Seminato il vento, raccogliamo la tempesta. Avviso ai fallaciani

La Fallaci ha seminato vento maleodorante per anni, un vento che usciva dalla sua penna, passava per una discarica e arrivava al cittadino, o al suo istinto più basso.

Ed il paese oggi raccoglie tempesta, con queste crescenti, gigantesche e minacciose masnade di razzisti e sociopatici che ripetono, senza averla mai letta, che aveva “ragione la Fallaci”. O che parlano di cose come il “razzismo” nei confronti degli italiani, evidentemente senza aver mai aperto un vocabolario alla parola “razzismo”. Questa gente cresce e vista d’occhio, come i funghi.

Io sono sinceramente preoccupato, allarmato. Non tanto per l’Isis, e nemmeno per il fatto che potremmo attirarci le ire di qualcuno (..) se confermassimo il nostro sostegno ai militari in Nordafrica o peggio, se intervenissimo direttamente in Libia.

Ho paura, terrore, di gente come quella che vedo sulle bacheche dei Salvini. Ho paura di trovarmici accanto in bus, al cinema, o anche solo alla cassa del supermercato. Non vorrei essere confuso con loro. Anzi, da loro prenderei volentieri le “distanze”. E parlo di distanze fisiche.

Statemi lontano, di almeno 5 passi. Non sto scherzando. Non sapete quanto mi pesi la triste consapevolezza di avere il vostro stesso passaporto, di tifare magari la vostra stessa squadra, di avere alcuni dei vostri gusti musicali, di bere il caffè allo stesso modo in cui lo bevete voi. Davvero, mi sento in imbarazzo, con un senso di impotenza ad avvolgermi.

Non sono razzista, ma penso che ognuno debba risolvere i propri problemi a casa sua (cit.). E infatti io vorrei risolveste i vostri problemi (mentali) a casa vostra, da sempre lo sostengo. Dentro casa. Chiusi a chiave, serrande abbassate. Poi, quando questo paese sarà guarito, quando staremo tutti bene, quando la crisi sarà finita,potrete uscire nuovamente di casa a scorrazzare, ad approfittare del fatto che vi si permetta di dire qualunque stronzata senza il rischio di gravi conseguenze.

Per ora no, però. C’è la crisi. Siate buoni. Non sono razzista.

Libia. Isteria collettiva e (grossolane) scelte di campo (extended version)

“La situazione in Libia è certamente grave ma non bisogna drammatizzarla, e dire che Sirte e Tripoli siano in mano all’Isis è assolutamente sbagliato”. A tagliare la testa al toro, chiarendo una volta per tutte la portata del protagonismo dei miliziani di Daesh/Isis in Libia, ci ha pensato martedì 17 febbraio l’ambasciatore italiano in Libia Giuseppe Buccino, ai microfoni di Radio Anch’io.

Nelle ore precedenti, alcuni quotidiani avevano forse fatto confusione tra militanti dell’Is e appartenenti ad altre formazioni para-militari, ingigantendo la reale portata della minaccia.

Quale che fosse l’estensione della presenza di Daesh nella località costiera, nelle stesse ore in cui Buccino parlava, la Brigata 166 delle milizie di Misurata (le più potenti del Paese), secondo La Repubblica, aveva “liberato Sirte” (o forse ingaggiato scontri sufficienti a farli ritirare dalle infrastrutture sotto il loro controllo: una radio, un ospedale, un ufficio postale e poco altro), e scacciato i miliziani dell’Isis dalla città natale di Muammar Gheddafi.

Sirte non è simbolica solo per questo motivo. O meglio, lo è per un motivo che in parte deriva da quest’ultimo: così come accaduto in Iraq, dove ex ufficiali e tecnici dell’esercito di Saddam Hussein sciolto nel 2003 dagli americani sono confluiti nell’Isis sotto il comando di Izzat Ibrahim al-Douri, permettendo ai miliziani una fulminante avanzata, anche a Sirte ex ufficiali dell’esercito libico (cioè della guardia del Raìs, che aveva sciolto in prima persona l’esercito libico) hanno iniziato a allearsi con Isis.

Solo che la Libia non è l’Iraq. A est non ha l’Iran ma l’Egitto. A ovest non ha la Siria in preda ad un conflitto tra signori della guerra ma l’Algeria in cui al Sisi si era recato in visita lo scorso 24 giugno; sempre a ovest, ha la Tunisia del neo eletto Essebsi, che dopo aver concluso accordi di sicurezza con l’Algeria è terrorizzata dall’idea che siano in procinto di tornare in patria migliaia (si parla di 4000 tunisini) di giovani partiti per combattere in Siria. A sud, per non farsi mancare nulla, c’è il Ciad, in guerra aperta contro Boko Haram.

Intanto, dalla mattina del 16 febbraio sono iniziati i raid aerei egiziani su un’altra cittadina libica di circa 80000 abitanti, la vicina Derna, che è invece sotto il controllo dell’Isis da ottobre, dopo che un primo nucleo di combattenti di ritorno da Siria e Iraq che costituivano la brigata al–Battar, circa 300 uomini, si unì alla milizia formata da giovani jihadisti locali (lo Youth Shura Council).

Di lì in poi, piccoli gruppi sparsi per il paese si sono attivati dichiarandosi fedeli al Califfato: si parlerebbe di un migliaio di persone circa, anche se le stime sono tutt’altro che semplici e certe. Altri gruppi radicali come Ansar al–Sharia, legato ad Al Qaida, numericamente più rilevanti e in aperta lotta con le forze del gen. Khalifa Haftar a Bengasi, si mantengono invece autonomi dal Califfato.

I raid da parte dell’Egitto sono iniziati all’indomani della decapitazione di 21 egiziani, cristiani di rito copto, da parte di miliziani fedeli ad Abu Bakr Al Baghdadi, trasmessa al solito in un macabro video.

Il generale Abdel Fattah Al Sisi, dopo aver incontrato il premier francese Hollande (ed aver poi sentito telefonicamente Matteo Renzi), ha chiesto all’Onu di adottare una risoluzione per un intervento internazionale in Libia, incassando per il momento il sostegno di Vladimir Putin e il plauso del generale Haftar per i raid aerei effettuati su Derna. Haftar, insieme al premier del governo di Tobruk, Abdullah Al Thani (suo alleato dopo che alcuni mesi fa si era temuto volesse attuare contro di lui un colpo di stato) ha invocato un intervento occidentale, attingendo dalla

retorica allarmista (“intervenite o l’Isis arriva in Europa”) per sollecitare una rapida azione.

Tuttavia i raid del Cairo, come ricorda il collega Giuseppe Acconcia sul Manifesto, non colpiscono solo i jihadisti di Sirte e Derna, ma anche i miliziani che si rifanno al cartello Alba Libica (Fajr), la coalizione nata per fermare l’avanzata del generale Khalifa Haftar. I bombardamenti sarebbero avvenuti anche su Misurata, la roccaforte delle milizie Scudo che appoggiano il parlamento di Tripoli.

Si, perché in Libia c’è anche un altro Parlamento. E’ il Congresso nazionale libico, che si trova a Tripoli ed è appunto sostenuto dalle milizie islamiche del cartello di Alba Libica – che non hanno alcun legame con Isis e milizie qaediste –, le quali controllano gran parte della capitale e buona parte della Tripolitania. Il Congresso è in carica dall’agosto 2012 e il suo premier Omar Al Hasi è appoggiato da alcuni movimenti politici islamisti, tra cui i Fratelli Musulmani. Il Parlamento di Tripoli, che ha deciso di non sciogliersi dopo la scadenza del mandato lo scorso agosto, ha espresso la propria contrarietà ad un intervento internazionale, definendolo una violazione della sovranità libica.

In Italia si discute dell’opportunità di un intervento armato: Roma importa circa il 20% del suo petrolio e circa il 10% del suo gas dalla Libia, quest’ultimo attraverso il gasdotto Greenstream, che parte dalla stazione di Mellitah. Dapprima le dichiarazioni relativamente sorprendenti del ministro degli Esteri Paolo Gentiloni sulla possibilità reale di un impegno militare; poi le argomentazioni sul numero dei soldati da impegnare del ministro della Difesa Roberta Pinotti; infine la parziale marcia indietro del premier Matteo Renzi, che ha ribadito la necessità di sollecitare anzitutto i canali diplomatici e il “dialogo tra le parti”.

Già, il dialogo. Ma dialogo tra chi? Che si verifichi o non si verifichi un intervento internazionale, appare abbastanza chiaro come le cancellerie occidentali, con quella francese e quella italiana in primis, abbiano scelto Khalifa Haftar come “uomo forte”, e abbiano quindi compiuto una implicita scelta di campo. La Libia, occorre ricordarlo, è in guerra civile da 4 anni ed è questo – non la presenza di battaglioni legati all’Isis – l’aspetto più preoccupante.

Lo Stato islamico è una minaccia: nessun dubbio a riguardo. E’ una minaccia per alcuni stati mediorientali e una minaccia per l’Occidente, nella misura in cui il meccanismo di adesione spontanea rimanga ben oliato e spinga occidentali a emulare il comportamento dei miliziani.

Detto questo, nella guerra civile libica ci sono migliaia di milizie sul campo. E’ probabile che ad ora Isis sia la milizia meno attrezzata e numerosa. Certamente, meno di quelle di Misurata, che le sono ostili.

La questione libica, vista da questa angolazione e con queste premesse, è soprattutto un problema di percezioni errate e di valutazioni grossolane. Nei giorni scorsi, il ministro della Difesa Roberta Pinotti ha parlato con disinvoltura della possibilità di un intervento simile a quello effettuato in Libano. Un paragone, per l’appunto, grossolano, che permette di capire anche altre criticità legate alla questione. Grossolano non solo per motivi geografici.

Realizzare o anche solo appoggiare un intervento militare durante una guerra civile non porta alla stabilizzazione, men che mai pacifica. E non promette nulla di buono per i libici alla ricerca di una vita normale. Semmai, può contribuire e polarizzare il quadro.

Intervenire militarmente in Libia significa schierarsi dalla parte di un contendente – il gen. Haftar – in un momento, per giunta, in cui i rapporti di forza non sono del tutto chiari. Con tutto quel che ne

consegue in termini di percezione dell’Occidente da parte non solo dei jihadisti dell’Isis, ma anche delle milizie libiche di ispirazione religiosa, interessate legittimamente al destino della Libia e non alla benevolenza o alla benedizione occidentale.

Significa, soprattutto, assecondare ancora una volta l’adagio tanto caro alle classi dirigenti militari di tutto il Nordafrica, secondo cui tutti gli islamisti – intesi come i movimenti politici di ispirazione religiosa – sarebbero da considerare terroristi. Si tratta ovviamente di una falsità, un utile spauracchio che molti autocrati “laici” dell’area – da Mubarak passando per Nasser, fino a Ben Ali, a Hafiz e Bashar Al Asad – hanno ciclicamente agitato per impressionare – e magari indurre all’azione – i paesi occidentali e le loro opinioni pubbliche suscettibili. Haftar, intervistato dal New Yorker, ha parlato di “purificare il Paese”, riferendosi al terrorismo ma includendo implicitamente in questa categoria anche coloro che col terrorismo non hanno nulla a che fare.

Ciò nasce dall’equivoco, ben radicato in occidente, secondo cui islamismo sarebbe sinonimo di violenza. Secondo cui i Fratelli Musulmani sarebbero poco diversi da Al Qaida. Invece, sarebbe più che mai urgente ribadire la distinzione fondamentale tra islamisti pacifici e violenti. E’ una distinzione non meno importante di quella che si tende a operare tra “laici” e “islamisti”. Dal punto di vista della storia politologica, è un po’ come se buona parte del mondo politico musulmano, per motivi diversi, fosse in piena epoca delle ideologie, pur non mancando qua e là il pragmatismo e la realpolitik. Ideologie diverse da quelle che hanno caratterizzato una parte del Secolo breve europeo.

E come europei, abbiamo saputo operare una distinzione come quella tra comunisti e brigatisti. In termini di percezione, appunto, le due situazioni sono simili. Il dialogo con l’islamismo, va da sé, è stato in buona parte affossato dall’attuale presidente egiziano, che questa distinzione non l’ha mai operata.

D’altronde, il giochino di al Sisi e degli autocrati dell’area è assai semplice: la retorica politica, alcuni obiettivi “ideali”, il linguaggio del corpo di molti politici islamisti sono assai simili – agli occhi di un profano – a quelli di appartenenti a gruppi terroristici come l’Isis.

Agli occhi di molti occidentali, un politico della Fratellanza musulmana e un membro di Al Qaeda o dell’Isis sono quasi sovrapponibili: in termini di percezione, è probabilmente la stessa sovrapponibilità che un forestiero penserebbe tra un anziano e rispettato signore di un paesino del palermitano e un suo coetaneo capo mafioso. Parlano allo stesso modo, imprecano allo stesso modo, fanno ragionamenti simili, hanno valori morali che spesso paiono assimilabili.

Al Sisi, così come il suo fidato sodale Khalifa Haftar, è perfettamente consapevole di ciò e cerca di sfruttare il momento per sferrare l’ennesima offensiva contro i partiti islamisti – tra cui la Fratellanza musulmana – che altrimenti, in virtù della loro storica organizzazione e del fatto di aver sdoganato l’utilizzo degli spazi pubblici per l’espressione delle proteste, sarebbero perlomeno concorrenziali. Per Al Sisi – salutato da alcuni nostri commentatori come un eroico“riformatore” del mondo islamico, stimolando l’ilarità beffarda dei molti che nei Paesi del Golfo sanno essere priva di sostanza la suddetta affermazione – questa non è una guerra all’Isis, così come non è una guerra per sconfiggere il terrorismo di Al Qaida.

E’ una guerra per mantenere il potere ed estenderlo fattivamente alla vicina regione cirenaica della Libia, cercando di ricostituire quei cancerogeni sistemi clientelari, lontanissimi da una qualunque logica democratica, propri dei regimi militari che hanno governato l’area dalla decolonizzazione in avanti: una guerra che al Sisi vende all’Europa nella pregiata confezione dello scontro di civiltà, o meglio “della civiltà contro la barbarie”, ma che in realtà è una guerra contro chiunque abbia un’altra idea – e intenda farla valere, fertilizzarla in modi, di norma, pacifici – di come organizzare la società, contro chiunque minacci la sua posizione di Faraone. Tra quelli che Al Sisi e Haftar

considerano come dei terroristi ci sono, appunto, i membri del parlamento di Tripoli e le milizie che lo appoggiano in Tripolitania, oggi costrette nella bizzarra posizione di dover condurre un conflitto su due fronti: contro i jihadisti e contro l’aviazione egiziana, “riflesso aereo” del nemico Haftar.

Forse ancora non è chiaro a tutti ma dopo quanto accaduto nel corso del 2011 – dove milioni di persone sono scese nelle piazze per motivi seri, per decidere del loro futuro e chiudere la pagina degli autocrati autoreferenziali e lontani anni luce dalle istanze popolari – l’Europa ha, in sostanza, già deciso. Ed è una scelta che, a prescindere dagli sviluppi del jihadismo legato all’Isis e ad al Qaida – le cui leadership hanno divorziato lo scorso anno ma che hanno un comune serbatoio di reclutamento, in virtù di una parziale identità dottrinale e di un progetto politico simile, pur essendo quello dei primi, ad oggi, più concreto – non porterà a nulla di buono per i libici, e a nulla di buono per le prospettive di sicurezza del Mediterraneo intero. Come è possibile, d’altronde, che un ritorno più o meno completo allo status quo pre-2011 possa essere benefico?

Già al tempo dei primi incontri tra al Sisi e alcuni premier europei, tra cui Renzi, l’idea condivisa a Roma e a Parigi in particolare, era già quella di confermare la fiducia nei militari – legati a doppio filo ai vari “ancient regimes” contro cui le piazze sono insorte – alla guida dei Paesi a noi vicini.

Le ripercussioni più profonde si faranno sentire nel medio-lungo periodo. Rimanendo al caso egiziano: dopo decenni di rinuncia alla lotta politica anche violenta, i Fratelli Musulmani (divisi al loro interno in fazioni più o meno dialoganti) avevano ottenuto il potere attraverso le elezioni, un meccanismo che nel corso di molto tempo avevano imparato ad accettare, come unico in grado di legittimare la presa del potere. Estromessi dal potere, condannati a morte in massa, repressi nel sangue anche nelle occasioni di protesta pacifica, si è così sicuri che non si radicalizzeranno più, dopo aver ricevuto la dimostrazione che le elezioni democratiche sono in qualche modo inutili, sono la via sbagliata, perché il loro risultato può essere facilmente ignorato o sovvertito?

Con i soli endorsement di Abdel Fattah Al Sisi e Khalifa Haftar – il primo esplicito, il secondo ancora no – l’Europa ha inconsapevolmente aperto una nuova, forse lunghissima, stagione. E’ stata inaugurata la ripresa del processo di ri-fermetnazione del radicalismo islamico, che come è noto può passare dal quietismo alla violenza con estrema disinvoltura, e addurre in futuro ulteriori motivazioni per sue azioni violente.

Sarebbe invece stato importante – in primis per la democratizzazione endogena dell’area, in secundis per la nostra sicurezza – responsabilizzare e favorire l’emersione di forze politiche più rappresentative possibile, e garantire – nei tempi – possano avviare un percorso politico condiviso. Nel caso specifico, dialogare con Tripoli, e con il Qatar che lo sostiene, e non solo con Tobruq (e, quindi, Ryad). Costringere le due monarchie a gettare acqua su un incendio che hanno molto contribuito a provocare.

E’ però qui che l’auspicabile si scontra con il realizzabile, anche ignorando il fatto che Ryad e Doha non sono certo due governi interessati alla democrazia libica. E’ qui che ciò che sarebbe in sé moralmente giusto, finisce per risultare strategicamente sbagliato, in virtù di mosse effettuate in precedenza e del quadro geopolitico che nel frattempo prende forma nella regione.

Il dialogo con Tripoli, oggi, non è ahimè funzionale alla strategia avviata, perché quelli di Tripoli, per Tobruq e il Cairo, altro non sono che terroristi. L’endorsement europeo di Haftar, visti i rapporti con Al Sisi, era ed è altamente prevedibile: sarebbe stato strano e problematico (in termini di relazioni con l’Egitto) fare il contrario, visto che si è accettato senza batter ciglio la gestione di questi ultimi due anni in Egitto, a partire dal colpo di Stato dell’estate 2013.

Insomma, in Europa è scattata l’isteria collettiva su una fantomatica e quanto mai improbabile invasione da parte dell’Isis ma il problema che pare essere messo in secondo piano è un paese distrutto, disgregato, alle nostre porte. Ed è inutile dire che, Isis o non Isis, un paese distrutto e disgregato produce gente distrutta e disperata.

E indovinate, en passant, con chi se la prenderà il libico X che tra qualche anno ripenserà all’intervento armato sul suo paese, e a chi lo ha appoggiato? Indovinate, a quel punto, quali saranno le proporzioni e i rapporti di forza tra islamismo dialogante e islamismo violento?

Libia. Isteria collettiva e scelte di campo

“La situazione in Libia è certamente grave ma non bisogna drammatizzarla, e dire che Sirte e Tripoli siano in mano all’Isis è assolutamente sbagliato”. A tagliare la testa al toro, chiarendo una volta per tutte la portata del protagonismo dei miliziani di Daesh/Isis in Libia, ci ha pensato martedì 17 febbraio l’ambasciatore italiano in Libia Giuseppe Buccino, ai microfoni di Radio Anch’io.

Quale che fosse l’estensione della presenza di Daesh nella località costiera, nelle stesse ore in cui Buccino parlava, la Brigata 166 delle milizie di Misurata, le più potenti del paese, secondo La Repubblica, aveva “liberato Sirte” (o forse ingaggiato scontri sufficienti a farli ritirare dalle infrastrutture sotto il loro controllo: una radio, un ospedale, un ufficio postale e poco altro), e scacciato i miliziani dell’Isis dalla città natale di Muammar Gheddafi.

Sirte non è simbolica solo per questo motivo. Così come accaduto in Iraq, dove ex ufficiali e tecnici dell’esercito di Saddam Hussein sciolto nel 2003 dagli americani sono confluiti nell’Isis sotto il comando di Izzat Ibrahim al-Douri, permettendo ai miliziani una fulminante avanzata, anche a Sirte ex ufficiali dell’esercito libico (cioè della guardia del Raìs, che aveva sciolto in prima persona l’esercito libico) hanno iniziato ad allearsi con Isis.

La mattina del 16 febbraio sono iniziati i raid aerei egiziani su un’altra cittadina libica di circa 80000 abitanti, Derna, che è invece sotto il controllo dell’Isis da ottobre, dopo che un primo nucleo di combattenti di ritorno da Siria e Iraq che costituivano la brigata al–Battar, circa 300 uomini, si unì alla milizia formata da giovani jihadisti locali (lo Youth Shura Council).

Di lì in poi, piccoli gruppi sparsi per il paese si sono attivati dichiarandosi fedeli al Califfato: si parlerebbe di un migliaio di persone circa, anche se le stime sono difficili da calcolare e non sono certe. Altri gruppi radicali come Ansar al–Sharia, legato ad Al Qaida, numericamente più rilevanti e in aperta lotta con le forze del generale Khalifa Haftar a Bengasi, si mantengono invece autonomi dal Califfato.

Il generale e presidente egiziano Abdel Fattah Al Sisi, dopo aver incontrato il presidente francese François Hollande (ed aver poi sentito telefonicamente Matteo Renzi), ha chiesto all’Onu di adottare una risoluzione per un intervento internazionale in Libia, incassando per il momento il sostegno di Vladimir Putin e il plauso del generale Haftar per i raid aerei effettuati su Derna. Haftar, insieme al premier del governo di Tobruk, Abdullah Al Thani ha invocato un intervento occidentale, attingendo dalla retorica allarmista (“intervenite o l’Isis arriva in Europa”) per sollecitare una rapida azione.

Tuttavia i raid del Cairo, come ricorda Giuseppe Acconcia sul Manifesto, non colpiscono solo i jihadisti di Sirte e Derna, ma anche i miliziani che si rifanno al cartello Alba Libica (Fajr), la coalizione nata per fermare l’avanzata del generale Khalifa Haftar. I bombardamenti sarebbero avvenuti anche su Misurata, la roccaforte delle milizie Scudo che appoggiano il parlamento di Tripoli.

In Libia infatti c’è anche un altro parlamento. E’ il Congresso nazionale libico, che si trova a Tripoli ed è appunto sostenuto dalle milizie islamiche del cartello di Alba Libica – che non hanno alcun legame con Isis e milizie qaediste – le quali controllano gran parte della capitale e buona parte della Tripolitania. Il Congresso è in carica dall’agosto 2012 e il suo premier Omar Al Hasi è appoggiato da alcuni movimenti politici islamisti, tra cui i Fratelli Musulmani. Il parlamento di Tripoli, che ha deciso di non sciogliersi dopo la scadenza del mandato lo scorso agosto, ha espresso la propria contrarietà ad un intervento internazionale, definendolo una violazione della sovranità libica.

In Italia si discute dell’opportunità di un intervento armato: il nostro paese importa circa il 20% del suo petrolio e circa il 10% del suo gas dalla Libia, quest’ultimo attraverso il gasdotto Greenstream, che parte dalla stazione di Mellitah. Che si verifichi o non si verifichi un intervento internazionale, appare abbastanza chiaro come le cancellerie occidentali, con quella francese e quella italiana in primis, abbiano scelto Khalifa Haftar come “uomo forte”, e abbiano quindi compiuto una implicita scelta di campo. La Libia è in guerra civile da quattro anni ed è questo – non la presenza di battaglioni legati all’Isis – l’aspetto più preoccupante.

Lo Stato islamico è una minaccia per alcuni stati mediorientali e una minaccia per l’Occidente, nella misura in cui il meccanismo di adesione spontanea rimanga ben oliato e spinga occidentali a emulare il comportamento dei miliziani. Nella guerra civile libica ci sono migliaia di milizie sul campo. E’ probabile che ad ora Isis sia la milizia meno attrezzata e numerosa. Certamente, meno di quelle di Misurata, che le sono ostili. La questione libica, vista da questa angolazione e con queste premesse, è soprattutto un problema di percezioni errate e di valutazioni grossolane.

Intervenire militarmente in Libia significa schierarsi dalla parte di un contendente in un momento in cui i rapporti di forza non sono chiari. Con tutto quel che ne consegue in termini di percezione dell’Occidente da parte non solo dei jihadisti dell’Isis, ma anche delle milizie libiche di ispirazione religiosa, interessate legittimamente al destino della Libia e non alla benevolenza o alla benedizione occidentale.

Significa, soprattutto, assecondare l’adagio tanto caro alle classi dirigenti militari di tutto il nord Africa, secondo cui tutti gli islamisti – intesi come i movimenti politici di ispirazione religiosa – sarebbero da considerare terroristi. Da Mubarak fino a Ben Ali e Bashar Al Assad – hanno ciclicamente usato lo spettro dell’estremismo religioso per impressionare i paesi occidentali e le loro opinioni pubbliche. Haftar, intervistato dal New Yorker, ha parlato di “purificare il Paese”, riferendosi al terrorismo ma includendo implicitamente in questa categoria anche coloro che col terrorismo non hanno nulla a che fare.

Agli occhi di molti occidentali, un politico della Fratellanza musulmana e un membro di Al Qaeda o dell’Isis sono quasi sovrapponibili: in termini di percezione, è probabilmente la stessa sovrapponibilità che un forestiero penserebbe tra un anziano e rispettato signore di un paesino del palermitano e un suo coetaneo capo mafioso. Parlano allo stesso modo, imprecano allo stesso modo, fanno ragionamenti simili, hanno valori morali che spesso paiono assimilabili.

Al Sisi, così come Khalifa Haftar, è perfettamente consapevole di ciò e cerca di sfruttare il momento per sferrare l’ennesima offensiva contro i partiti islamisti – tra cui la Fratellanza musulmana – che altrimenti, in virtù della loro storica organizzazione e del fatto di aver sdoganato l’utilizzo degli spazi pubblici per l’espressione delle proteste, sarebbero perlomeno concorrenziali. Per Al Sisi questa non è una guerra all’Isis, così come non è una guerra per sconfiggere il terrorismo di Al Qaida. E’ piuttosto una guerra per mantenere il potere ed estenderlo alla vicina regione cirenaica della Libia. Una guerra che Al Sisi vende all’Europa sottoforma di scontro di civiltà, o “della civiltà contro la barbarie”, ma che in realtà è una guerra contro chiunque abbia un’altra idea. Tra quelli che Al Sisi e Haftar considerano come dei terroristi ci sono, appunto, i membri del parlamento di Tripoli e le milizie che lo appoggiano in Tripolitania, oggi costrette a dover condurre un conflitto su due fronti: contro i jihadisti e contro l’aviazione egiziana.

Già al tempo dei primi incontri tra Al Sisi e alcuni premier europei, tra cui Renzi, l’idea condivisa a Roma e a Parigi in particolare, era già quella di confermare la fiducia nei militari – legati a doppio filo ai vecchi regimi contro cui le piazze sono insorte nel 2011- alla guida dei paesi a noi vicini. Con i soli endorsement di Abdel Fattah Al Sisi  e Khalifa Haftar – il primo esplicito, il secondo ancora no – l’Europa ha inconsapevolmente aperto una nuova, forse lunghissima, stagione. E’ stata inaugurata la ripresa del processo di ri-fermentazione del radicalismo islamico, che come è noto può passare dal quietismo alla violenza con estrema disinvoltura, e addurre in futuro ulteriori motivazioni per sue azioni violente.

Sarebbe invece stato importante, sia per la democratizzazione endogena dell’area, sia per la nostra sicurezza –  responsabilizzare e favorire l’emersione di forze politiche il più rappresentative possibile, e garantire – nei tempi – l’inizio di un percorso politico condiviso. Nel caso specifico, dialogare con Tripoli, e con il Qatar che lo sostiene, e non solo con Tobruk (e, quindi, l’Arabia Saudita). Costringere le due monarchie a gettare acqua su un incendio che hanno molto contribuito a provocare.

Il dialogo con Tripoli, oggi, non è però funzionale alla strategia avviata, perché quelli di Tripoli, per Tobruk e il Cairo, sono terroristi. L’endorsement europeo di Haftar, visti i rapporti con Al Sisi, era ed è altamente prevedibile: sarebbe stato strano e problematico (in termini di relazioni con l’Egitto) fare il contrario, visto che si è accettato la gestione di questi ultimi due anni in Egitto, a partire dal colpo di Stato dell’estate 2013.

In Europa è scattata l’isteria collettiva su una fantomatica e quanto mai improbabile invasione da parte dell’Isis  ma il problema che pare essere messo in secondo piano è un paese distrutto, disgregato, alle nostre porte. Ed è inutile dire che, Isis o non Isis, un paese distrutto e disgregato produce gente distrutta e disperata.

(http://www.altd.it/2015/02/19/libia-isteria-collettiva-scelte-di-campo/)

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E indovinate, en passant, con chi se la prenderà il libico X che tra qualche anno ripenserà all’intervento armato sul suo paese, e a chi lo ha appoggiato? Indovinate, a quel punto, quali saranno le proporzioni e i rapporti di forza tra islamismo dialogante e islamismo violento?

L’intervento in Libia e una metafora calcistica. Pensiero fugace

Pensando a questo possibile intervento militare in Libia, mi viene facile -non so perché, ancora devo capirlo ma intanto lo scrivo – il parallelo calcistico con le amichevoli estive di “lusso” tra grandi club. Quelle che nel pre-ampionato si fanno per ragioni di marketing, per “fidelizzare” il tifoso e trovarne altri. Insomma: l’intervento in Libia come i Roma-Real Madrid al Rose Bowl di New York nell’afa di metà agosto.
Partite che in teoria non contano nulla, in cui non ci si gioca nulla. In teoria. Si, perché proprio in virtù della loro rilevanza aprioristica, del “prestigio” e dell’esposizione mediatica, quelle stesse partite se mal affrontate possono esporre a imperiture e notevoli figure di merda – perchè l’avversario rimane comunque di prim’ordine e in grado di fare male -, o peggio a gravissimi infortuni, prima psicologici e poi fisici, che poi dispiegheranno i loro più funesti effetti sull’inizio della stagione calcistica vera e propria, con la squadra (credibilità internazionale) decimata.
Anzi: forse il paragone è fin troppo generoso: perchè se questo intervento verrà confermato (non che l’ipotesi di appoggiare un golpe Haftar sia dignitosa) e realizzato, ovviamente non potrà esaurirsi in breve.
Si tratterà di mettere le tende in Libia e occuparsi della stabilizzazione (non nel senso dell’ordine, come temo, ma nel senso di contribuire all’avviamento di una logica democratica e di una dialettica tra le varie istanze, che dovranno essere rappresentative, prima che “garanzie” per i Paesi europei) di un Paese che – bene o male – ne ha sempre contenuti almeno altri tre (Fezzan, Tripolitania e Cirenaica). E ciò, almeno in teoria, prescinderà dalla possibilità che le cose abbiano esito positivo o negativo. Potrebbe finire bene ma fra 10 anni. O finire male tra 10 mesi. O viceversa.
Potrebbe anche finire con Noi che ci guardiamo negli occhi – dopo 1 anno di guerra in Libia – e ci facciamo vicendevolmente i complimenti per la “sconfitta imminente e definitiva” dei terroristi/miliziani, senza accorgerci che in termini di possibilità di decidere del proprio destino, in termini di diritto a partecipare alla vita politica nazionale e/o a plasmarne una nuova per un libico la situazione è anche peggio di quando c’era Gheddafi (sto parlando di democrazia, non di stabilità, baby). Potrebbe, insomma, finire per aumentare i problemi e non risolverne alcuno.
E a quel punto, tornando alla metafora, ci accorgeremo che qualcuno o qualcosa, con perfida e sorniona retroattività, ha trasformato a posteriori quel Roma-Real Madrid di Agosto da amichevole estiva a match valevole per l’accesso alla Champion’s League. No, peggio: uno scontro-salvezza.

I sette pilastri della saggezza [Incipit] – T.E. Lawrence (Lawrence d’Arabia)

“Una parte del male che c’è in questa storia poté dipendere dalle nostre condizioni di vita. Per anni abbiamo vissuto gli uni con gli altri alla rinfusa, nel deserto nudo, sotto il cielo indifferente.

Di giorno il sole caldo ci fermentava; e noi eravamo storditi dal forte vento. Di notte ci tingeva la rugiada, e ci vergognavamo meschinamente per gli innumerevoli silenzi delle stelle.

Eravamo un esercito egocentrico, senza parate o particolari gestualità, dedito alla libertà, la seconda delle credenze dell’uomo, uno scopo così vorace che divorò tutta la nostra forza, una speranza così trascendente che le nostre precedenti ambizioni sbiadirono nel suo bagliore.

Col passare del tempo il nostro bisogno di lottare per l’ideale aumentò fino a tradursi in brama di possesso incondizionata, mentre cavalcavamo i nostri dubbi con le redini e lo sperone.

Volenti o nolenti, diventò una fede. Ci eravamo venduti in schiavitù,
ammanettati insieme come una squadra ai lavori forzati, ci si inchinava a servire la sua santità, bene o male con tutti noi stessi.

La mentalità dei normali schiavi è terribile – hanno perso il mondo – e noi ci eravamo arresi, non solo con il corpo, ma anche con l’anima, per l’avidità prepotente della vittoria. Attraverso il nostro stesso atto, ci hanno svuotato di moralità, di volontà, di responsabilità, come foglie morte nel vento.”

 

 

Didascalie. Versailles

 

 

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Funzionari, soldati, burocrati e portaborse salgono su tavoli e sedie per sbirciare all’interno della Sala dove si sta firmando il Trattato di Versailles.

Siamo nel 1919 e il Trattato di Versailles si rivelò col senno del poi – in linea di massima – una sciagura. In primo luogo, perché non riuscì a produrre nazioni sovrane come prometteva, gettando invece le basi per una nuova colonizzazione (sopratutto in medioriente). In secondo luogo, perché finì per attribuire alla Germania la piena responsabilità per la prima guerra mondiale, imponendole di pagare una quota di riparazioni assolutamente irreale, spropositata.

Ciò fu realizzato non senza un pizzico di rancore e una buona dose di spirito vendicativo, e sopratutto fu uno strumento politico nelle mani di David Lloyd George – che rappresentava il Regno Unito alla Conferenza -, il quale promise grandi riparazioni per il Regno Unito se fosse stato eletto.

Il pagamento delle riparazioni trascinò la Germania in un periodo buio, di profonda crisi economica, che trovò il suo capolinea nell’elezione di Adolf Hitler, in cui i tedeschi finirono per riporre demagogicamente le loro speranze, nella promessa di politiche “anti-austherity” e della fine dei “maltrattamenti” da parte delle potenze europee. Anche altri paesi, delusi per non esser stati sufficientemente ricompensati per il loro aiuto durante la guerra, finirono per eleggere dei fascisti.

Quello che successe dopo è noto a tutti.

Anniversari – la rivoluzione iraniana compie 36 anni

Esattamente 36 anni fa la principale rivoluzione popolare dal 1789 ad oggi, quella guidata da Ruhollah Khomeini, si imponeva in Iran, dopo mesi di disordini, repressioni e affrettati tentativi di rimpasto governativo.

L’11 febbraio 1979 la guardia imperiale si arrende. Migliaia di giovani soldati di leva, in gran parte ammiratori di Khomeini (in esilio all’estero fino alla rivoluzione), defezionano. Lo Shah Palhavi, malato di cancro, vola prima a Saint Moritz, poi in Usa e infine in Egitto, dove morirà ospite di Sadat.

48 giorni dopo, il 30 marzo, si svolge un referendum che sancisce ufficialmente la fine della monarchia. L’Iran diventa una Repubblica, una Repubblica islamica. La prima di questo tipo, anche se il Pakistan a maggioranza sunnita può già vantare questo appellativo.

Qualche mese più tardi, dopo aver ricevuto rassicurazioni e promesse di supporto da alcuni paesi occidentali, Saddam Hussein attacca l’Iran, dando vita a quella che molti iraniani ricordano come la guerra “imposta”. Durerà 8anni, nei quali Saddam userà le armi chimiche ad Hallabjah (vergognoso l’immobilismo e il silenzio non solo delle grandi potenze – che speravano nella sconfitta iraniana – ma anche dell’Onu, che dopo, molto dopo, l’aggressione continuata di Saddam e la risposta iraniana imposero il cessate il fuoco…ma non il ritiro delle truppe irachene dal territorio iraniano!) e farà lanciare alcuni missili anche su Teheran.

La guerra finisce nell’88 con quasi due milioni di morti complessivi, una profonda diffidenza di Teheran verso alcuni paesi del mondo occidentale e la sua condizione di totale isolamento regionale, per cui da quel momento una priorità sarà lavorare ad un vicinato non ostile.

Ma Khomeini e’ morto. Inizia un’altra fase, che parte dalla conta dei martiri ricordati a ogni strada delle città iraniane principali e arriva ad oggi, con l’Iran di nuovo alle prese con un Iraq problematico, infestato dallo Stato islamico che vuole distruggere l’Iraq stesso come l’Iran.

Nel frattempo, la società iraniana muta al suo interno, con ritmi, dinamiche e intensità sconosciute ad altri paesi dell’area. Gli anni 90 saranno gli anni della ricostruzione – nonostante le pesanti sanzioni imposte contro il Paese, che ne mineranno l’efficacia – , anticamera degli anni 2000 in cui inizierà la fase della messa in discussione interna del Regime, del suo cambiamento, della sua mutazione ed evoluzione endogena. Arriverà l’elezione del dialogante Khatami, il cui mandato naufragherà con il discorso allo stato dell’Unione di Bush jr nel 2002, quello dell’asse Del male. Arriverà il 2005, poi il 2009, fino alla elezione di ‘compromesso’, quella di Rouhani del 2013. Poi arriverà Daesh e il suo terrore, non lontano da ilam e kermanshah.

36 lunghissimi anni dopo, tanti auguri Iran (torno da te il prossimo giugno)

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Iranians gather in Tehran’s Azadi Square (Freedom Square) for a rally to mark the 36th anniversary of the Islamic revolution on February 11, 2015. AFP PHOTO / ATTA KENARE

Abū ʿAlī al-Ḥasan ibn al-Ḥasan ibn al-Haytham (Alhazen), 965-1039

“Chi cerca la verità non è chi studia gli scritti degli antichi per poi affidarvisi seguendo la propria naturale disposizione, ma chi ne dubita e si domanda su ciò che vi ha letto, chi mette in discussione le parole degli esseri umani, la cui natura è afflitta da ogni sorta di lacune e imperfezioni.

Quindi il dovere di chi studia gli scritti degli scienziati con l’obiettivo di apprendere la verità, è di trasformarsi in nemico di tutto ciò che legge e di applicare la propria mente a tutto il contenuto per attaccarlo da ogni lato. Nel suo esame critico dovrà anche sospettare di se stesso, per evitare di cadere nella trappola del pregiudizio o dell’indulgenza.”