Renzi, Al Sisi, l’Mko e la sublimazione dell’ipocrisia

Al Sisi a Roma da Renzi. E al Senato con i dissidenti iraniani si celebrano la “pace e la democrazia”…

 

Nonostante l’irrilevanza italiota sullo scenario internazionale, non ce l’ho fatta ad ignorare totalmente le iniziative che questo Governo ha preso finora nei rapporti con l’estero. Ogni mattina, durante la rassegna stampa dei giornali stranieri, una porzione della coda del mio occhio destro cade su notizie di questo tipo, che aiutano a comprendere il delineamento di una nostra posizione internazionale perlomeno coerente, e/o sostanziale.

Renzi ha iniziato malissimo, facendo fuori una donna competente come Emma Bonino allo stesso modo in cui aristocratici d’avanguardia fanno fuori la vecchia, fedele e competente badante per far posto ad una pin up che garantisca bella presenza più che capacità di lucidare i pavimenti. Ha proseguito peggio, non facendo nulla per far sì che il posto della Bonino fosse preso dall’unico degno – e che avevamo già in casa, alla Farnesina, ma forse non sarebbe stato abbastanza “sensazionale” nominare un interno -, e cioè Lapo Pistelli.

Prima è stata portata alla ribalta la Mogherini: esperienza minima per una posizione in cui l’esperienza è forse l’elemento più importante. La Mogherini tuttavia si era fatta un pochino valere, se non altro facendo notare con discrezione – ci voleva lei! – come una politica gratuitamente anti-russa non convenisse a nessuno. Poi, dopo la suspance prolungata tipica del Reality show in cui si è trasformato questo Paese, ha fatto irruzione Gentiloni, su cui non credo di dover aggiungere molto. E vabbè, passi, che ‘tanto non contiamo nulla’.

Nel frattempo, tra un toto-nomine e l’altro, l’Italia iniziava a scegliere i suoi interlocutori, i suoi partner, i suoi possibili clienti, in un momento geopolitico delicato e che interessa direttamente i Paesi europei, specie quelli del Mediterraneo.

In questi mesi ho letto in silenzio, non trovando tutto sommato quasi mai un motivo per scrivere qualcosa di sensato e utile sulla nostra rachitica politica estera.

Fino ad arrivare ad oggi.

Sono sempre molto attratto dai simboli, come sono molto attratto dai paradossi. Ed è di una situazione simbolica che voglio parlare, di due eventi verificatisi tra ieri ed oggi a Roma. Di una coincidenza, che però casualmente ci fornisce la misura, le dimensioni e il ‘senso’ della nostra incoerenza, ipocrisia e ignavia. I luoghi sono quelli istituzionali. Villa Madama e il Senato della Repubblica.

Succede che tra i tanti interlocutori – o meglio partner, dato che si è trattato di una visita ufficiale – che l’Italia può scegliere, Renzi decide di puntare su Abdel Fattah Al Sisi, e lo invita nella prestigiosa Villa.

Al Sisi è il presidente golpista del’Egitto e in questo momento dovrebbe essere in carcere, in attesa di processo, o perlomeno a casa sotto la copertina di flanella, se non fosse che è a capo della macchina militare egiziana, assoluta padrona del Paese, in grado addirittura di ri-vendersi come baluardo della stabilità e della laicità (la moglie di al Sisi, in proposito, indossa il niqab ogni giorno. Paura eh?) in opposizione ad una Fratellanza musulmana dipinta come il fantasma in grado di tragehttare il Paese negli inferi.

Al Sisi è responsabile – tra le altre cose – del massacro di circa 800 persone a Rabaa Al Adaweya al Cairo, il 14 agosto 2013, inserito all’interno della ‘guerra al terrorismo’ di cui si fa inteprete. Dopo il massacro, la Fratellanza – che è il principale movimento politico del Paese, forse anche perché il più longevo, seppur clandestino per gran parte dei suoi anni – è stata nuovamente messa al bando, e i suoi simpatizzanti automaticamente bollati come terroristi e arrestati o uccisi. Per i profani: parliamo anche di molti ragazzi, universitari, eccetera. Non jihadisti.

Suonano come petali di rosa sull’acqua, quindi, le parole di Matteo Renzi durante la conferenza stampa congiunta con Al Sisi.

“L’Italia è al fianco del governo egiziano e farà di tutto perché la stabilità dell’area, che non può che passare dalla lotta senza quartiere al terrorismo, sia affermata senza cedimento e debolezza”. Inutile ricordare come – in tempi di crisi economica – il Governo italiano abbia deciso di dedicare anche importanti risorse per questa “lotta al terrorismo” (elicotteri, motovedette, supporto logistico ecc) che, fatta eccezione per l’atavica situazione nel Sinai, è semplicemente una “lotta al dissenso”.

Mi sono messo nei panni dello spettatore ignaro, che magari oltre a lodare l’iniziativa in sè dopo aver letto “guerra al terrorismo”, si spinge fino a rilevare la “modernità” di Renzi, che giustamente va a parlare con il leader di un importante Paese del Mediterraneo per “dare una forma alla nostra politica estera”.

Peccato che quel leader sia uno dei maggiori contribuenti al coma farmacologico in cui è caduta la neonata democrazia egiziana. Tanto per cambiare e tanto per essere chiari: a nessuno del nostro Governo interessa della democrazia egiziana. Interessa la possibilità di investire, e che il Paese sia ‘stabile’, anche chiudendo vari occhi sui diritti elementari del popolo, che spesso noi pensiamo essere rappresentato integralmente dai soliti 20 egiziani che vi accolgono col sorriso a Sharm El Sheikh e vi dicono che con i militari, con Mubarak, con Al Sisi, si sta bene.

Ecco, detto che questo incontro tra Renzi e Al Sisi offende la memoria di migliaia di persone che tuttora vivono la tragedia di un parente morto ammazzato dai cecchini dell’esercito mentre protestava per il colpo di Stato, ho provato a mettermi nei panni di Renzi. Ad immagnarmi di avere la sua Vision internazionale, caratterizzata da una complessità pari a quella di Cappuccetto rosso.

Mi sono detto: ok, troppo difficile capire che una democrazia per maturare ha bisogno di tempo; troppo difficile capire che i militari dovrebbero uscire dalla politica nordafricana e permettere ai Paesi di costruire le impalcature della democrazia (restando a guardare, facendosi guardiani della democraticità del processo elettorale e di gestione del potere), entro le quali scontrarsi (perché è questo che si fa, nelle democrazie, neonate e non solo) sui temi principali e sull’assetto istituzonale; troppo difficile capire che quello tra militari e fratelli musulmani non era e non è uno scontro tra “laici” e “religiosi”, ma solo tra chi ha sempre detenuto il potere e ha provato a concederlo parzialmente a seguito di una rivolizione, salvo poi costruire una narrazione funzionale all’individuazione di un “capo espiatorio”, Mohammed Mursi (che pure ha le sue colpe rilevanti per come è finito il paese a metà 2013), e chi il potere non lo ha mai avuto (e ha mostrato ingordigia quando lo ha preso tra le dita), nonostante decennio dopo decennio (complice un’alfabetizzazione bassissima, promossa dai bravi militari egiziani) ottenesse sempre più consensi sul territorio. Troppo difficile, quindi proviamo a volare più bassi.

Ho pensato che Renzi abbia fatto un ragionamento pragmatico, fregandosene di tutto e tutti, che abbia deciso di chiudere un occhio di fronte alle palesi violazioni e abbia deciso di inserire l’Egitto tra i nostri principali interlocutori, perché dopo tutto si tratta di un Paese importante e, entrando nel merito, Al Sisi ha comunque i suoi consensi, non si sa ancora quanto strumentali, transitori, o indotti dalla paura, ma che comunque lo rendono un leader in qualche misura rappresentativo.

Non mi ero però accorto che nel frattempo, il 19 novembre, c’era stato appunto un altro importante evento al’interno del Senato. Ironia nell’ironia, l’evento si è svolto all’interno della celebre sala dedicata ai caduti di Nassiriya. Il perché dell’ironia lo dico tra poco.

“Donne iraniane: avanguardia nella lotta contro il fondamentalismo”, il titolo della prestigiosa conferenza. Un titolo accattivante, fresco, che gronda giustizia. Figuriamoci. Ci mancherebbe.

Il problema, che è un problema nel problema nel problema all’interno di un altro problema (tutti di carattere etico ma direi anche logico), è che alla nobiltà dell’iniziativa – che pare proporsi di riflettere sulla condizione femminile e sulla capacità delle donne di combattere i soprusi – si contrappongono i suoi veri propositi: quello – tempestivo, in tempi di negoziati sul nucleare – di gettare fango sulla Repubblica islamica dell’Iran e quello, speculare, di promuovere l’attività di quella che è stata (è), né più né meno, una organizzazione terroristica iraniana: il Mojahedin e kalqh, guidato dai coniugi Maryam e Massoud Rajavi.

Coniugi che da questa Elisabetta Zamparutti di “Nessuno tocchi Caino” (che ha introdotto la conferenza) vengono introdotti con onore nel dibattito, ricordando come “la lotta contro il regime iraniano” venga condotta dalle donne del movimento (falso, e anche tralasciando sulla voci che girano a proposito di presunte messe sataniche all’interno del movimento, con tanto di sacrifici umani, i coniugi Rajavi sono i PADRONI esclusivi del movimento).

Una vera e propria celebrazione dell’attività, in larga parte clandestina (ma poi “regolarizzata”, visto che gli Usa nel 2012 hanno deciso di rimuovere il MKO dalla lista delle organizzazioni terroristiche, indispettendo gli iraniani) e militare, del Mko, con tanto di rassicurazioni sulla tutela dei membri che vivono a Camp Ashraf, in Iraq, da cui ciclicamente tentano di organizzare azioni contro l’Iran. Un continuo omaggio alla Rajavi, trattata come fosse Madre Teresa, e all’attività del movimento “contro il fondamentalismo e l’oppressione delle donne”.

Ora, evito di riprendere il discorso sulla condizione femminile, che in Iran è certamente migliore che in altri paesi a cui non abbiamo mai contestato nulla (ancora, perchè di diritti umani e democrazia nn interessa nulla a nessuno) ma che mi pare sia argomento troppo complesso. E’ inoltre legittimo, secondo me, contestare la legislazione iraniana su più piani, previa conoscenza della stessa.

Il problema, che come detto è un problema nel prolema nel problema, è che pochi sanno chi è Maryam Rajavi e cosa sia il Mko. Quello che interessa al pubblico è che ci sia stata una tale iniziativa, contro un “regime oppressivo”. Basta e avanza, no? Però due cose vorrei dirle.

L’Mko è responsabile diretta della morte di più di 10000 iraniani dal 1980 al 2002, perlopiù attraverso attentati. Il gruppo (di ispirazione marxista, oggi filo americano), o meglio alcuni membri del gruppo, parteciparono alla rivoluzione del ’79 ma furono gradualmente marginalizzati. Poi, messi per l’appunto a margine, si unirono a Saddam Hussein che nel 1980 decide di attaccare l’Iran.

Si, avete capito bene: l’Mko, composto da iraniani, che combatte con Saddam contro l’Iran, il loro paese. Non dovrebbe sorprendere, quindi, che con chiunque parliate di Mko in Iran vi sentirete rispondere “ah, gli ipocriti”! (se incontrate una persona educata).

La società iraniana, complessa e abbastanza polarizzata, ha certamente più che qualcosa da ridire sul regime, e non è certo impossibile trovare chi si auspica apertamente che le cose cambino, in maniera endogena. In Iran troverete conservatori, riformisti, fedelissimi del regime, rivoluzionari della prima ora, ragazzi disincantati e laici, occidentalizzati delle aree urbane, giovani bazaari disinteressati alla politica ma solo ai soldi, nazionalisti islamici, ex comunisti e socialisti, liberali repressi, e chi più ne ha più ne metta. Tutti hanno opinioni diverse, sia sul ruolo che il Paese deve avere nel mondo e sia sul ruolo che devono avere loro – le persone – all’interno del Paese.

Su una cosa – visto che ci interessa la democrazia, “i popoli”, i “diritti” e l’aiuto “al popolo iraniano represso” – c’è accordo UNANIME: il disprezzo per l’Mko, che invece – se nn si fosse ancora capito – nella Sala dei caduti di Nassiriya ci si augura possa divenire un giorno il vero governo iraniano al posto di quello attuale.

Nella sala dei caduti di Nassiriya si è celebrato un movimento responsabile dello stesso tipo di azioni (molto peggiori e molto più frequenti) di quella che a Nassiriya nel 2003 costò la vita a circa 50 persone, di cui 25 italiani. Un movimento che ha collaborato (per stessa ammissione) con il Mossad negli omicidi mirati di scienziati iraniani, essendo stati proprio alcuni membri dell’Mko ad aver dato nel 2002 la “soffiata” sulle centrali nucleari “sospette” in Iran, e che ha fornito appoggio logistico anche ai terroristi qaedisti di Jundullah, attivi nel Balucistan iraniano e da anni una piaga terroristica per Teheran.

Si è fatto tutto alla luce del sole, senza remore. Con orgoglio, con la ridicola pretesa di farsi promotori di democrazia, della tutela dei diritti umani. E’ preoccupante e soprendente (solo in parte) che un tale evento – dall’enorme, seppur implicito, signficato politico – sia stato celebrato non solo alla presenza di esponenti politici (come non ricordare le iniziative de Il Giornale, della Lega, di Fratelli D’Italia..) ma anche di attivisti, membri di organizzazioni non governative imparziali (?) che dovrebbero avere a cuore certi temi a prescindere dai protagonisti.

Parlo così perché provo ad escludere in partenza l’ipotesi che nessuno dei relatori sapesse che razza di persona è Maryam Rajavi, nascosta dietro quel suo sguardo da protettiva e tenera casalinga .

[questa della fisiognomica è un’altra risorsa che i media occidentali anti-iraniani si giocano spesso: come non menzionare il caso della Jabbari, condannata a morte per l’omicidio di un uomo dopo 7 anni di processo, due avvocati diversi e diverse incongruenze nell’impostazione di una difesa, ma che avendo scritto una bella poesia alla mamma, essendo nata in un paese musulmano sotto un regime islamista e avendo un viso angelico è stata descritta come una vittima di un sistema che premia lo stupro, un sistema che accetta lo stupro ma punisce chi si ribella ad esso. E mai ci fu cosa più falsa].

Tutto ciò, mentre si tenta un riavvicinamento all’Iran (che per noi Italia sarebbe una manna dal cielo, chiedere alle imprese del Nord in OGNI settore…per non parlare dell’Eni: l’Italia in iran ha sempre fatto grandi affari e goduto sempre di ottimi uffici, Lapo Pistelli aveva capito che potevamo giocare un ruolo da apripista internazionale…ma tant’è, hanno preferito Gentiloni……) e più in generale mentre si dovrebbe cercare di costruire un dialogo col mondo islamico, chiudendo gradualmente con un passato più o meno imperialista (fortuna non noi).

Come detto, io ci provo a mettermi nei panni di Renzi, e anche ragionando con la sua logica, non capisco. Ok, della democrazia e dell’autodeterminazione del popolo egiziano non ti interessa. Degli 800 morti e circa 1000 condannati a morte (in gran parte dei casi senza prove, se non la presenza in una piazza di protesta) nemmeno, perchè interessa un interlocutore, che si fa l’errore di percepire come baluardo della laicità, e che da qualche tempo si è anche messo in testa di fare il paladino della giustizia in Palestina, cercando goffamente di far risultare credibile Abu Mazen e approvando qualche mese fa una tregua a dir poco fraudolenta nei confronti dei gazawi massacrati per un mese di fila dalle Idf. Del valore del primo voto della storia di Egitto te ne infischi. Ok. Va bene. Allora perché questo concetto non vale per l’Iran, in cui perlomeno si svolgono elezioni da 30 anni, con una affluenza media di quasi il 70%? Perché hanno una posizione ferma contro Israele (che non significa volerla attaccare: l’Iran non attacca nessuno da 200 anni, Israele fatica a starasi fermo una settimana)? No?

Il perché è ovvio: non esiste alcun interesse per la lotta al terrorismo, esiste un interesse commerciale (volto a preservare i nostri interessi) e un interesse strategico, visto l’Egitto di Al Sisi è un soggetto internazionale ben chiaramente schierato a fianco di Israele (che Al Sisi, come se parlasse di una indifesa Nuova Caledonia, ha detto “aiuteremo a difendersi”, mentre chiudeva il passaggio di qualunque cosa dal valico di Rafah) e del proseguimento di una politica che alterni il divide et impera (a vantaggio delle oligarchie alleate e a danno dei popoli) al controllo e al rimodellamento dell’area mediorientale.

Una ipocrisia quasi messa per iscritto. Poi però non lamentiamoci se qualche minchione che va in Iran senza le dovute cautele, o semplicemente senza informarsi, dovesse essere trattenuto dall autorità iraniane. Non sorprendiamoci se sentiamo le autorità iraniane parlare continuamente di spie.

“Spie” era anche la parola che gli studenti iraniani che nel ’79 fecero irruzione nell’ambasciata americana a Teheran usarono per definire i diplomatici statunitensi, dopo aver trovato (tra quelli ancora intatti e nn distrutti dal personale) documenti a dir poco compromettenti sui piani statunitensi in Iran.

Trenta anni dopo arriva Eric Snowden, con quelle sue rivelazioni così..come dire: familiari. “Alla buon’ora”, avranno commentato a Teheran.

PS Intanto, mentre la coalizione anti-Isis non sa nemmeno come chiamarsi, nella città di Qom in Iran ha preso il via una Conferenza internazionale sull’estremismo e sulle minacce takfiri (Isis) per il mondo islamico. Partecipano religiosi sunniti e sciiti. E in Iraq, Daesh perde posizioni contro l’esercito e le milizie sciite, sostenute dall’IRGC. Poi venitemi a dire chi è che combatte questi maledetti predoni

La guerra dell’Iran contro lo Stato Islamico

“Purtroppo, gli Stati Uniti, l’Unione europea e i partner regionali (Arabia Saudita, Qatar, Kuwait, ndr) hanno avuto un ruolo nella nascita dell’Islamic State. Noi abbiamo iniziato la battaglia dal primo giorno. Gli americani hanno assistito a questa catastrofe e hanno reagito contro l’IS solo dopo l’assassinio dei due giornalisti statunitensi e la pressione dell’opinione pubblica americana. Quindi non possiamo fidarci della coalizione, perché ci sono paesi che hanno creato questo gruppo ma allo stesso tempo vogliono combatterlo. Alla luce di questa contraddizione e della mancanza di fiducia, andiamo avanti da soli e gli americani procedono parallelamente nell’ambito della coalizione”.

Intervistato lo scorso 30 ottobre da Euronews, il presidente della Commissione Affari Esteri del Parlamento iraniano Alaeddin Boroujerdi non lascia molto spazio alle ambiguità quando gli chiedono della possibilità di cooperare con gli Stati Uniti nella guerra contro i miliziani dell’IS/Daesh. Tra i paesi che combattono o che hanno dichiarato disponibilità a combattere i miliziani fedeli ad Abu Bakr Al Baghdadi, l’Iran ha assunto, sin dall’inizio, una posizione estremamente netta. Lo ha fatto per due motivi, entrambi frutto del pragmatismo più che dell’ideologia, che pure continua ad avere un peso nella Repubblica islamica. Questi due motivi sono la percezione di una potenziale minaccia esistenziale alle porte del paese e l’aperta ostilità nei confronti del wahabismo, impalcatura ideologica sulla quale poggiano i miliziani dell’IS ma anche alcuni altri attori sulla scena mondiale, statali (Arabia Saudita) e non (Al Qaeda, Jaish al Adl, Talebani). Questi attori sono tutti concettualmente nemici giurati dell’Iran, considerato un paese di “miscredenti”, poiché sciita. L’Iran sciita è forse l’unico Stato nella regione a non avere alcun interesse che il jihad globale – inaugurato da al Qaeda e oggi portato avanti soprattutto dall’IS nel cuore del Medioriente – si affermi. Perché il jihad globale takfirita punta gli sciiti (circa il 10-15% dei musulmani nel mondo) ancor prima dell’occidente, aldilà dei proclami e degli slogan.

L’Iran può fare ben poco contro l’espansione del wahabismo, guidata dalle ingenti risorse finanziarie di chi se ne fa promotore. Per scongiurare minacce esistenziali ha bisogno perlomeno di vicini non ostili, di paesi confinanti che non rendano insostenibile quella che in ogni caso rimane una condizione di isolamento internazionale del regime nato con la rivoluzione del 1979. E guardando la mappa geografica, non è complesso capire come tre dei principali paesi confinanti (Iraq, Afghanistan e Pakistan) presentino delle minacce per Teheran.
Le parole di Boroujerdi ad Euronews riflettono la posizione di buona parte dell’arena politica e dell’establishment di Teheran, oggi dominato dai conservatori-principalisti, che inscrivono l’ascesa dell’IS nello stesso solco di quella dei mujaheddin afghani a cavallo tra gli anni ’80 e ’90, finanziati dagli Usa in funzione anti-sovietica. Secondo questo punto di vista, l’IS è stato creato dalle potenze occidentali, alleate dei paesi del Golfo sunniti e ostili all’Iran, per impedire l’ascesa di Teheran al rango di potenza regionale con pretese di egemonia.

Le teorie del complotto sono speculari: anche l’Arabia Saudita, ed in parte alcuni oltranzisti a Tel Aviv (il Jerusalem Center for Public Affairs  ha pubblicato l’articolo “ISIS: Iran’s Instrument for Regional Hegemony?”) ritengono che l’IS sia uno strumento nelle mani dell’Iran, che eviterebbe di combattere i miliziani di Al Baghdadi in Siria per spingere la comunità internazionale, nel tempo, a ritrovarsi di fronte alla scelta obbligata tra Assad e un manipolo di predoni e tagliagole. Ciò, per molti versi, contrasta con quanto sta avvenendo sul campo di battaglia in Iraq, dove i successi militari più rilevanti sono stati ottenuti dalle milizie sciite filo iraniane, supportate da funzionari dell’IRGC e dagli uomini della Brigata al Quds guidata dallo 007 iraniano, Qassem Suleimani.

Per Teheran l’IS costituisce una minaccia regionale, non globale. Un problema da risolvere militarmente, gettando nel frattempo le basi diplomatiche per un Iraq non ostile alla Repubblica islamica. Sono passati quasi cinque mesi dalla sconcertante presa di Mosul da parte dei miliziani di Daesh, e poco meno di quattro dalla proclamazione del Califfato da parte di Al Baghdadi. Quel giorno, dopo che l’esercito iracheno si ritirò di fronte all’avanzata dei miliziani, Teheran decise di intervenire, inviando funzionari dell’IRGC a Baghdad, mentre Suleimani già si trovava a Samarra per riorganizzare una strategia difensiva.

Una logica già sperimentata nel 2012, quando in Siria la caduta di Assad sembrava imminente: in quel contesto, l’Iran decise di inviare in territorio siriano migliaia di addestratori iraniani e alcune milizie sciite irachene per fornire supporto al governo ba’athista. Contribuì poi fornendo una quantità enorme di armamenti, donando 500 milioni di dollari al mese per gli stipendi dei funzionari governativi siriani ed erogando un prestito da sette miliardi dollari a Damasco.

Certo, non è solo per pragmatismo che Teheran ritiene fondamentale la difesa di Baghdad e dei santuari sciiti di Najaf e Karbala, mentre considera di minore importanza il resto del territorio. Come ricorda l’analista Nima Baheli, c’è anche l’antico trattato di Qasr e Shirin, concluso tra impero persiano e ottomano nel lontano 1723, che conferisce a Teheran diritti di tutela sui santuari sciiti iracheni e permette in teoria di intervenire per proteggerli. La portata simbolica di questo trattato ci ricorda che Teheran vede Najaf e Kerbala quasi allo stesso modo in cui Ryad vede La Mecca e Medina.

I funzionari dell’Irgc, da quando i miliziani dell’IS sono entrati in Iraq, non mancano mai di ricordare quale sia il punto da non oltrepassare (“Se si avvicinano a Kerbala e Najaf, tutte le risorse potranno essere impiegate e ogni opzione è sul tavolo”, minacciava il generale dell’Irgc Esmail Moghaddam pochi giorni dopo la presa di Mosul, e a lui hanno fatto eco molti altri), pena un concreto impegno militare iraniano, eventualmente anche con truppe di terra. Impegno che ad oggi appare comunque improbabile.

L’Iran possiede il quinto esercito del Medioriente, dotato di un personale militare di circa 550.000 uomini, circa 2400 carri armati e 481 aerei da combattimento. Se in Siria Teheran sostiene l’esercito di Assad – più forte di quello iracheno – in Iraq il coinvolgimento è certamente più concreto e diversificato, e i media conservatori iraniani non mancano di ricordarlo, celebrando i successi militari delle milizie sciite supportate da Teheran.

Lo scorso 24 ottobre le Biragte Badr di Hadi Al-Amiri, la Lega dei Giusti, gli Hezbollah iracheni e altre formazioni paramilitari (inclusi volontari iracheni di ritorno dalla Siria) coordinate da Qassem Suleimani e allineate alle truppe irachene hanno lanciato l’operazione “Ashura” e dopo cinque giorni di combattimenti hanno sconfitto i miliziani dell’IS nella battaglia di Jurf al-Sakhar. Secondo Arash Karami su Al- Monitor, la vittoria sarebbe stata raggiunta senza il supporto degli strike aerei della coalizione capeggiata dagli Stati Uniti. Jurf al-Sakhar è una cittadina a maggioranza sunnita a circa 60 km a sud di Baghdad e la sua liberazione avrebbe un alto significato strategico, poiché impedirebbe all’IS di mantenere un collegamento con alcune sue roccaforti nella regione di Anbar e li terrebbe inoltre lontani da Kerbala e Najaf.  Secondo fonti americane, l’Iran avrebbe anche costituito un centro di controllo nella base aerea di Rasheed vicino a Baghdad, installandovi una piccola flotta di droni di sorveglianza “Ababil”. Inoltre, con il duplice obiettivo di “appaltare” la guerra all’IS nel nord dell’Iraq alle forze curde e di moderarne le future richieste di maggiore autonomia, Teheran ha fornito per prima e sin da giugno armi e munizioni al governo regionale (Krg) di Barzani, come lo stesso governatore ha ammesso.

Quello iraniano in Iraq è un impegno sostanziale, certamente interessato e funzionale alla costruzione di un vicinato amichevole. Forse non è un caso che lo scorso 24 ottobre il primo ministro iracheno Haider Al Abadi abbia nominato come nuovo ministro dell’Interno Mohammed Ghabban. Ghabban fa parte delle Brigate Badr, che con il Consiglio Islamico Supremo dell’Iraq di Hammar Al Hakim sono forse le organizzazioni più fedeli a Teheran. Qualche giorno prima, Al-Abadi era volato a Teheran, dove aveva incontrato anche la Guida Suprema Ali Khamenei.

Dopo il 2003, Teheran ha investito notevoli risorse finanziarie, politiche e militari per garantirsi un Iraq alleato. L’Iraq è oggi uno dei principali partner commerciali dell’Iran, con un interscambio di circa 13 miliardi dollari nel 2013.

Con Ankara, Teheran condivide certamente l’inimicizia verso Daesh e il proposito di contenere le ulteriori mire autonomiste dei curdi, anche se va detto che il rischio disgregazione derivante da una possibile futura indipendenza curda è più forte per la Turchia, dove i curdi sono più organizzati. Lo scorso giugno, il presidente iraniano Hassan Rouhani ha visitato Ankara a 18 anni dall’ultima visita presidenziale in Turchia (era il 1996 e il presidente era Rafsanjani), dopo che l’ex ministro degli Esteri turco (dallo scorso 28 agosto nuovo Primo ministro) Ahmet Davutoglu aveva presenziato al giuramento presidenziale dello stesso Rouhani. Iran e Turchia non possono ignorarsi: sono troppi i punti di contatto, le possibili aree di cooperazione o i potenziali attriti. Ciò sembra essere pienamente compreso dai rappresentanti dei due Paesi: la scorsa settimana l’ambasciatore iraniano in Turchia Alireza Bigdeli faceva eco alle parole di Erdogan di pochi giorni prima, che definiva “evitabile questo spargimento di sangue se con l’Iran ci fosse stata comprensione reciproca”. Il segnale di una volontà, seppure in presenza di interessi in parte divergenti.

L’Iran è il terzo mercato d’esportazione per la Turchia, e nel 2012 l’interscambio commerciale tra i due paesi è stato di circa 20 miliardi di dollari. A ciò va aggiunto il fatto che Ankara è un acquirente del greggio e del gas iraniani.

E’ probabile che se la Siria di Assad non esistesse, oggi si parlerebbe di due Paesi in fase di riavvicinamento, anziché di contrasti. Ovviamente, le posizioni rispetto al regime siriano sono opposte. Se ad inizio ottobre Erdogan proponeva, in cambio del coinvolgimento del’esercito turco nelle operazioni di terra sui militanti dell’Isis a Kobane, la creazione di una buffer zone nella aree curde di confine tra Siria e Turchia, l’istituzione di una no fly zone nel nord est della stessa Siria per neutralizzare le forze aeree di Assad e facilitare la formazione di un’area sotto il controllo delle opposizioni siriane, gli iraniani rispondevano ribadendo l’irrinunciabilità della tutela del regime siriano. Dopo le proposte di Erdogan, lo scorso 8 ottobree la portavoce del ministero degli Esteri iraniano Marzieh Afkham ribadiva che Kobane “fa parte della sovranità siriana e della sua integrità territoriale”. Erdogan vorrebbe vincolare l’impegno di terra alla rimozione di Assad, obiettivo non prioritario per Washington (mentre probabilmente sarebbe decisivo dal punto di vista militare l’intervento di terra del potente esercito turco a Kobane) e assolutamente non condiviso da Teheran, che d’altronde continua a fornire assistenza al governo siriano.

Nel corso dell’ultima settimana di ottobre la tensione si è alzata: alle scaramucce sulla crisi dei Truck (Ankara ha aumentato la tariffe per l’ingresso di camionisti iraniani in Turchia) si sono aggiunte le reciproche accuse di voler prolungare il conflitto in Siria: l’Iran disseminando il Levante di miliziani sciiti, la Turchia evitando un coinvolgimento diretto e un intervento deciso contro l’Isis alle porte del paese.

“Dai tempi dell’impero ottomano i due paesi hanno sempre trovato il modo di convivere pacificamente, nonostante le crisi e le difficoltà. Tuttavia, non sono stati in grado di passare il test della Siria. Gli iraniani credono che la Turchia agisca in modo settario. E per loro la minaccia principale risiede nel settarismo sunnita contro gli sciiti”, afferma il politologo dell’Università di Istanbul Nuray Mert, recentemente in visita a Teheran.

Nel frattempo lo scorso 30 ottobre – mentre i primi pashmerga entravano nella città di Kobane, al confine tra Turchia e Siria – il vice ministro degli Esteri iraniano Amir Abdollahian ha avvertito la comunità internazionale che “l’Iran scruta attentamente le mosse di quelle nazioni estere che stanno cercando di approfittare della situazione di Kobane e minacciare l’unità e l’integrità territoriale della Siria”, con un chiaro riferimento al timore che gli strike aerei nel paese abbiano in realtà l’obiettivo di colpire anche l’alleato Assad (proprio ciò che vorrebbe Ankara).

Questo il quadro del coinvolgimento militare iraniano nella guerra all’IS. Non va dimenticato che dal 2006, cioè da quando il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha preso in mano il dossier nucleare iraniano, esso ha emesso, sotto pressione americana, alcune risoluzioni che nel tempo hanno reso ancor più stringente l’embargo di armamenti nei confronti della Repubblica islamica.  Ciò ha delle conseguenze. In primis, concorre a minare la credibilità dell’Onu, che i conservatori di Teheran considerano uno strumento politico nella mani degli Usa. In secondo luogo, l’embargo sugli armamenti dovrebbe dare la misura dell’intensità dello sforzo iraniano nella guerra contro l’IS, che forse sarebbe ancor più efficace se esso venisse meno o fosse allentato.

I prossimi negoziati di fine novembre sul nucleare iraniano tra Teheran e il 5+1 saranno importanti anche per capire se la cooperazione con gli Usa – che sul campo è un fatto, ma viene tenuta nascosta per non trasmettere la sensazione al mondo sunnita di una alleanza “cristiano-sciita” con l’Iran, visto con sospetto in gran parte del mondo arabo e dagli alleati statunitensi nel Golfo – potrà assumere maggiore concretezza. L’Iran è chiaramente disposto a procedere autonomamente nella guerra contro l’IS, a meno che Washington non faccia concessioni importanti sul dossier nucleare.

L’esclusione di Teheran dalla conferenza multinazionale del 15 settembre ha fornito agli iraniani anche il “pretesto” diplomatico per rivendicare la propria autonomia operativa, nonostante il ministro degli Esteri Javad Zarif e lo stesso Rouhani siano in realtà fautori di una linea più accondiscendente con gli Usa, disposti a cooperare più apertamente in cambio del graduale riconoscimento dell’Iran al ruolo di potenza regionale.

L’analista della London School of Economics Fawaz Gerges fotografa con una frase la posizione iraniana: “Teheran è in Iraq per rimanerci e sta dimostrando quanto seriamente prenda la minaccia dell’IS. Ed è con serietà, che vuole essere trattata”.

Viaggio tra le frustrazioni della società egiziana (recensione per Huffpost del libro-reportage di Giuseppe Acconcia)

Raccontare il mondo arabo-islamico di questi anni di profondi cambiamenti è molto difficile. I media hanno il compito di informare, fotografare la realtà del momento ma per farlo in poche righe devono necessariamente semplificare, finendo spesso per sacrificare la complessità a vantaggio dell’urgenza. Per questo motivo assumono particolare rilevanza i reportage, che forniscono “angolazioni” che il lettore dovrà poi mettere in prospettiva, servendosi di una o più chiavi di lettura.

Soprattutto per motivi demografici (il più popoloso dei paesi arabi), geografici (vicinanza all’Europa) e culturali, l’Egitto è forse il paese di cui più si è parlato negli ultimi tempi. Ed è proprio nell’ex colonia britannica che si svolge lo straordinario Egitto: democrazia militare, reportage di Giuseppe Acconcia, giornalista e ricercatore, da anni a contatto con la realtà locale. Un Paese che alcuni hanno definito “una grande periferia”, per rimarcarne ulteriormente le complessità, la difficoltà a coglierne tutti gli aspetti e a ricondurli all’interno di una descrizione coerente ed esaustiva: l’Egitto è un immenso e caotico calderone, all’interno del quale convivono le anime – talvolta contrastanti – di un paese a lungo governato da regimi militari.

Il libro di Acconcia ha il pregio non comune di essere allo stesso tempo un reportage strettamente politico e uno stimolante percorso di scoperta della società egiziana. Un lavoro orientato a spiegare il corso dei principali eventi di questi ultimi 3 anni, di cui l’autore è stato testimone diretto: dalla fine di Mubarak, all’elezione dell’esponente della Fratellanza musulmana Mohammed Morsi fino al colpo di Stato militare e all’elezione successiva di Abdel Fattah Al Sisi, in un viaggio a ritroso nel tempo che si presta ad un duplice fruizione, egualmente utile: quella dello “specialista”, interessato a comprendere nel dettaglio i movimenti nello scenario politico egiziano; e quella del curioso, del lettore appassionato di culture diverse dalla propria, che in questo lavoro troverà numerosi spunti.

L’autore non si allontana nemmeno per una pagina dal proposito di documentare sul campo, raccogliere testimonianze, restituire voce ad ampie fasce – anche quelle sotterranee – della società egiziana, senza mai scadere nella cronaca fredda e decontestualizzata e senza dare l’impressione di esser fazioso.

Acconcia inizia il suo viaggio parlando di “simboli”, e quello del presidente Al Sisi che dismette la divisa militare per indossare la giacca e la cravatta da “presidente” dopo la sua plebiscitaria quanto “obbligata” elezione è certamente uno dei più efficaci, che riporta l’Egitto al punto da cui era partito: un paese governato da militari nel nome della “stabilità” e contro il “terrorismo”, le cui numerose istanze e anime politiche (liberali, socialiste, comuniste, sufi, islamiste, salafite, ecc) rimangono largamente ignorate o represse, e con un movimento politico-religioso con milioni di sostenitori e simpatizzanti oggi messo nuovamente al bando.

Un paese in cui oggi i luoghi del dissenso e della protesta – faticosamente guadagnati dai coraggiosi giovani di Piazza Tahrir, che mai prima di tre anni fa avevano invaso piazze, palazzi, scalinate, parchi per esprimere i loro sentimenti politico-sociali – tornano tristemente ad essere i luoghi del pattugliamento, della paura, del primato dello Stato di polizia su una società divisa tra modernità e tradizione e ferita dalla repressione.

Repressione di cui Acconcia è stato diretto testimone, stimolando empatia nel lettore, come si legge nelle palpitanti pagine sul massacro di Rabaa al Adaweiya, la piazza in cui il 14 agosto 2013 più di 800 sostenitori della Fratellanza (qualcuno parla di duemila) sono stati massacrati dalle forze di sicurezza.

Non contento delle voci della immensa Cairo, l’autore ci guida nel suo intenso viaggio attraverso le tribù del Sinai, nelle fabbriche di Suez, tra i rifiuti degli zebelin “invisibili”, nelle moschee salafite e tra i sufi; nelle città costiere e in quelle di confine, fino ad arrivare in Etiopia, per far luce sulla costruzione di una diga che interessa le sorti dei paesi bagnati dal Nilo; un viaggio che lo porta a confrontarsi con gli egiziani di ogni estrazione, che nelle cronache ordinarie non trovano quasi mai spazio, sovente sacrificati sull’altare del fuorviante scenario che vorrebbe un paese diviso tra “islamisti che invocano la sharia” e “laici”, spingendo lo spettatore a pensare che la democrazia sia alternativa alla stabilità.

Quello che invece traspare dalle pagine di Democrazia militare, rimanendo in tema di scontro tra militari e Fratellanza musulmana, è certamente la storia di una mutua “presunzione di unicità”: da una parte la presunzione degli islamisti al potere nel 2012-2013 di essere gli unici depositari della religione (per cui tutti gli altri sono “comunisti” o empi), e quella – tipica di un paese disabituato alle logiche democratiche – del governo della maggioranza “contro” la minoranza; dall’altra la presunzione dei militari di essere gli unici garanti della governabilità e della stabilità dell’Egitto (per cui chi si oppone è un “terrorista”), a discapito del desiderio di cambiamento emerso prepotentemente con i sommovimenti del 2011.

In più di un senso, il potere reale in Egitto non è mai passato di mano, nemmeno durante la presidenza islamista, perché i militari non sono solo padroni del potere politico-istituzionale (emblematica, col senno del poi, era stata la nomina dello stesso Al Sisi a ministro della difesa durante la presidenza Morsi) ma anche di quello economico-finanziario, con il controllo dell’industria. L’impressione è che essi abbiano messo “alla prova” il governo islamista, bocciandolo poi senza appello nel momento in cui il malcontento di un paese in gravissima crisi economica ha assunto dimensioni rilevanti.

Gli islamisti ci hanno messo molto del loro, pensando più a conquistarsi spazi di potere garantito dopo più di mezzo secolo di clandestinità che a “rivoluzionare”; parlando di giustizia sociale ma finendo per essere fautori di politiche neo liberiste: insomma, governando o tentando di governare con criteri simili all’epoca precedente (tanto che tra gli operai di Mahalla al Kubra i Fratelli musulmani sono accusati di essere dei feloul, uomini del vecchio regime), pur non avendone i mezzi e contraddicendo il proposito annunciato di dialogare con le opposizioni. In questo modo, e con la conseguente e brutale riproposizione da parte di Al Sisi della dicotomia tra elitè politica e militare, in Egitto si è tornati indietro, sebbene nel 2011 ci fossero molti motivi per credere che si stessero facendo dei passi in avanti.

È simbolica anche la prefazione del libro, ad opera dello scrittore di formazione marxista Sonallah Ibrahim, uno dei più importanti del paese. Ibrahim, che dal 1959 al 1964 è stato in carcere per il suo impegno politico durante la presidenza Nasser, fa luce su alcuni aspetti della sinistra egiziana, ampiamente marginalizzata nel dibattito e strumentalizzata da istituzioni e Ong straniere, che hanno contribuito ad allontanarla dalle istanze di cui si è sempre fatta portatrice. Nel 2003, lo scrittore settantasettenne ha rifiutato un premio letterario da 12000 euro, in polemica con il ministero della cultura controllato dal Partito nazionale democratico dell’ex presidente Hosni Mubarak. È anche la sua testimonianza a ricordarci quante e quali siano state, in questi anni, le frustrazioni della società egiziana.

L’equivoco della meritocrazia

Secondo me la meritocrazia non esiste, e se esiste è quanto di più opinabile possibile.

Perché c’è sempre qualcuno che decide quale sia il criterio di valutazione del merito, in ogni ambito e in ogni momento. Solo che oggi si tende a far passare per fisso e assoluto un concetto che è da sempre relativo e multiforme.

L’effetto collaterale della merito-mania è senza dubbio la nostra generalizzata tendenza a premiare la “capacità di sapersi vendere”. Tutti “devono sapersi vendere”; da cui deriva che “più sai venderti e più otterrai”; da cui deriva che tutti “devono farsi furbi per potersi vendere al meglio”; da cui deriva che “furbo è meglio di bravo”, da cui deriva che “i furbi faticano meno e ottengono di più” (che poi è curiosamente il contrario del merito). Un passaggio-lampo, che tutti compiamo, mentre inseguiamo la paradisiaca “Società del merito”.

Chi è che sarebbe mai contro la società del merito, e per quella del demerito? Suvvia. Forse solo le persone senza anima. Gli oggetti.

Le merci.

Per l’appunto: sappiatevi vendere, ragazzi.

Sanzioni nocive e il mito della minaccia iraniana

Che la questione nucleare iraniana non costituisse una minaccia per nessun paese occidentale, era chiaro sin dall’inizio a chi è in buona fede.
Era, tanto per cambiare, un argomento strumentale (oltre che indotto da Israele, l’unico paese che invece una minaccia poteva teoricamente percepirla, a torto o a ragione), in un momento storico in cui veniva spacciato come necessario il fare “fronte comune” contro l’Asse del Male, quello che include(va) anche Siria e Iran. Le minacce, come ben si nota, sono altre, e sono minacce – queste sì – per l’uno e per “l’altro” mondo (quello musulmano tutto e quello musulmano sciita, quindi iraniano).Sarebbe quindi opportuno – perlomeno – porsi un dubbio.
Tutti ci girano intorno, ma nessuno, proprio nessuno che avanzi l’ipotesi che magari – e dico magari – se gli Usa (e l’ue di riflesso, in riferimento a quelle sul greggio e sul nucleare) invece che rafforzare (pochi giorni fa) rimuovessero le sanzioni all’Iran, forse avremmo un altro alleato in una guerra che è e deve essere culturale e non ulteriormente settaria. Le sanzioni costavano all’Iran, nel 2012, 100 milioni di dollari al giorno. Oggi, con la rimozione di alcune di esse, un po’ meno ma parliamo sempre di cifre enormi. In un anno, 2012-2013, si sono persi 33 miliardi di introiti, che chiaramente hanno avuto effetti devastanti sull’economia e quindi sulla popolazione.

Non è che magari – e ripeto magari – se queste sanzioni venissero meno l’Iran stesso, nell’ambito di un processo di collaborazione e di mutua responsabilizzazione, potrebbe destinare più risorse alla guerra contro il terrorismo takfirita (che ha sempre combattuto, a differenza di altri), che punta all’iran sciita-eretico dalla notte dei tempi, evitandoci così l’incombenza di dover finanziare per l’ennesima volta attori diversi, con il rischio non solo di attirare ulteriori minacce ma anche di spianare la strada a futuri problemini di organizzazione statuale e di convivenza, visti i precedenti di paladini del bene finanziati in funzione di nemici supremi e che poi si sono trasformati in paladini del male?

O esiste ancora la fantasia, propagandata dai sauditi e dai loro media in lingua inglese, sull’Iran che punta a creare una sorta Califfato sciita – una riedizione di quello Fatimide, nn so – o che vuole conquistare il Levante, la Penisola e l’Asia centrale con la spada, non potendo fare affidamento sulla demiografia? O esiste ancora una persona convinta che allo stato attuale l’Iran possa minacciare e/o colpire Israele più di quanto non faccia già Israele con l’Iran (droni in perlustrazione, omicidi mirati di scienziati fino allo scorso anno, finanziamento fino al 2010 di grupi qaedisti che operavano contro il Balucistan iraniano), conscia della sua sostanziale invulnerabilità?

Esiste ancora qualcuno convinto che l’Iran punti alla conquista del Libano e della Siria attraverso Hezbollah (creato nell’82 dai pasdaran ma oggi con ampia autonomia decisionale), quando anche un bambino sa che Hezbollah ha oggi un’ala politica rilevante almeno quanto quella militare, con seggi in parlamento, con voti anche dai Cristiani, e che se volesse potrebbe conquistare il Paese dei Cedri con le armi in un pomeriggio scarso, e che se non lo fa forse tutto questo desiderio di espansione non esiste, mentre esiste quello sacrosanto (in un mondo settario) di preservazione, visto che tutti gli attentati dinamitardi a Beirut di cui da anni avete notizia sui media sono diretti contro gli sciiti-eretici ed Hezbollah?
Esiste ancora qualcuno convinto che sia possibile esportare valori, istituzioni e persino la pace con le armi, e farlo con la consapevolezza di essere percepiti come missionari e non come colonizzatori?

Esiste qualcuno che ha capito che in questa apparente contraddizione – il non intervenire militarmente o sostenere militarmente i curdi ma allo stesso tempo considerare i problemi legati alla “Fitna” come problemi anche nostri, di una umanità minacciata da criminali che si considerano musulmani – risiede l’unica soluzione possibile? Che finchè ci si comporta come poliziotti sospettosi ci sarà sempre qualcuno pronto – in misure e modi diversi – a “disobbedire all’autorità” stessa?