Dubbi e precisazioni di contesto sul raid israeliano di Mazrat al Amal contro Hezbollah

Credo sia necessario dire due parole sbrigative su quanto accaduto domenica scorsa sulle Alture del Golan tra Israele e Hezbollah, dove 5 membri della milizia sciita e in generale iraniano sono rimasti uccisi da missili israeliani ad alto potenziale.

La prima è assai breve: si tratta dell’amara constatazione della “normalità del male”, della guerra: Israele attacca e ammazza; Hezbollah incassa e promette una risposta altrettanto violenta, vedendosi addirittura tenere parzialmente per la collottola da Teheran; Israele recepisce e considera le conseguenze “sopportabili” o addirittura calcolate. Nulla di nuovo: è la storia di un conflitto (all’interno di un altro conflitto) che sembra essere privo di memoria. L’aspetto che mi pare personalmente più rilevante è, però, un altro.

Anche i giornali più moderati – o “equidistanti”, come piace a qualcuno – parlano dell’uccisione di alcuni miliziani di Hezbollah e del generale iraniano Mohammed Allah Dadi da parte di Israele, come è normale che sia.

Lo fanno, però, in modo alquanto bizzarro, e spiegherò perché. Si tratta di una bizzarrìa calcolata: al solito, quando Israele compie una operazione militare o di polizia, essa viene fatta passare come un qualcosa di necessario, vitale, quasi scontato. Come un “episodio” del conflitto che va avanti dal 1982, anno della nascita del Partito di Dio.

D’altronde, si dice, “Israele ha il diritto di difendersi” e ha a che fare con guerriglie, non con eserciti, per cui l’opinione pubblica tende ad attribuire l’irrazionalità israeliana a questa contingenza: combatte un nemico che non si conosce a fondo, che è (erroneamente) percepito come irrazionale e imprevedibile, per cui può fare tutto.

Così, anche un profano che legge la notizia di alcuni missili ad alto potenziale lanciati da un elicottero israeliano sui sei miliziani nei pressi di un villaggio siriano, concluderà che si è trattato di una necessaria operazione di prevenzione di un attacco a Israele.

Questo perché il dibattito è fortemente viziato in partenza, dal giorno in cui si è inserito Hezbollah nella lista delle organizzazioni terroristiche, la stessa che comprende Al Qaeda (che nelle zone del Libano e di Beirut controllate da Hezbollah compie attentati su base settimanale da anni) e altre organizzazioni.

Ciò permette a Israele non solo di non giustificare le proprie operazioni, ma di non spiegarle nemmeno. O di spiegarle in modo sbrigativo e palesemente pretestuoso, incoerente. Tanto – approfittando delle informazioni opache che Hezbollah rilascia o non rilascia- si potrà sempre dire che il Partito di Dio fosse “in procinto di organizzare un lancio di razzi su israele”.

E infatti è ciò che è accaduto: all’indomani dell’attacco gli israeliani hanno dichiarato che i miliziani uccisi nel villaggio di Mazrat al-Amal erano in perlustrazione ed in procinto di piazzarvi una batteria di missili puntata su Tel Aviv.

Il punto è che i missili israeliani che hanno colpito Jihad Mugh­niyeh (figlio di un comandante di Hezbollah ucciso a Damasco dal Mossad nel 2008), il generale Allah Dadi e altre 4 persone, non sono caduti in una zona a caso.

Mazrat al-Amal è infatti un piccolo villaggio nei dintorni di Quneitra, città abbandonata e situata ai piedi delle Alture del Golan, in Siria. Alture che Israele, come sappiamo, occupa dalla guerra del 1967, senza avere la benché minima intenzione di ritirarsi.

Se i giornali anziché di Israele parlassero di un Paese percepito come ostile all’occidente, uno di quelli dell’Asse del male o anche una Russia, ricorderebbero – con la stessa solerzia con cui ricordano altro – anche che le Alture del Golan sono territorio siriano de jure ma non de facto: Israele le ha annesse unilateralmente, senza riconoscimento delle Nazioni Unite, 3e ciò appare assolutamente normale.

Un’altra cosa che sappiamo è che la Siria è in guerra, da ormai 4 anni.

Hezbollah è intervenuto nel conflitto, prima con il sostegno tecnico-logistico all’esercito di Al Asad e poi – dopo la comparsa di Jabhat al Nusra più di due anni fa – con uomini in territorio siriano, oltre che nei villaggi di confine. Ricordiamo a questo proposito che numerose famiglie libanesi o siriane che vivono nei villaggi a ridosso del porosissimo confine siro-libanese sono letteralmente divise tra uno Stato e un altro, per cui i loro destini sono inevitabilmente connessi durante un conflitto.

Priorità per i miliziani del partito di Dio è, come accennato, quella di preservare l’alleato Bashar al Asad. Non tanto perchè come loro è un acerrimo nemico di Israele, quanto perché Asad in Siria implica la possibilità di mantenere un collegamento facile con Teheran, soprattutto per quel che riguarda la consegna di armi con cui rimpinguare i depositi dell’ala militare. E sopratutto in un momento in cui l’altro pezzo di “fune di collegamento” tra Iran e Hezbollah, l’Iraq, è seriamente a rischio disgregazione definitiva.

In un contesto geopolitico in cui le petromonarchie sunnite – finanziando il takfirismo anti-sciita – cercano di isolare il nemico iraniano, il suo soft e hard power e in generale il cosiddetto “Shia crescent”, è abbastanza ovvio concludere che Hezbollah preserva il suo unico alleato e combatte affinché a ridosso del Libano non nasca una Siria esplicitamente anti-sciita. Ovviamente tutto ciò, come vediamo, ha un prezzo. Ma non è questo l’argomento centrale, in questa sede.

La zona dove Israele ha lanciato i razzi è, appunto, sotto il suo controllo fattuale. L’area di Quneitra, sempre secondo gli ultimi aggiornamenti, è circondata a est, in pieno territorio siriano, da una zona controllata dall’Esercito Libero Siriano e, all’interno di essa, da enclavi gestite da altri gruppi ribelli ostili ad Al Asad, tra cui non è agevole individuare chi appartenga ad Al Nusra e chi no. Più a est ancora, cioè a un centinaio di km a sud di Damasco, inizia l’area controllata dall’esercito fedele ad Al Asad e alleato con Hezbollah.

Insomma, Israele sostiene che gli uomini di Hezbollah fossero nei pressi di Mazrat al Amal per piazzarvi una batteria di missili da lanciare su Tel aviv. Il punto, però, è che la cosa ha davvero poco senso.

Innanzitutto perché Hezbollah ha già decine di migliaia di razzi in grado di colpire Israele dal Libano del Sud. I Fajr, ad esempio, hanno una gittata che potrebbe raggiungere qualunque punto di Israele. Ma non solo.

In secondo luogo: per quale motivo Hezbollah dovrebbe voler sistemare una rampa di missili non dissimile dalle altre in un’area quasi contesa, controllata ormai in minima parte dall’esercito di Al Asad (più o meno fino a Sanamayn e Eshmiskin) circondata dall’Esl, che potrebbe adddirittura appropriarsi della rampa in un momento in cui tra l’altro molti uomini del Partito di Dio sono impegnati in varie zone della Siria e dell’Iraq? Si tratta di un’area molto instabile, ricordiamocelo.

Le risposte a queste domande rischiano di essere altamente retoriche, se si da un occhio alla cronaca recente e alla storia.

L’esercito israeliano è tra i più sofisticati al mondo, in grado di colpire qualunque obiettivo in varie condizioni, molto diverse tra loro. E’ quindi assai sorprendente che, dall’inizio del conflitto in Siria quattro anni fa, Tel aviv abbia colpito con azioni mirate (anche in pieno territorio siriano, fuori dal Golan) sia Hezbollah che l’esercito di Al Asad ma MAI – nemmeno una volta, nemmeno per sbaglio – Al Nusra. E nemmeno l’Isis, che però nel sud della Siria non c’è. Tutto ciò non è ovviamente casuale ma funzionale a una precisa strategia. Anche perché nè l’Isis né al Qaeda hanno mai attaccato Israele.

D’altronde, un fatto è sempre più chiaro: Israele percepisce come minacce globali dei Paesi (Iran) e/o dei movimenti (Hezbollah) che non pongono minacce globali, mentre considera pragmaticamente Al Qaeda e i suoi tentacoli dei possibili alleati di comodo (di cui si è servita per compiere operazioni in Iran: attentati contro gli scienziati iraniani impegnati nella ricerca sul nucleare, sostegno a gruppi qaedisti come Jundullah) per allontanare queste minacce, non curandosi della loro natura e del loro esplicito progetto politico anti-occidentale, raffazzonato o meno.

Tel aviv gioca in sostanza col fuoco, rischiando di scottarsi e di far scottare noi europei: avviluppata nella paranoia iraniana, considera l’Iran – non l’Isis, non l’Arabia Saudita, non Al Qaeda – la principale minaccia, che vorrebbe contenuta dalla caduta di Al Asad per mano di sunniti radicali (su cui addossare le responsabilità in eslcusiva, operazione semplice data la loro impopolarità) e dal conseguente indebolimento di Hezbollah. Anche se ciò dovesse comportare la nascita di uno Stato totalitario ai suoi confini, che poi dovrebbe essere nuovamente contenuto o abbattuto con la forza. Che è l’unico linguaggio che Israele e molti dei suoi interlocutori capiscono.

Israele non solo ostacola un eventuale reapproachment dell’Europa con un paese che ha sempre avuto molto da sospettare nei confronti dell’occidente che lo ha a lungo messo all’angolo, ma agisce palesemente a favore delle petromonarchie e di riflesso a favore di Al Qaeda. Ponendo dei seri problemi e mettendoci in pericolo tutti quanti. Che dall’Iran non ci sentiamo minacciati nemmeno un po’, da Al Qaeda un pochino di più.

Hezbollah ha annunciato che risponderà in modo proporzionato e inaspettato. Quando accadrà, ricordatevi di prendere quel “Hezbollah provoca con un lancio di missili” che leggerete sui giornali con delle pinze belle solide.

Greta e Vanessa. E la elementare, semplice umanità?

Chiunque, ormai, può esprimere la sua sull’opportunità del presunto pagamento di 12 milioni di riscatto per la liberazione di Greta e Vanessa. Chiunque. E chiunque è libero di mancar loro di rispetto, ahimè. Si, siamo tutti liberi. Liberi di essere sciocchi e vuoti, anche, come lo erano le vignette di Charlie Hebdo, per le quali tuttavia nessuno in nessun pianeta dovrebbe pagare con la vita.

Detto ciò, vorrei ardentemente vedere come avrebbero reagito queste stesse persone se le loro nipotine si fossero trovate 30 anni fa tra le fila del terrorismo rosso o nero (o 70 anni fa come volontarie della guerra di Spagna), essendone più o meno consapevoli. Si sarebbero solennemente opposti ad un loro eventuale rilascio dietro pagamento, e le avrebbero lasciate morire? Questo dando per scontato che Greta e Vanessa fossero amiche dei qaedisti. E ricordandoci che 30 anni fa internet non c’era.

Si, perchè il punto fondamentale, qui, aldilà dei puerili sondaggini giusto/non giusto, è che molta gente ha il coraggio di affermare che, se fosse stato per lui, avrebbe lasciato morire Greta e Vanessa (questa sarebbe stata la loro sorte, magari trasmessa in eurovisione).

Ora vorrei chiedervi: davvero voi pensate che un simile peso sarebbe stato sopportabile per le vostre coscienze, e oserei dire per la coscienza nazionale (sono molto ridondante) di un paese che dice di tutelare la vita umana, cioè la cosa più importante che c’è? Davvero stiamo cercando di dare un prezzo di listino ad una vita/e che riteniamo discutibili?

E’ ovvio che pagare un riscatto sia in sè una sconfitta, altrimenti si chiamerebbe “acquisto”. E’ ovvio che sia doloroso, ed è doloroso proprio perché va fatto, perchè l’alternativa è disumana. Se fosse umanamente sostenibile l’alternativa reale di lavarsene le mani e far espiare le loro colpe a Greta e Vanessa, probabilmente non ci sarebbe nemmeno da discutere. Se, appunto, ci mancasse un’anima.

La gente che straparla scimmiottando esperienza militare dovrebbe chiedersi – dando anche una occhiata sommaria al conflitto in atto da 4 anni – se il non pagare un riscatto sia sostenibile moralmente, eticamente, umanamente e se possa comportare un indebolimento decisivo (per chi accompagna alle considerazioni sessiste sulle due un monocorde “Asad è meglio”, collocando tutti quelli che gli fanno la guerra sotto l’egida di “terroristi”, cosa ahimè falsa, e dico ahimè perché contribuisce a rendere più complesso il quadro, privo di facili risposte) del fronte qaedista.

Pagando un riscatto si finanzia il nemico perché si ritiene una vita umana più importante, specie se è quella di due ragazze che difficilmente avrebbero potuto fare male a qualcuno. Due vite umane che noi potevam sceglier di far punire o meno. E abbiam scelto di non farle punire.

La cifra di 12 milioni di euro è risibile per un Paese come l’Italia, checché ne dicano economisti dell’ultim’ora; ovviamente lo è meno per Al Nusra, che potrebbe comprare altre armi con quei soldi ma a cui tuttavia non mancano i finanziamenti.

Tutti possono dire tutto, come accennato. Trovo però assurdo che il dibattito si concentri sull’opportunità o meno di pagare quella cifra (diverso è il discorso pragmatico sulle forze in campo), come se davvero ci fossimo chiesti per un secondo cosa sarebbe accaduto se avessimo rifiutato di pagare e una settimana dopo fosse apparso un video in cui i miliziani decapitavano le due ragazze.

Avremmo/avreste dormito tranquilli? Se la risposta è si, avrei personalmente qualcosa da ridire sui concetti di umanità e coscienza. Altro che illuminismo

L’ “imam di Londra” Anjem Choudary e quelli che gli danno retta

Dopo Piazza pulita, anche il Tg1 intervista il personaggetto qua sotto, all’anagrafe Anjem Choudary.

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Questo signore – che in certe zone di Londra nemmeno conoscono – sta guadagnando popolarità sui media nostrani, trattato come se fosse a tutti gli effetti uno dei più rispettabili rappresentanti dei musulmani in Europa, o perlomeno in Gran Bretagna.

Spesso sentiamo parlare di lui come dell’ “Imam di Londra”, quando a malapena egli si può definire un imam (i giornali britannici parlano di “muslim leader” o di “cleric” nel migliore dei casi, e anche questo è discutibile), più indeterminattivo che mai dato che nell’islàm non esiste un clero con potere di magistero unico sui fedeli o con potere universale di scomunica.

L’islàm sunnita non ha capi, solo rappresentanti, che in linea di massima sono tali a seconda di quanto siano rappresentativi presso le loro comunità. E’ la comunità che decide di attribuire ad un uomo credibilità, non le gerarchie ecclesiastiche che, appunto, non esistono o costituiscono una categoria sui generis nel mondo religioso-ecclesiastico.

Imam in arabo significa “colui che sta davanti”, che guida la preghiera in virtù di una particolare esperienza o di riconosciuta competenza nell’eseguire i principali movimenti della salat (preghiera rituale), conoscenza che egli mette al servizio degli altri per evitare che la salat sia invalidata da movimenti considerati non corretti.

Non sussiste un titolo legale (come nel caso del sacerdote) per definire un Imam: se quattro amici pregano insieme, il più esperto di loro si porrà davanti agli altri tre, rivolto verso La Mecca, a guidare la preghiera. In quel momento è a tutti gli effetti un Imam.

Questo Choudary, dunque, è anzitutto un inglese (è nato in Inghilterra da commercianti pakistani), avvocato e musulmano, anche se capisco che “Imam di Londra” sia un tantino più accattivante e ne ingigantisca la rilevanza sociale. Ha le sue discutibilissime opinioni, alcune di esse assai riprovevoli e sciocche, che non sono le posizioni dei musulmani di Gran Bretagna. Mi pare elementare.

Questo Choudary, che seguo da qualche anno, non mi piace per nulla. Lo considero una persona con problemi seri, che si riflettono sulla sua idea di religione e sulla sua idea di convivenza.

Un uomo forse anche pericoloso, già noto alle autorità (già arrestato), che in ogni trasmissione in cui interviene non dissimula in alcun modo (alla faccia di chi chiama in causa la Taqyya – la dissumulazione – o similia quando si riferisce a musulmani “ambigui”, che parlano di pace ma tramano la guerra) la sua profonda ostilità verso molti aspetti delle culture occidentali, le sue posizioni rigidissime in materia di diritti, la sua convinzione nel fatto che “L’Islam dominerà il mondo, l’occidente è finito”, il suo frequente plauso verso azioni violente e attentati, i suoi deliri di onnipotenza sull’imminente inevitabilità della “legge islamica” per il continente europeo, il suo blaterare perpetuo e puerile.

Tanto per dire: uno che – mentre dice cose come “Gesù era musulmano, non Cristiano” – sputa letteralmente nel piatto dove mangia, visto che il nostro Choudary ha usufruito dei temibili, satanici, viziosi, impuri sussidi di disoccupazione erogati dal Paese in cui è nato e cresciuto. Un wahhabita archetipale, potremmo dire, ricordandoci dei brindisi a champagne degli Al Saud con i Bush, mentre in Arabia saudita vige la legislazione che conosciamo per la popolazione saudita.

Ciò che ha detto a Piazza Pulita lo ripete da anni: basta fare un giro su youtube, di cui l’attivista-avvocato ha intuito le potenzialità già da tempo. Ovviamente può dire ciò che vuole, proprio per la benedetta libertà d’espressione, e la sua pericolosità non ci viene dall’errato appellativo “Imam di londra” ma dalla possibilità che guadagni simpatie presso la sua comunità.

Per adesso, però, è più famoso sulle tv che altrove, le stesse tv che vorrebbero/dovrebbero costruire dibattiti seri, funzionali all’individuazione di punti comuni, di aree di dialogo e di un’idea di convivenza. Non di spauracchi da agitare nel già tempestoso mare dell’islamofobia, dando allo spettatore l’impressione che i musulmani britannici – “ardenti seguaci dell’Imam di Londra” – siano in larga parte ammiratori dell’Isis. Mi piacerebbe capire per quale motivo gli si dia tutto questo spazio, al triste e bizzarro Choudary. Anche se sospetto di conoscerlo.

Leoni e sciacalli

(pubblicato su Nazione indiana https://www.nazioneindiana.com/2015/01/16/leoni-o-sciacalli/)

 

In questo clima di rinnovata caccia alle streghe, trovo assai controproducente un atteggiamento che vedo essere condiviso in modo crescente da molti amici musulmani.

Interpellati, accerchiati, esaminati dalla giuria popolare italiota sulla loro presunta indifferenza (o addirittura presunta connivenza) rispetto alle stragi umane consumatesi negli ultimi tempi, molti di loro – assolutamente in buona fede e nella posizione di non sapere da che parte iniziare a “giustificarsi” o discolparsi – tendono a trincerarsi dietro lo scudo di frasi che credono innocue se non addirittura concilianti ma che non si accorgono che invece fanno il gioco degli avvoltoi islamofobi.

“L’islam è religione di pace”; “l’islam è tolleranza”; “l’islam amore, contro la guerra”; “la mia religione è splendida, Bin Laden non è un vero musulmano”; e così via.

Ragazzi, non è così che dovete difendervi, ove ce ne sia bisogno. A ben vedere, è proprio questo l’atteggiamento che i razzisti mascherati vogliono vedere da voi: una affannosa presa di distanza; una imbarazzata e incerta corsa contro il fantasma dell’islamofobia, che a volte sembra potervi risucchiare nel vortice del senso di colpa, che per osmosi vi si attacca al collo.

I condor del settarismo non aspettano altro: specie quelli che in altri campi sono considerati degli “intellettuali”, come Giuliano Ferrara, attendono giorno e notte il momento per ironizzare o alludere al doppiogiochismo presumibilmente insito in queste posizioni, che vendono al pubblico di pecorelle smarrite come delle “dissimulazioni”, come delle dimostrazioni dell’ambiguità di fondo dei musulmani, che “a parole parlano di pace ma poi mettono le bombe o tagliano gole”.

Così non va bene, e mi rendo conto che ci sia bisogno di fare attenzione ad esprimere le proprie opinioni. Chiedersi ad esempio se sia il caso – come comunità musulmane – di accettare inviti in studio a trasmissioni tv che non solo sono di pessima qualità, che non solo hanno il preciso obiettivo di isolare ulteriormente gli emarginati, che non solo sono basate sul nulla, ma che sopratutto si propongono quasi sempre di mettere a confronto – con vile scorrettezza – interlocutori consapevolmente inadeguati.

E non mi riferisco al fatto che gli ospiti non sappiano nulla di islàm ma si ostinino a discettarne: quello ci può stare – che devi fare? – è il lato problematico della libertà d’espressione.

Il problema è l’asimmetria: davvero una ragazzina musulmana – educata, sensibile, pacifica – che frequenta le scuole medie può gestire un contraddittorio con Magdi Allam, Sallusti e Ferrara, animali da palcoscenico e professionisti della diffamazione preventiva, del buttarla in caciara mantenendo l’atteggiamento di chi la sa assai lunga?

Davvero un simpatico e devoto ragazzo marocchino di 18 anni, che forse da un anno ha iniziato a dedicarsi alla difficoltosa e oscura esegesi personale dei versetti del Corano che impara a memoria sin da quando è piccolo – e che quindi forse sta iniziando a capire, contestualizzarne, storicizzarne e somatizzarne i contenuti – può “difendere” una tradizione religiosa di 1400 anni – che ha coinvolto 4 continenti e miliardi di persone di etnie diverse – dagli assalti di gente che ha il solo scopo di denigrarla, questa tradizione?

Ricordo come fosse ieri che qualche anno fa, all’indomani dell’omicidio di una ragazza pakistana nella provincia di Brescia, a “Porta a Porta” fu invitata una ragazzina egiziana di 11 anni, undici, per parlare di islàm, del dissociarsi dalla lapidazione (!), della condivisione dell’omicidio d’onore, dei diritti umani, ecc. I suoi dirimpettai erano: Khaled Fouad Allam, Bruno Vespa (mai visto così incalzante con le domande, sembrava Piero Ricca che incontra Berlusconi), Carlo Panella, un radicale a caso, Daniela Santanchè e in collegamento un imam di Segrate, anche in stato abbastanza confusionale.

La ragazzina fu aggredita in modo continuato (e accusata di dire “quello che le ordina il padre”, che presumibilmente la teneva legata giorno e notte), anche con domande apparentemente banali (“è giusto ammazzare un adultero?”), a cui per evidente timore, per chiara impreparazione personale (undici anni eh!) e disabitudine a stare in tv – tantomeno di fronte a sciacalli affamati – rispondeva sillabando, o trincerandosi dietro a “non posso dirlo io, lo stabilisce Allah”, o “io non lo so, ma credo alla Legge di Dio, solo Dio sa”; risposte che venivano raccolte al balzo dai suoi aguzzini per rinvigorire i loro anatemi.

E così via per un paio d’ore, dalle quali la ragazzina ne usciva come la angelica e furbacchiona nipotina di Bin Laden, tanto tenera in viso e nei modi quanto pronta a compiere un eventuale attentato seduta stante. Fiera di aver nascosto al pubblico impaurito dal Sig. Islàm le sue diaboliche peculiarità.

Eppure in Italia esistono accademici, sia di fede musulmana che non, o anche religiosi (anche qui: musulmani e non) assai preparati, la cui partecipazione ad alcuni dibattiti – che in ogni caso scontano il fatto che sono trasmissioni tv, con tutto ciò che comporta in termini di eliminazione delle complessità dalla discussione – sarebbe assai utile: non certo per dare risposte definitive e preconfezionate ma sicuramente per rendere il quadro meno opaco. Ma, soprattutto, per non permettere che venga stuprata l’informazione, per evitare che vi siano avvoltoi che giocano con le carcasse di chi non sa nemmeno per quale motivo debba essersi meritato la morte “televisiva”, o l’umiliazione, o l’accerchiamento.

Perché ai talk show invitano sempre i ragazzini, o magari quei musulmani che sì, sono integratissimi (a volte vengono trattati da immigrati clandestini, magari senza considerare che sono italiani di seconda generazione e che sono quindi un prodotto umano occidentale, che hanno solo scelto l’islàm come fede), ma che di islàm – proprio perché sono a tutti gli effetti occidentalizzati e poco interessati alla religione – non sanno nulla se non ciò che gli hanno raccontato i loro padri da piccoli?

Perché il clima di paura diffusosi presso le comunità musulmane in italia sta modificando, secondo me, il loro atteggiamento rispetto al mondo che li circonda: li ha ormai stretti in un angolo, costretti a gettare con una certa urgenza acqua sul fuoco ardente dell’”islàm che fa paura”, impedendo loro di chiarire cosa sia l’islàm in sè, o di parlarne serenamente e seriamente.

Troppo urgente, nel momento in cui un musulmano deve “discolparsi” per i fatti di Parigi, la necessità di dire “la mia religione è pace”, “quello non è islàm”, inducendo lo spettatore a commentare con un saccente “eh, come no, la pace” e a fare facili battutine.

Quella puntata mi rimase impressa, e da quel giorno è nella mia memoria come il paradigma della messa in scena islamofoba: un format che è stato poi ripreso da tutti i canali televisivi nazionali, come in questi giorni ho potuto ahimè constatare.

Il fatto è che – se proprio vogliono andare ospiti – i ragazzi musulmani dovrebbero studiare di più, ricordandosi che dall’altra parte c’è gente che, pur avendo studiato su Topolino, dedica buona parte del proprio tempo a costruire castelli d’infamia contro l’islam, per cui è necessario perlomeno rimpinguare il bagaglio di luoghi comuni con una qualche parvenza di veridicità.

Questi ragazzi spesso pensano di andare a discutere della propria fede ma non sanno che vengono invitati in una Gabbia (spesso di nome e di fatto), dove fuori ci sono quelli che lanciano le monetine, invece che le noccioline. In una trappola.

Studiate ragazzi, non rinnegate mai la vostra enorme, millenaria tradizione e cercate la vostra strada, che si parli di quella intima e spirituale o quella della vostra idea del rapporto tra fede e ragione, tra Stato e religione, tra morale e politica.

L’islàm “moderato” – dispiace apparire formalmente d’accordo su questo con i vari islamofobi nostrani, ma per fortuna su presupposti diversi – non esiste. E ciò non significa, come pensano questi ultimi, che quindi i musulmani siano “non moderati” (cioè violenti), nè tantomeno significa che esiste solo quello “radicale”. Non esiste perché è l’aggettivo ad essere sbagliato. Un aggettivo che non si accorda col sostantivo cui è riferito.

L’islàm è una religione, una fede, un sistema di valori, una tradizione storico-filosofica, una cultura. Non ha senso definirlo moderato o meno. Si può forse essere cattolici moderati? No, se con “moderato” non ci si limita ad intendere “che si rifiuta di prendere le armi o usare violenza per perseguire i suoi scopi” (qui dovremmo aprire una lunga pagina sull’islamismo, o sull’islam politico, che non è di per sè affatto violento… dunque può essere “moderato”…).

Non è l’islam a poter essere moderato. Sono le persone ad essere moderate o meno, pacifiche o meno, violente o meno. E le persone sono quello che sono a causa di una molteplicità di fattori, di cui quello religioso non è che una parte minima.

Se sei una persona pacifica, comprensiva e dialogante, lo saranno anche il tuo islam, il tuo cristianesimo, il tuo ateismo. Viceversa, se sei un violento, razzista, stai sicuro che questi elementi si rifletteranno anche sul modo in cui vivrai la tua religione, o in cui vivrai il tuo ateismo. Così, il tuo islam, il tuo cristianesimo, il tuo induismo, il tuo buddhismo (chi ha detto che i buddhisti sono pacifici? Avete presente cosa sta succedendo ai musulmani Rohingya in Birmania?), il tuo ateismo saranno violenti e settari. Bin Laden poteva anche essere un “vero musulmano” (nel senso che adempie ai 5 pilastri) ma era innanzitutto un essere umano con evidenti problemi, tra i quali la sociopatia. Rappresentava se stesso e i suoi sodali, non l’islàm o i musulmani.

Lo storico afghano Tamim Ansary ha usato recentemente queste parole, che trovo assai adeguate:

“L’islam è una religione, come tutte le altre, con una serie di idee e di pratiche relative alla morale, all’etica, a Dio, al cosmo e alla morte. Ma allo stesso tempo potrebbe essere inserito in una classe completamente diversa, che include il comunismo, la democrazia parlamentare, il fascismo e così via, poiché l’islam è anche un progetto sociale, un’idea di come dovrebbe essere gestita la politica e l’economia, con un sistema legale, civile e penale tutto suo.

Ma l’islam può anche essere inserito all’interno di un’altra classe ancora, che include la civiltà cinese, indiana, occidentale e così via, perché esiste un intero universo di manufatti culturali […] che può essere definito propriamente islamico.
Leoni o sciacalli?

O l’islam può essere visto come una storia mondiale parallela a tutte le altre, le quali si contaminano reciprocamente. Visto in questa luce, l’islam è una vasta narrazione che si dipana lungo i secoli, ancorata alla nascita di quella prima comunità alla Mecca e a Medina quattordici secoli fa.”

Leggendo queste righe ci si accorge quanta complessità tendiamo a sacrificare quando parliamo a cuor leggero di islàm per parlare di eventi di cronaca e affini.

Anche l’affermazione “l’islàm è religione di pace” inizio a trovarla problematica, poichè foriera di facili sarcasmi e, anche qui, penso sia sciocco e riduttivo definire una civiltà, una cultura e una religione sulla base di un facile slogan, di una parola.

Il Corano e la Sunna non parlano solo di pace, come è ovvio che sia. Parlano anche di guerra, di amore, di politica, di rapporti sociali, di commercio, di famiglia, di accordi e di mancati accordi. Mi pare assurdo mortificarne la complessità nel segno della “pace”. Conoscete forse altre religioni, ideologie, culture della “pace”? Forse persino i “pacifisti” non sono poi così tanto pacifici.

Il problema principale sta nel disintossicare il dibattito pubblico sull’islàm da categorie di giudizio fuorvianti, rigide e che Edward Said non avrebbe esitato a definire etnocentriche. Smetterla di trattare un sistema di valori, una civiltà intera come fosse un feticcio, un “palcoscenico teatrale appeso all’Occidente” (cit.), di cui di volta in volta mettere in luce un minimo aspetto e farne il banner pubblicitario, appiattendo o eliminando i risultati dell’opera di commistione dell’Islàm stesso con le etnie, le culture e gli spazi geografici che ha abbracciato o incontrato, mutuandone degli aspetti o venendo a costituire il risultato di una loro rielaborazione.

E questo discorso non può che essere rivolto anzitutto ai musulmani (con i razzisti ho perso la speranza), che si chiedono come presentare a un occhio e un orecchio profano il loro sistema di valori, al quale eventi di cronaca fanno indirettamente una pessima pubblicità.

Rifiutatevi di farvi mettere in mezzo, di farvi invogliare a dare risposte da dentro/fuori, da sì/no, di dissociarvi dalle nefandezze come musulmani anzichè come semplici esseri umani dotati di raziocinio.

E pretendete – ripeto, pretendete – dibattiti televisivi paritari, simmetrici, in cui uno sciacallo adulto non abbia come interlocutore un cucciolo di zebra. Per citare/mutuare Giuliano Ferrara (sic!): “agli sciacalli si risponde con un branco di leoni”. Che si sa: quando gli sciacalli li vedono, scappano via.

F. Nietzsche – Considerazioni inattuali (1876)

Osserva il gregge che pascola davanti a te: non sa che cosa sia ieri, che cosa sia oggi. Salta intorno, mangia, digerisce, salta di nuovo. È così dal mattino alla sera e giorno dopo giorno, legato brevemente con il suo piacere ed il suo dispiacere, attaccato cioè al piolo dell’attimo e perciò né triste né annoiato.

L’uomo chiese una volta all’animale: “Perché mi guardi soltanto senza parlarmi della felicità?” L’animale voleva rispondere e dire: “Ciò avviene perché dimentico subito quello che volevo dire” – ma dimenticò subito anche questa risposta e tacque: così l’uomo se ne meravigliò. Ma egli si meravigliò anche di se stesso, di non poter imparare a dimenticare e di essere sempre accanto al passato: per quanto lontano egli vada e per quanto velocemente, la catena lo accompagna.

È un prodigio: l’attimo, in un lampo è presente, in un lampo è passato, prima un niente, dopo un niente, ma tuttavia torna come fantasma e turba la pace di un istante successivo. Continuamente si stacca un foglio dal rotolo del tempo, cade, vola via – e improvvisamente rivola indietro, in grembo all’uomo. Allora l’uomo dice “Mi ricordo”. (…)

Le trappole dell’islamofobia e le responsabilità dei nostri musulmani

In questo clima di rinnovata caccia alle streghe, trovo assai controproducente un atteggiamento che vedo essere condiviso in modo crescente da molti amici musulmani.

 

Interpellati, accerchiati, esaminati dalla giuria popolare italiota sulla loro presunta indifferenza (o addirittura presunta connivenza) rispetto alle stragi umane consumatesi negli ultimi tempi, molti di loro – assolutamente in buona fede e nella posizione di non sapere da che parte iniziare a “giustificarsi” o discolparsi – tendono a trincerarsi dietro lo scudo di frasi che credono innocue se non addirittura concilianti ma che non si accorgono che invece fanno il gioco degli avvoltoi islamofobi.

 

“L’islam è religione di pace”; “l’islam è tolleranza”; “l’islam amore, contro la guerra”; “la mia religione è splendida, Bin Laden non è un vero musulmano”; e così via.

 

Ragazzi, non è così che dovete difendervi, ove ce ne sia bisogno. A ben vedere, è proprio questo l’atteggiamento che i razzisti mascherati vogliono vedere da voi: una affannosa presa di distanza; una imbarazzata e incerta corsa contro il fantasma dell’islamofobia, che a volte sembra potervi risucchiare nel vortice del senso di colpa, che per osmosi vi si attacca al collo.

 

I condor del settarismo non aspettano altro: specie quelli che in altri campi sono considerati degli “intellettuali”, come Giuliano Ferrara, attendono giorno e notte il momento per ironizzare o alludere al doppiogiochismo presumibilmente insito in queste posizioni, che lui vende al pubblico di pecorelle smarrite come delle “dissimulazioni”, come delle dimostrazioni dell’ambiguità di fondo dei musulmani, che “a parole parlano di pace ma poi mettono le bombe o tagliano gole”.

 

Così non va bene, e mi rendo conto che ci sia bisogno di fare attenzione ad esprimere le proprie opinioni. Chiedersi ad esempio se sia il caso – come comunità musulmane – di accettare inviti in studio a trasmissioni tv che non solo sono di pessima qualità, che non solo hanno il preciso obiettivo di isolare ulteriormente gli emarginati, che non solo sono basate sul nulla, ma che sopratutto si propongono quasi sempre di mettere a confronto – con vile scorrettezza – interlocutori consapevolmente inadeguati.

 

E non mi riferisco al fatto che gli ospiti non sappiano nulla di islàm ma si ostinino a discettarne: quello ci può stare, che devi fa, è il lato problematico della libertà d’espressione.

 

Il problema è l’asimmetria: davvero una ragazzina musulmana – educata, sensibile, pacifica – che frequenta le scuole medie può gestire un contraddittorio con Magdi Allam, Sallusti e Ferrara, animali da palcoscenico e professionisti della diffamazione preventiva, del buttarla in caciara mantenendo l’atteggiamento di chi la sa assai lunga?

 

Davvero un simpatico e devoto ragazzo marocchino di 18 anni, che forse da un anno ha iniziato a dedicarsi alla difficoltosa e oscura esegesi personale dei versetti del Corano che impara a memoria sin da quando è piccolo – e che quindi forse sta iniziando a capire, contestualizzarne, storicizzarne e somatizzarne i contenuti – può “difendere” una tradizione religiosa di 1400 anni – che ha coinvolto 4 continenti e miliardi di persone di etnie diverse – dagli assalti di gente che il solo scopo di denigrarla, questa tradizione?

 

Ricordo come fosse ieri che qualche anno fa, all’indomani dell’omicidio di una ragazza pakistana nella provincia di Brescia, a “Porta a Porta” fu invitata una ragazzina egiziana di 11 anni, undici, per parlare di islàm, del dissociarsi dalla lapidazione (!), della condivisione dell’omicidio d’onore, dei diritti umani, ecc. I suoi dirimpettai erano: Khaled Fouad Allam, Bruno Vespa (mai visto così incalzante con le domande, sembrava Piero Ricca che incontra Berlusconi), Carlo Panella, un radicale a caso, Daniela Santanchè e in collegamento un imam di Segrate, anche in stato abbastanza confusionale.

 

La ragazzina fu aggredita in modo continuato, anche con domande apparentemente banali (“è giusto ammazzare un adultero?”), a cui per evidente timore, per chiara impreparazione personale (undici anni eh!) e disabitudine a stare in tv – tantomeno di fronte a sciacalli affamati – rispondeva sillabando, o trincerandosi dietro a “non posso dirlo io, lo stabilisce Allah”, o “io non lo so, ma credo alla Legge di Dio, solo Dio sa”; risposte che venivano raccolte al balzo dai suoi aguzzini per rinvigorire i loro anatemi.

 

E così via per un paio d’ore, dalle quali la ragazzina ne usciva come la angelica e furbacchiona nipotina di Bin Laden, tanto tenera in viso e nei modi quanto pronta a compiere un eventuale attentato seduta stante. Fiera di aver nascosto al pubblico impaurito dal Sig. Islàm le sue diaboliche peculiarità.

 

Eppure in Italia esistono accademici, sia di fede musulmana che non, o anche religiosi (anche qui: musulmani e non) assai preparati, la cui partecipazione ad alcuni dibattiti – che in ogni caso scontano il fatto che sono trasmissioni tv, con tutto ciò che comporta in termini di eliminazione delle complessità dalla discussione – sarebbe assai utile: non certo per dare risposte definitive e preconfezionate ma sicuramente per rendere il quadro meno opaco. Ma, soprattutto, per non permettere che venga stuprata l’informazione, per evitare che vi siano avvoltoi che giocano con le carcasse di chi non sa nemmeno per quale motivo debba essersi meritato la morte “televisiva”, o l’umiliazione, o l’accerchiamento.

 

Perché ai talk show invitano sempre i ragazzini, o magari quei musulmani che sì, sono integratissimi (a volte vengono trattati da immigrati clandestini, magari senza considerare che sono italiani di seconda generazione e che sono quindi un prodotto umano occidentale, che hanno solo scelto l’islàm come fede), ma che di islàm – proprio perché sono a tutti gli effetti occidentalizzati e poco interessati alla religione – non sanno nulla se non ciò che gli ha raccontato il padre da piccoli?

 

Perché il clima di paura diffusosi presso le comunità musulmane in italia sta modificando, secondo me, il loro atteggiamento rispetto al mondo che li circonda: li ha ormai stretti in un angolo, costretti a gettare con una certa urgenza acqua sul fuoco ardente dell’islàm che fa paura, impedendo loro di chiarire cosa sia l’islàm in sè, o di parlarne serenamente e seriamente.

 

Troppo urgente, nel momento in cui un musulmano deve “discolparsi” per i fatti di Parigi, la necessità di dire “la mia religione è pace”, “quello non è islàm”, inducendo lo spettatore a commentare con un saccente “eh, come no, la pace” e a fare facili battutine.

 

Quella puntata mi rimase impressa, e da quel giorno è nella mia memoria come il paradigma della messa in scena islamofoba: un format che è stato poi ripreso da tutti i canali televisivi nazionali, come in questi giorni ho potuto ahimè constatare.

 

Il fatto è che – se proprio vogliono andare ospiti – i ragazzi musulmani dovrebbero studiare di più, ricordandosi che dall’altra parte c’è gente che, pur avendo studiato su Topolino, dedica buona parte del proprio tempo a costruire castelli d’infamia contro l’islam, per cui è necessario perlomeno rimpinguare il bagaglio di luoghi comuni con una qualche parvenza di veridicità.

 

Questi ragazzi spesso pensano di andare a discutere della propria fede ma non sanno che vengono invitati in una Gabbia (spesso di nome e di fatto), dove fuori ci sono quelli che lanciano le monetine, invece che le noccioline. In una trappola.

 

Studiate ragazzi, non rinnegate mai la vostra enorme, millenaria tradizione e cercate la vostra strada, che si parli di quella intima e spirituale o quella della vostra idea del rapporto tra fede e ragione, tra Stato e religione, tra morale e politica.

 

L’islàm “moderato” – dispiace apparire formalmente d’accordo su questo con i vari islamofobi nostrani, ma per fortuna su presupposti diversi – non esiste. E ciò non significa, come pensano questi ultimi, che quindi i musulmani siano “non moderati” (cioè violenti), nè tantomeno significa che esiste solo quello “radicale”. Non esiste perché è l’aggettivo ad essere sbagliato, perché non si accorda col sostantivo cui è riferito.

 

L’islàm è una religione, una fede, un sistema di valori, una tradizione storico-filosofica, una cultura. Non ha senso definirlo moderato o meno. Si può forse essere cattolici moderati? No, se con “moderato” non ci si limita ad intendere “che si rifiuta di prendere le armi o usare violenza per perseguire i suoi scopi” (qui dovremmo aprire una lunga pagina sull’islamismo, o sull’islam politico, che non è di per sè affatto violento…dunque può essere “moderato”..).

 

Non è l’islam a poter essere moderato. Sono le persone ad essere moderate o meno, pacifiche o meno, violente o meno. E le persone sono quello che sono a causa di una molteplicità di fattori, di cui quello religioso non è che una parte minima.

 

Se sei una persona pacifica, comprensiva e dialogante, lo saranno anche il tuo islam, il tuo cristianesimo, il tuo ateismo. Viceversa, se sei un violento, razzista, stai sicuro che questi elementi si rifletteranno anche sul modo in cui vivrai la tua religione, o in cui vivrai il tuo ateismo. Così, il tuo islam, il tuo cristianesimo, il tuo induismo, il tuo buddhismo (chi ha detto che i buddhisti so’ pacifici? Avete presente cosa sta succedendo ai musulmani Rohingya in Birmania?), il tuo ateismo saranno violenti e settari. Bin Laden può anche essere un “vero musulmano” (nel senso che adempie ai 5 pilastri) ma era innanzitutto un essere umano con evidenti problemi, tra i quali la sociopatia. Rappresentava se stesso e i suoi sodali, non l’islàm o i musulmani.

 

Lo storico afghano Tamim Ansary ha usato recentemente queste parole, che trovo assai adeguate:

“L’islam è una religione, come tutte le altre, con una serie di idee e di pratiche relative alla morale, all’etica, a Dio, al cosmo e alla morte. Ma allo stesso tempo potrebbe essere inserito in una classe completamente diversa, che include il comunismo, la democrazia parlamentare, il fascismo e così via, poiché l’islam è anche un progetto sociale, un’idea di come dovrebbe essere gestita la politica e l’economia, con un sistema legale, civile e penale tutto suo.

Ma l’islam può anche essere inserito all’interno di un’altra classe ancora, che include la civiltà cinese, indiana, occidentale e così via, perché esiste un intero universo di manufatti culturali […] che può essere definito propriamente islamico.

O l’islam può essere visto come una storia mondiale parallela a tutte le altre, le quali si contaminano reciprocamente. Visto in questa luce, l’islam è una vasta narrazione che si dipana lungo i secoli, ancorata alla nascita di quella prima comunità alla Mecca e a Medina quattordici secoli fa.”

 

Leggendo queste righe ci si accorge quanta complessità tendiamo a sacrificare quando parliamo a cuor leggero di islàm per parlare di eventi di cronaca e affini.

 

Anche l’affermazione “l’islàm è religione di pace” inizio a trovarla problematica, poichè foriera di facili sarcasmi e, anche qui, penso sia sciocco e riduttivo definire una civiltà, una cultura e una religione sulla base di un facile slogan, di una parola.

 

Il Corano e la Sunna non parlano solo di pace, come è ovvio che sia. Parlano anche di guerra, di amore, di politica, di rapporti sociali, di commercio, di famiglia, di accordi e di mancati accordi. Mi pare assurdo mortificarne la complessità nel segno della “pace”. Conoscete forse altre religioni, ideologie, culture della “pace”? Forse persino i “pacifisti” non sono poi così tanto pacifici.

 

Il problema principale sta nel disintossicare il dibattito pubblico sull’islàm da categorie di giudizio fuorvianti, rigide e che Edward Said non avrebbe esitato a definire etnocentriche. Smetterla di trattare un sistema di valori, una civiltà intera come fosse un feticcio, un “palcoscenico teatrale appeso all’Occidente” (cit.), di cui di volta in volta mettere in luce un minimo aspetto e farne il banner pubblicitario, appiattendo o eliminando i risultati dell’opera di commistione dell’Islàm stesso con le etnie, le culture e gli spazi geografici che ha abbracciato o incontrato, mutuandone degli aspetti o venendo a costituire il risultato di una loro rielaborazione.

 

E questo discorso non può che essere rivolto anzitutto ai musulmani (con i razzisti ho perso la speranza), che si chiedono come presentare a un occhio e un orecchio profano il loro sistema di valori, al quale eventi di cronaca fanno indirettamente una pessima pubblicità.

 

Rifiutatevi di farvi mettere in mezzo, di farvi invogliare a dare risposte da dentro/fuori, da si/no, di dissociarvi dalle nefandezze come musulmani anzichè come semplici esseri umani dotati di raziocinio.

 

E pretendete – ripeto, pretendete – dibattiti televisivi paritari, simmetrici, in cui uno sciacallo adulto non abbia come interlocutore un cucciolo di zebra. Per citare/mutuare Giuliano Ferrara (sic!): “agli sciacalli si risponde con un branco di leoni”. Che si sa: quando gli sciacalli li vedono, scappano via.

La strage di Parigi: dettagli inquietaanti

Fuori da ogni teoria del complotto – tra ieri e oggi ne ho sentite parecchie – c’è da dire una cosa. Le ore passano e appare sempre più probabile che i responsabili dell’attentato di Parigi verranno presi morti, se verranno presi. Bene. Cioè, male.

Verosimilmente le loro motivazioni – così come i loro mandanti – rimarranno ignote, ascritte alla generica sezione “terrorismo”. Forse non avremo nemmeno la certezza dei loro nomi e cognomi. Saranno davvero i fratelli Said e Sherif Kouachi? Boh, chissà. Magari sono morti da mesi, magari sono già a Guantanamo. Magari sono nei sotterranei di un carcere parigino, o nascosti in una fogna, consapevoli della loro malefatta o terrorizzati per qualunque motivo. Lasciamo perdere questo aspetto, e diamo per scontato che i responsabili siano loro due.

Ora, io non voglio discettare di politiche antiterrorismo come fanno molti sedicenti esperti di sicurezza ma mi chiedo se – contestualmente o prima della imminente e probabile morte violenta degli attentatori – verranno interpellati i loro familiari. Attendo, perché ho come l’impressione che di domande ne verranno poste pochine, e ancor meno saranno quelle che verranno rese pubbliche. Già mi sorprende che nessuno li abbia raggiunti finora, e devo dire che la cosa puzza un tantino.

Eppure i familiari sarebbero dei testimoni importanti, ben oltre l’eventualità che forniscano un alibi ai loro parenti o meno. Sarebbero addirittura funzionali alla costruzione di un profilo dei due attentatori, un profilo e una storia “a piacere” che i media possono eventualmente modificare a loro piacimento, a seconda del sentimento da dover indurre nel pubblico.

Piuttosto bizzarro che con la quantità di mezzi di informazione disponibili ancora non si riescano a rintracciare – o non interessa rintracciare? – i genitori/parenti di due persone, diciamo, sulla bocca di tutti in una importante capitale europea.

Accadrà questo: i nomi degli attentatori evaporeranno, inghiottiti (giustamente) dal vortice dell’infamia mediatica, e l’interesse per questa vicenda scemerà assieme al ricordo dei nomi delle vittime, due delle quali erano musulmane peraltro.

I dettagli, le motivazioni, le dinamiche e i mandanti di un gesto come quello di ieri – ancora non rivendicato da gruppi che di solito rivendicano volentieri – cadranno nell’oblio, fagocitate da una sorta di contentino rappresentato dall’uccisione degli attentatori (Potevano mai interrogare Bin Laden, anziché ammazzarlo mentre era disarmato dopo averlo accerchiato?).

Così che alla prossima azione violenta, non ci sarà nemmeno più bisogno di dire chi è stato, per conto di chi ha agito, perché lo ha fatto (la domanda “cui prodest?” deve rimanere sempre attuale), con quali motivi, obiettivi e quale consenso. Sarà ovvio, troppo ovvio che l’azione violenta meriterà ulteriori sospensioni della democrazia, ulteriori prese di posizione di elementi xenofobi sempre più mainstream e ulteriori insabbiamenti.

Così potremo serenamente, gloriosamente, universalmente celebrare l’eliminazione di due o tre “minacce islamiche” in questa nostra gloriosa guerra contro il Sig. Islàm.

La strage di Charlie Hebdo e i commenti di Netanyahu

Non poteva mancare il commento di Netanyahu, che ha affermato, dall’alto della sua saggezza, che Israele e l’Europa combattono lo stesso nemico. E che lui, Netanyahu, ci è vicino. Toccante, davvero.

Peccato che Isis – perché Netanyahu adora il paragone Isis/Hamas – non riconosca in alcun modo la Palestina, oltre a guardarsi bene dall’attaccare fisicamente o anche solo dialetticamente Israele.

Ve lo ricordate il discorso di Al Baghdadi in moschea a Mosul, lo scorso 4 giugno? Quello per cui tutti i media si sono sovraeccitati, vedendolo in tunica nera mentre blaterava sulla conquista del mondo?

Fu un discorso lungo, pieno di cose carine un po’ per tutti. Un discorso pronunciato mentre a poco più di 2000 km, a Gaza, si consumava un massacro vero e proprio dei palestinesi, ad opera delle forze israeliane.

Bene: sapete quante volte Al Baghdadi pronunciò le parole “Gaza”, “Israele” e “Palestina”, in quella succulenta occasione? Lo volete sapere davvero? Un indizio: è un numero di una cifra, che viene prima di 1.

Solidarietà alle vittime dell’attentato a CharlieHebdo

Solidarietà a Stephan Charbonnier, Jean Cabut, Bernard Verlhac, Georges Wolinski, Bernard Maris, il poliziotto di nome Ahmed (cognome a me ignoto) e alle altre sei vittime dell’immondo attentato di oggi a Parigi, così come ai loro familiari.
CharlieHebdo rimane un simbolo della libertà di espressione, in ogni caso. Una libertà che certo non morirà con la morte di alcuni dei suoi interpreti, provocata da chi disprezza la vita.
Dispiace che la loro morte avrà l’unico effetto di avvantaggiare partiti xenofobi come quello della Le Pen. Non restituirà nulla e nessuno ai familiari delle vittime ma renderà più agevole l’individuazione di un capro espiatorio – i musulmani – per le proprie riprovevoli politiche settarie, le stesse che specularmente propugnano gruppi qaedisti, takfiristi e affini. Per cui vi prego, non chiedete loro, ai musulmani, più che ad altri, più che a me, a voi, ai vostri amici, di prendere le distanze da qualcosa che non è in nessun modo conseguenza della loro fede.
Questo anche per ribadire lo sciocco equivoco dell’Islam moderato o non moderato, che ironicamente mi costringe a concordare con gli islamofobi: non esiste un islam moderato, ma non nel senso in cui lo intendono questi ultimi, cioè che i musulmani sono di conseguenza violenti o non-moderati. Non esiste un islam moderato nel senso che l’islam è religione, prassi, sistema di valori, come ne esistono altre. Qualcuno la intende anche come una ideologia, probabilmente.
In ognuno di questi casi non ha senso definirle l’islam “moderato” o meno. Moderato, nel senso di “non violento”, possono esserlo i musulmani, e le persone in generale. Se sei una persona violenta, il tuo islam, il tuo cristianesimo, il tuo ateismo saranno violenti. Se sei una persona pacifica, sarà pacifico anche il modo di vivere il tuo credo, anche nella sua forma esteriore. ‪#‎jesuischarlie‬

Sull’attentato di Parigi e le sue probabili conseguenze. Pensieri a caldo

Per questa sera sto pensando di indurmi il più possibile del vomito, così che domattina non ne avrò più a disposizione quando inavvertitamente mi capiterà di leggere le prime pagine di giornali quali Libero o il Giornale, per rimanere in italia.
Già me la vedo, la Le Pen (e al limite il suo segugio innamorato Salvini) blaterare di difesa della democrazia, della libertà, della cristianità e amenità simili. Già me li vedo i nostri migliori pennivendolini d’accatto, quelli sempre pronti a stimolare nel prossimo un po’ di paura, pronti ad approfittare della ancor superiore ignoranza altrui per spingervi a cercare le loro sciocche, false, pericolose ma semplici risposte: probabile che Magdi Allam abbia già la velina preconfezionata, con l’incipit da post attentato. Possibile che Ferrara, assieme alle corde vocali della Santanchè e alle pupille intelligenti di Sallusti, stia già preparando la solita oscena iniziativa settaria, razzista e inopportuna ma travestita da solidale. Possibile tutto, anche che Craxi resusciti e urli “Vive la france”, a questo punto.
Una cosa è certa: da oggi partirà una ulteriore caccia al musulmano. Pensate un po, milioni di musulmani in Italia che per colpa di giunte comunali e istituzioni incancrenite e negligenti non hanno a disposizione alcuna moschea sul Territorio italiano, solo Scantinati e sottoscala. Posti in cui devono recarsi 5 volte al giorno dissimulando la vergogna, guardandosi in giro come dei ladri, anziché come persone che esercitano un sacrosanto diritto. Queste stesse persone da domani – senza che nessuno li abbia avvertiti – dovranno sentirsi in colpa per i fatti di Parigi. Un po’ come dopo l’11/9.
Dovranno rassicurarci tutti quanti. Così capiterà anche che Ahmed, ingegnere egiziano da 20 anni in Italia, in cui ha preso la seconda laurea perché quella egiziana non andava bene, dovrà giustificarsi di fronte alla giuria popolare composta dagli analfabeti veneti Maurizio e Marco, che grugnendo come dei carlini gli chiederanno spiegazioni per il fatto di aver bisbigliato delle frasi in arabo, tra le quali hanno intuito un “Allah akbar”.
Dovrà giustificarsi, finché non ci convincerà che non vuole tagliare la gola di nessuno. Ma non sarà abbastanza, rimarrà in realtà sempre un po’ colpevole, come dicono gli pseudo intellettuali che danno una letta al Corano, vi trovano anche frasi violente e si affrettano a denunciarne il potere ipnotico e la valenza preminente e letterale nel Testo, un po’ come fanno i movimenti takfiri.
Nessuno si preoccuperà per la sorte dei molti musulmani in Italia e in Europa, ormai prede sin troppo facili quando si verificano eventi che troppo facilmente possono solleticare i nostri più bassi istinti, tenuti vivi da una stampa spesso inopportuna, per non dire di peggio.
Ne risulterà la solita guerra tra poveri, con poveretti che danno dei poveretti ad altri poveretti, e dietro di loro la schiera di intellettuali islamofobi vestiti di tutto punto, pronta a incitare alla violenza e alle crociate, lanciando noccioline, scarabocchiando su carta da culo Nazionale e facendo rutti.
La stessa gente che magari non si accorgerà che il figlio, tutt’altro che violento o minaccioso, da qualche anno, anche per rimediare alla distanza che si è creata coi genitori che lo ignorano (così presi dalla Loro crociata anti immigrazione, anti islam anti arabi anti tutto), ha iniziato a leggere il Corano.
Ha iniziato ad adempiere ai 5 pilastri, che poi sono l’unica cosa che fanno di un musulmano un musulmano. Ha iniziato a essere musulmano, e piu il sentimento è chiaro e più tenta di nasconderlo, proprio per non indurre il parentato nel panico, pur immotivato ai suoi occhi.
Non capisce come sia possibile prendersela con una religione se esiste la dinamica per cui una persona libera sceglie di aderire a determinati valori che quella religione – o il modo di strumentalizzarla nel caso dei criminali, che la vivono in funzione della loro ‘causa’ – rappresenta. Nessuno viene obbligato o minacciato: vi è una adesione che può essere l’adesione implicita ed esplicita a dei valori nel caso di un semplice credente o una adesione a un programma “politico” e militare, nel caso di un cosiddetto foreign fighter o terrorista di sorta.
Nel secondo caso il fattore islam è evidentemente strumentale ma ci si ostina a vederlo come centrale, scatenante, e di conseguenza a criminalizzare anche l’essere o il diventare musulmani, blaterando di “invasione”, di “minaccia”, o di altre scemenze funzionali all’opera di negazione di elementari diritti quali quello dell’esercizio del proprio culto in strutture adeguate.
Questo anche per ribadire lo sciocco equivoco dell’Islam moderato o non moderato, che ironicamente mi costringe a concordare con gli islamofobi: non esiste un islam moderato, ma non nel senso in cui lo intendono questi ultimi, cioè che i musulmani sono di conseguenza violenti o non-moderati. Non esiste un islam moderato nel senso che l’islam è religione, prassi, sistema di valori, come ne esistono altre.

 

Qualcuno la intende anche come una ideologia, probabilmente. In ogni caso, l’islam – ancor più di altri monoteismi, in ragione dell’assenza di un clero – è ciò che ognuno ne fa di esso.
Non ha senso definirle l’islam “moderato” o meno. Moderati, solo e unicamente nel senso di “non violenti”, possono esserlo i musulmani, e le persone in generale. Se sei una persona violenta, il tuo islam, il tuo cristianesimo, il tuo ateismo saranno violenti. Se sei una persona pacifica, sarà pacifico anche il modo di vivere il tuo credo, anche nella sua forma esteriore.
Dicevamo: il ragazzo, figlio di genitori sul piede di guerra contro “l’islam”, non capisce perché sente parlare di crociata, quando i giovani che usano le parole del Corano per compiere atti orrendi sono cittadini del nostro continente, e spesso nemmeno immigrati. Ragazzi – magari – francesi o inglesi che vanno a portare guerra anche in paesi arabi, cioè proprio nei luoghi dove si vorrebbero portare – idealmente o meno – le Crociate.
Arriverà un bel giorno – questo il mio macabro, beffardo augurio – in cui quel ragazzo innocente, normale, educato e onesto verrà posto rocambolescamente sotto arresto con una delle strampalate accuse di terrorismo che si producono di solito in questo perpetuo clima di caccia alle streghe, perché sorpreso a prendere parte a una innocua preghiera in un lugubre sottoscala che gli inquirenti confonderanno con una qualche khutba guerresca e quindi preludio ad azioni terroristiche. Mi auguro che quel ragazzo, praticamente e simbolicamente, verrà strappato ai genitori e assicurato alla ‘giustizia’, con accuse vaghe ma sospetti molto “pesanti”.
Genitori che in quel momento saranno troppo impegnati a pulire le briglie del loro cavallo da crociata per accorgersi che stanno perdendo un figlio. Europeo, musulmano, colpevole.
Il terrorismo, che si serve del brand ‘islamico’, esiste eccome ed è problema gravissimo. Ma provate a domandarvi se ciò – la crescente e transnazionale adesione, come quella al terrorismo nero o rosso alcuni decenni fa, e l’aumento dell’attivismo – sia responsabilità del Sig. Islam, di Muhammad o financo dei ‘paesi musulmani’ (quali? A maggioranza musulmana o quelli con sistema giuridico-istituzionale islamico?) più di quanto non lo sia di una civiltà occidentale che mostra le sue contraddizioni, le sue degenerazioni, le sue debolezze strutturali, i suoi vuoti pronti ad essere riempiti da una qualche potente e totalizzante ideologia.
Perché anche accettando la putrida idea – che gioca su un soggetto non identificabile – secondo cui “l’Islam minaccia i nostri valori, l’Islam ci invade e c vuole uccidere” potremmo accorgerci che siamo noi stessi a minacciarci da soli: banalmente, adottando la stessa speculare retorica settaria – ma pronunciata in giacca e cravatta – che adotta gente di al qaeda e affini.
Dipingendo una civiltà come minacciosa e integralmente settaria. Invocando una chemioterapia che rischia solo di essere autodistruttiva: ‘uccidi’ (umilia, emargina, accerchia) i musulmani, prima che uccidano te, prima che ti invadano e incappuccino le tue donne. Ma quei musulmani siamo anche noi, che dovremmo tutti avere a cuore che il messaggio islamico non cada nelle mani di ignoranti millantatori assetati di sangue. Millantatori che possono esser nativi di Fallujah e Aleppo come di Oslo o Montpellier.
Il problema e’ culturale. Ed è un problema – se ci piace tanto dividere il campo in Noi/Loro – innanzitutto nostro. Continuiamo a rifugiarci nel razzismo, nel “a casa a calci”, nel “stop alle moschee”, nello scontro di (in)civiltà: chissà che non la Avremo vinta, almeno su questo piano.