Isis, musulmani e la patologia islamofoba. Uno sguardo sulle prospettive di una convivenza necessaria

Il problema dell’IS(IS) e del takfirismo in generale non andrà considerato risolto quando non toccherà più i nostri interessi (Petrolio) o la nostra sensibilità selettiva (i Cristiani e gli Yazidi, un pochino meno gli Sciiti). Non finisce nel momento in cui si annulla o si pensa di annullare militarmente una minaccia così opaca. Bisogna fornire risposte precise e non stimolare il settarismo più di quanto non sia già in moto.
C’è la necessità di difenderci da questa ondata di islamofobia e fare in modo che possano difendersi i milioni di musulmani che vivono in Europa e contribuiscono a plasmarne la cultura, che vive e dovrebbe vivere di apertura e commistioni. Come ha scritto una ragazza qualche tempo fa, “gente che prega e che si comporta bene”. Non c’è una descrizione del musulmano – tra quelle che generalizzano inevitabilmente – più adatta di questa secondo me, ma il punto non è certo questo.
Si dovrà cercare di lavorare sulle cause che attraggono verso un certo tipo di scelte, cause che in parte sono evidenti e in parte comprensibili, non banalizzandole e non generalizzando ma cercando di contribuire all’elaborazione di uno schema di partenza da cui poi cercare soluzioni responsabilizzando, quando ne abbiamo il potere, i diretti interessati a costo di incidenti di percorso.
Ieri su La7 ho sentito un dibattito improntato alle verità tagliate col machete in cui, oltre a varie corbellerie, si sosteneva o meglio si dava per scontato che i ‘jihadisti’ che partono dall’Europa lo fanno in seguito a sistematico e ineludibile lavaggio del cervello. E se invece alcuni di loro ci credessero, per qualunque motivo e in qualunque condizione psicologica? Non si tratta di giustificare: contestualizzare serve a capire, e si capisce solo se ci si continua a porre dei dubbi. Stesso discorso con i convertiti: sembra vi sia una tendenza a identificare la conversione – un processo che può essere anche doloroso, intenso, profondo e affatto agile – con la propensione al ‘jihadismo’ (un link esiste certamente).
Oggi un italiano che si converte all’islam – perché ci crede, per vezzo, perché ha la moglie musulmana che glielo chiede – deve guardarsi intorno prima di poterlo eventualmente dire o addirittura rivendicare. Oggi, un convertito è di fatto considerato un terrorista e deve convincere il prossimo che non lo sia.
Dal punto di vista del dibattito geopolitico, sarebbe necessario esplicitare una volta per tutte e in modalità anche istituzionali che non è possibile, ad esempio, accomunare Isis e Hamas e le loro relative battaglie ideologiche territoriali o/e politiche. E non solo perché assai banalmente l’Is(is) non riconosce la lotta palestinese per l’ottenimento di uno Stato, che inevitabilmente contrasterebbe con l’idea onnicomprensiva di Califfato.
Inanzitutto, le sanzioni a Teheran andrebbero rimosse se si desidera che combatta efficacemente, tanto per parlar fuori dai denti. Ma come sappiamo si considera – assai pericolosamente – Hezbollah al pari di al Qaeda, motivo per cui il sostegno a Hezbollah fa includere Teheran nei paesi ‘sponsor del terrorismo’. Poi c sono le note sanzioni per la questione del nucleare, ingiustificabili da un punto di vista giuridico e pretestuose da quello politico.
Il problema è comunque molto più ampio di quello geopolitico (!). E’ un problema culturale e temo si tratti di entrarci dentro con tutte le scarpe, dopo decenni in cui con le ‘nostre scarpe’ abbiam fatto solo danni.
Iniziare, con il dovuto approccio, a considerare i ‘loro’ problemi come i nostri. Aiutarli o cercare di mettere in evidenza costruzioni o proposte alternative endogene a quel mondo, non somministate dall’esterno. Accettare che si tratta di una civiltà con cui convivere, una civiltà che in linea di massima vive la religiosità a trecentosessanta gradi, che conferisce un peso enorme al sacro e al metafisico. Per comprendere tutto ciò bisogna mettersi d’impegno: veniamo da una società individualista, razionalista, che progressivamente e in modo evidente (e io direi anche coerente con il proprio ‘spirito’) sta abbandonando il riferimento al divino.
Dovremmo cercare di comprendere che possiamo migliorare noi stessi avvicinando, invece che respingendo gli immigrati di fede musulmana, che per questioni demografiche saranno sempre più presenti nelle nostre vite. Basterebbe alzare gli occhi dagli i-Phone. C’è un islam europeo (ma non solo in Europa), parlo di quello dei pensatori che vivono in Occidente, che avrebbero più seguito se non li emarginassimo dal dibattito. Persone alla contnua ricerca dell’attualizzazione, dell’interpretazione ermeneutica, dell’armonizzazione con la modernità senza la rinuncia alle proprie specificità. Non è semplice includerli realmente oggi, perché l’irrigidimento dello stesso dibattito negli anni ha contribuito a rendere più problematico il confronto e intaccato la loro credibiità. Scontano, anche per questi motivi, il fatto di essere percepiti come occidentali da molti musulmani nei loro Paesi.
Si tratta di musulmani integrati – fonte di ricchezza almeno quanto i traduttori che ci hanno consegnato Aristotele e gli altri testi fondamentali alla formazione della nostra identità – , che conoscono la nostra civiltà, se ne fanno parte rispettando le regole del gioco ma senza rinunciare alla propria – fortissima – identità. Noi conosciamo pochissimo loro e la loro cultura, la loro religiosità e il modo in cui scelgono di viverla da paese a paese, da contesto a contesto ma emettiamo facilmente giudizi.
Ed è anche per questo che intellettuali fini e potenzialmente utilissimi come Tariq Ramadan (professore all’Univesità di Cambridge e nipote del fondatore della Fratellanza Musulana, da cui ha però preso le distanze) vengono emarginati e accusati di ‘doppiezza’, quando invece tentano con ammirevole impegno di rivolgersi – ovviamente anche con linguaggi diversi – a due mondi a cui sentono di appartenere in egual misura. E dovrei scusarmi per il fatto di utilizzare il ‘noi’ e il ‘loro’.
In un certo senso, essere musulmani è qualcosa di molto semplice, che risponde a necessità e logiche precise e lo fa attraverso una impostazione ortopratica. Importante è ciò che si fa.
Essere musulmano è semplice perché in fondo un musulmano non sarebbe altro che una persona che adempie a quelli che vengono considerati i 5 pilastri della fede: la preghiera rituale, il pellegrinaggio una volta nella vita, l’elemosina obbligatoria, la professione di fede e il digiuno nel mese di Ramadan. E non si tratta di vezzi.
C’è in proposito una meravigliosa spiegazione, con parole familiari all’Occidente, del professore egiziano Hassan Hanafi, che incollo:
“Secondo noi musulmani, pregare non è solo un movimento effettivo del corpo, ma una concentrazione sul cuore come valore. Digiunare non non significa semplicemente astenersi dal cibo durante il giorno per ragioni sanitarie, ma è l’affermazione morale dell’esistenza del povero. Condividere i propri beni (attraverso l’elemosina) non significa soltanto redistribuzione materiale della ricchezza, ma purificazione morale del ricco. Infine, il pellegrinaggio non è solo un viaggio verso un certo luogo in un certo tempo, ma l’incontro annuale degli uomini per condividere le esperienze comuni e prendere le decisioni collettive.”
Aldilà del rischio di generalizzare in chiave buonista, l’obiettivo nel breve termine è depurare il dibattito dall’odio islamofobico e vaccinare il più possibile il prossimo. Tuttavia come semplici europei – paradossalmente visto il clima da post 11/9 che sta montando – il nostro contributo può essere proprio quello di aiutare i musulmani a plasmare la loro identita, che del riferimento all’Islam non può fare a meno oggi e forse anche domani. Che diventi una identità condivisa, oltre confine, anche con una pretesa di universalismo: solo così c’è la possiblità che contagi le sacche di islam ‘malato’, letteralista e anacronistico.
Sono sempre stato convinto che il Corano – che io ho letto solo in italiano e che in arabo ho compreso solo in minima parte – sia un libro straordinario, il cui insito patrimonio andrebbe spiegato anche qui. Penso sia un libro irrinunciabile. Anzi, sono arrivato a pensare, estremizzando i concetti al massimo, che in virtù della sua potenza e della sua profondità, il Corano sia tanto nocivo per chi non ha letto e non leggerà mai null’altro quanto sublime, illuminante, prezioso per chi è alfabetizzato e ha una sufficiente apertura mentale. Può rivelarsi un’arma pericolosissima per chi non ha strumenti e allo stesso tempo la migliore medicina dell’anima per chi ce li ha.
Ci sono molti, moltissimi religiosi musulmani (il primo fu il sunnita, ripeto SUNNITA a coloro che parlano a sproposito di guerra sciita-sunnita, Al Dusairi, che invito’ alla formazione di milizie contro l’Is) che in queste settimane stanno rischiando la vita in Iraq nei modi più indicibili – roba da film – e che non vengono mai menzionati dai media, trattati come minoranze a fronte dell’imam di San Donà che vien dipinto come il capo dell’Umma in Italia (peraltro il Segretario del Consiglio di Cooperazione islamica un paio di giorni fa ha condannato pubblicamente isis).
Ieri su La7 si è montato un dibattito di due ore su questo, sul fatto che “i musulmani non condannano”. Due ore di dibattito sull’IS in cui, en passant, si è stati capaci di non menzionare mai nemmeno di sguincio chi è che li combatte e li ha sempre combattuti, a prescindere dal loro nome (l’Iran, ma non si può dire che l’Iran agisce nel modo giusto se è uno sponsor di Hezbollah ed è una Repubblica islamica!) e chi li finanzia o li ha finaziati (petromonarchie a fasi alterne, con menzione particolare per Ryad, non solo per palese identità dotrinaria).
Sarebbe stata l’unica operazione pragmatica in una serata ispirata al più becero chiacchiericcio allarmista e perentorio, che visto con gli occhi del normale musulmano assume contorni e toni speculari al discorso e all’immagine della realtà wahabita cara ai criminali che infestano il mondo islamico.
Ci vorrebbero meno tuttologi e più specialisti – sinceramente interessati alle dinamiche di un mondo così diverso, interessati a questo mondo, alla sua spiritualità, alla sua profonda diversità e NON all’idea, che deve essere al limite successiva, di doverlo cambiare – perché la disinformazione su questi temi di importanza Globale provoca dei danni diretti a noi stessi senza che ce ne accorgiamo.
Ci avveleniamo lentamente, mentre la necessità impellente è quella di trovare, mantenere dei punti di contatto e fertilizzarli. Sarò in controtendenza e forse fuori dal mondo ma al netto di una doverosa preparazione di base, chi si occupa di Medio oriente (che io chiamerei mondo islamico, e non per affermare che vi siano solo musulmani, ovviamente, ma il termine MO è discutibile) dovrebbe, in futuro, appartenere a una categoria sganciata dagli Esteri propriamente detti. Forse il clima migliorerà.
Insha’allah إن شاء الله

Ps un libro che ogni italiano digiuno di mondo musulmano dovrebbe leggere è “Un destino parallelo: la storia del mondo vista attraverso lo sguardo dell’islam”, dell’afghano Tamim Ansary, utile a comprendere perlomeno il fatto che non possiamo considerare la nostra narrazione della storia come una narrazione universale. Cito un passo fondamentale del libro, che credo si trovi ancora in qualunque Feltrinelli.
“L’islam è una religione, come tutte le altre, con una serie di idee e di pratiche relative alla morale, all’etica, a Dio, al cosmo e alla morte.
Ma allo stesso tempo potrebbe essere inserito in una classe completamente diversa, che include il comunismo, la democrazia parlamentare, il fascismo e così via, poiché l’islam è anche un progetto sociale, un’idea di come dovrebbe essere gestita la politica e l’economia, con un sistema legale, civile e penale tutto suo.
Ma l’islam può anche essere inserito all’interno di un’altra classe ancora, che include la civiltà cinese, indiana, occidentale e così via, perché esiste un intero universo di manufatti culturali […] che può essere definito propriamente islamico.

O l’islam può essere visto come una storia mondiale parallela a tutte le altre, le quali si contaminano reciprocamente. Visto in questa luce, l’islam è una vasta narrazione che si dipana lungo i secoli, ancorata alla nascita di quella prima comunità alla Mecca e a Medina quattordici secoli fa.”

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Un commento alle parole di Di Battista su Isis

Tornato dal Cairo, ho subito letto il post di Alessandro di Battista sull’Is, per il quale è stato massacrato dalla totalità dei media e da tutto lo spettro politico italiano. Una unanimità degna della Corea del Nord.
Io non ho mai votato M5S e credo che per molti motivi non lo farò nemmeno alle prossime elezioni. Li ho spesso criticati, anzi certamente li ho criticati più di quanto (assai raramente) li abbia elogiati. Alcune cose, però, vanno dette, dato lo sconcertante piattume e la deprimente banalità dei commenti – anche illustri – scaturiti dopo il suo articolo.
L’approccio di Alessandro Di Battista verso alcune questioni che la totalità dei media e dei politici trattano in modo becero e superficiale a me pare quasi corretto. Il problema è, come in altre questioni che gli M5s toccano, la conoscenza specifica di ciò di cui si parla o si commenta. Ho letto il suo post e la ricostruzione storica mi sembra più o meno corretta. Non sono teorie del complotto tipiche dei grillini.
E’ vero che l’Isis rivendica il controllo di un territorio disegnato a tavolino dalle potenze occidentali e sfrutta l’argomento religioso come fattore teoricamente unificante, mettendo in discussione paesi artificiali costretti da sempre a fare i conti con istanze identitarie forti (sia etniche che religiose, e mi pare che lui confonda le due cose) e spinte centrifughe. Paesi, aggiungo io, che in ogni caso sono complessi da governare senza scontentare nessuna minoranza. Paesi multietnici, molto diversi dai nostri.
Di Battista, però, si contraddice (e mi fa pensare che abbia alcune idee confuse in merito, ma non più confuse di gran parte dei politici più navigati) perché nel legittimare in qualche modo le istanze dell’Isis parla della necessità di assecondare la formazione di stati su base etnica.
Esattamente il contrario di ciò che vuole Is, movimento takfirita che trascura volutamente il fattore etnico in favore di quello religioso, che in ogni caso è strumentalizzato (non vi sono “dotti” musulmani nell’Is, né, al di fuori di esso, ve ne sono di rilevanti che hanno legittimato l’operato dell’Is. Ieri, ad esempio, è giunta anche la condanna del Grand Mufti saudita!).
Io, da parte mia, cerco sempre di distinguere tra i diversi soggetti islamici, non assecondo l0approccio islamofobico largamente utilizzato dai media, secondo cui qualunque movimento che faccia riferimento ad Allah è un movimento terroristico.
Questo anche perché – e non si tratta solo di un problema semantico – “terrorista” è innanzitutto un termine vuoto: il terrorismo è una tecnica militare, un modo di condurre operazioni (colpire civili per dissuadere i governanti), peraltro molto utilizzato anche in tempi recenti da varie amministrazioni di Paesi presunti campioni di democrazia.
Prima di proseguire, devo premettere che ho scritto dell’Isis fin da quando si chiamava Aqap o ancora prima, quando i suoi componenti si dedicavano al jihad globale con Al qaeda, quanto di peggio si possa scrivere (e ritengo non si debba dare troppo peso al “divorzio” Is-Al Qaeda perchè il riferimento rimane lo stesso cosiì come la “lotta idelogica”). Lo facevo quando Al Qaeda non era ancora un pericoloso “brand” come è ora, ma era una struttura più o meno identificabile (e conosciutissima tra le amministrazioni occidentali o meglio americane).
Perché banalmente – e semplificando – la logica “del dialogo” cui Di Battista allude con qualche imprecisione e con un po’ di avventatezza l’avrei adottata con attori statali come l’Iran, che è stato il primo paese al mondo a combattere Al Qaeda e quelli che ora sono i suoi eredi su base “localista”, come l’Is appunto.
O con gruppi come Hezbollah e Hamas, che le cancellerie occidentali equiparano pericolosamente ad Al Qaeda e che invece non condividono alcun obiettivo con essa (molti ricorderanno come i media trattarono D’Alema, quando andò a incontrare una delegazione di Hezbollah).
Le aree controllate da Hezbollah in Libano subiscono attentati qaedisti con altissima frequenza da anni, attentati spesso confinati tra le “brevi” nei giornali.
Eh sì, perché sarebbe problematico approfondire le relazioni (e le relative contraddizioni) che intercorrono tra Ryadh, Tel Aviv, Al Qaeda (che infatti non colpisce Israele e considera l’Iran il nemico numero uno…proprio come fanno Israele e l’Arabia saudita),Teheran e di riflesso Beirut, nella sua componente sciita. Parlare o legittimare movimenti come Hezbollah, nemica di Israele, e Hamas, è di fatto un tabù.
Tuttora, in Iran, ci sono e operano movimenti qaedisti come Jundullah, che conducono attentati contro il Balucistan iraniano, e che in passato sono stati finanziati dalla Cia e dal Mossad (perché l’obiettivo, fino ad Obama, era il “regime change”, pratica da abolire), le quali pensavano potessero indebolire l’Iran, ignorando il fatto che essendo qaedisti poi si sarebbero potuti riciclare anche in situazioni come quella che vede l’Isis protagonista.
Solo che, appunto, si è scelto di continuare su altra via, sia per la nota solidarietà occidentale a Israele, sia per la compromissione con Ryad, sia a causa di una rodata logica islamofobica.
L’Is a mio avviso è un manipolo di criminali e basta. Un fenomeno speculare a quello mafioso In occidente, che agisce dove lo Stato è debole, ma con le sue specificità sia in termini di metodo che ovviamente di merito, visto che parliamo di un contesto alquanto differente.
Mi pare ovvio che Di Battista pecchi di ingenuità, se non altro perché, anche ignorando la drammatica situazione attuale in Iraq, è proprio l’Is a non voler dialogare con nessuno, oggi.
Gli bastano i soldi che ricevono dai principi nel Golfo (ricchezza stimata nelle mani dell’Is: 2 miliardi di dollari), principi che fanno affari con Washington e che fanno riferimento – più o meno ufficiosamente – alla Casata Reale degli Al Saud (che finanzia questi gruppi per tenerseli lontano da casa, visto che aldilà dell’identità dottrinaria wahabita anche il governo saudita è considerato Illegittimo dai militanti Isis, che appunto richiamano l’idea raffazzonata e anacronistica del califfato su tutto il mondo arabo-islamico), da sempre alleati della Casa Bianca.
Quelli dell’Isis non sarebbero mai esistiti se il console americano Bremer, nel momento di concepire l’assetto del nuovo Iraq “democratico”, non avesse assecondato l’idea folle di favorire l’emarginazione della componente sunnita (per tacere dello smantellamento dell’esercito, in passato uno dei più potenti del Medio Oriente, ma che oggi manca addirittura di una forza di aviazione), dando agli sciiti la ghiotta occasione di vendicarsi politicamente dopo gli anni di Saddam in cui erano stati fortemente discriminati, repressi e costretti all’esilio, perlopiù in Siria.
E il capitolo repressioni degli sciiti andrebbe aperto, visto che in occidente siamo tanto sensibili alla repressione delle minoranze, ma lo siamo un po’ meno quando queste minoranze erano e sono gli sciiti (i primi obiettivi dell’Isis, essendo a loro avviso dei “falsi musulmani”) in varie parti del mondo arabo e repressi anche da parte di dittatori formalmente laici (come lo era Saddam).
Oggi l’IS c’è e ha la possibilità di attrarre nuove reclute, purtroppo.
Andrebbe certamente rafforzata la cooperazione militare coi pashmerga, ma soprattutto bisognerebbe porsi il problema di come evitare che movimenti del genere ottengano nuovamente consenso in qualche modo. E, soprattutto, cambiare radicalmente posizione nei confronti di Iran, Israele e Arabia Saudita.
Di Battista sarà ingenuo, sarà stato un po’ avventato, ma ha fornito un approccio diverso che con soggetti diversi dall’Is si sarebbe dovuto adottare da tempo, se non fosse per una classe politica e buona parte dei media imbarazzanti su questi temi.
Media e politici che hanno riciclato per giorni gli stessi slogan diffamatori contro Di Battista, senza mai entrare nel merito, mettendolo, secondo me, anche parzialmente in pericolo e rivelando una insospettabile e bipartisan compattezza di opinione (ma dovrei dire di slogan). “Ci vada lui a parlare con l’IS”, oppure “Di battista apre ai terroristi”: non sono commenti uditi al bar della Stazione Termini. Sono i titoli dei principali giornali italiani.

Terrorismo che vieni, Terrorismo che vai. Sconfiggere Isis con il linguaggio

In tempi di veri o presunti ‘allarme terrorismo’, di veri o presunti stati di emergenza, di vere o presunte necessità di tutelare l’interesse nazionale (che ha sempre meno confini…), i Paesi occidentali da prassi tendono ormai a sospendere le garanzie costituzionali e a limitare straordinariamente la portata e l’estensione dei Diritti. Il mondo ne ha preso globalmente atto dopo l’11 settembre, quando negli Stati Uniti si varò il Patriot Act.
E ne continua a prendere atto anche in questi giorni, visto che i raid aerei sulla Siria violano in ogni caso il Diritto internazionale nel nome di una minaccia definita globale, anche se dal punto di vista militare ovviamente non lo è.
Qualche giorno fa l’Australia ha approvato una legge che prevede la possibilità di arrestare i suoi cittadini che si recano in Siria, anzi “che si recano nelle aree definite Off Limits dal Ministero degli Esteri australiano”. Le legge contempla un massimo di 20 anni di carcere (anche l’ergastolo, in realtà, per coloro i quali si rechino nelle suddette aree – tra cui la città di Raqqa – “con il proposito di combattere”) e sarebbe interessante capire come sia possibile distinguere combattenti da “terroristi”, siro-australiani che tornano a casa per condurre quella che ritengono una Rivoluzione contro un regime da tagliagole senza alcun radicamento sul territorio; o addirittura ‘sinceri democratici’ (come d’altronde erano molti partigiani o volontari della guerra di Spagna) da pericolosi fanatici, ammesso che l’essere fanatico sia di per sè un reato (lo è certamente se si usa la violenza).
Sarebbe utile anche cercare di comprendere su quali basi giuridiche poggi la legge, che rischia di essere perlomeno emulata anche perché fatta passare dai media come sacrosanta (o ovvia), in tempi di guerra al terrore 2.0.
Dal punto di vista legale, come è possibile operare distinzioni? E quale reato si configurerebbe? Esiste o si vuole creare il reato di “jihadismo”? E se io volessi recarmi in Siria, nei territori definiti dal Ministero degli Esteri australiano “Off Limits”, a mio rischio e pericolo, magari sostenendo indirettamente una delle parti in conflitto con il mio lavoro, anche non facendo uso di armi? E come dimostrare che le ho usate, le armi? Impossibile stabilire tutto ciò, perché l’equivoco è alla base.
Aldilà di tutto, questa legge è una delle tante conseguenze indirette dell’utilizzo di un linguaggio storicamente inadeguato nel racconto delle vicende mediorientali dell’ultimo secolo, attraverso il quale si è finito col cambiare deliberatamente il senso delle parole. A cominciare da “Terroristi”, sulla quale sarebbe possibile scrivere una intera enciclopedia.
Come fa, nella fattispecie un australiano, a dimostrare di non essere un “terrorista”? Cos’è un terrorista? La bontà o la condivisione dei motivi della sua condotta cambiano il suo status o no, rendendolo un ‘terrorista’ “buono” o addirittura conferendogli la più neutra definizione di combattente/miliziano?
L’enciclopedia Treccani recita: “TERRORISMO: L’uso di violenza illegittima, finalizzata a incutere terrore nei membri di una collettività organizzata e a destabilizzarne o restaurarne l’ordine, mediante azioni quali attentati, rapimenti, dirottamenti di aerei e simili”.
La Società delle Nazioni, antesignana delle Nazioni Unite, definiva il terrorismo come ”fatti criminali diretti contro lo stato in cui lo scopo è di provocare terrore nella popolazione o in gruppi di persone”. Insomma, è anzitutto più un aggettivo che un sostantivo in sè. Il terrorismo è una condotta, non un soggetto, e questo andrebbe sempre tenuto a mente.
Ora, fuor di demagogia, chiunque abbia aperto un libro di Storia contemporanea si sarà accorto che nelle due definizioni proposte possono rientrare anche soggetti statali, e che questi soggetti statali in buona parte dei casi erano o sono delle democrazie liberali più o meno compiute.
Dico “fuor di demagogia” perchè oggi fare una simile precisazione suona un po’ come definire ‘terroristi’ molti dei governi occidentali, o perlomeno è percepito come tale. Ma è utile, eccome se è utile: perché mentre nel nostro vocabolario e nei nostri meccanismi di comprensione entra stabilmente la parola “terrorista” – come sostantivo invece che come aggettivo -, nel mondo musulmano, a cui sempre più si tende ad associare questa parola come se ne costituisse una insita caratteristica, avviene da tempo un processo inverso, che è peraltro una delle manifestazioni del senso di rivalsa nei confronti dell’Occidente. E le società civili – molto più che i governi – del mondo occidentale e di quello musulmano si polarizzano sempre di più.
Per tante persone – del Popolo, delle Elites o di qualunque altra fascia sociale rilevante – “terroristi” sono gli Stati Uniti, la Francia, l’Inghilterra e compagnia, sia per quel che è accaduto durante il colonialismo che dopo.
Se c’è un argomento unanimemente condiviso nei Paesi del mondo musulmano – dai più ai meno democratici, tra gli ‘oppositori occidentalizzati dei regimi’ e tra i ‘conservatori’ o i religiosi – è proprio l’idea che con la loro condotta molti paesi occidentali siano da considerare ‘terroristi’, nel senso “enciclopedico” del termine.
Quello che qui suona come complottismo o demagogia, in alcune zone del mondo può suonare come la più ovvia delle constatazioni, o al limite come l’altra faccia della medaglia di quella tendenza a dare un nome ai fenomeni, specie se ci (e ‘gli’) fanno paura o hanno creato danni in passato.
E’ bene sapere che mentre qui definiamo a cuor leggero “terroristi” svariate categorie di persone non sempre sulla base dei loro comportamenti ma anche sulla base della loro presunta “essenza” (ed escludendone altre che pure hanno gli stessi comportamenti) nel mondo musulmano avviene un processo speculare, in cui l’evidenza storica non è derubricata a ‘curiosità’ o ‘versione alternativa’, ma trattata appunto come evidenza storica; con la cronaca e la narrazione di ciò che è accaduto in quelle aree a supporto dell’idea che l’Occidente sia malvagio e poco affidabile: esattamente gli aggettivi che le cancellerie occidentali tendono ad associare a molti Paesi del Medioriente.
Anche per queste ragioni non sembra opportuno – o meglio porrebbe dei precedenti di cui la logica dovrebbe poi tener conto – definire ‘terroristi’ financo i miliziani dell’Isis. E con ciò non si intende certo sminuire la portata della loro minaccia o addirittura giustificarne le azioni: non basterebbe dire che sono dei criminali, che fanno uso anche di tecniche del terrorismo? E’ troppo poco?
L’Isis rappresenta una degenerazione, all’interno di (e non “di”) un mondo, quello musulmano, tormentato da un secolo (per rimanere alla contemporaneità) di guerre, soprusi e violenza di ogni genere. Una degenerazione che attecchisce dove lo Stato – o chi per lui – è debole o assente.
Allo stesso modo in cui la Mafia rappresenta una degenerazione all’interno del (e non “del”) mondo occidentale, alle prese con la morte delle ideologie contestuale alla maturazione e alla parziale decadenza del modello capitalista, così come alla crescita delle diseguaglianze e alla negligenza/inefficacia delle politiche statali.
E l’Isis – che rappresenta una “idea”, quasi un brand del jihad globale, che sta sostituendo (?) quello di Al Qaeda – non si sconfigge con le bombe, allo stesso modo in cui la Mafia non si sconfigge con le maxi operazioni di arresto. Al massimo la si indebolisce temporaneamente, ed è chiaro che una tale ammissione sia persino più urgente nel caso dell’Isis, che a differenza della Mafia tende a reclutare in modo transnazionale, visto che transnazionale è la sua “lotta”.
L’isis (e i suoi emuli in Africa) si sconfigge con la cultura, l’ammissione pubblica delle proprie responsabilità (da parte dell’occidente) e il dialogo tra civiltà, a tutti i livelli. Iniziando a fare attenzione al linguaggio, che non dovrebbe contemplare un doppio standard che ad oggi è implicito.
Si sconfigge, l’Isis (come la Mafia), anche con il linguaggio – che della cultura è parte integrante -, evitando di usare la parola “terroristi” come sostantivo anziché come aggettivo. Comprendendo quanto sia pericoloso accodarsi ai cori e ai mantra degli islamofobi più celebri, che prendendosi gioco del linguaggio e talvolta della logica, operano discutibili equazioni ed identità, come quelle più volte sentite tra Isis e Hamas, tra Hezbollah e Al Qaeda, eccetera.
Comprendendo che l’Isis – composto sì da musulmani – non è espressione dell’Islam ma una sua strumentalizzazione, che in luoghi dove la religione è elemento centrale delle esistenze è funzionale all’ottenimento di un certo grado di consenso, effettivo o precario.
Che nel lungo termine – anche attraverso il sopracitato dialogo – l’unico antidoto all’Isis e derivati è l’Islam stesso. Quello sano (dove ‘sano’, in questo caso, designa quello che si rifiuta di prendere le armi e usare violenza, più che una specifica scuola al posto di un’ altra), contro quello malato.
Quello che si mette – con i suoi tempi e le sue logiche – lentamente in discussione, che recuperi pienamente il senso dell’Ijtihad e che si apra alla modernità senza il timore di venirne ingoiato, un timore fino ad oggi in molti casi giustificato dall’andamento della Storia. L’antidoto non sta certo nelle bombe, non nella ‘laicizzazione coatta’, non nell’esportazione di un modello politico o di un altro (che prima o poi verrà rigettato), non nelle misure di terrorismo economico come le sanzioni, gli embarghi e quant’altro.
Occorre – nel lungo, lunghissimo termine – lavorare con il mondo musulmano affinchè i Paesi che lo compongono prendano direzioni precise e che maturino in maniera endogena. Per essere più espliciti: lavorare non affinché la Sharia (=legge religiosa, già di suo mutevole e non unica) venga demonizzata e abolita, che in ogni caso non è un qualcosa che spetterebbe a Noi decidere; bensì, concorrere o non impedire il concepimento di una Sharia unanimemente accettata dai musulmani e dalle musulmane, che faccia “sintesi” tra le principali scuole di diritto e ovviamente tenga conto dei tempi e del cambiamento delle società. Sembra utopia ma è in fondo l’unica opzione, che ovviamente avrebbe bisogno di tempo per trovare concretezza (e sarebbe utile un periodo di pace) e richiederebbe un cambio di strategia abbastanza totale.
Un islam (che non è solo uno) che, nelle sue componenti dialoganti, tuttora sta compiendo questo processo di confronto con la modernità, in modi diversi a seconda del contesto.
Un processo che può essere lughissimo – rispedito indietro anche dall’aggressività occidentale, che curiosamente si è manifestata in tutti i contesti tranne che, tutto sommato, in quello saudita, dove la dottrina wahabita intrappola molto più che altrove l’evoluzione dell’Islam stesso a cui si accennava – e che dovremmo imparare ad attendere, abbandonando questo atteggiamento del ‘chi và là’, della “colpevolezza fino a prova contraria”, dell’attesa pruriginosa e invasiva di uno sviluppo ‘auspicabile’ di certe società, meglio se favorevole ai nostri interessi. Anche perché non possiamo certo dire di aver risolto le nostre – che sono SOLO nostre, non dell’invasore – degenerazioni, la più famosa delle quali è certamente la Mafia e i suoi derivati.
Solo che a “Noi”, all’Occidente, non ci “aspetta” nessuno al varco, non c’è nessuno che ci dica in quanto tempo e in che modalità dovremmo fare X o Y (oddio, il Piano Marshall..), magari chiedendoci allo stesso tempo di ascoltare le nostre società civili (democrazia), per definizione conflittuali e a volte ostative delle stesse ‘riforme’ che si chiedono da Occidente per uniformarsi al mondo “civile”.

Hiroshima e Nagasaki

Esattamente settanta anni fa, intorno alle 8.15 del mattino, Little boy fuoriuscì dalla pancia tondeggiante di Enola Gay, che in quel momento sorvolava la città giapponese di Hiroshima. Little boy, pesante 4 tonnellate, viaggiò per centinaia di metri in direzione del suolo, prima di esaurire la sua corsa in un grande fungo fatto di fumo, alto 18 chilometri. Una nube che, vista dall’alto – con gli ‘occhi’ di Enola – era in grado di oscurare alla vista l’intera area di Hiroshima.
Tre giorni più tardi, intorno alle 11 del mattino, fu la volta di Fat Man. Anche Fat Man fuoriuscì da uno stomaco, quello di Bockscar. Anche Fat Man pesava circa 4 tonnellate. Anche Fat Man, iniziò la sua discesa verso terra mentre Bockscar volava alto su Nagasaki, in prossimità della grande fabbrica Mitsubishi. E’ lì che Fat Man voleva atterrare, e ci atterrò. Un boato sordo. Fumo a non finire, grida strozzate, sirene d’allarme, calore, tanto calore, buio, silenzio.
Little Boy e Fat Man si autodisintegrarono all’istante, si dispersero tra le nubi che avevano prodotto. Non esistevano più, la loro esistenza era finita nel momento in cui erano usciti dalle pance statunitensi di Enola e Bockscar. Al posto loro – sotto di loro – però, c’erano i morti: circa 300.000 in totale, perlopiù civili.
Little boy e Fat Man erano ordigni nucleari.
Dal 6 agosto 1945 il mondo prese atto d’essere in grado di auto-distruggersi nel giro di 20 minuti. Gli Stati Uniti decisero di rendere esplicita questa evidenza, e da quel giorno espressioni come ‘equilibrio del terrore’ – atta a descrivere una situazione di ‘pace permanentemente precaria’, costruita sulla certezza di mutua distruzione in caso di attacco – sono divenute familiari pressochè a chiunque.
Sono stato a Hiroshima 16 anni fa, ma mi ricordo tutto come fosse ieri. Le facce degli avventori ‘locali’, straziate dal pianto per un parente morto ormai 4 decenni prima nel modo più atroce: il museo dell’atomica è il grande contenitore della memoria di una tragedia, all’interno di una città ricostruita da zero e destinata a rimanere perennemente ferita.
Nel commemorare il giorno più infausto del secolo per l’umanità tutta, mi auguro che le amministrazioni americane tengano sempre vivo questo ricordo quando interloquiscono con altri membri del Trattato di Non proliferazione a proposito di programmi nucleari. Soprattutto se, nonostante tenui sforzi in direzione dell’auspicato disarmo, gli Stati Uniti possiedono circa 12.000 testate nucleari, tutte molto più potenti di Little Boy e Fat Man.
Dovremmo poi riflettere sul fatto che in Occidente, ormai, i linguaggi e i cliches della comunicazione ci hanno indotto ad associare con sempre più nonchalance la parola ‘bomba atomica’ a paesi che nemmeno la posseggono, o che non l’hanno mai utilizzata.
Invece, tenere vive le implicazioni che si celano dietro a questa parola è utile a ricordarci non solo a quale paese dovremmo unicamente associarla – gli Stati Uniti – ma sopratutto uno dei motivi per cui l’Occidente, e gli Usa capofila, in generale non può permettersi di dare a nessuno lezioni universali di civiltà, di morale, di ‘sviluppo sostenibile’, di tolleranza e di pace.

hir e nag
Auguri Hiroshima, auguri Nagasaki.

Chiarimenti sull’Imam di San Donà del Piave

Premesso che i toni e le parole utilizzate dall’Imam di San Donà non mi piacciono, credo vadano fatte alcune precisazioni. La prima di carattere formale, che però non esaurisce il discorso: la parola ‘yahud’, che in arabo vuol dir ‘ebreo’, non viene mai pronunciata dall’imam. Nemmeno una volta. Poi, altre precisazioni di ‘contesto’.
Gli ignoranti sono ovunque, e finiscono per andare necessariamente e involontariamente d’accordo, a prescindere dalla forma mentis e dalla collocazione politica.
E’ probabile che, al pari di tanti islamofobi, apologeti di Israele e sionisti, l’Imam oltre ad essere un fanatico esaltato confonda “ebrei” e “sionisti” (o peggio, “israeliani”). Paradossale perché questa confusione fa enormemente piacere agli stessi sionisti e islamofobi.
Nel fare questa confusione, poi, l’imam cita inevitabilmente dei passi del Corano e della Sunna, “riattualizzandoli” o riprendendo alcuni discorsi di Muhammad contro gli ebrei.
Discorsi di Muhammad che però – anche questo va detto se interessa capire – non erano affatto di carattere razziale ma esprimevano una ostilità politica.
Infatti, in corrispondenza dell’inizio dell’opera di proselitismo islamico di Maometto a La Mecca, gli ebrei si unirono al potente clan arabo dei Quraysh, che controllava e gestiva il flusso di commerci tra i pellegrini che accorrevano alla Kaaba (quel cubo gigante che oggi è irappresenta il “centro fisico del mondo musulmano”) e ne traeva grandi profitti. Si unirono contro la nascente comunità islamica promossa da Muhammad.
Perché Muhammad “l’anticapitalista” a quei commerci si opponeva, ritenendo inammissibile fare profitti sfruttando la “fede” altrui (altro discorso, forse soprastante, era che quella “fede” pagana, secondo lui non era affatto “fede” ma idolatria) o ‘vendere divinità’.
Infatti, dopo aver affermato che “non c’è altro Dio al di fuori di Dio” e aver annunciato l’avvento dell’ultimo (e a suo avviso definitivo) monoteismo – l’Islam – Muhammad e i suoi seguaci invocarono la distruzione degli idoli della Kaaba. Questo ai Quraysh (anche verso di loro l’odio di Muhammad era solo politico, visto che lui stesso era nipote di un Quraysh) ovviamente non andava bene.
E nemmeno agli ebrei, che traevano anch’essi vantaggio dai commerci e non vedevano di buon occhio l’affermarsi di un altro monoteismo. In quel periodo, in pochi anni, migliaia di persone abbandonarono volontariamente (siamo nel periodo precedente all’Egira) culti pagani per abbracciare l’islam.
Insomma, i commerci alla Kaaba crollarono e coloro che ne beneficiavano maggiormente iniziarono ad esprimere aperta ostilità nei confronti di Muhammad e dei suoi seguaci, che aumentavano giorno dopo giorno.
Iniziò una guerra, e un lungo periodo di fuga e clandestinità per la “crew” di Muhammad, che infatti trovò più tardi rifugio a Yathrib (per poi ritornar a La Mecca), ribattezzata per questo Madinat-al-Nabi (città del Profeta, oggi semplicemente Medina), dove diede vita all’Umma, la comunità musulmana che oggi vanta circa 1,8 miliardi di fedeli.
Di lì in poi si dipanerà la storia delle società musulmane, per lungo tempo “raggruppate” sotto i califfati. Dove gli ebrei e i cristiani, pagando la jizya, hanno per centinaia di anni vissuto in pace con i musulmani.
Detto questo, torniamo all’Imam, che molti media trattano come un Capo del Mondo, quando si tratta invece un esaltato di quartiere come ce ne sono ovunque. Uno che per mancanza di fantasia ha ripreso alla buona le parole di Muhammad e le ha riutilizzate in tutt’altro contesto.
A questo proposito va aggiunto che nell’islam (sopratutto quello sunnita, che comprende il 90% circa dei musulmani sul Globo) non esiste un clero come nel cristianesimo. Ul ruolo ‘direttivo’ in senso religioso è svolto dagli esperti di diritto (faqih, fuqaha al plurale), mentre gli Imam come quello di San Donà del Piave hanno la sola funzione di guidare la preghiera e predicare. Questo anche ignorando che si sta parlando di un Imam – di cui non conosco il grado di istruzione, religiosa e non – di un paesino di 30000 abitanti o giù di lì.
E’ inquietante sopratutto l’allarmismo attorno alla questione in questo momento, nei giorni dell’assedio di Gaza. Giorni in cui ogni occasione è buona per stimolare subdolamente nello spettatore ignaro l’incessante timore di una “minaccia islamica” e improbabili collegamenti tra antisemitismo e antisionismo, tra resistenza armata (di Hamas) e takfirismo (dell’Isis) o semplicemente tra musulmani e terroristi antisemiti, e quindi anche tra quello che dice un imam di provincia in Italia e quello che fanno altri musulmani a Gaza. Immaginate cosa si sarebbe detto se ci fosse stato un immigrato palestinese, in quella “moschea” di San Donà.
Un allarmismo che ha in questa occasione visto la sua prima manifestazione nel generale disinteresse per la traduzione delle parole dell’Imam, tra le quali non compare “Yahud”, cioè “ebreo”. Ripeto, è curioso che color che dedicano prime pagine ad un esaltato di provincia non si accorgano che la parolina magica non viene pronunciata. E che non lo precisino, ovviamente.
Sarei sostanzialmente d’accordo con l’emarginazione dell’Imam di San dona, in presenza di prove certe di incitamento all’odio religioso. Però gradirei più attenzione e profondità, invece che il solito sensazionalismo. Perché l’attenzione e la profondità possono anche contribuire a contestualizzare gli eventi e a spiegarli, anche per poterli poi condannare con cognizione di causa, se è il caso di condannarli.
Gradirei poi che questa logica fosse adottata nei confronti di tutti, come ad esempio degli esponenti della Lega Nord che in “incitamento all’odio” sono specializzati da anni. Solo che lo fanno contro verso i musulmani, che probabilmente possono essere odiati.