comprensibilmente il suo linguaggio dai politici (…) che le solleticano gli istinti più sordidi.

 

Ora: questa signora – al pari di qualunque altro essere umano che a freddo faccia un commento di questo tipo – si merita di capire al più presto cosa significhi soffrire nel modo in cui lei augura di soffrire alle vittime del naufragio o ad altre potenziali vittime. Si merita questo, e forse anche di finire su un giornale. Così probabilmente si ricorderà che le parole si pesano non solo quando si parla ma anche quando si scrive su un social network.

 

E infatti, che sia finita su un giornale abbastanza conosciuto ha il suo rovescio della medaglia. Se guardate il suo profilo, le sue foto e i suoi link ve ne rendete conto: non ce n’è uno che non sia pieno di insulti. Sembra di essere sulla pagina di uno stupratore, o di Salvini e Renzi.

 

Le ingiurie sono di vario tipo ma le più gettonate – in presenza di una signora di 70 anni che è appena diventata famosa dopo aver esultato per la morte di 700 persone in mare – sono quelle a carattere sessista: “Muori troia”, “crepa male brutto cesso”, “dicci che stai morendo, vai a farti scopare dai diavoli”, “puttana zitella” e altre perle.

 

Le riflessioni da fare sarebbero molte, e non intendo lasciarmi andare alla solita contro-indignazione da parcondicio: non percepisco e non intendo percepire il minimo di empatia per questa signora, che ahimè non è sola nel suo consapevole o inconsapevole razzismo, che specie dalle sue parti è assai sviluppato.

 

Arrivo a pensare che non mi interessa se questa valanga di insulti le provocherà una crisi depressiva che la porterà al suicidio: in ogni caso, l’ha voluto lei. E anzi, il fatto che l’abbia scritto su un social anzichè gioire festante in una piazza, forse, ne ha comunque preservato l’incolumità.

 

Non riesco, però, a non pensare ad un problema di opportunità, da cui ne deriva un altro socio-antropologico: centinaia se non migliaia di sentinelle che, accortesi dell’esistenza di una signora razzista nel vicentino, accorrono come piccioni sulla sua pagina e le comunicano le proprie sensazioni, augurandole morte, tumori, sofferenze e dando libero sfogo alle peggiori definizioni che si possano usare rispetto ad una persona.

 

Questa cosa stimola in me un paio di pensieri:

– esistono esseri umani che si indignano talmente tanto per il razzismo e la violenza di certe frasi, che arrivano a coniarne di più violente

 

– generalmente, e sempre di più, le persone tendono a credere che apporre il proprio commento su un social network implichi un qualche grado di (maggiore) partecipazione ad un dibattito, e dunque anche un certo grado di consapevolezza rispetto allo stesso

 

– gran parte delle persone che con i loro insulti pensano di difendere in qualche modo la memoria delle circa 700 vittime del naufragio, in realtà sono persone molto violente e tutt’altro che empatiche; persone che probabilmente non alzerebbero un dito per aiutare nessuno in difficoltà ma che con il loro intervento pensano di affrancarsi dalla condizione di indifferenza generale rispetto ad un buon numero di drammi umani.

 

Sopratutto, però, sto pensando alle fazioni. Agli ultras, alle tifoserie. Oggi è tutto così, dicotomico: se sei contro qualcosa, devi essere necessariamente contro qualcuno. Se sei contro qualcuno, devi fare sentire quanto sei contro: anzi, più lo farai sentire e più sarai ritenuto contro. Vale anche su altre questioni (critichi politiche, presupposti e prospettive della politica israeliana sionista, e automaticamente sei antisemita), come sappiamo. O con noi, o contro di noi.

 

Non c’è più bisogno di capire, c’è solo bisogno di parteggiare: non è più importante capire il razzista, capirne i problemi, comprenderne l’ambiente sociale di riferimento. E’ solo importante dirsi (e non essere, per cui è necessaria la consapevolezza) “contro”, rivendicare la propria appartenenza a un campo che è sempre opposto ad un altro, senza accorgersi magari di quando si è razzisti anche in modo inconsapevole.

 

Chi oggi vuole farsi riconoscere come “anti-razzista”, deve andare sulla bacheca di quella a scriverle che è una vecchia e lurida troia. Vedo adulti, ragazzi, ragazze, signore, analfabeti, rispettabili e distinti signori, casalinghe, teen agers: danno tutti l’impressione di partecipare ad una gara di insulti, a chi si inventa il più turpe, tutti con la speranza che questa gara alla fine produca il vincitore del premio “anti razzista 2015”.

 

Tutti in gara, tutti possibili vincitori, tutti ansiosi di partecipare, di mettere la propria firma sulla bacheca della costernazione. Per potersi dire ufficialmente “anti-razzisti”. E non importa se poi una frase su due è sessista, se nell’insultare una donna razzista si ingiuriano altre N categorie umane, scadendo a propria volta nel razzismo, o se l’empatia verso persone che muoiono in modo così atroce stride un tantino con il furore che accompagna le minacce fatte ad una signora ininfluente rispetto al processo di immigrazione e rispetto ai problemi umanitari. Non importa se la misericordia non ha nulla a che vedere con la rappresaglia, anzi le è opposta.

 

Mi chiedo, tra le altre cose, se sia giusto che una signora con evidenti problemi mentali paghi, per il linguaggio utilizzato, anche la quota di colpa spettante ai Salvini & Co., i quali peraltro sono responsabili nemmeno troppo indiretti della diffusione dello stesso, anche tra persone come la signora Bragagnolo.

 

Mi chiedo, quindi, se sia giusto che per ottenere un buon numero di click in più (e questo vale in tutti i casi, non solo in questo), un giornale come il Fatto quotidiano pubblichi lo screenshot del commento di una signora veneta di 70 anni, manco fosse la ex direttrice della Caritas, di cui alle persone normali interessa il giusto. Qual è l’utilità della cosa, e la sua rilevanza demografico/sociologica?

 

Il paradosso è che per uno giunto dalla Luna, la quantità e il livello di insulti sulla bacheca della signora Bragagnolo sarebbero teoricamente rivelatori di un alto, nobile, struggente, solido, profondo anti razzismo, che si attiva ogni qual volta qualcuno se ne esce in quel modo. Si, sarebbe bello se fosse così.

 

Invece, quegli insulti ci fanno scoprire il contrario: un paese pieno di gente che anche quando è alfabetizzata dimostra di non averne capito l’utilità, o scivola con facilità nell’analfabetismo funzionale.

 

Un paese dove ci sono una marea di persone normali: alcune di esse, tra un foto col gatto, una col cane e un’altra della Venere di Botticelli, commentano a cuor leggero che “sarebbe troppo bello” se una barca con delle persone dentro si ribaltasse in mezzo al Mediterraneo, come è ain effetti accaduto. Altre persone, sempre normali, tra una foto col fidanzato e un’altra tra le Piramidi di Giza, ripetono frasi che in qualunque altro contesto costituirebbero motivo perlomeno di vergogna, se non di sanzione penale.

 

Queste persone, me ne rendo conto, sono come me. Anti razzisti, con lo stesso diritto di rivendicarlo. Anzi, con una prelazione, derivante dal proprio impegno denigratorio. Ed è forse anche per questo che continuiamo ad essere così provinciali: ci sentiamo difensori dei più deboli contro i razzisti, anche quando nella realtà dei fatti siamo noi stessi dei razzisti. Il razzismo è un linguaggio, un modo di pensare, una predisposizione, un pregiudizio. Un tono.

 

Le persone che hanno scritto sulla bacheca della signora hanno semplicemente cambiato involucro al razzismo che condannavano, mantenendone lo scheletro e utilizzandone l'”ethos”.

 

Eh si, perché credo che questa isteria collettiva ci porti spesso al corto circuito: premesso che il sessismo è una forma di razzismo, ogni volta che al centro dell’attenzione si pone un problema di razzismo nei confronti di una minoranza, è come se automaticamente e contemporaneamente si disattivassero tutte le altre “spie” di altri razzismi, compresa quella sessista, ovviamente.

 

Dicevo: si, questi qui sono come me. Anche a me verrebbe da insultare la signora, se ce l’avessi davanti o se sapessi che la cosa può farla sussultare.

 

Anche io tendo a pensare sia una zitella frustrata. Solo che non riesco a fare come voi. Non riesco a insultare sadicamente e continuativamente una donna, ad augurarle la morte tra atroci sofferenze, a scorrere tutte le foto in cui apporre il mio insulto e le mie minacce, e allo stesso tempo piangere, riflettere, rattristarmi (ed eventualmente fare qualcosa), umanizzarmi per una tragedia come quella dell’altro ieri, per la morte di così tante persone, una morte che poteva essere evitata.

 

Non ci riesco, ed per questo che anche voi, un po’ come la signora, mi fate abbastanza paura.

Il finto Cristiano Ronaldo, i veri musulmani

Avete presente quella sensazione che si prova quando andate a giocare a calcetto, e tra i 10 partecipanti c’è uno scarsissimo, che per una banale partita si mette lo scarpino rosa fosforescente di ultima generazione, il completo del Real Madrid firmato da Cristiano Ronaldo e la fascetta sui capelli impomatati?

 

Avete capito benissimo, ognuno di voi ne ha conosciuto uno. Sono quelli che ignorano i più elementari concetti calcistici ma poi perdono tempo a fare doppi passi e colpi di tacco, sentendosi davvero forti, protagonisti, e indispettendo nella stessa misura avversari e compagni di squadra. Avete presente la sensazione di giocarci insieme, o anche contro, pagando per giunta – voi come lui – il campo?

 

Avete presente la sensazione di doverlo comprendere – questo pupazzo con la fascetta – di doverlo includere, di non poterlo emarginare, di doverlo in breve considerare un calciatore come voi – voi, talento cristallino ma poco avvezzo agli orpelli -, pena l’imposibilità di terminare la partita? Avete presente la sensazione che si prova nell’essere osservati da gente che fuori dal campo sghignazza sulle movenze del pagliaccio in questione, finendo inevitabilmente per sghignazzare sulla partita in generale e quindi anche su di Voi?

 

Avete presente quella sensazione – certo più rara ma non meno sgradevole – che si prova nel trovarsi addirittura a doverlo difendere, quello lì, perché magari gioca con voi e gli avversari iniziano giustamente a farsi saltare i nervi? O a difenderlo dalle ingiurie degli astanti, sempre per poter finire la partita?

 

Ecco, forse avete capito, finalmente. No perché questa è, grossomodo, la sensazione che provano centinaia di milioni di musulmani nel mondo quando un predone sociopatico con una bandiera nera in mano pretende di poterli rappresentare, e trova peraltro persone (non musulmane) pronte a sottoscriverne la credibilità, a dire che “fa quello che ordina il Corano”; quando un frustrato pronuncia, come fa un buon musulmano, la frase “Ašhadu an lā ilāha illā Allāh – wa ašhadu anna Muḥammadan Rasūl Allāh”, o semplicemente Allahu Akbar.

 

Quando pretende di spiegare cosa dice il Corano, o cosa vuole dire, allo stesso modo in cui il vostro fastidioso e impomatato compagno di squadra, a metà partita – dopo non aver passato mezza palla e solo per il fatto che il suo vestiario lo fa sentire un semi professionista -, vi prende da parte e vi suggerisce come eseguire un tiro. Lui, che non ha ancora capito come si passa la palla.

 

Solo che in questo caso, nel caso del Cristiano Ronaldo dei poveri, tutto si esaurisce in quell’ora di calcetto e quei 10 euro scarsi, e magari i commenti del post-partita. Potrete non vederlo più, non essere mai più associati a lui, nè in quanto calciatori della stessa squadra nè – e molto peggio – come suoi amici, visto che comunque ci giocate nello stesso campo e qualcuno potrebbe pensarlo. Al massimo farete i conti con lo sguardo di alcuni qualche giorno dopo, che si ricorderanno di avervi visto nello stesso campo in cui giocava quel disonore calcistico con le gambe.
Se qualcuno non deciderà deliberatamente di chiamarlo per la prossima partita, lo dimenticherete in fretta. Fino a incontrarne un altro, in un altro polveroso campo sportivo.

 

E attenzione: lui, il Cristiano Ronaldo dei poveri, è titolare dello stesso vostro diritto di giocare. Lo stesso diritto di sentirsi un calciatore. E anzi, è certamente convinto di essere ben più calciatore di voi, con quel completino e quelle gambe depilate. Un po’ come quando un pazzo dice di essere un “vero musulmano” e uccide innocenti, trattando quelli che non lo fanno come degli ingenui, della gente che “non ha capito”. Un po’ come voi, agli occhi del Cristiano Ronaldo dei poveri, non siete granché forti, visto che non disponete dell’attrezzatura sportiva più avanzata.

 

Insomma, chiunque è in grado di provare empatia per situazioni del genere, perché chiunque ha vissuto l’esperienza di giocare a calcio con chi non sa giocare ma che non si accontenta della sua scarsezza: no, la rivendica, la volge a suo favore e la maschera con ricami e frivolezze, che però in qualche modo hanno un “marchio” calcistico. E così capita anche che qualcuno passato di lì per caso, magari pensa che quello vestito in quel modo sia davvero un giocatore. Ed ecco che voi, sempre agli occhi di qualcuno distrattamente passato per il campo, sarete anche percepiti come quelli non così bravi a giocare. Mentre lui, immortalato nel momento in cui colpisce la palla di tacco, verrà visto come quello forte. Si, tutti avete vissuto una situazione del genere.

 

Nel caso del predone che pretende di parlare per tutti i musulmani e trova molti – anche tra i suoi presunti nemici – pronti a prenderlo sul serio, ad assecondarne i ragionamenti, ad accettarne indirettamente l’atuorità e la rappresentatività, la faccenda è evidentemente diversa, e molto più bizzarra: ai musulmani – a tutti i musulmani: sunniti, sciiti, ultrareligiosi, mistici, convertiti per amore coniugale o per vocazione – verrà sistematicamente chiesto di prendere le distanze, di dimostrare, di denunciare. Di dire, anche se non ce ne sarebbe bisogno, che non sono come quello lì che taglia le teste, e non sono più simili a lui di quanto non lo siate Voi, solo per il fatto che ne condivide apparentemente la fede. E non lo chiederanno quattro sgherri annoiati fuori dal campetto dove giocate insieme all’oggetto dei loro sghignazzi. Lo chiederà – ad alterne intensità – un Paese intero. Che non capisce ancora la differenza tra giocare a pallone e travestirsi da calciatore.

Nella giornata internazionale del popolo rom…anzi no, meglio di no

Nel giorno in cui si celebra la giornata del popolo rom e sinti (in ricordo del primo congresso, svoltosi a Londra nel 1971, in cui venne fondata l’International Romani Union), cioè l’8 aprile, Matteo Salvini se ne esce con i suoi propositi di “radere al suolo i campi rom”. Senza che nessuno prenda provvedimenti di alcun genere. Nessuno che cerchi di aggredirlo, nessun magistrato che tenti di farlo rinchiudere, nessun poliziotto che abusi per una buona, opportuna volta del suo potere, arrestandolo deliberatamente.

Diventa anzi “argomento di discussione” sui media, del tipo: “Matteo shock, vuole radere al suolo i campi. La pensa così. E voi?”. Eppure i rom e i sinti, se proprio vogliamo continuare vincolare il nostro grado di sensibilità al livello di celebrità (in Occidente) delle tragedie umane, sono stati anche loro vittime delle persecuzioni naziste. Non abbiamo nemmeno la scusa della piccola tragedia nascosta tra le pagine del tempo nel lontano, misterioso e affascinante Oriente.

Immaginate ora un tizio a caso – personaggio pubblico – che nel giorno della memoria della Shoah se ne esca (e sto facendo un paragone sobrio) con un “ah, gli ebrei dominano il mondo e la finanza (!!1!), uccidono i palestinesi (gli israeliani lo fanno davvero, ndr), vivono in uno Stato con pretese confessionalistiche e vogliono anche che li celebriamo. Io invece li rinchiuderei!”. Quell’uomo non solo sarebbe considerato scellerato, inopportuno, intempestivo e offensivo: probabilmente sparirebbe dall’etere, come è giusto che sia.

D’altronde, non molti anni fa un decreto del governo istituì l'”emergenza nomadi” (sulla base di numeri ridicoli per poter parlare di una qualsivoglia “emergenza”), e oggi, in questo bel Paesino e in modo trasversale alle varie classi sociali, il proposito di “sterminare i rom” può essere avanzato da chiunque.

Provateci in una piazza, al bar, in autobus, in Parlamento, a scuola, in discoteca, dove vi pare. Fate questo esperimento sociale, urlate anche voi i vostri anatemi contro i rom. Partecipate a questo lancio di freccette. Nessuno vi dirà nulla. Qualcuno rincarerà la dose, altri rideranno. Alcuni, tra quelli che si sentono ancora un po’ di sinistra, tra quelli del “non sono razzista”, proveranno a citare a memoria qualche dato sulla condizione dei rom in Bulgaria negli anni ’80, spacciandoli per la fotografia della situazione italiana, o vi renderanno partecipi di alcuni studi antropologici che hanno sentito di sfuggita, i quali affermano che i rom “sono nati per rubare, ce l’hanno nella loro kultura. Il lavoro non si sposa con i loro principi”.

Altri ancora vi diranno “ho un sacco di amici neGri, ebrei, musssulmani, non ho problemi con nessuno…ma i rom (che incidentalmente possono più o meno essere anche le cose appena citate) proprio non si integrano”. Oggi è la giornata internazionale del popolo rom e sinti. Ma è come se non lo fosse. Anzi, meglio che ci dimentichiamo in fretta che giorno è.

Avete capito perché le giornate della memoria, del lutto, della riflessone, del cordoglio, di quel che volete, non hanno alcun senso e ci aiutano solo a scoprire, ogni giorno di più, quanto siamo ipocriti, autoreferenziali/ti e ridicolmente ignoranti?