Il trionfo del falco Netanyahu e i dejavù

Netanyahu ha – prevedibilmente – vinto. Con margini superiori a quelli che lui stesso si aspettava, e comunque superiori a quel che dicevano i sondaggi una settimana prima del voto.

 

Ventinove seggi (11 più del 2013) non se li sarebbe nemmeno lontanamente aspettati. Non che sia difficile trovare voti alla propria destra (o in cielo, visti i partiti confessionali), anche perché una eventuale vittoria del Blocco sionista – una autocondanna dare alla lista un nome in funzione delle accuse che ti rivolgono gli avversari (Netanyahu dice che i laburisti sono “antisionisti”) – guidato dai laburisti avrebbe per forza di cose reso necessaria la formazione di un governo con i partiti arabi, la cui partecipazione nell’esecutivo è sempre risultata problematica (e d’altronde un indicatore ce lo fornisce la nonchalance, la vis denunciatoria con cui Netanyahu ha potuto parlare del “pericolo che gli arabi vadano al voto in massa”, come poi è effettivamente stato, senza subire conseguenze rilevanti). Un vittoria del Blocco avrebbe certamente posto dei problemi dal punto di vista della governabilità. E in ogni caso ai laburisti del negoziato con i palestinesi interessa poco più di 0.

 

Adesso manca un tassello ai progetti politici di Netanyahu nella regione: l’elezione del Repubblicano giusto alla Casa Bianca. I presupposti ci sono tutti, visto che Obama continua a fare i conti col fuoco incrociato di chiunque possa guadagnare dal buttargli fango addosso.

 

Intanto, Netanyahu ha informato il presidente Reuven Rivlin – il quale lo ha invitato a formare un governo di unità nazionale – che formerà un governo di “centro-destra”. Governerà alleandosi con i coloni di Bayit Yehudi, i centristi di Kulanu (exploit), i nazionalisti di Yisrael Beitenu (parziale flop) e i tre partiti ultraortodossi: Shas, Yahadut Hatorah e Yachad.

 

Quest’ultimo è un bel mix di personaggi al limite della decenza, capitanato da Eli Yishai. Uno che nel 2012, all’indomani dell’operazione “Pilastro di difesa” su Gaza, si lasciò andare a considerazioni come: “Dobbiamo rispedire Gaza al medioevo, distruggendo tutte le loro infrastrutture incluse le strade e le vie d’approvigionamento dell’acqua”. Un proposito che come tutti sappiamo poi è stato onorato.

 

Menzione speciale anche per gli 8 seggi di Bayit Yehudi, il partito dei coloni nazional religiosi (come immaginare altrimenti): 8 seggi su 120 a gente che ritiene l’apartheid dei palestinesi un second best, rispetto all’opzione preferita della pulizia etnica, sono proprio una bella beffa per la democrazia.

 

Se con la vittoria di Herzog ci saremmo dovuti aspettare un nuovo periodo di stasi e di relativo immobilismo internazionale, con la precedenza data al welfare, con quella di Netanyahu le prospettive di soluzione di alcune questioni internazionali si allontanano ancora di più. Prima fra tutte lo smantellamento o perlomeno il blocco a nuovi insediamenti coloni in Cisgiordania.

 

Mentre scrivo mi è venuta la nausea. Queste righe, cambiando di volta in volta i nomi di alcuni protagonisti, sarebbero perfette anche se scritte 10,15,20 anni fa: sempre gli stessi discorsi, con le stesse parole, con gli stessi toni, con gli stessi ostacoli, sugli stessi problemi, e con le stesse probabilità che diventino prioritari nell’agenda internazionale dei principali paesi del Globo.

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La liberazione di Tikrit e un marzo “intenso”

Baghdad (north), Amerli, il governatorato di Salah al din, quello di Diyala, jurf al Sakhar (jurf al nasr – operazione Ashura), l’intero governatorato di Babil. Najaf e Kerbala (nemmeno avvicinate). Tikrit.
Nelle aree appena menzionate, che come intuibile si trovano in Iraq, vivono quasi 10 milioni di persone. Si tratta di luoghi dai quali l’esercito di Daesh/Isis si è ritirato o è in procinto di ritirarsi integralmente. Da ieri a questa lista si è aggiunta Tikrit, città natale di Saddam Hussein. L’intera città di Samarra, a giorni, potrebbe incontrare lo stesso destino.
Anche Mossul, da dove lo scorso 4 giugno Al Baghdadi aveva proclamato l’instaurazione di quella specie di ‘ndrina che lui chiama Califfato, sembra in procinto di essere totalmente liberata: stamattina l’emittente araba al Sharq.com riporta una creativa giustificazione di al Baghdadi, che ha significativamente dichiarato di aver “sognato il Profeta Muhammad che gli ordina di abbandonare Mossul senza combattere”. Tradotto: non c’è trippa per gatti.
In una guerra in cui gli attori sul campo sono tanti e le informazioni opache, è molto difficile individuare certezze. Stavolta, però, di certezze ne abbiamo. Come ha ricordato lo stesso generale statunitense Martin Dempsey, a liberare Tikrit (ultima in ordine di tempo) e gran parte delle altre province non ci hanno pensato gli americani.
No. I liberatori, stavolta, non sono piacenti militari con l’accento della Lousiana, il sorriso a là Jim Carrey, i modi a là Bruce Willis e i lineamenti rassicuranti. I liberatori hanno talvolta la barba, e sono di norma molto religiosi. Una religiosità anche molto esteriore: spesso li si sente (e li si vede) invocare il nome (o uno dei 99 nomi) non solo di Allah, ma anche di persone in carne ed ossa come Ali e Hussein.
Non parlano inglese, se non quello necessario a farsi capire dagli stranieri, e sarebbe difficile immortalarli mentre sorseggiano una birra sotto al sole, tra un combattimento e l’altro. Fanno di nome Amir, Qassem, Muhammad, Hassan e comunicano soprattutto in farsi, ma anche in arabo, la stessa lingua in cui comunicano i predoni dell’Isis.
I liberatori sono iracheni e iraniani. Musulmani sciiti, perlopiù (ma non solo, come ricorderebbe Al Dusairi con una certa urgenza). Ma, anzitutto, iracheni e iraniani. Pesa molto ai nostri media ammettere una tale evidenza, sbandierarla in modo palese, perché c ‘e’ il concreto rischio di dover dare a Cesare quel che è di Cesare, e mettere in decisiva minoranza i numerosi “falchi” e iranofobi vari, che continuano a equiparare Teheran e Ryad, o peggio a escludere l’Iran a vantaggio dall’arabia saudita, in virtù di complessi e contraddittori equilibri e alleanze.
Ho provato ad immaginarmi cosa avrebbero scritto i giornali, come avrebbero aperto i Tg se città di questa dimensione fossero state liberate dagli Americani, o da qualunque truppa facente parte di un paese del “mondo civilizzato”, come ama chiamarlo qualcuno.
Ho provato a immaginarmi cosa avrebbero detto le varie cancellerie occidentali, probabilmente plaudenti per la vittoria contro il Terrore. Un piccolo saggio lo abbiamo avuto in Iraq nel 2003, quando l’ex presidente Bush jr. annunciò la “vittoria degli alleati” su una parte dell’Asse del Male. Sappiamo tutti, peraltro, come finì “l’Iraq liberato” di lì a poco.
Ho provato a immaginarmi tutto ciò perché ho memoria. Ho memoria dei giorni in cui Al Baghdadi proclamava il Califfato: in quei giorni, mentre gli Usa con la loro potenziale coalizione dei volenterosi pensavano a una strategia d’intervento, cercando di capire “chi fosse chi” e dovendosi peraltro arrabattare con una serie di soggetti sfuggiti di mano, gli iraniani rilasciavano quelle che a molti sembravano le solite retoriche dichiarazioni di un regime.
“Quelli dell’Isis non sono altro che un gruppo di hooligans. Sanno bene che noi non scherziamo (..), sanno cosa può accadere se l’Iran interviene, ed è anche per questo che conducono le loro sporche azioni con tanta fretta”.
Ho ripescato in un mio vecchio articolo questa dichiarazione di un ex diplomatico iraniano, rilasciata ai primi di giugno. Proprio in quelle ore, però, alle parole gli iraniani facevano seguire dei fatti: tra il 5 e il 15 giugno del 2014 il capo delle “Niroye Quds” (Brigate Gerusalemme, ossia le unità dei Pasdaran impegnati all’estero), generale Ghasem (o Qassem) Sulaimani, atterra a Samarra con qualche migliaio di consiglieri e tecnici, a supporto di altri già sul campo. Il suo compito è quello di creare e rafforzare le milizie sciite, a sostegno dell’esercito iracheno in netta difficoltà (manca una aviazione, retaggio dello smantellamento operato dagli americani) contro i battaglioni dell’Isis e di Al Qaeda (attiva nell’Anbar).
Da giugno del 2014, gli iraniani non se ne sono mai andati dall’Iraq, e hanno più volte accusato gli Stati Uniti – oscillanti e incerti tra una timida concessione di credito ad Assad, il supporto ad altri attori sul campo, l’alleanza incrinata con Ryad e Tel aviv e quella potenziale (e strumentale) con l’Iran – di non voler davvero combattere l’Isis (e di averlo creato: una narrazione assai popolare a Teheran). Il loro, quello degli iraniani, è un impegno imprescindibile, che deriva da uno dei cardini della loro strategia militare: assicurarsi un Iraq non ostile, dopo l’interminabile guerra dell’80-88.
Molti ricorderanno i commenti sulla mancata partecipazione dell’Iran alla Conferenza di Parigi, quella convocata (per la verità senza invitare l’Iran) con il proposito di valutare quanto e come i tanti paesi aderenti fossero disponibili a combattere l’Isis. “L’Iran gioca sporco”, “Khamenei trama” (in riferimento all’orgoglioso rifiuto di “unirsi nel combattere l’Isis a coloro che lo hanno creato”), e altre amenità.
Per tutta una serie di “falchi” quella fu l’ennesima occasione per ribadire l’inaffidabilità iraniana sul nucleare, e l’inaffidabilità iraniana in genere. Agli iraniani, giustamente, poco importava di questi commenti. Perché sul campo – con i mesi che passavano, e nonostante i tentativi mediatici di porre l’accento sul protagonismo dei pur coraggiosi pashmerga curdi, attivi in Zone limitate – a guardare dritti negli occhi i miliziani di Daesh c’erano essenzialmente loro: le milizie di Hezbollah, le brigate Badr, le Haashd Shaabi (mobilitazione popolare), Hasaib ahl ul Haq, le Kata’ib Sayyid al-Shuhada, e altri.
Tutte sotto il comando e il coordinamento del generale Suleimani, che se non fosse iraniano probabilmente oggi verrebbe salutato come un eroe internazionale contro il terrorismo, e non solo in Iran. E invece, Suleimani ad oggi – e come sempre – si nasconde, alimentando il già suggestivo mito che aleggia sulla sua figura.
Sì, perché il James Bond (vaga somiglianza con Sean Connery) iraniano – per chi se lo fosse dimenticato – è nella lista dei terroristi più pericolosi del mondo per il Dipartimento di Stato americano, così come lo sono molti dei membri dell’Irgc attivi in Iraq. Il motivo, aldilà di accuse formalizzate (come quella relativa all’attentato di Buenos Aires del 1994, per cui ad ora i giudici argentini – caso Nisman a parte – ritengono l’Iran estraneo, come affermato dalla Kirchner all’ultima UNGA), è che “l’Iran è uno sponsor del terrorismo”.
Nella fattispecie: l’Iran finanzia in special modo Hezbollah, che aldilà dei formalismi è considerata dal Dipartimento di Stato americano alla stessa identica stregua di Al Qaeda, della quale la stessa Hezbollah, peraltro, è la principale nemica sul Globo, assieme proprio all’Iran. E’ questo, fondamentalmente, uno dei sensi in cui si declina l’idea – non sbagliata – secondo cui quella attuale dell’Isis e’ una guerra prima di tutto interna all’islam. Contro i sunniti che non la pensano come loro, e contro gli sciiti. Sciiti che un po per ragioni storiche, un po per ragioni demografiche (il 90% di essi è’ in Iran) e un po per regioni geopolitiche, vengono spesso identificati con gli iraniani.
Noi siamo qui a scherzare, a valutare se sia il caso di “fidarci dell’Iran”, eccetera, senza renderci conto di un fatto potenzialmente drammatico: e se Suleimani – invece che dai servizi israeliani, sauditi o pakistani, che lo vogliono morto e si sa – venisse ucciso, per sbaglio, dai raid americani?
Cosa festeggeremmo, la morte di un Khomeneista? La morte di un pasdaran, “minaccia” per l’occidente? E chi festeggerebbe, oltre a Tel Aviv, ryad e i soliti noti? Per caso anche al Qaeda e i suoi emuli?
Quello che stiamo vivendo e’ un marzo intenso ed emblematico: nei giorni scorsi Kerry e Zarif si sono incontrati a Losanna, mentre Ryad proponeva a Islamabad (respinta, per ora) una esplicita alleanza anti-iraniana; il 21 arriva la primavera, ma anche il capodanno persiano; domani si vota in israele; il 31 e’ la deadline del negoziato con Teheran.
L’ordine di importanza degli eventi, e il loro possibile esito, lo lascio volentieri a tutti voi. Ma insomma: se semo capiti.

Ancora sulla giornalista e l’islamista. Il blog della Dirani su Huffpost

http://www.huffingtonpost.it/deborah-dirani/zitto-tu_b_6846062.html

Che vogliam dire di questo blog della giornalista Deborah Dirani?

In questo piccolo mondo fatto di posizioni polarizzate, per cui se contesti qualcuno sei necessariamente anti-quelqualcuno, decido deliberatamente di assumermi questo rischio.

Premessa: il blog, essendo per sua stessa natura gratuito, dovrebbe essere un commento a fatti di cronaca appurati, e non a fatti mal riportati o dubbi. Sennò tanto vale chiamarli “fantasy”.

Sulla vicenda della giornalista libanese Rima Karaki e del religioso Hani al Seba’i abbiamo ormai informazioni certe, che la Dirani pare ignorare.

Riepilogo. Rima Karaki, conduttrice di una trasmissione sull’emittente libanese al Jadeed tv, fa una domanda al religioso (collegato in diretta da Londra), che inizia a rispondere accennando una premessa un po’ ridondante, con riferimenti al passato; la conduttrice lo interrompe e lo avverte sulla tirannia dei tempi televisivi, invitandolo poi a stringere e a rispondere direttamente alla domanda, concentrandosi “sul presente”; Seba’i risponde un po’ piccato dicendole testualmente “Ascolti, non mi tagli. Rispondo nel modo che preferisco. Non rispondo nel modo in cui lei vuole, perché sono qui per servire l’idea in cui credo”.

Postilla: il motivo per cui Seba’i ha questo atteggiamento sulla difensiva è che è un avvocato dei Fratelli musulmani, condannato (senza prove) per terrorismo dall’Egitto e riparato in Gran Bretagna. Come accaduto in casi più o meno analoghi precedenti, è possibile che sia già in atto un tentativo di screditarlo per facilitare l’estradizione, voluta sopratutto da quelle che in questo momento sono le persone più potenti del Medioriente arabo: il sovrano saudita Salmān bin ʿAbd al-ʿAzīz Āl Saʿūd e il suo sodale e presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi. Quello che qualche sprovveduto chiama il “riformatore” del mondo islamico.

Lo dico perché in gran parte delle trasmissioni arabe di questo periodo, i simpatizzanti della Fratellanza, non senza qualche ragione in certi casi, vengono trattati alla stregua dei fascisti dichiarati qui da noi. Dunque, spesso non sono così sereni in diretta tv, e spesso sono appunto sulla difensiva, per non dire in paranoia.

Detto questo, torniamo alla trasmissione. La Karaki, che conduce la trasmissione, cerca di calmare Seba’i, dicendogli che c’è tutta la buona volontà di farlo finire nel suo ragionamento, a patto che si attenga alle regole e non si metta a parlare di Storia, allungando il suo intervento.

Allora Seba’i rilancia, alludendo a un suo precedente accordo con Ibrahim al Harbi (il direttore dell’emittente), che gli aveva assicurato che avrebbe potuto argomentare. “Il sig. Harbi mi aveva detto che non sarei stato tagliato (interrotto)”, specifica Seba’i ormai indispettito (in modo a dire il vero esagerato), aggiungendo poi: “Pensi di essere così importante e potente (da potermi zittire)?”;

La Karaki, percepito un tono di sfida, non abusa del suo potere e si limita giustamente a dire: “ok, vada avanti ma non utilizzi nomignoli”.

Dopo due secondi di silenzio, che paiono annunciare un rilassamento generale, Seba’i ripete in modo un po’ retorico “sono qui per servire l’idea in cui credo”. La Karaki, allora, risponde solennemente “in questo studio, sono io che dirigo lo show. Per il suo bene, le comunico che siamo fuori coi tempi. Se lei continua a elaborare il concetto dilungandosi, non avremo tempo per le altre domande; (intanto Seba’i la guarda come ad aspettare di poter ribattere) se iniziamo a discutere di Storia (come stava facendo Seba’i col suo excursus), non avremo tempo sufficiente per discutere dei nostri argomenti. Ora sta a lei: “Se abbiamo tempo, lei può rispondere a tutte le domande, ma a decidere sarò sempre io”.

Seba’i allora risponde: “Puoi decidere quello che vuoi, tanto io faccio come mi pare”; la Karaki risponde a tono, interrompendolo (perfettamente in diritto di farlo in quanto conduttrice ma è importante rilevare le interruzioni continue, che hanno portato Seba’i a irrigidirsi più di quanto già non fosse): “Ok, sentiamo la sua risposta, torniamo all’argomento invece di sprecare tempo a discutere”; Seba’i, che ormai ha perso il filo del discorso, tuona: “Hai finito? Se stai zitta, magari posso parlare. Sto parlando in modo tale che la gente possa capir..”; la Karaki, indispettita (legittimamente) dallo “se stai zitta..” (ma non “stai zitta, donna”, come riportano alcuni giornali), lo blocca e dice: “come può uno sheikh rispettato come lei dire a una conduttrice tv di stare zitta?” (notare che la stessa Karaki lasci intendere come uno sheikh, per definizione, non sia una persona retrograda, barbara e misogina, come molti vorrebbero farci credere, compresa la blogger, e che appunto Seba’i sia sgarbato MALGRADO il suo ruolo, e non in virtù di esso..ricordiamocelo perché più avanti sarà importante);

A questo punto il clima è ormai di aperta sfida, e Seba’i coglie la palla al balzo per rispondere sprezzantemente: “sono una persona rispettata comunque, che a lei piaccia o no”; la Karaki, quindi, taglia corto: “ok, finiamola qua”; Seba’i risponde: “E’ una mia decisione quella di farmi intervistare. Lei è una donna che…”; la Karaki, nel frattempo, dopo aver annunciato la fine, lo blocca e con un cenno della mano dichiara: “Ok, solo un secondo. Se non c’è rispetto reciproco, la conversazione finisce qui”, e dalla regia tagliano l’audio a Seba’i.

Insomma, la Karaki ha fatto valere un suo sacrosanto diritto: di donna e di conduttrice di un programma. Ha ravvisato un tono non consono e ha deciso di tagliare il collegamento. E infatti per me la Karaki ha agito nel modo più o meno corretto, e con estrema professionalità. Il problema sta, come di consueto, nel significato che alcuni/e vogliono dare a cose che di questo significato sono sprovviste.

Veniamo dunque al blog della Dirani. Cito:

“Federico comunque non era un barbuto mullah, un filosofo musulmano e non aveva la testa coperta da un turbante. Era uno studente universitario italianissimo, parlava con accento del Nord, ed era ateo se non addirittura miscredente e mangiapreti (all’epoca lo eravamo un po’ tutti…).

Insomma non era un retrogrado e barbaro incivile. Era un ragazzo normale. Non pensava che la terra fosse piatta e gli piacevano le ragazze in minigonna”. La Dirani parla di un suo vecchio conoscente ai tempi del liceo, che la aveva apostrofata in modo sessista quando avevano circa 20 anni.

Nel contestualizzare la sua figura, come vedete, la Dirani fa un bizzarro, preoccupante, infelice, arbitrario paragone fra l’essere “un barbuto mullah, un filosofo musulmano” e l’essere “un retrogrado (“insomma, non era un retrogrado…”) e barbaro incivile”, rincarando poi la dose con “(Federico era) un ragazzo normale, non pensava che la Terra fosse piatta e gli piacevano le ragazze in minigonna”, alludendo palesemente al religioso saudita che un paio di settimane fa ha dichiarato che la Terra è piatta, suscitando ilarità anzitutto nel mondo islamico, e addirittura anche in quello saudita (nessuno, nemmeno Bib Laden, crede che la Terra sia piatta. Anzi, i religiosi musulmani hanno ammesso una simile evidenza parecchi decenni prima dei loro “omologhi” cristiani). Insomma, secondo la Dirani, un religioso o un filosofo musulmano è per definizione uno che crede che laTerra sia piatta, un incivile e un retrogrado. Ottimo. La tal cosa infastidisce ancor più se di legge il finale del blog, in cui si tenta di “bilanciare” l’uscita inconsciamente islamofoba e consciamente ignorante (non ci vuole un dottorato per capire che esistono religiosi musulmani civili, rispettosi e al passo coi tempi) con un paio di esempi di “umanità araba”.

Ma la cosa che più stride con la natura di questo blog, che dovrebbe essere lo spazio di espressione di una donna che usa l’eleganza e l’efficacia delle parole per fare a suo modo “cultura” anti-sessista (e personalmente ho apprezzato un paio di suoi blog precedenti), è proprio il linguaggio e la scelta “narrativa”.

Eh si, perchè la nostra Dirani esordisce subito con una dichiarazione – speculare rispetto a quelli che giustamente tende a criticare – di “machismo”, vantandosi della volta in cui diede un pugno sul naso a Federico che la chiamò “fighetta”. Alla faccia della non violenza, della cultura Vs retrogradi.

Tra l’altro, e forse senza accorgersene, la Dirani fa una cosa piuttosto pericolosa con le parole che usa: rischia di trasmettere ad una donna che la legge l’idea che sia possibile, auspicabile o addirittura risolutivo reagire allo squallido sessismo degli ignoranti con la violenza. Cosa certamente falsa, perchè sappiamo tutti che una delle precondizioni al fatto che ad oggi esistano uomini che pretendono di sottomettere le donne e sancirne la inferiorità è figlia di una realtà, cioè il monopolio della forza dell’uomo sulla donna (a parità di condizioni, ovvio).

Anche in virtù di questo principio – cioè che esistono delle ampie aree, in cui è anche complesso legiferare, in cui l’uomo può ahimè far valere la propria forza fisica nei confronti di una donna, di norma più debole – io penso sia importante che le leggi nn solo siano eque, ma che ove necessario tendano anche a tutelare maggiormente le donne, per riempire appunto quel “gap” che esiste, al quale un uomo violento e meschino può appigliarsi cercando di sfuggire alla sanzione sociale o alla legge stessa.

Dare l’idea che si possa rispondere ad un uomo violento e sessista con le mani o le gradasse minacce (“quelli come te me li mangio a colazione e con le ossa mi ci pulisco i denti”, proprio come parlerebbe un sessista di una donna che disprezza) è SBAGLIATO. Non descrive la realtà, se non quella dei film.

La Dirani sa benissimo che quel Federico, se avesse voluto, l’avrebbe potuta malmenare. Probabilmente era una poveretto, un ignorantello ancora non cresciuto, che appunto si fece scappare una uscita poco felice. Non era, verosimilmente, un violento, perchè i violenti non concepirebbero il normale, sacrosanto, inappellabile confine – che dovrebbe essere tale, ovunque – che esiste tra alzare e non alzare le mani su una donna. Chi lo fa è una merda.

E chi lo fa, lo farebbe in ogni situazione, e ahimè non si lascia intimorire da una ragazza di 17 anni che gli molla un pugno, lanciando un improbabile guanto di sfida su un terreno di per sè fangoso.

Il blog qui sotto fa il paio con gli altri sulla vicenda della Karaki, trattata pelosamente e incongruamente come “il simbolo della rivolta femminile contro i misogini”. Trattata in questo modo sia perchè si tende a credere in primo luogo che un religioso musulmano sia – in quanto tale – misogino (cosa sbagliata e assai offensiva), e che quindi lei avesse a che fare con un misogino (che poi Seba’i, sotto sotto, possa esserlo, è un discorso direi successivo. Che però non si evince dal dialogo, a mio avviso), e in secondo luogo – cosa ancora più fastidiosa per una delle centinaia di milioni di donne musulmane nel mondo – che una donna che porta il velo sia “sottomessa all’uomo, debole, un po’ sciocchina, priva di dignità”, per cui è necessario “salvarle”, come dicono molte sedicenti (non tutte, non Fatima Mernissi ad esempio) “femministe”, o comunque apprezzarle doppiamente per il loro coraggio, che varrebbe doppio allo stesso modo in cui vale doppio il completamento di una corsa ad ostacoli da parte di chi è privo di una gamba.

E invece, come ho già detto, nel mondo islamico è PIENO di donne che portano spontaneamente il velo e che guardano dritte negli occhi gli uomini, ci discutono, ci litigano, si fanno rispettare. L’idea per cui una donna col velo “vada salvata” è ridicola, ma passa implicitamente in tutti i media e in tutti i discorsi, e in modo più o meno bipartisan (escludo i razzisti puri). Sono tante le donne che con un velo in testa sono in grado di tener testa ad un uomo. Mi pare che questo cliché della “donna velata = donna repressa” debba finire, perché allontana dalla comprensione della realtà. Che è complessa, impossibile da rendere con dei simboli e basta. Compresi quelli – speculari a quelli usati dal “macho” di turno – utilizzati dalla Dirani.

“Inattese affermazioni”. Le giornaliste iraniane

Ho preferito ricondividere questo articolo, perché quello di Maurizio Molinari su La Stampa – che non cita questo pezzo a cui evidentemente si “ispira”, visto che è scritto due giorni dopo – ha un finale che ne tradisce l’ignavia e lo spaesamento rispetto a certi argomenti.

“Inatteso” – secondo me – è solo il fatto che continui a esserci gente – ininfluente, che M. sia based in Gerusalemme, sia chiaro – che scrive di Iran dopo averlo approfondito sulla Lonely planet.

L’affermazione femminile – lungi dall’essere “merito” del Regime – è un dato di fatto in Iran e questa statistica (quasi metà dei giornalisti del paese sono donne) è in linea con altri dati e con la loro progressione. Non c’è nulla di inatteso.

Dai numeri si capisce solo parte del discorso, e ovviamente anche se il numero delle giornaliste donna corrispondesse al totale dei giornalisti, ciò non basterebbe a dire che le donne vivono in modo idilliaco in Iran, anzi. I problemi sono molti, ma andrebbero affrontati seriamente, contestualizzandoli, non un tanto al kilo. O per mettere in cascina un pezzo potenzialmente foriero di “click”.

Consiglio uno studio qui di seguito (http://www.mei.edu/…/2009.01.The%20Iranian%20Revolution%20a…), dove si raccolgono dati di vario genere in trenta anni di Repubblica islamica.

Ne emerge un fatto lampante: oggi le donne (di tutte le fasce sociali) partecipano molto di più alla vita pubblica rispetto a 35 anni fa, quando ci facevano vedere le immagini di donne e uomini vestiti all’occidentale, che erano l’1% della popolazione iraniana ma anche gli unici “visibili” attraverso i media. Al tempo si doveva presentare il Grande alleato statunitense nella regione, l’iran dello Shah, una “island of stability in one of the most troubled areas in the world”, come disse, portandosi sfiga, Carter poche settimane prima della rivoluzione islamica.

Le donne oggi, cosi come gli uomini, sono entrate nello spazio pubblico, anche se devono farlo non senza disagi e entro determinati limiti “ideologici” e sopratutto culturali: il limite e allo stesso tempo il “lasciapassare” è sempre (anche nel caso degli uomini) il formale sostegno/identificazione con i “valori della rivoluzione”, tipico di uno Paese con pretese da Stato Etico; partecipi in quanto membro della Repubblica islamica, non in quanto uomo o donna, in un certo senso.

Prima della rivoluzione, le donne che partecipavano alla “vita pubblica” (e che studiavano, ad esempio) erano le pochissime che se lo potevano permettere – della borghesia occidentalizzata, slegata dal resto del paese – o quelle legate a doppio filo alla cerchia dello Shah. Parliamo di al massimo qualche migliaio di persone.

In molti luoghi del paese, specie nelle aree rurali (che erano il 50%; oggi l’iran ha un tasso di urbanizzazione superiore a quello francese, dell’82% circa) negli anni 60-70, l’università più vicina era a ore di distanza, e inaccessibile economicamente. Oggi sono 2276 gli atenei. Duemiladuecentosettantasei, tra privati e pubblici, scadenti e meno scadenti. In italia sono 96, se non sbaglio. Per dire.

Il tasso di alfabetizzazione delle donne in Iran è passato dal 17% del 1966 all’80% del 2009 (cresciuta sopratutto nelle aree rurali, lasciate a e stesse per decenni durante l’ultima monarchia); ad oggi, circa il 65% degli universitari è di sesso femminile, anche se va rilevato che il tasso di disoccupazione del gentil sesso è quasi doppio rispetto a quello maschile; le Ong gestite da donne sono passate da 54 nel 1995 a oltre 600 oggi, nonostante le intimidazioni; insomma, dovrei continuare ma è meglio attenersi a questo ottimo studio sopracitato (realizzato da studiosi e accademici anglosassoni e iraniani).

Molinari….ahhh. “meno chiaro di così”….(cit.)

Iran – Mohammad Yazdi nuovo presidente dell’Assemblea degli Esperti

http://www.breakingnews.com/item/2015/03/10/ayatollah-mohammad-yazdi-elected-as-new-chairman-o/

Con 43 voti l’Assemblea degli Esperti ha eletto come nuovo presidente l’Ayatollah Mohammad Yazdi. Hashemi Rafsanjani, l’ex presidente della Repubblica, ha ottenuto 24 voti. Fino a qualche giorno fa ci si aspettava l’elezione di Mahmoud Hashemi Shahroudi, considerato il favorito.

L’Ayatollah Yazdi, 83 anni, è stato vice speaker del Parlamento (Majles) dopo la rivoluzione islamica del 1979, e a capo del giudiziario dal 1988 al 1999. Considerato un conservatore, fa parte dell’Associazione del Clero Combattente (da non confondere con i riformisti dell’Associazione dei chierici combattenti).

L’Assemblea degli Esperti – i cui componenti si rinnovano ogni 8 anni attraverso elezione diretta a suffragio universale -secondo la Costituzione della Repubblica islamica sceglie la Guida Suprema e può teoricamente rimuoverla.

L’islamista e la giornalista – precisazioni

http://www.lastampa.it/2015/03/09/multimedia/esteri/conduttrice-non-si-sottomette-agli-insulti-dellospite-PYJQ5ivj2KyWmTQmqffR0K/pagina.html

Veniamo quindi alla notizia calda del giorno. Oddio, ho detto notizia? Scusate.

Ci sono alcune cose da dire. Quella preliminare è che io non vedo (ma nn faticherei ad attriburgliele) frasi “sessiste” ma solo maleducazione, al contrario di ciò che dice La Stampa. Il video, tagliato e diffuso dal Memri (http://it.wikipedia.org/…/Middle_East_Media_Research_Instit…), inizia con i due che hanno i nervi già un pochino tesi. O comunque nn sembrano starsi simpatici. Lei è una giornalista, lui invece è un avvocato legato ai Fratelli Musulmani (già accusato, senza prove, di terrorismo internazionale e condannato per contumacia da tribunali egiziani), che sappiamo quanto stiano antipatici al Cairo e a Ryad. Ricordiamocelo, perchè questo Seba’i è rifugiato in Gran Bretagna e Al Sisi ne vuole l’estradizione. Chissà, come ricorda forse un po’ complottisticamente lo scrittore italo algerino Tahar Lamri, che questo non sia l’inizio di un processo di delegittimazione volto alla sua estradizione.

Poi, c’è da riflettere sul modo in cui è stata data la notizia da tutti i giornali. Non solo, perché di lì si sono aperte le gabbie delle condivisioni a pioggia sui social network, compreso Saviano che parla del video come di un “manifesto dei diritti delle donne”, non accorgendosi che, leggendo lo scontro verbale con categorie più gramsciane, ci si accorge che Seba’i è lo sfigato, in quanto rappresentante dei Fratelli musulmani, mentre la giornalista è certamente dalla parte del “potere”, in questo caso pure egemonico.

Il racconto della vicenda si è fatto largo sui nostri social e i nostri giornali accompagnato dal solito (implicito) refrain, dal luogo comune per cui “religioso che in quanto religioso odia le donne” vs “donna che in quanto velata è da apprezzare doppiamente, perché si sa che le donne velate sono così deboli, sciocchine, prive di dignità, che si fanno calpestare..”. Questa è una scemenza, un luogo comune appunto.

Nel mondo islamico è PIENO di donne che portano spontaneamente il velo e che guardano dritte negli occhi gli uomini, ci discutono, ci litigano, si fanno rispettare. L’idea per cui una donna col velo “vada salvata” è ridicola, ma passa implicitamente in tutti i media e in tutti i discorsi, e in modo più o meno bipartisan (escludo i razzisti puri). Sono tante le donne che con un velo in testa sono in grado di tener testa ad un uomo. Mi pare che questo cliché della “donna velata = donna repressa” debba finire, perché allontana dalla comprensione della realtà. Che è complessa, impossibile da rendere con dei simboli e basta. Quindi già una parte del portato “eroico” del comportamento della donna decade. Non abbiamo nessuna eroina, al massimo una donna che fa giustamente valere la sua posizione di conduttrice, velata o meno che sia. Poi, che a me Seba’i nn stia simpatico è irrilevante, e dovrebbe esserlo anche per La Stampa o altri.

Ma veniamo ai fatti: all’inizio, la giornalista chiede un parete ad al Seba’i: lui inizia a rispondere con la sua idea, partendo con una premessa “storica”; lei – legittimamente, essendo la conduttrice – lo interrompe dicendogli “stiamo sul pezzo, nn c’è tempo”, anche se forse eccede con le interrruzioni (e lo dico in ogni caso: anche se fosse stata uomo, ovvio); lui si scalda (legittimamente), perchè vorrebbe finire il ragionamento e farlo nei termini che ritiene più opportuni; lei insiste dicendo che non è possibile fare lezioni di storia, altrimenti si fa notte; lui capisce di aver perso il filo del discorso, di non aver più il tempo e arriva al culmine del nervosismo dicendole “stai zitta”, o meglio “se stai zitta, (posso finire)”, con un tono sgradevole…ma che in linea di massima, potrebbe essere lo “stai zitta” che anche una donna potrebbe usare contro un’altra donna.

In questo caso, però, è un presunto misogino a parlare. Per giunta, un islamista. Aggiugno che dal tono che usa anche io lo riterrei sommariamente tale, ma ricordiamoci che il video è tagliato: e cosa avremmo detto, a chi avremmo dato ragione se il conduttore fosse stato lui e l’intervistata/zittita la donna? io penso avremmo difeso la donna, in quanto messa a tacere.

Quindi, tutto sembra tornare: la donna repressa e timorata che esplode contro il talebano che se potesse la lapiderebbe….invece qui potremmo in teoria essere banalmente in presenza di un maleducato e di una donna che fa valere la sua posizione di conduttrice, tagliando il collegamento nel momento in cui ritiene si sia superato il limite (che io condivido, da quel che vedo, ma solo da quel che vedo: non so se 20 minuti prima i due si fossero già beccati). Ci vorrebbe un po’ di lucidità nel dare queste notizie ma sopratuto nel contestualizzarle, per evitare che vengano recepite in modo sbagliato.

Ad ogni modo, a me a pelle questo Seba’i non sta affatto simpatico. Ma di qui a far passare la donna per una eroina (e in parte lui – che misogino in ogni caso sembra – per misogino, solo per il fatto di avere la barba lunga), in quanto velata e quindi in qualche modo ‘meno emancipata’ o meno in grado di tenere testa ad un uomo che le dice di stare zitta (nella sua trasmissione), ce ne passa, a mio avviso…E in sostanza non c’è proprio la notizia, giornalisticamente parlando.

 

Qui, un’altra precisazione, che appunto smentisce l’utilizzo di termini sessisti da parte di Seba’i: (http://ummah-news-italia.blogspot.it/2015/03/insulti-sessisti-in-diretta-tv-bufala.html)

In data 9 marzo 2015 il sito de “il Fatto Quotidiano” (tv.ilfattoquotidiano.it) pubblicava un articolo

intitolato “L’islamista alla conduttrice tv:“Stai zitta, sei una donna”. Lei taglia il collegamento”. 

Insieme all’articolo un video di 2 minuti e 54 secondi che riportava il collegamento di una conduttrice libanese con un “islamista” che discutono in arabo.

Nel video si vedono la conduttrice e l’ospite che parlano e che ad un certo punto, dopo l’interruzione della conduttrice, l’uomo si altera un pochino dicendo che “io ero d’accordo con il signor Ibrahim Harbi (uno dei produttori) che io avrei dato le mie risposte senza interruzione”.

Il video poi continua e i due battibeccano fino a quando la conduttrice chiede all’uomo di affrettarsi nella risposta, visi i tempi televisivi, al che l’uomo dice: “e allora stai zitta così posso parlare”.
La conduttrice risponde e dice che “non puoi dirmi di stare zitta” e l’uomo le risponde “tu sei una persona…” e si interrompe il collegamento.

Ecco, chi capisce l’arabo avrà ben inteso che l’uomo non ha mai fatto nessun riferimento al genere della conduttrice. Chi invece non sa l’arabo e si affida alle interpretazioni del Memri (organo mediatico israeliano sul mondo arabo) divulgherà spesso notizie false che faranno aumentare l’Islamophobia e l’odio tra popoli e nazioni.

I filmati del Memri furono causa dell’espulsione dall’Italia di un uomo che, molto probabilmente, avrà subito lo stesso trattamento.

Il futuro delle donne nello Yemen degli Houthis (Yemen Times)

Di Fareed al-Homaid. Yemen Times (04/03/2015). Traduzione e sintesi a cura di Ismahan Hassen (arabpress)

“Il ruolo delle donne nella società, non può essere separato dal ruolo degli uomini, hanno un ruolo combinato. La donna e l’uomo sono una sola entità, non ci sono differenze tra loro, tranne il loro sesso”. Con questa affermazione Abdulmalik al-Houthi, leader dei ribelli sciiti, ha definito le donne come elemento fondamentale nel processo di costruzione del Paese e nel miglioramento della società yemenita. Attraverso questo tipo di dichiarazioni, rese anche da più esponenti del movimento, gli Houthi sembrano così sostenere i diritti delle donne.

Due domande si sollevano allora a questo proposito: quanto è autentica questa loro presa di posizione? Quanto le loro azioni vi corrispondono?

“Il movimento sionista tende a presentare le donne come se fossero in un mondo isolato, tenuto a di distanza dagli uomini, per poi sollevare controversie e conflitti facendo credere loro di essere oppresse e di dover lottare per i loro diritti”. Così al-Houthi sostiene apertamente come, a suo avviso, sia il sionismo a sfruttare i movimenti per i diritti delle donne per creare conflitti all’interno del Paese.

Mentre può essere un caso che gli Houthi neghino l’esistenza di un problema di disuguaglianza di genere nel Paese, non è però un caso il fatto che essi abbiano però completamente ignorato le donne durante la conferenza di Dialogo Nazionale. All’interno di questa assemblea infatti, su 37 rappresentanti del movimento Houthi, vi sono state solamente 9 donne.

Nonostante ciò, tutti gli esponenti del movimento sostengono apertamente la tesi della presenza di una feroce guerra mediatica contro di loro, sostenendo che le accuse mosse alla loro presunta volontà di imporre codici di abbigliamento restrittivi alle donne, siano solo delle diffamazioni.

Imputando la presenza di possibili episodi in cui potrebbe essere accaduto che rappresentanti del movimento Houthi abbiano imposto alle donne di smettere di guidare, di uscire se non accompagnate da un mahram, o di indossare l’abaya, Mohammed al-Bukhaiti, membro del movimento, ha ammesso che ciò potrebbe essere accaduto a causa del comportamento individuale di alcuni membri del movimento, che non ne rappresentano la posizione ufficiale nei confronti delle donne. Legiferando in ambiti legati alla sfera privata, come quello matrimoniale, gli Houthi hanno redatto e sottoscritto un documento che prevede che le feste di matrimonio per le donne debbano terminare entro le 19:00, che i musicisti maschi debbano stare in sale separate, e che le donne non debbano essere riprese da alcun dispositivo di video-registrazione.

Molti abitanti residenti in aree che rischiano di finire sotto il controllo degli Houthi, temono che questo tipo di restrizioni possano essere imposte anche a loro. Con gli Houthi che reprimono violentemente le proteste contro il loro dominio, e senza un governo capace di sostenere i diritti delle donne, resta così da vedere cosa il futuro riserverà loro.

La disparità tra le dichiarazioni ufficiali del gruppo e le azioni dei suoi sostenitori rimane comunque evidente e poco rassicurante.

Le apparizioni di Buonanno a PiazzaPulita e un triste paradosso

Non ho visto PiazzaPulita ieri ma mi hanno informato sulla performance del leghista Gianluca Buonanno (che poi ho visto, fino a vomitare dagli occhi).

Buonanno, se necessario, è addirittura meno dotato cerebralmente di Salvini, e molti di voi sanno quanto sia complicato. Ho saputo, e poi ahimè visto, anche gli applausi in studio al suo “Voi rom siete la feccia della società”, tanto che Formigli – che è persona civile – avrebbe invitato tutti a darsi un contegno. Io, invece, avrei utilizzato il kalashnikov con movimento rotatorio, senza lasciare nessuno cosciente tra i plaudenti. Lo so, sono un po’ rigido. A uno come Buonanno invece, se dipendesse da me, non darei mai più diritto di parola.

E questa, a differenza di quella sui kalashnikov, non era una iperbole.

Comunque. Rammaricandomi del fatto che Buonanno aveva, giusto due giorni fa, promesso di recarsi in missione solitaria in Libia, con il succuolento e invitante invito a “non riprenderlo in caso lo rapiscano”, decidendo invece alla fine di presenziare negli studi tv, mi verrebbero da citare alcuni fatti che lo riguardano:

– Il 19 settembre 2014, nel corso del programma radiofonico La Zanzara, interpellato sulle unioni omosessuali, ha proposto di “schedare le coppie omosessuali” e regalare loro una banana:

“A Borgosesia (dove era Sindaco, ndr) ci saranno una decina di gay, ma può darsi che siano aumentati. Fosse per me li schederei. Visto che vogliono pubblicizzare il loro amore, segniamoli su un registro. Se mi chiedessero di celebrare nozze gay nel comune dove sono sindaco, direi che è meglio che si facciano un TSO. Al massimo offro ai gay una banana. O un’insalata di finocchio”.

Sono frasi che pronuncerebbe senza esitazione un simpatizzante dell’Isis o di al Qaeda, o anche solo un “estremista islamico”, che i leghisti come lui vedono a ogni angolo della strada. Dette da Buonanno, che non distingue un musulmano da un induista e che sputa il suo odio come e su chi capita, assumono un gran valore.

– Nell’agosto 2010 ha emesso un’ordinanza che puniva con sanzione amministrativa il proferire bestemmie o ingiurie nei confronti della religione cattolica, dei suoi simboli, dei suoi rappresentanti e delle persone oggetto di venerazione. Anche questo, un provvedimento che prenderebbe Isis, senza patemi. Però, quante cose in comune, non c’è che dire.

– nel 2003 ha concesso ai cittadini di Varallo uno sconto del 50% sull’acquisto di viagra, immagino a spese del contribuente.

– Il 22 novembre seguente, sempre intervenendo nel programma radiofonico di Radio 24 La Zanzara, ha affermato che l’esistenza della Padania come territorio indipendente è suffragata dall’esistenza del Grana Padano, prodotto tipico locale. Dunque Buonanno non potrebbe parlare dell’Italia, in nessun senso.

Devo tuttavia dire che l’aspetto più triste, paradossale, e significativo di tutta questa vicenda e di questo personaggetto è un altro.

Ed è anche emblematico del Paese che siamo, rappresentato fedelmente da persone come Buonanno, che non sono rare.

Ebbene, il nostro Gianluchino, come deputato nella XVI Legislatura per la circoscrizione Piemonte 2, è risultato il deputato con il più alto numero di presenze alla Camera, circa il 98% del totale: come i politici modello nei paesi normali. Mi verrebbe da meditare.

http://www.la7.it/piazzapulita/video/buonanno-i-rom-sono-la-feccia-della-societa-02-03-2015-148716

Gentiloni a Teheran (spunto di Alberto Negri)

Ci sarà un motivo se la visita (su invito) del nostro ministro degli Esteri (..) Paolo Gentiloni è passata quasi sotto silenzio, “in sordina” come si dice, come se si trattasse di un marginale incontro sulla cooperazione nel campo della coltivazione di patate viola con Haiti.

Non intendo dire che la notizia non sia stata diffusa, ovviamente: intendo dire che la notizia non è stata commentata da nessuno dai commentatori che di solito hanno un commento per tutto, anche sull’essenza del commento. O sul commento all’essenza di un commento. Tromboni in silenzio, poichè assolutamente ignari/vi. E forse anche un po’ allarmati.

Peraltro, se fossimo un Paese con una vision che arriva perlomeno al prossimo lustro, avremmo da tempo già ri-fertilizzato le nostre antiche (ma anche recenti) relazioni con quella che fu la Persia, autopromuovendoci come porta d’accesso dell’Iran in Europa e viceversa. Le occasioni di cooperazione e mutuo guadagno sono infinite, e basti pensare che sono circa 45 i miliardi di dollari di perdite stimate dal 2003 nel commercio tra Iran e Italia.

Se non ci fossero state le sanzioni e la situazione per cui le imprese italiane devono agire come ladri per non incappare nella ghigliottina delle autorità statunitensi e britanniche che vigilano sulla non violazione delle sanzioni, l’Ice calcola che nel triennio 2014-2016 l’Italia avrebbe potuto esportare verso l’Iran per quasi 20 miliardi di dollari.

Ma insomma, parliamo di fiabe: non mi risulta che siamo un Paese.

Il nostro atteggiamento nei confronti di questo grande Paese che è l’Iran passa per forza di cose per Washington e Tel Aviv, ed è filtrata ovviamente dalla nostra irrilevanza in sede europea.

Così, ci ritroviamo ancora a dove parlare di cose sostanzialmente illegittime come le “sanzioni”, uno strumento di terrorismo economico (non di diplomazia). Stiamo qui, a guardarci la coda, e a discutere della possibilità di rimuoverle, o di quando e in che misura rimuoverle. Ancora. Nel frattempo, si perdono occasioni.

In ogni caso, grande Alberto Negri, al solito.

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2015-03-01/l-iran-che-vuole-voltare-pagina-accoglie-ministro-gentiloni-142453.shtml?uuid=ABPtVY2C

Dolorose sortite alla Feltrinelli

Non so ancora in base a quale tipo di considerazione – anche se qualche risposta la avrei – la Feltrinelli di largo Argentina da qualche tempo espone alcuni libri “a tema”, accanto alla colonnina in cui sono in bella mostra i titoli più venduti del mese.

Come ampiamente immaginabile, i libri “a tema” riguardano temi attuali, che in un determinato momento sono sulla bocca di tutti.

In questo periodo, che dura ormai da un po’, questo spazio è occupato dal generico tema “islàm”: come capirlo, come studiarlo, analizzarlo, vivisezionarlo, eventualmente denigrarlo (un mestiere a sè stante).

Che la cultura media in italia sul mondo islamico sia ai minimi storici non è un mistero: credo che ciò sia attribuibile a più fattori, i cui effetti si sono manifestati nel corso degli anni.

Uno di questi, una minima porzione, però, credo sia anche figlio delle scelte della Feltrinelli, che appunto “suggerisce” titoli a loro avviso utili alla comprensione di determinati argomenti: tra i titoli “irrinunciabili” per la comprensione dell’Isis e poi dell’islàm (improvvidamente e frequentemente correlati) figurano i libri di Maurizio Molinari (con il suo dotto “Il califfato del terrore”, roba da intenditori), quelli di Domenico Quirico (“Il paese del male”, cioà la Siria, e “Il grande califfato, anch’esso per veri intenditori sociopatici”), quello surreale di Loretta Napoleoni (Isis, lo stato del terrore), quello di Michel Houellebecq chiamato “Sottomissione”, e vari libri della Fallaci, tra cui La Rabbia e l’orgoglio, o anche peggio.

Insomma, un bel quadretto. Se però ci si sposta un attimo dalla colonnina dei trendtopics e si prova timidamente ad avvicinarsi al reparto “religione” o anche solo a quello più divulgativo “Medioriente”, si scopre che nel frattempo è stato tradotto in italiano un altro libro, uscito quasi 10 anni fa.

Si chiama “Non c’è Dio all’infuori di Dio”, e l’autore è un grande Reza Aslan. Aslan, studioso delle religioni ma anche piacente divulgatore e gradito ospite nei talk show, è abbastanza celebre negli Stati Uniti per le sue diatribe con i vari neo con d’America, per il suo contrasto dell’islamofobia e per la sua attenta opera di dialogo interreligioso.

Ha scritto anche una biografia su Gesù, per la quale una volta, in una trasmissione di FoxNews, si vide incalzare dalla conduttrice che continuava sospettosa a chiedergli: “Ma perché un musulmano dovrebbe scrivere una biografia di Gesù? Perché non di Muhammad?” (Aslan ha scritto anche su Muhammad, peraltro, ndr), assolutamente non curante del fatto che Aslan continuasse a precisare di aver scritto la biografia come “studioso delle religioni”, non come “musulmano”. Vabè, divagazione.

Il punto è questo: quando mi chiedo i motivi per cui siamo così miserabilmente ignoranti sul mondo islamico e prede così facili da acciuffare da parte di chi fa della diffusione di odio e settarismo un mestiere, mi fermo a Feltrinelli. E capisco.

Guardo la colonnina dei libri “trend” e vedo nugoli di persone che si accalcano e commentano “Ah, leggiamo la Fallaci, che aveva capito tutto già 15 anni fa”; oppure, “Ue, compra Quirico, uno bravo. No no, è meglio quello di Molinari, che viveva a Gerusalemme. Ne sa”; ma anche “Oh sto islam bisogna capirlo è, io ho paura amo’. Compriamo Carlo Panella (autore di “Piccolo atlante del jhad”, per dissociati, e “Ayatollah atomici”, per schozofrenici) e i suoi libri neri”.

Poi, in preda allo sgomento, con le lacrime agli occhi e un incedere sempre meno baldanzoso, mi avvicino al reparto “religioni”. E vedo lì Reza Aslan, a marcire. Sempre le stesse tre copie. Vedo anche due edizioni del Corano, sempre lì al loro posto, così come alcuni titoli di ottimi storici e orientalisti, anche italiani. C’è della polvere, sopra.

Chiedo spiegazioni, visto che il libro di Aslan è alla quarta ristampa e nel 2005 fece un successo enorme negli Usa. Un libro accessibile a TUTTI, scritto da uno studioso delle religioni in buona fede e che si è servito di riferimenti solidi per chi volesse poi approfondire autonomamente. Mi si risponde che è una scelta della Feltrinelli, non basata su previsioni di vendita ma solo su ragioni di opportunità.

Colgo così l’opportunità per andarmene. Passando davanti alla colonnina dei trend, sento dire, familiarmente, “Ah la Fallaci, aveva capito tutto lei”. E’ un incubo. Voglio morire nel primo pomeriggio