“Inattese affermazioni”. Le giornaliste iraniane

Ho preferito ricondividere questo articolo, perché quello di Maurizio Molinari su La Stampa – che non cita questo pezzo a cui evidentemente si “ispira”, visto che è scritto due giorni dopo – ha un finale che ne tradisce l’ignavia e lo spaesamento rispetto a certi argomenti.

“Inatteso” – secondo me – è solo il fatto che continui a esserci gente – ininfluente, che M. sia based in Gerusalemme, sia chiaro – che scrive di Iran dopo averlo approfondito sulla Lonely planet.

L’affermazione femminile – lungi dall’essere “merito” del Regime – è un dato di fatto in Iran e questa statistica (quasi metà dei giornalisti del paese sono donne) è in linea con altri dati e con la loro progressione. Non c’è nulla di inatteso.

Dai numeri si capisce solo parte del discorso, e ovviamente anche se il numero delle giornaliste donna corrispondesse al totale dei giornalisti, ciò non basterebbe a dire che le donne vivono in modo idilliaco in Iran, anzi. I problemi sono molti, ma andrebbero affrontati seriamente, contestualizzandoli, non un tanto al kilo. O per mettere in cascina un pezzo potenzialmente foriero di “click”.

Consiglio uno studio qui di seguito (http://www.mei.edu/…/2009.01.The%20Iranian%20Revolution%20a…), dove si raccolgono dati di vario genere in trenta anni di Repubblica islamica.

Ne emerge un fatto lampante: oggi le donne (di tutte le fasce sociali) partecipano molto di più alla vita pubblica rispetto a 35 anni fa, quando ci facevano vedere le immagini di donne e uomini vestiti all’occidentale, che erano l’1% della popolazione iraniana ma anche gli unici “visibili” attraverso i media. Al tempo si doveva presentare il Grande alleato statunitense nella regione, l’iran dello Shah, una “island of stability in one of the most troubled areas in the world”, come disse, portandosi sfiga, Carter poche settimane prima della rivoluzione islamica.

Le donne oggi, cosi come gli uomini, sono entrate nello spazio pubblico, anche se devono farlo non senza disagi e entro determinati limiti “ideologici” e sopratutto culturali: il limite e allo stesso tempo il “lasciapassare” è sempre (anche nel caso degli uomini) il formale sostegno/identificazione con i “valori della rivoluzione”, tipico di uno Paese con pretese da Stato Etico; partecipi in quanto membro della Repubblica islamica, non in quanto uomo o donna, in un certo senso.

Prima della rivoluzione, le donne che partecipavano alla “vita pubblica” (e che studiavano, ad esempio) erano le pochissime che se lo potevano permettere – della borghesia occidentalizzata, slegata dal resto del paese – o quelle legate a doppio filo alla cerchia dello Shah. Parliamo di al massimo qualche migliaio di persone.

In molti luoghi del paese, specie nelle aree rurali (che erano il 50%; oggi l’iran ha un tasso di urbanizzazione superiore a quello francese, dell’82% circa) negli anni 60-70, l’università più vicina era a ore di distanza, e inaccessibile economicamente. Oggi sono 2276 gli atenei. Duemiladuecentosettantasei, tra privati e pubblici, scadenti e meno scadenti. In italia sono 96, se non sbaglio. Per dire.

Il tasso di alfabetizzazione delle donne in Iran è passato dal 17% del 1966 all’80% del 2009 (cresciuta sopratutto nelle aree rurali, lasciate a e stesse per decenni durante l’ultima monarchia); ad oggi, circa il 65% degli universitari è di sesso femminile, anche se va rilevato che il tasso di disoccupazione del gentil sesso è quasi doppio rispetto a quello maschile; le Ong gestite da donne sono passate da 54 nel 1995 a oltre 600 oggi, nonostante le intimidazioni; insomma, dovrei continuare ma è meglio attenersi a questo ottimo studio sopracitato (realizzato da studiosi e accademici anglosassoni e iraniani).

Molinari….ahhh. “meno chiaro di così”….(cit.)

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