Quella volta che sono morto da fagiano in Sud Sudan

Mi sono accorto casualmente che oggi ricorre l’anniversario del momento in cui più ho rischiato, in modo del tutto involontario, di salutare il mondo terreno.

Esattamente quattro anni fa mi trovavo a Rumbek, capitale della regione dei Lakes nel Sud Sudan che si preparava all’indipendenza dal Nord, dopo una guerra decennale. Mi ricordo il 20 ottobre 2010 ottobre perchè ero appena arrivato, ed era anche il giorno in cui ho iniziato a lavorare con una ong locale.

Nel compound in cui alloggiavamo, c’erano i miliziani dell’Spla (South Sudanese Liberation Army), i futuri membri del futuro esercito sudsudanese: si trattava perlopiù di ragazzini, spesso orfani e palesemente minorenni, tutti con un ak 47 a tracolla e molti dei quali con l’aria di chi non sapesse nemmeno come pulirlo.

Questi ragazzi, che negli anni precedenti avevano fatto la(e) guerra(e), sia col nord che quelle inter-claniche e tribali, in quel periodo a fine 2010 erano abbandonati a se stessi: vagavano tra un compound e l’altro in cerca di alcolici, già dalle 14 (se non prima), molto annoiati, senza compiti precisi e senza nessuno a cui sparare, come parecchi di loro avevano fatto fino a poco tempo prima. Ragazzi abituati a vedere solo violenza e vendetta nella loro vita, come mi sarebbe stato abbastanza chiaro nel proseguimento della mia permanenza nel Paese.

Insomma, rientrato in compound dopo pranzo, mi siedo a un tavolo a sorseggiare una Fanta. Ad un certo punto, un “soldato” dell’Spla sui 16 anni si siede di fronte a me. Non parla inglese, o meglio parla il broken english che parlerebbe un bambino con dieci anni in meno e cresciuto nella savana. Gli chiedo come va e mi risponde con un monosillabo di approvazione, seguito da un sorriso che sembra canzonatorio. Non mi chiede da dove vengo, anche se sono bianco, uno dei pochi. Segue un momento di silenzio, che lui interrompe perentoriamente dicendomi “Mi lasci la Fanta”.

No, senza interrogativo, e più avanti mi sarei reso conto di quanto fosse radicata la tendenza a ometterlo. Ma non per scarsa gentilezza: forse solo per fretta, per obbligo di frugalità, per abitudine a non ricevere mai nulla senza guadagnarselo.

Fatto sta che alla sua “domanda”, io rispondo – crudele o incosciente – che no, non gliela lascio. O meglio, gli dico che l’ho appena iniziata ma che se gli serve gliene prendo una al bar. Lui annuisce nuovamente e mi sorride ancora più canzonatorio, tanto che inizio a chiedermi se faccio davvero così ridere. Poi mi dice una cosa tipo “si certo come no”. E ride. Poi si blocca, ancora.

Il silenzio si prolunga nuovamente oltre il “tempo di allerta”, e così, stavolta, provo io a rompere il ghiaccio. Volevo soddisfare una mia curiosità da qualche giorno, in effetti.

Decido quindi di chiedergli a bruciapelo: “senti un po’, ma io qui vedo varii corpi armati o miliziani diversi. A parte i cattlers (allevatori di bestiame) che difendono le loro vacche con i fucili, mi sembra che ci siano perlomeno due corpi armati distinti che hanno le armi: tu hai la divisa blu ma io accanto all’air strip e vicino al carcere di Rumbek ho visto altri soldati con la divisa beige tipo quella americana. Poi ne ho visti anche una decina con la divisa più scura, marrone scuro. Da quel che ho capito quelli beige sono l’Esercito. Quindi tu di cosa fai parte? Dell’Esercito, della Polizia? O non fai parte dell’Esercito?”

Non l’avessi mai fatto. A parte la supercazzola prolissa anche in terra sudanese, mi rendo conto dopo 1,8 secondi di aver fatto una domanda pessima, ma sopratutto una domanda in un momento sbagliato, con un tono fraintendibile e nei confronti di un ragazzino che a quell’ora poteva tranquillamente avere 5-6 bicchierini di Rum (che estorceva al bar del compound) in corpo, oltre che molti anni di guerra e violenza nella mente.

Della mia farraginosa domanda Daniel (il 30esimo Daniel sudsudanese incontrato, come poi avrei scoperto) coglie, insomma, solo la parte finale. Quella che lo accusa di “non essere un soldato”. La sua risposta è ovvia, secca e inquisitoria: “Ah, io non sono un soldato???”

Ed è in quei momenti che pensi a tutti i tuoi errori, a tutte le gioie, alle persone care e a quelle che detesti. Ai paesaggi brulli della campagna, al mare, alle montagne. Ai baci della mamma, ai rimproveri del papà. Alla prima fidanzata, alla prima volta. Ai tramonti, al sole, alle stelle. A Francesco Totti. Insomma, alla tua vita.

“Vai in un posto appena uscito da un conflitto e te fai ammazzà per una domanda al bar. Bravo, complimenti, non c’è che dire. Te lo meriti”, mi dico tra me e me, maledicendomi in Swahili.

Senza nemmeno il tempo di vedere lo sguardo di Daniel intorvirsi, cerco di rimediare al tragico errore e produco un immediato flusso di coscienza, in uno dei più classici “salvataggi in calcio d’angolo” che l’Uomo ricordi.

Mani avanti, sorriso prono, spalle distese, espressione amichevole e giustificazionismo a palate: “Ma no, che scherzi? Intendevo dire che se tu sei dell’Spla, gli altri chi sono? Tu sei l’esercito, lo so. E gli altri..? Tiè, ti lascio la Fanta che è a metà, io dovrei rientrare”.

Lui mi guarda, cambia un pochino espressione e mi dà quindi ragione, anche se non capisco su cosa esattamente. Poi prende la Fanta con l’aria del commerciante che si è appena visto ripagare un oggetto che gli avevano precedentemente rubato. E inizia a sorseggiare. Capisco così di essere ancora vivo, dopo 25 interminabili secondi.

Morale: mai negare una Fanta al prossimo, specie se armato, perchè le complicazioni dialettiche che ne possono derivare sono imprevedibili. Chissà se Daniel, che oggi farà parte dell’Esercito, si ricorda di me. Io sì. Bella Daniè, tvb.

Islam e Occidente: “Aveva ragione la Fallaci…”. La splendida risposta di Tiziano Terzani

Oriana, dalla finestra di una casa poco lontana da quella in cui anche tu sei nata, guardo le lame austere ed eleganti dei cipressi contro il cielo e ti penso a guardare, dalle tue finestre a New York, il panorama dei grattacieli da cui ora mancano le Torri Gemelle. Mi torna in mente un pomeriggio di tanti, tantissimi anni fa quando assieme facemmo una lunga passeggiata per le stradine di questi nostri colli argentati dagli ulivi. Io mi affacciavo, piccolo, alla professione nella quale tu eri gia’ grande e tu proponesti di scambiarci delle “Lettere da due mondi diversi”: io dalla Cina dell’immediato dopo-Mao in cui andavo a vivere, tu dall’America. Per colpa mia non lo facemmo. Ma e’ in nome di quella tua generosa offerta di allora, e non certo per coinvolgerti ora in una corrispondenza che tutti e due vogliamo evitare, che mi permetto di scriverti. Davvero mai come ora, pur vivendo sullo stesso pianeta, ho l’impressione di stare in un mondo assolutamente diverso dal tuo.

Ti scrivo anche – e pubblicamente per questo – per non far sentire troppo soli quei lettori che forse, come me, sono rimasti sbigottiti dalle tue invettive, quasi come dal crollo delle due Torri. La’ morivano migliaia di persone e con loro il nostro senso di sicurezza; nelle tue parole sembra morire il meglio della testa umana – la ragione; il meglio del cuore – la compassione.

Il tuo sfogo mi ha colpito, ferito e mi ha fatto pensare a Karl Kraus. “Chi ha qualcosa da dire si faccia avanti e taccia”, scrisse, disperato dal fatto che, dinanzi all’indicibile orrore della Prima Guerra Mondiale, alla gente non si fosse paralizzata la lingua. Al contrario, gli si era sciolta, creando tutto attorno un assurdo e confondente chiacchierio. Tacere per Kraus significava riprendere fiato, cercare le parole giuste, riflettere prima di esprimersi. Lui uso’ di quel consapevole silenzio per scrivere Gli ultimi giorni dell’umanita’, un’opera che sembra essere ancora di un’inquietante attualita’.

Pensare quel che pensi e scriverlo e’ un tuo diritto. Il problema e’ pero’ che, grazie alla tua notorieta’, la tua brillante lezione di intolleranza arriva ora anche nelle scuole, influenza tanti giovani e questo mi inquieta.

Il nostro di ora e’ un momento di straordinaria importanza. L’orrore indicibile e’ appena cominciato, ma e’ ancora possibile fermarlo facendo di questo momento una grande occasione di ripensamento. E un momento anche di enorme responsabilita’ perche’ certe concitate parole, pronunciate dalle lingue sciolte, servono solo a risvegliare i nostri istinti piu’ bassi, ad aizzare la bestia dell’odio che dorme in ognuno di noi ed a provocare quella cecita’ delle passioni che rende pensabile ogni misfatto e permette, a noi come ai nostri nemici, il suicidarsi e l’uccidere. “Conquistare le passioni mi pare di gran lunga piu’ difficile che conquistare il mondo con la forza delle armi. Ho ancora un difficile cammino dinanzi a me”, scriveva nel 1925 quella bell’anima di Gandhi. Ed aggiungeva: “Finche’ l’uomo non si mettera’ di sua volonta’ all’ultimo posto fra le altre creature sulla terra, non ci sara’ per lui alcuna salvezza”.

E tu, Oriana, mettendoti al primo posto di questa crociata contro tutti quelli che non sono come te o che ti sono antipatici, credi davvero di offrirci salvezza? La salvezza non e’ nella tua rabbia accalorata, ne’ nella calcolata campagna militare chiamata, tanto per rendercela piu’ accettabile, “Liberta’ duratura”.

O tu pensi davvero che la violenza sia il miglior modo per sconfiggere la violenza? Da che mondo e’ mondo non c’e’ stata ancora la guerra che ha messo fine a tutte le guerre. Non lo sara’ nemmeno questa.

Quel che ci sta succedendo e’ nuovo. Il mondo ci sta cambiando attorno. Cambiamo allora il nostro modo di pensare, il nostro modo di stare al mondo. E una grande occasione. Non perdiamola: rimettiamo in discussione tutto, immaginiamoci un futuro diverso da quello che ci illudevamo d’aver davanti prima dell’11 settembre e soprattutto non arrendiamoci alla inevitabilita’ di nulla, tanto meno all’inevitabilita’ della guerra come strumento di giustizia o semplicemente di vendetta.

Le guerre sono tutte terribili. Il moderno affinarsi delle tecniche di distruzione e di morte le rendono sempre piu’ tali. Pensiamoci bene: se noi siamo disposti a combattere la guerra attuale con ogni arma a nostra disposizione, compresa quella atomica, come propone il Segretario alla Difesa americano, allora dobbiamo aspettarci che anche i nostri nemici, chiunque essi siano, saranno ancor piu’ determinati di prima a fare lo stesso, ad agire senza regole, senza il rispetto di nessun principio. Se alla violenza del loro attacco alle Torri Gemelle noi risponderemo con una ancor piu’ terribile violenza – ora in Afghanistan, poi in Iraq, poi chi sa dove -, alla nostra ne seguira’ necessariamente una loro ancora piu’ orribile e poi un’altra nostra e cosi’ via.

Perche’ non fermarsi prima? Abbiamo perso la misura di chi siamo, il senso di quanto fragile ed interconnesso sia il mondo in cui viviamo, e ci illudiamo di poter usare una dose, magari “intelligente”, di violenza per mettere fine alla terribile violenza altrui.

Cambiamo illusione e, tanto per cominciare, chiediamo a chi fra di noi dispone di armi nucleari, armi chimiche e armi batteriologiche – Stati Uniti in testa – d’impegnarsi solennemente con tutta l’umanita’ a non usarle mai per primo, invece di ricordarcene minacciosamente la disponibilita’. Sarebbe un primo passo in una nuova direzione. Non solo questo darebbe a chi lo fa un vantaggio morale – di per se’ un’arma importante per il futuro -, ma potrebbe anche disinnescare l’orrore indicibile ora attivato dalla reazione a catena della vendetta. In questi giorni ho ripreso in mano un bellissimo libro (peccato che non sia ancora in italiano) di un vecchio amico, uscito due anni fa in Germania. Il libro si intitola Die Kunst, nicht regiert zu werden: ethische Politik von Sokrates bis Mozart (L’arte di non essere governati: l’etica politica da Socrate a Mozart). L’autore e’ Ekkehart Krippendorff, che ha insegnato per anni a Bologna prima di tornare all’Universita’ di Berlino. La affascinante tesi di Krippendorff e’ che la politica, nella sua espressione piu’ nobile, nasce dal superamento della vendetta e che la cultura occidentale ha le sue radici piu’ profonde in alcuni miti, come quello di Caino e quello delle Erinni, intesi da sempre a ricordare all’uomo la necessita’ di rompere il circolo vizioso della vendetta per dare origine alla civilta’.

Caino uccide il fratello, ma Dio impedisce agli uomini di vendicare Abele e, dopo aver marchiato Caino – un marchio che e’ anche una protezione -, lo condanna all’esilio dove quello fonda la prima citta’. La vendetta non e’ degli uomini, spetta a Dio.

Secondo Krippendorff il teatro, da Eschilo a Shakespeare, ha avuto una funzione determinante nella formazione dell’uomo occidentale perche’ col suo mettere sulla scena tutti i protagonisti di un conflitto, ognuno col suo punto di vista, i suoi ripensamenti e le sue possibili scelte di azione, il teatro e’ servito a far riflettere sul senso delle passioni e sulla inutilita’ della violenza che non raggiunge mai il suo fine.

Purtroppo, oggi, sul palcoscenico del mondo noi occidentali siamo insieme i soli protagonisti ed i soli spettatori, e cosi’, attraverso le nostre televisioni ed i nostri giornali, non ascoltiamo che le nostre ragioni, non proviamo che il nostro dolore.

A te, Oriana, i kamikaze non interessano. A me tanto invece. Ho passato giorni in Sri Lanka con alcuni giovani delle “Tigri Tamil”, votati al suicidio. Mi interessano i giovani palestinesi di “Hamas” che si fanno saltare in aria nelle pizzerie israeliane. Un po’ di pieta’ sarebbe forse venuta anche a te se in Giappone, sull’isola di Kyushu, tu avessi visitato Chiran, il centro dove i primi kamikaze vennero addestrati e tu avessi letto le parole, a volte poetiche e tristissime, scritte segretamente prima di andare, riluttanti, a morire per la bandiera e per l’Imperatore. I kamikaze mi interessano perche’ vorrei capire che cosa li rende cosi’ disposti a quell’innaturale atto che e’ il suicidio e che cosa potrebbe fermarli.

Quelli di noi a cui i figli – fortunatamente – sono nati, si preoccupano oggi moltissimo di vederli bruciare nella fiammata di questo nuovo, dilagante tipo di violenza di cui l’ecatombe nelle Torri Gemelle potrebbe essere solo un episodio.

Non si tratta di giustificare, di condonare, ma di capire. Capire, perche’ io sono convinto che il problema del terrorismo non si risolvera’ uccidendo i terroristi, ma eliminando le ragioni che li rendono tali.

Niente nella storia umana e’ semplice da spiegare e fra un fatto ed un altro c’e’ raramente una correlazione diretta e precisa. Ogni evento, anche della nostra vita, e’ il risultato di migliaia di cause che producono, assieme a quell’evento, altre migliaia di effetti, che a loro volta sono le cause di altre migliaia di effetti. L’attacco alle Torri Gemelle e’ uno di questi eventi: il risultato di tanti e complessi fatti antecedenti. Certo non e’ l’atto di “una guerra di religione” degli estremisti musulmani per la conquista delle nostre anime, una Crociata alla rovescia, come la chiami tu, Oriana. Non e’ neppure “un attacco alla liberta’ ed alla democrazia occidentale”, come vorrebbe la semplicistica formula ora usata dai politici. Un vecchio accademico dell’Universita’ di Berkeley, un uomo certo non sospetto di anti-americanismo o di simpatie sinistrorse da’ di questa storia una interpretazione completamente diversa. “Gli assassini suicidi dell’11 settembre non hanno attaccato l’America: hanno attaccato la politica estera americana”, scrive Chalmers Johnson nel numero di The Nation del 15 ottobre. Per lui, autore di vari libri – l’ultimo, Blowback, contraccolpo, uscito l’anno scorso (in Italia edito da Garzanti, ndr) ha del profetico – si tratterebbe appunto di un ennesimo “contraccolpo” al fatto che, nonostante la fine della Guerra Fredda e lo sfasciarsi dell’Unione Sovietica, gli Stati Uniti hanno mantenuto intatta la loro rete imperiale di circa 800 installazioni militari nel mondo Con una analisi che al tempo della Guerra Fredda sarebbe parsa il prodotto della disinformazione del Kgb, Chalmers Johnson fa l’elenco di tutti gli imbrogli, complotti, colpi di Stato, delle persecuzioni, degli assassinii e degli interventi a favore di regimi dittatoriali e corrotti nei quali gli Stati Uniti sono stati apertamente o clandestinamente coinvolti in America Latina, in Africa, in Asia e nel Medio Oriente dalla fine della Seconda Guerra Mondiale ad oggi.

Il “contraccolpo” dell’attacco alle Torri Gemelle ed al Pentagono avrebbe a che fare con tutta una serie di fatti di questo tipo: fatti che vanno dal colpo di Stato ispirato dalla Cia contro Mossadeq nel 1953, seguito dall’installazione dello Shah in Iran, alla Guerra del Golfo, con la conseguente permanenza delle truppe americane nella penisola araba, in particolare l’Arabia Saudita dove sono i luoghi sacri dell’Islam. Secondo Johnson sarebbe stata questa politica americana “a convincere tanta brava gente in tutto il mondo islamico che gli Stati Uniti sono un implacabile nemico”.

Cosi’ si spiegherebbe il virulento anti-americanismo diffuso nel mondo musulmano e che oggi tanto sorprende gli Stati Uniti ed i loro alleati.

Esatta o meno che sia l’analisi di Chalmers Johnson, e’ evidente che al fondo di tutti i problemi odierni degli americani e nostri nel Medio Oriente c’e’, a parte la questione israeliano-palestinese, la ossessiva preoccupazione occidentale di far restare nelle mani di regimi “amici”, qualunque essi fossero, le riserve petrolifere della regione. Questa e’ stata la trappola.

L’occasione per uscirne e’ ora.

Perche’ non rivediamo la nostra dipendenza economica dal petrolio? Perche’ non studiamo davvero, come avremmo potuto gia’ fare da una ventina d’anni, tutte le possibili fonti alternative di energia?

Ci eviteremmo cosi’ d’essere coinvolti nel Golfo con regimi non meno repressivi ed odiosi dei talebani; ci eviteremmo i sempre piu’ disastrosi “contraccolpi” che ci verranno sferrati dagli oppositori a quei regimi, e potremmo comunque contribuire a mantenere un migliore equilibrio ecologico sul pianeta.

Magari salviamo cosi’ anche l’Alaska che proprio un paio di mesi fa e’ stata aperta ai trivellatori, guarda caso dal presidente Bush, le cui radici politiche – tutti lo sanno – sono fra i petrolieri.

A proposito del petrolio, Oriana, sono certo che anche tu avrai notato come, con tutto quel che si sta scrivendo e dicendo sull’Afghanistan, pochissimi fanno notare che il grande interesse per questo paese e’ legato al fatto d’essere il passaggio obbligato di qualsiasi conduttura intesa a portare le immense risorse di metano e petrolio dell’Asia Centrale (vale a dire di quelle repubbliche ex-sovietiche ora tutte, improvvisamente, alleate con gli Stati Uniti) verso il Pakistan, l’India e da li’ nei paesi del Sud Est Asiatico. Il tutto senza dover passare dall’Iran. Nessuno in questi giorni ha ricordato che, ancora nel 1997, due delegazioni degli “orribili” talebani sono state ricevute a Washington (anche al Dipartimento di Stato) per trattare di questa faccenda e che una grande azienda petrolifera americana, la Unocal, con la consulenza niente di meno che di Henry Kissinger, si e’ impegnata col Turkmenistan a costruire quell’oleodotto attraverso l’Afghanistan.

E dunque possibile che, dietro i discorsi sulla necessita’ di proteggere la liberta’ e la democrazia, l’imminente attacco contro l’Afghanistan nasconda anche altre considerazioni meno altisonanti, ma non meno determinanti. E per questo che nell’America stessa alcuni intellettuali cominciano a preoccuparsi che la combinazione fra gli interessi dell’industria petrolifera con quelli dell’industria bellica – combinazione ora prominentemente rappresentata nella compagine al potere a Washington – finisca per determinare in un unico senso le future scelte politiche americane nel mondo e per limitare all’interno del paese, in ragione dell’emergenza anti-terrorismo, i margini di quelle straordinarie liberta’ che rendono l’America cosi’ particolare.

Il fatto che un giornalista televisivo americano sia stato redarguito dal pulpito della Casa Bianca per essersi chiesto se l’aggettivo “codardi”, usato da Bush, fosse appropriato per i terroristi-suicidi, cosi’ come la censura di certi programmi e l’allontanamento da alcuni giornali, di collaboratori giudicati non ortodossi, hanno aumentato queste preoccupazioni. L’aver diviso il mondo in maniera – mi pare – “talebana”, fra “quelli che stanno con noi e quelli contro di noi”, crea ovviamente i presupposti per quel clima da caccia alle streghe di cui l’America ha gia’ sofferto negli anni Cinquanta col maccartismo, quando tanti intellettuali, funzionari di Stato ed accademici, ingiustamente accusati di essere comunisti o loro simpatizzanti, vennero perseguitati, processati e in moltissimi casi lasciati senza lavoro.

Il tuo attacco, Oriana – anche a colpi di sputo – alle “cicale” ed agli intellettuali “del dubbio” va in quello stesso senso. Dubitare e’ una funzione essenziale del pensiero; il dubbio e’ il fondo della nostra cultura. Voler togliere il dubbio dalle nostre teste e’ come volere togliere l’aria ai nostri polmoni. Io non pretendo affatto d’aver risposte chiare e precise ai problemi del mondo (per questo non faccio il politico), ma penso sia utile che mi si lasci dubitare delle risposte altrui e mi si lasci porre delle oneste domande.

In questi tempi di guerra non deve essere un crimine parlare di pace. Purtroppo anche qui da noi, specie nel mondo “ufficiale” della politica e dell’establishment mediatico, c’e’ stata una disperante corsa alla ortodossia. E come se l’America ci mettesse gia’ paura. Capita cosi’ di sentir dire in televisione a un post-comunista in odore di una qualche carica nel suo partito, che il soldato Ryan e’ un importante simbolo di quell’America che per due volte ci ha salvato. Ma non c’era anche lui nelle marce contro la guerra americana in Vietnam?

Per i politici – me ne rendo conto – e’ un momento difficilissimo. Li capisco e capisco ancor piu’ l’angoscia di qualcuno che, avendo preso la via del potere come una scorciatoia per risolvere un piccolo conflitto di interessi terreni si ritrova ora alle prese con un enorme conflitto di interessi divini, una guerra di civilta’ combattuta in nome di Iddio e di Allah. No. Non li invidio, i politici.

Siamo fortunati noi, Oriana. Abbiamo poco da decidere e non trovandoci in mezzo ai flutti del fiume, abbiamo il privilegio di poter stare sulla riva a guardare la corrente.

Ma questo ci impone anche grandi responsabilita’ come quella, non facile, di andare dietro alla verita’ e di dedicarci soprattutto “a creare campi di comprensione, invece che campi di battaglia”, come ha scritto Edward Said, professore di origine palestinese ora alla Columbia University, in un saggio sul ruolo degli intellettuali uscito proprio una settimana prima degli attentati in America.

Il nostro mestiere consiste anche nel semplificare quel che e’ complicato. Ma non si puo’ esagerare, Oriana, presentando Arafat come la quintessenza della doppiezza e del terrorismo ed indicando le comunita’ di immigrati musulmani da noi come incubatrici di terroristi.

Le tue argomentazioni verranno ora usate nelle scuole contro quelle buoniste, da libro Cuore, ma tu credi che gli italiani di domani, educati a questo semplicismo intollerante, saranno migliori? Non sarebbe invece meglio che imparassero, a lezione di religione, anche che cosa e’ l’Islam? Che a lezione di letteratura leggessero anche Rumi o il da te disprezzato Omar Kayan? Non sarebbe meglio che ci fossero quelli che studiano l’arabo, oltre ai tanti che gia’ studiano l’inglese e magari il giapponese?

Lo sai che al ministero degli Esteri di questo nostro paese affacciato sul Mediterraneo e sul mondo musulmano, ci sono solo due funzionari che parlano arabo? Uno attualmente e’, come capita da noi, console ad Adelaide in Australia.

Mi frulla in testa una frase di Toynbee: “Le opere di artisti e letterati hanno vita piu’ lunga delle gesta di soldati, di statisti e mercanti. I poeti ed i filosofi vanno piu’ in la’ degli storici. Ma i santi e i profeti valgono di piu’ di tutti gli altri messi assieme”.

Dove sono oggi i santi ed i profeti? Davvero, ce ne vorrebbe almeno uno! Ci rivorrebbe un San Francesco. Anche i suoi erano tempi di crociate, ma il suo interesse era per “gli altri”, per quelli contro i quali combattevano i crociati. Fece di tutto per andarli a trovare. Ci provo’ una prima volta, ma la nave su cui viaggiava naufrago’ e lui si salvo’ a malapena. Ci provo’ una seconda volta, ma si ammalo’ prima di arrivare e torno’ indietro. Finalmente, nel corso della quinta crociata, durante l’assedio di Damietta in Egitto, amareggiato dal comportamento dei crociati (“vide il male ed il peccato”), sconvolto da una spaventosa battaglia di cui aveva visto le vittime, San Francesco attraverso’ le linee del fronte. Venne catturato, incatenato e portato al cospetto del Sultano. Peccato che non c’era ancora la Cnn – era il 1219 – perche’ sarebbe interessantissimo rivedere oggi il filmato di quell’incontro. Certo fu particolarissimo perche’, dopo una chiacchierata che probabilmente ando’ avanti nella notte, al mattino il Sultano lascio’ che San Francesco tornasse, incolume, all’accampamento dei crociati.

Mi diverte pensare che l’uno disse all’altro le sue ragioni, che San Francesco parlo’ di Cristo, che il Sultano lesse passi del Corano e che alla fine si trovarono d’accordo sul messaggio che il poverello di Assisi ripeteva ovunque: “Ama il prossimo tuo come te stesso”. Mi diverte anche immaginare che, siccome il frate sapeva ridere come predicare, fra i due non ci fu aggressivita’ e che si lasciarono di buon umore sapendo che comunque non potevano fermare la storia.

Ma oggi? Non fermarla puo’ voler dire farla finire. Ti ricordi, Oriana, Padre Balducci che predicava a Firenze quando noi eravamo ragazzi? Riguardo all’orrore dell’olocausto atomico pose una bella domanda: “La sindrome da fine del mondo, l’alternativa fra essere e non essere, hanno fatto diventare l’uomo piu’ umano?”. A guardarsi intorno la risposta mi pare debba essere “No”.

Ma non possiamo rinunciare alla speranza.

“Mi dica, che cosa spinge l’uomo alla guerra?”, chiedeva Albert Einstein nel 1932 in una lettera a Sigmund Freud. “E possibile dirigere l’evoluzione psichica dell’uomo in modo che egli diventi piu’ capace di resistere alla psicosi dell’odio e della distruzione?” Freud si prese due mesi per rispondergli. La sua conclusione fu che c’era da sperare: l’influsso di due fattori – un atteggiamento piu’ civile, ed il giustificato timore degli effetti di una guerra futura – avrebbe dovuto mettere fine alle guerre in un prossimo avvenire.

Giusto in tempo la morte risparmio’ a Freud gli orrori della Seconda Guerra Mondiale.

Non li risparmio’ invece ad Einstein, che divenne pero’ sempre piu’ convinto della necessita’ del pacifismo. Nel 1955, poco prima di morire, dalla sua casetta di Princeton in America dove aveva trovato rifugio, rivolse all’umanita’ un ultimo appello per la sua sopravvivenza:

“Ricordatevi che siete uomini e dimenticatevi tutto il resto”.

Per difendersi, Oriana, non c’e’ bisogno di offendere (penso ai tuoi sputi ed ai tuoi calci). Per proteggersi non c’e’ bisogno d’ammazzare. Ed anche in questo possono esserci delle giuste eccezioni.

M’e’ sempre piaciuta nei Jataka, le storie delle vite precedenti di Buddha, quella in cui persino lui, epitome della non violenza, in una incarnazione anteriore uccide. Viaggia su una barca assieme ad altre 500 persone. Lui, che ha gia’ i poteri della preveggenza, “vede” che uno dei passeggeri, un brigante, sta per ammazzare tutti e derubarli e lui lo previene buttandolo nell’acqua ad affogare per salvare gli altri.

Essere contro la pena di morte non vuol dire essere contro la pena in genere ed in favore della liberta’ di tutti i delinquenti. Ma per punire con giustizia occorre il rispetto di certe regole che sono il frutto dell’incivilimento, occorre il convincimento della ragione, occorrono delle prove. I gerarchi nazisti furono portati dinanzi al Tribunale di Norimberga; quelli giapponesi responsabili di tutte le atrocita’ commesse in Asia, furono portati dinanzi al Tribunale di Tokio prima di essere, gli uni e gli altri, dovutamente impiccati. Le prove contro ognuno di loro erano schiaccianti. Ma quelle contro Osama Bin Laden?

“Noi abbiamo tutte le prove contro Warren Anderson, presidente della Union Carbide. Aspettiamo che ce lo estradiate”, scrive in questi giorni dall’India agli americani, ovviamente a mo’ di provocazione, Arundhati Roy, la scrittrice de Il Dio delle piccole cose: una come te, Oriana, famosa e contestata, amata ed odiata. Come te, sempre pronta a cominciare una rissa, la Roy ha usato della discussione mondiale su Osama Bin Laden per chiedere che venga portato dinanzi ad un tribunale indiano il presidente americano della Union Carbide responsabile dell’esplosione nel 1984 nella fabbrica chimica di Bhopal in India che fece 16.000 morti. Un terrorista anche lui? Dal punto di vista di quei morti forse si’.

L’immagine del terrorista che ora ci viene additata come quella del “nemico” da abbattere e’ il miliardario saudita che, da una tana nelle montagne dell’Afghanistan, ordina l’attacco alle Torri Gemelle; e’ l’ingegnere-pilota, islamista fanatico, che in nome di Allah uccide se stesso e migliaia di innocenti; e’ il ragazzo palestinese che con una borsetta imbottita di dinamite si fa esplodere in mezzo ad una folla. Dobbiamo pero’ accettare che per altri il “terrorista” possa essere l’uomo d’affari che arriva in un paese povero del Terzo Mondo con nella borsetta non una bomba, ma i piani per la costruzione di una fabbrica chimica che, a causa di rischi di esplosione ed inquinamento, non potrebbe mai essere costruita in un paese ricco del Primo Mondo. E la centrale nucleare che fa ammalare di cancro la gente che ci vive vicino? E la diga che disloca decine di migliaia di famiglie? O semplicemente la costruzione di tante piccole industrie che cementificano risaie secolari, trasformando migliaia di contadini in operai per produrre scarpe da ginnastica o radioline, fino al giorno in cui e’ piu’ conveniente portare quelle lavorazioni altrove e le fabbriche chiudono, gli operai restano senza lavoro e non essendoci piu’ i campi per far crescere il riso, muoiono di fame?

Questo non e’ relativismo. Voglio solo dire che il terrorismo, come modo di usare la violenza, puo’ esprimersi in varie forme, a volte anche economiche, e che sara’ difficile arrivare ad una definizione comune del nemico da debellare.

I governi occidentali oggi sono uniti nell’essere a fianco degli Stati Uniti; pretendono di sapere esattamente chi sono i terroristi e come vanno combattuti.

Molto meno convinti pero’ sembrano i cittadini dei vari paesi. Per il momento non ci sono state in Europa dimostrazioni di massa per la pace; ma il senso del disagio e’ diffuso cosi’ come e’ diffusa la confusione su quel che si debba volere al posto della guerra.

“Dateci qualcosa di piu’ carino del capitalismo”, diceva il cartello di un dimostrante in Germania.

“Un mondo giusto non e’ mai NATO”, c’era scritto sullo striscione di alcuni giovani che marciavano giorni fa a Bologna. Gia’. Un mondo “piu’ giusto” e’ forse quel che noi tutti, ora piu’ che mai, potremmo pretendere. Un mondo in cui chi ha tanto si preoccupa di chi non ha nulla; un mondo retto da principi di legalita’ ed ispirato ad un po’ piu’ di moralita’.

La vastissima, composita alleanza che Washington sta mettendo in piedi, rovesciando vecchi schieramenti e riavvicinando paesi e personaggi che erano stati messi alla gogna, solo perche’ ora tornano comodi, e’ solo l’ennesimo esempio di quel cinismo politico che oggi alimenta il terrorismo in certe aree del mondo e scoraggia tanta brava gente nei nostri paesi.

Gli Stati Uniti, per avere la maggiore copertura possibile e per dare alla guerra contro il terrorismo un crisma di legalita’ internazionale, hanno coinvolto le Nazioni Unite, eppure gli Stati Uniti stessi rimangono il paese piu’ reticente a pagare le proprie quote al Palazzo di Vetro, sono il paese che non ha ancora ratificato ne’ il trattato costitutivo della Corte Internazionale di Giustizia, ne’ il trattato per la messa al bando delle mine anti-uomo e tanto meno quello di Kyoto sulle mutazioni climatiche. L’interesse nazionale americano ha la meglio su qualsiasi altro principio. Per questo ora Washington riscopre l’utilita’ del Pakistan, prima tenuto a distanza per il suo regime militare e punito con sanzioni economiche a causa dei suoi esperimenti nucleari; per questo la Cia sara’ presto autorizzata di nuovo ad assoldare mafiosi e gangster cui affidare i “lavoretti sporchi” di liquidare qua e la’ nel mondo le persone che la Cia stessa mettera’ sulla sua lista nera.

Eppure un giorno la politica dovra’ ricongiungersi con l’etica se vorremo vivere in un mondo migliore: migliore in Asia come in Africa, a Timbuctu come a Firenze.

A proposito, Oriana. Anche a me ogni volta che, come ora, ci passo, questa citta’ mi fa male e mi intristisce. Tutto e’ cambiato, tutto e’ involgarito. Ma la colpa non e’ dell’Islam o degli immigrati che ci si sono installati. Non son loro che han fatto di Firenze una citta’ bottegaia, prostituita al turismo! E successo dappertutto. Firenze era bella quando era piu’ piccola e piu’ povera. Ora e’ un obbrobrio, ma non perche’ i musulmani si attendano in Piazza del Duomo, perche’ i filippini si riuniscono il giovedi’ in Piazza Santa Maria Novella e gli albanesi ogni giorno attorno alla stazione.

E cosi’ perche’ anche Firenze s’e’ “globalizzata”, perche’ non ha resistito all’assalto di quella forza che, fino ad ieri, pareva irresistibile: la forza del mercato.

Nel giro di due anni da una bella strada del centro in cui mi piaceva andare a spasso e’ scomparsa una libreria storica, un vecchio bar, una tradizionalissima farmacia ed un negozio di musica. Per far posto a che? A tanti negozi di moda. Credimi, anch’io non mi ci ritrovo piu’.

Per questo sto, anch’io ritirato, in una sorta di baita nell’Himalaya indiana dinanzi alle piu’ divine montagne del mondo. Passo ore, da solo, a guardarle, li’ maestose ed immobili, simbolo della piu’ grande stabilita’, eppure anche loro, col passare delle ore, continuamente diverse e impermanenti come tutto in questo mondo.

La natura e’ una grande maestra, Oriana, e bisogna ogni tanto tornarci a prendere lezione. Tornaci anche tu. Chiusa nella scatola di un appartamento dentro la scatola di un grattacielo, con dinanzi altri grattacieli pieni di gente inscatolata, finirai per sentirti sola davvero; sentirai la tua esistenza come un accidente e non come parte di un tutto molto, molto piu’ grande di tutte le torri che hai davanti e di quelle che non ci sono piu’. Guarda un filo d’erba al vento e sentiti come lui. Ti passera’ anche la rabbia. Ti saluto, Oriana e ti auguro di tutto cuore di trovare pace.

Perche’ se quella non e’ dentro di noi non sara’ mai da nessuna parte.

Presidenti-donna nei Paesi musulmani

http://www.vanityfair.it/news/mondo/13/01/03/donne-al-potere-nel-mondo

Questo articolo è curioso nella sua asimmetria (e colpevole, quanto ostentata, incompletezza), e mi fornisce un assist per essere pedante e pignolo.

Prima si divide il mondo in continenti, parlando ad esempio di “Europa”, composta da più di 40 paesi. Poi, per opposizione, si prende/estrapola il “Medioriente” (Non Africa, Asia, Oceania ecc.) e ci si affretta ad inserirlo tra le “aree” escluse dal privilegio di avere un premier donna.

Anzi, di dice che tra i paesi che hanno avuto premier donna “non vi è di certo il Medioriente”. Si parla di 13 paesi sovrani, immagino quelli che vanno dal Marocco al Golfo Persico, Iran escluso. Ed è corretto dire che nn vi siano stati, sino ad ora, premier donna. Solo che – ma forse sono io malfidato – in questo pezzo si allude al medioriente (parola che andrebbe rimossa e sostituita prima o poi) come al mondo islamico, che è ben più ampio. Altrimenti non ci sarebbe motivo di usare quel rafforzativo sopra citato (“non vi è di certo il Medioriente…”).

E allora le cose, caro/a articolista di Vanity fair, cambiano un pochino, e forse in un pezzo di 10000 battute, che non sono poche, sarebbe più corretto restituire un quadro completo della situazione, dato che l’argomento dell’empowerment e del potere femminile non mi pare banale.

La cosa più grave è l’omissione di Benazir Bhutto, ben due volte primo ministro (88-90, 93-96) non delle Isole Andamane ma del Pakistan, sesto paese più popoloso al mondo (195.000.000) e secondo paese musulmano per popolazione dopo l’Indonesia.

Poi abbiamo la stessa Indonesia, 240.000.000 di persone (89% musulmani), che dal 2001 al 2004 ha avuto Megawati Sukarnoputri alla presidenza.

In Turchia, 80.000.000 di persone, dal 1993 al 1996 fu primo ministro una donna, Tansu Penbe Çiller. E fu una donna anche Sibel Siber, primo ministro della parte nord di cipro (turco musulmana), per pochi mesi tra il 2012 e il 2013.

Anche Roza Isakovna Otunbayeva (agnostica ma in un paese all’83% composto da musulmani) è stata per un anno Presidente del Kyrgyzistan, tra il 2010 e il 2011.

Infine, per chiudere la pagina asiatica, c’è il Bangladesh, che l’articolo nomina ma inserisce sibillinamente accanto alla Thailandia (e per ragioni geografiche ci può stare, se appunto fosse in buona fede e se non dividesse palesemente, e incosapevolmente, i paesi tra musulmani e non musulmani..mi dispiace la frase di sopra me la so’ legata al dito) ma che è anche il terzo paese musulmano al mondo per popolazione (160.000.000).

Il primo ministro del Bangladesh è attualmente (dal 2009, dopo esserlo stato anche dal 1996 al 2001) una donna, Sheikh Hasina Wazed. Prima e dopo di lei, c’era stata un’altra donna, Begum Khaleda Zia, primo ministro del Paese dal 1991 al 1996 e dal 2001 al 2006.

Poi, in una speculare operazione ‘celebrativa’, visto che l’articolo tende a denigrare una parte del mondo, potrei continuare sulla stessa linea, andando fuori tema ma non troppo, e tuttavia non negando assolutamente gli enormi problemi che le donne hanno nel mondo e nel mondo musulmano in particolare.

Ad esempio, potremmo dire che il Senegal, paese africano di 12 milioni di persone e al 92% composto da musulmani, ha un parlamento composto al 43% da donne. Andate a vedere i numeri dell’italia, per dire. Nel 2001-2002, primo ministro del Senegal è stata Mame Madior Boye.

Non dimentichiamoci nemmeno Cissé Mariam Kaïdama Sidibé, primo ministro del Mali (90% musulmano) per un breve periodo, 2011-2012.

Insomma, dispiace non essere più informato sulla storia del Mondo ma immagino che se lo fossi potrei continuare.

E ho l’impressione che quando fa comodo, certi articoli sovrappongano l’essere musulmani all’essere arabi (probabilmente questo voleva intendere il pezzo, parlando di ‘medioriente’..ma non tutti gli arabi sono musulmani e, ovviamente, la maggior parte dei musulmani nel mondo NON sono arabi); quando nn fa comodo differenziano tra le due cose, mancando comunque di precisione e facendo allusioni antipatiche e fuorvianti.

Se l’articolo avesse parlato di “paesi arabi” (anche se, pur non rientrando nelle figure di capo di stato, essendo la Giordania una monarchia, non va dimenticata Ranya al Yassin, moglie del Re Abdullah II, che è una figura rilevante nel mondo arabo), invece che di medioriente, sarebbe stato tutto ok. E questo senza scomodare Sitt-Al-Mulk, donna, a capo del Califfato Fatimide dal 1021 al 1023.

Come diceva Nanni Moretti, che però non amo particolarmente o forse mi sta addirittura sulle palle, “le parole sono importanti”.

ps Negli Stati Uniti, sino ad ora il numero di presidenti donna dal 1776 è pari a zero.

Il Decoro e la Decadenza

A mio modesto parere, uno dei problemi principali della nostra occidentale e moderna Italietta, e del declinare inesorabile della sua società civile sta nell’enorme peso che i media e l’opinione pubblica attribuiscono al ‘Decoro’. Al “pubblico decoro” e derivati.
Sarà che a me piace da sempre la decadenza ma il fatto che la questione “decoro” abbia mediamente un tale peso per i miei connazionali mi fa riflettere sulla nostra scala di valori, sulle nostre priorità.
Il Decoro, che è il capriccio del ricco infastidito per l’esistenza del povero; il ricco che non vorrebbe mai veder rovinata la visione della vetrina del negozio a cui passa davanti, a causa della puzza e dalla scarsa pulizia del senzatetto che ci dorme vicino. Un egoismo abilmente mascherato da interesse pubblico, che in realtà non sussiste. Uno dei tanti nomi in codice del razzismo, che ha nell’individualismo estremo la premessa più banalmente basilare.

E in fondo, il ricco che si lamenta del senzatetto che dorme davanti alla vetrina, oltre a non volerla vedere rovinata, proverà magari anche un vago, inconscio senso di colpa, a vedere la differenza che c’è tra lui che la vetrina potrebbe comprarla e l’uomo che ci dorme accanto perché nn ha alternative.
E di solito, dare peso a queste questioni – con comuni che rimuovono le panchine dalle strade, altri che impediscono di mangiare per strada, quartieri di qua e di là che insorgono, giustamente dal loro punto di vista, contro il degrado urbano non accorgendosi che quel degrado è solo in minima parte dovuto ai senzatetto ma molto più alle nostre abitudini quotidiane, che al limite sono anche un cattivo esempio per il prossimo/straniero – si traduce nella strumentalizzazione politica dell’argomento, che invece dovrebbe essere tutto tranne che un argomento politico, poiché il decoro non ne costituisce nient’altro che l’aspetto di facciata. L’argomento è la dignità della persona, il suo diritto a vivere, mangiare, dormire. Possibilmente con un tetto sopra.
Che se non ce l’ha e la società in cui vive fosse sana, qualcuno dovrebbe offrirglielo, un riparo. O perlomeno mostrarsi compassionevole a prescindere, anzichè fare distinguo sociologici quando parla di gente che potrebbe, ogni tanto, non avere i soldi per mangiare una volta al giorno.
Argomenti che tendiamo anche a pubblicizzare, altrove, e che, appunto, decadono magicamente quando non vogliamo ammettere a noi stessi che se fosse per Noi, quel senzatetto non potrebbe nè mangiare nè dormire all’aperto, ma solo a casa (che non ha) o al paese suo. Perchè è una questione di degrado. Anzi di decoro.