L’Uomo Plasmon e la sua incredibile forza di volontà

All’anagrafe Fioravante Palestini, detto ‘Gabriellino’. Nato a Giulianova (Abruzzo) nel 1946, diviene improvvisamente famoso nello spot caroselliano della Plasmon: è lui l’uomo a torso nudo di spalle che scalpella il nome dell’azienda su una colonna. Celebre per il fisico statuario, fa una fortuna con lo spot ed emigra a Mannheim, in Germania.
Da lì parte la sua irripetibile avventura, che lo porterà a cacciarsi in situazioni enormemente più grandi di lui (e non è facile), fino ad essere arrestato a Suez (Egitto) nel 1983 per traffico di droga. Si, perchè ad un certo punto, intorno al 1982, il mafioso Mutolo, che aveva “abbordato” il celebre Uomo Plasmon durante un soggiorno a Giulianova, gli propone di fare un lungo viaggio in nave per controllare un grosso carico di droga. Palestini, che aveva grande esperienza come pescatore e marinaio ed era attratto dai facili guadagni, accetta. Trascorrerà 20 anni in un inospitale (eufemismo) carcere del Cairo, durante i quali le autorità italiane generalmente si disinteressano al suo caso.
Tutti tranne Giovanni Falcone, che negli anni ’80 indagava sul narcotraffico internazionale che coinvolgeva mafie siciliane. Va a trovare in carcere Fioravante per interrogarlo assieme al collega giudice Giuseppe Ayala. Troverà un uomo distrutto nel fisico dalla permanenza in un carcere terribile. Quasi una “larva umana”, dirà il giudice Ayala, ricordandone l’originario fisico scultoreo con il quale lo aveva conosciuto in televisione. Ma Falcone dirà all’Uomo Plasmon: “anche se sei arrivato fin qui, tu sei fatto di un’altra pasta”.
Quelle parole per Palestini sono come un detonatore.
Dopo aver rischiato il totale e irrimediabile deperimento fisico, arrivando a perdere 25 kg in due settimane, ‘Gabriellino’ inizia piano piano il suo percorso di auto-ricostruzione. Si rimette in forma. Nel frattempo, sono passati 20 anni. 7308 (settemilatrecentotto) giorni di inaffrontabile (per gli esseri umani) prigionia.
Nel 2003, dopo anni di trattative, ottiene l’estradizione per l’Italia. Nel 2009, scontata la pena, realizza uno suoi suoi sogni: all’età di 63 anni attraversa il Mar Adriatico con il pattino in 28 ore filate, stabilendo un record che dedicherà a Giovanni Falcone. “E’ lui che mi ha fatto capire con due parole che avevo sbagliato. Una persona incredibile”, dirà Palestini a proposito del compianto giudice.
Oggi l’Uomo Plasmon vive a Giulianova, il suo paese natìo. La sua incredibile parabola lo ha riportato lì dove aveva iniziato. Nel luogo da cui partì prima di avventurarsi tra Thailandia e Svizzera, tra pirati, narcotrafficanti, mafiosi e agenti dell’Interpol.
Lui, che a malapena sapeva l’italiano ed aveva avuto una giovinezza fortemente legata al mare e alla pesca, si ritroverà in luoghi e con persone che avrebbe fatto fatica anche solo ad immaginare qualche anno prima.
Ha sbagliato e pagato, pagato carissimo e più di molti veri ed autentici mafiosi. Forse ha pagato anche per qualcun altro, e non solo per lui. Ha scontato sino all’ultimo giorno, vedendosi sfuggire di mano buona parte dell’età adulta da dentro una cella nel deserto. La sua storia merita davvero.
Io andrò, prima o poi, a trovarlo a Giulianova, sperando di poterci trascorrere del tempo. A costo di arrivare cercarlo direttamente in mare, dove certamente lo troverei che rema col suo pattino e ripensa alla sua Odissea. Una Odissea che oggi può raccontare a voce con quel suo fare spontaneo, autoironico e un po’ spaccone.
E sapete perché può farlo? Perché Fioravante Palestini “si è salvato da solo”.

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Il tramonto dell’Occidente – Oswald Spengler

“Una civiltà nasce nel punto in cui una grande anima si desta dallo stato della psichicità primordiale di una umanità eternamente giovane e si distacca, forma dall’informe, realtà limitata e peritura di fronte allo sconfinato e al perenne. Essa fiorisce sul suolo di un paesaggio esattamente delimitabile, al quale resta radicata come una pianta.

Una civiltà muore quando la sua anima ha realizzato la somma delle sue possibilità sotto specie di popoli, lingue, forme di fede, arti Stati, scienze; essa allora si riconfonde con l’elemento animico primordiale. Ma finché essa vive, la sua esistenza nella successione delle grandi epoche, che contrassegnano con tratti decisi la sua progressiva realizzazione, è una lotta intima e appassionata per l’affermazione dell’idea contro le potenze del caos all’esterno, così come contro l’inconscio all’interno, ove tali potenze si ritirano irate. Non è solo l’artista a lottare contro la resistenza della materia e contro ciò che in lui vuol negare l’idea.

Ogni civiltà sta in un rapporto profondamente simbolico e quasi mistico con l’esteso, con lo spazio in cui e attraverso cui essa intende realizzarsi. Una volta che lo scopo è raggiunto e che l’idea è esteriormente realizzata nella pienezza di tutte le sue interne possibilità, la civiltà d’un tratto s’irrigidisce, muore, il suo sangue scorre via, le sue forze sono spezzate, essa diviene civilizzazione. Ecco quel che noi sentiamo e intendiamo nelle parole egizianismo, bizantinismo, mandarinismo. Così essa, gigantesco albero disseccato di una foresta vergine, ancor per secoli e per millenni può protendere le sue ramificazioni marcite. Lo vediamo in Cina, in India, nel mondo dell’Islam. Così la civilizzazione antica del periodo imperiale giganteggiò in apparenza di forza giovanile e di pienezza, togliendo luce e aria alla giovane civiltà araba d’Oriente.

Questo è il senso di ogni tramonto nella storia, il senso del compimento interno ed esterno, dell’esaurimento che attende ogni civiltà vivente. Di tali tramonti, quello dai tratti più distinti, il «tramonto del mondo antico», lo abbiamo dinanzi agli occhi, mentre già oggi cominciamo a sentire in noi e intorno a noi i primi sintomi di un fenomeno del tutto simile quanto a decorso e a durata, il quale si manifesterà nei primi secoli del prossimo millennio. (…)

Gli sciiti a Kerbala e le lezioni di coraggio al mondo

E così, mentre i nostri media mainstream tutto a un tratto si scoprono profondamente cristiani; mentre si impegnano ligiamente a lanciare campagne di solidarietà selettive; mentre raccolgono preziosi fondi per dei gruppi di persone e infamia per altri gruppi di persone; mentre accendono e fanno accendere a voi pecore le antenne dell’indignazione e della solidarietà umana a senso unico,

mentre accade tutto ciò:

quasi 20 milioni di musulmani sciiti – e’ arrivata la conferma ufficiale – sono giunti a Karbala (Iraq) per Arbaeen, sfidando in modo esplicito la minaccia dell’Isis che ha già più volte dimostrato di proporsi il loro sterminio.

Stiamo parlando di gente disarmata che si è messa in cammino fino a lì, sostenendo i costi del viaggio e gli enormi rischi che ne derivano, tra cui la morte del topo.

Stiamo parlando di 18 milioni di persone, quasi la metà della popolazione iraqena (un milione abbondante vengono dall’Iran).

Diciotto milioni di persone, perlopiu povere. Quasi il numero di persone che da noi non fanno un cazzo.

Eppure, sui giornali vedo ancora varie facce di merda, vedo Renzi, Salvini, Kerry, oggi pure Netanyahu.

Vedo richiami alle nefandezze dell’isis qua è la, vedo grafici, tabelle, proiezioni, liste di finanziatori qua e la, analisi militari.

Tutto, tranne questa notizia, che in un mondo non dico normale ma perlomeno consapevole della infausta fine che sta facendo, dovrebbe avere obbligatoriamente il titolo di prima pagina a caratteri cubitali, e in spam per l’intera giornata odierna. Così, come antidoto a questa vostra incipiente, orgogliosa, dilagante ignavia.

Il negoziato sul nucleare dal punto di vista dell’Iran

C’è stato un momento, alla vigilia dell’ultimo incontro di Vienna tra 5+1 e Iran, in cui un’intesa sul nucleare sembrava vicinissima. Lo scorso 16 novembre, mentre le delegazioni si incontravano alla corte del sultano Qaboos in Oman per sondare il terreno di fronte ad un mediatore imparziale, il quotidiano The Guardian titolava “Iran e Stati Uniti vicini ad uno storico accordo sul nucleare a Vienna”.

Lo scorso 24 novembre, invece, un accordo non è stato raggiunto. Le delegazioni iraniana e quelle dei cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (Stati Uniti, Francia, Regno Unito, Russia e Cina) con l’aggiunta della Germania hanno deciso di estendere di altri sette mesi il negoziato (fino al primo luglio 2015), preservando i termini del Joint Plan of Action (Jpoa) e congelando lo sviluppo del programma nucleare iraniano. Un risultato minimo prevedibile, che esclude un vincitore ed uno sconfitto ma che allo stesso modo rende insoddisfatte tutte le parti, consce di aver perso forse l’ennesima occasione per un’intesa.

Al suo ritorno in patria, il ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif ha partecipato ad un meeting con gli studenti dell’Università Allameh Tabatabaei di Teheran, intitolato “Diplomasiye Hastei” (Diplomazia nucleare), in cui ha affermato che un accordo di massima è vicino. Lo stesso ha fatto il presidente Rouhani, in visita nella provincia settentrionale del Golestan il 2 dicembre. Si tratta di prevedibile retorica, perché un’ intesa è tutt’altro che imminente.

Una retorica che oggi, paradossalmente, è più semplice da costruire: se su determinate questioni il presidente si rivolge all’elettorato in modo diverso da come fa con la Guida Suprema Ali Khamenei – che deve essere aggiornato sulla conduzione della politica estera, di cui è il decisore in ultima istanza -,   sul tema dell’energia atomica Rouhani può impostare lo stesso tipo di retorica con entrambi gli interlocutori, poiché il programma nucleare iraniano è sostenuto dalla stragrande maggioranza della società e dei segmenti politici. In un paese che produce un gran numero di ingegneri, fisici, matematici, tecnici e medici quello dello sviluppo dell’energia nucleare come fonte energetica alternativa al petrolio è considerato un punto irrinunciabile, attorno al quale si riuniscono conservatori, riformisti, falchi, colombe e buona parte della società (fortemente interconnessa allo Stato) nel suo insieme. Secondo un sondaggio commissionato da Gallup lo scorso anno – al termine dell’anno in cui le sanzioni avevano provato maggiormente l’economia dell’Iran – il 56% degli iraniani si dichiarava favorevole al proseguimento del un programma nucleare per usi civili.

A Vienna sono rimasti insoluti i principali nodi. In primis, il numero delle centrifughe attive in Iran: ad oggi sono circa 9,400. Il 5+1 chiede che vengano ridotte a 4000, dopo una iniziale richiesta di 1500 nelle prime fasi dei negoziati. In secondo luogo, la durata dell’accordo: l’Iran spinge per 5 anni, gli Stati Uniti in particolare puntano a una durata doppia, di 10 anni. Infine, le modalità e i tempi di rimozione delle sanzioni: Teheran chiede la loro totale rimozione (cioè di quelle decise dalle Nazioni Unite, dagli Stati Uniti e dall’Ue) mentre il 5+1 insiste sulla rimozione graduale, in modo da potervi vincolare in futuro ulteriori richieste, nell’ambito di un processo a più fasi.

Se a Washington si teme che il fronte ultra-conservatore iraniano possa da un momento all’altro sabotare il negoziato, a Teheran il timore è duplice. Da una parte si teme che il Congresso americano possa varare presto nuove sanzioni sotto il dominio dei Repubblicani e con una posizione trasversalmente ostile ad un accordo con l’Iran, alimentata da lobbies saudite, israeliane, da settori dell’industria militare e da buona parte dei Dem. Dall’altra, vi è il sospetto – condiviso grossomodo da tutto lo spettro politico iraniano – che i cosiddetti falchi americani aspirino ad allargare l’ambito del negoziato, fino a comprendere l’ambito dei diritti umani, l’industria missilistica iraniana e in generale la politica estera di Teheran, con particolare riferimento al sostegno a Hezbollah.

Nei giorni precedenti all’ultimo round vi era la sensazione di un possibile accordo, rafforzata da un elemento nuovo: l’offerta della Russia – smentita in seguito da Teheran – di ospitare una quantità di uranio arricchito iraniano sul proprio territorio. Poi è accaduto qualcosa, ed i media statunitensi in particolare sono passati, in un giorno, dal prefigurare un imminente accordo al salutare con moderata soddisfazione il prolungamento dei negoziati. Nelle stesse ore, in Iran, il capo dell’Irgc, il generale Mohammad Ali Jafari, e il capo delle milizie Basiji, il generale Mohammad Reza Nagdi, criticavano aspramente gli Stati Uniti.

Come ha ricordato Nicola Pedde, e come si evince anche dalla pubblicazione il mese scorso in Iran di una lista di 11 “linee rosse” che Rouhani e la sua delegazione non possono oltrepassare, la Guida Suprema Ali Khamenei ha dimostrato equilibrio nella gestione di questa fase negoziale: ha garantito il necessario sostegno a Rouhani, senza tuttavia mai cambiare idea su quella che considera l’ambigua natura degli interlocutori internazionali dell’Iran. La gran parte di coloro che rappresentano la prima generazione del potere politico iraniano, di cui la Guida è un esponente, è infatti convinta della mancanza di una concreta volontà negoziale degli Stati Uniti e di alcuni paesi europei, che in realtà punterebbero ad un regime change a Teheran come presupposto fondamentale per un dialogo multilaterale.

Le posizioni della parte più intransigente dell’establishment iraniano non sono motivate dall’ideologia ma da elementi concreti. Perché allo stesso modo in cui in Occidente si tende ad evidenziare la rigidità degli iraniani, commettendo l’errore di considerare omogeneo il loro quadro politico, in Iran si compie l’operazione analoga, tanto nei media quanto nei centri di potere formali. E i segnali lanciati dall’Occidente sono, nell’ottica dei falchi iraniani, preoccupanti.

Altro aspetto da ricordare è che la delegazione iraniana guidata da Rouhani e Zarif sta mostrando una buona volontà a cui non è tenuta. Non solo perché essa deve fare i conti con le linee rosse della Guida Suprema e i sospetti sopra menzionati, ma anche per via di un elemento che spesso la durata decennale della querelle nucleare fa dimenticare: come paese firmatario del Trattato di non proliferazione, l’Iran ha il diritto ad arricchire l’uranio senza alcuna limitazione, come fanno o hanno fatto altri paesi con un programma nucleare civile.

Il Trattato – ed è questo il solido appiglio legale degli iraniani – non menziona alcun limite percentuale per l’arricchimento. Come è noto, arricchire uranio può avere in sostanza due propositi: produrre energia nucleare o ottenere la bomba atomica. Gli esperti in materia hanno considerato che con dell’uranio arricchito al 90%  è possibile ottenere una bomba atomica nell’arco di due-tre mesi. Il punto è che anche per produrre con maggiore efficienza energia nucleare è auspicabile arricchire uranio a percentuali più elevate possibile. Chiedere di limitare l’arricchimento, in un certo senso, equivale nell’ottica iraniana a porre dei limiti alla propria efficienza. Un po’ come avere due tipi di lampadine ed essere costretti a usare quelle più deboli: la sala si illumina ugualmente, ma certo con meno intensità.