Scudi umani e umani con lo scudo

All’interno dell’odiosa competizione a chi disinforma di più sul conflitto israelo-palestinese, i fanatici dello “scontro di civiltà” pongono una questione a loro avviso decisiva, ineludibile, preliminare rispetto a qualunque ragionamento sul tema: quella, appunto, della (presunta) civiltà.

“In una qualsiasi guerra tra l’uomo civilizzato e il selvaggio, state sempre dalla parte dell’uomo civilizzato. Supporta Israele, sconfiggi il jihad”. Questo non è solo un agghiacciante slogan, MA una frase che circa due anni fa aveva iniziato a campeggiare su alcuni cartelloni affissi sui vagoni delle metro nelle principali città americane, prima tra le quali San Francisco. Nei mesi precedenti la “American Freedom Defence Initiative”, cioè l’organizzazione responsabile della pubblicità, si era battuta perché essa potesse fare capolino nei principali punti di snodo urbano delle metropoli a stelle e strisce.

La “American Freedom Defence Initiative” (AFDI) è stata fondata nel 2010 da Pamela Geller e Robert Spencer e può essere trovata anche sotto altri acronimi, come SIOA: “Stop islamization of America”. Si tratta, per chi non lo avesse capito, di una organizzazione islamofobica e razzista, nonostante i suoi fondatori affermino che essa sostiene “i diritti umani e la libertà di espressione”. La Southern Poverty Law Center (SPLC), storica organizzazione no profit nata negli anni ’70 e celebre per le numerose battaglie legali (vinte) contro il razzismo e i suoi promotori, inserisce la AFDI tra gli “hate groups”.

Lo slogan sopra citato non è solo un chiaro strumento d’odio. E’ il simbolico bunker dentro al quale si nascondono tutti coloro che fanno della questione israelo-palestinese una questione di civiltà, e per cui ritengono doveroso il sostegno incondizionato alle modalità con cui Israele implementa il suo “diritto alla difesa”. Un’armatura dialettica, che nasconde un sentimento di superiorità antropologica- culturale.

Dopotutto, più della metà dei cittadini israeliani sono a tutti gli effetti cittadini occidentali, ebrei di varie nazionalità perlopiù europee. Per queste persone, Israele continua ad essere quello che nella loro concezione è sempre stato: un paese “sentinella” in Medio oriente, un “polo di civiltà” in un mondo da educare. In un mondo selvaggio.

Uno degli argomenti più utilizzati a sostegno di questa tesi è quello dei cosiddetti “scudi umani”. Secondo le autorità israeliane, i gruppi di resistenza palestinese, come Hamas, sollecitano deliberatamente e regolarmente gli abitanti di Gaza ad agire come “scudi umani”, come barriere in carne ed ossa fra i missili e “l’obiettivo”, durante i bombardamenti delle Israeli Defence Forces (Idf) sui centri abitati.

L’assunto di fondo sarebbe che “i palestinesi (i più razzisti allargherebbero il discorso parlando di “arabi musulmani”, i più politically correct parlerebbero invece di “simpatizzanti di Hamas o dei “terroristi”) danno alla vita un valore diverso, minore di quello che gli conferirebbe un occidentale”.

Un assunto che poi – ai loro occhi – concorre a sminuire o a gettare ombra sulla autenticità delle immagini che arrivano da Gaza, sulla quantità di morti e sul fatto che essi siano attribuibili alle bombe delle Idf sui centri abitati più che alla perfidia e all’imprudenza di Hamas.

Il refrain è sempre lo stesso: “Se Hamas non dicesse ai gazawi di agire da scudi umani ci sarebbero molte meno vittime, ma Hamas non ha alcun interesse per i palestinesi e per la loro vita”. E si legittimano automaticamente operazioni militari da parte di Israele, come l’ultima a cui abbiamo assistito, denominata “Protective edge”. Evidenziando, ancora una volta, la “civiltà” delle Idf, che proprio per la loro natura antropologica hanno la sensibilità di avvertire i residenti di Gaza prima di bombardarne le abitazioni.

Ciò avviene in due modi: con una comunicazione telefonica (sms o chiamata) o con un missile di avvertimento, sparato vicino all’obiettivo previsto circa un minuto prima del secondo razzo, quello preposto a distruggerlo.

Da quel momento in poi, praticamente ogni morto durante un bombardamento viene inscritto nella categoria “scudo umano”: quella persona aveva il tempo di scappare, e invece si è arrampicata sul tetto del palazzo da distruggere, perché probabilmente qualche temibile autorità di Hamas lo ha costretto a farlo nel nome di una qualche oscura e spietata idea di martirio. Ma cosa sono, in realtà, questi scudi umani? E qual è il motivo della loro esistenza?

Prima di fornire una risposta, è opportuno citare due episodi dei giorni scorsi. Il primo, ritratto in uno dei tanti video diffusi su Youtube dalle Idf, mostra quella che secondo loro è la “dinamica” degli scudi umani. Viene sparato il solito colpo “di avvertimento”: a questo punto, alcuni residenti si danno alla fuga; altri si arrampicano sul tetto, una pratica che dagli autori del video viene descritta deliberatamente come “acting as human shields”.

Tutto quello che si vede con un occhio non obnubilato dal disprezzo, in realtà, sono persone che stanno per perdere la propria casa e che, confidando paradossalmente proprio in quella proverbiale “civiltà” israeliana, salgono sul tetto agitando le mani nella speranza che venga risparmiato l’intero palazzo. Nessuno potrebbe averli obbligati, se non la loro coscienza e la loro condizione disperata.

Da occidentali abbiamo dimenticato cosa significhi vivere in un luogo in cui la guerra è la norma. Forse, hanno in un certo senso ragione gli islamofobici: il valore della vita, per i palestinesi, è diverso. Ma non, come impudentemente credono, per ragioni antropologiche.

E’ diverso perché se si vive in guerra, se non esiste una sola persona senza un amico o un parente morto ammazzato, se in molti casi si ha pochissimo da perdere e la certezza di non avere un futuro, se si vive in ampie aree in regime di apartheid, ci si spinge più volentieri oltre i limiti. Per disperazione.

E’ molto semplice, quanto pretestuoso e profondamente sbagliato chiamare in causa la “cultura del martirio”, che pure esiste nella secolare e variegata tradizione islamica, per spiegare il fatto che una persona sacrifichi la sua stessa vita sul tetto di una palazzina, senza peraltro recare alcun danno al nemico.

Quello che la “cultura del martirio” – che andrebbe spiegata a fondo e che in realtà, volendo semplificare, altro non è che il nostro concetto di “essere disposti a morire per qualcosa”, qui divenuta per ovvi motivi una nozione largamente metaforica – può al limite aiutare a fare, è accettare più serenamente questa prospettiva, nel nome di una eventuale vita ultraterrena. Ma non la spiega di certo, questa prospettiva: il motivo rimane la disperazione, e forse a volte la malriposta fiducia nel fatto che un palazzo con delle persone che si agitano sul suo tetto possa essere risparmiato dai bombardamenti.

Il sospetto è che il confine tra “disperato gesto” e “volontà di martirio” venga stabilito a piacimento da alcuni media, e nella fattispecie laddove i protagonisti siano di fede musulmana. In questo caso, il fatto che delle persone si immolino su un tetto che, come farebbe ogni essere umano, sperano possa essere risparmiato, viene automaticamente attribuito al fatto che “per l’islam la vita ha un valore diverso”, o addirittura minore.

Non è superfluo ripeterlo: nessun essere umano nasce cattivo, e in ogni caso può diventarlo più facilmente proprio se vive in “cattività”. Che è esattamente la condizione di gran parte dei palestinesi da 70 anni a questa parte.

Quanti di noi, davanti alla prospettiva di vedere distrutto il proprio palazzo da forze ben identificabili (e in grado di identificare), proverebbero a salire sul tetto nel disperato tentativo di disincentivarle? Credo molti di più di quanto si possa pensare. Solo che lo stato di guerra, per noi occidentali, è una condizione lontanissima nel tempo.

Chi vede il video diffuso dalle Idf, sarà spinto a chiedersi con una certa sicumera perché quelle persone non tentino di scappare come le altre. Come se il provarle tutte, il restare irrazionalmente attaccato alle poche proprietà che si hanno, il tentare di stimolare nel nemico compassione, pena o rimorso fosse una colpa. Una colpa addirittura maggiore di quella di uccidere, di distruggere una casa nella convinzione – giusta o sbagliata – che dentro vi sia un “terrorista”. Come se farsi distruggere la casa fosse doveroso, e mettersi in fuga una naturale e ineludibile conseguenza, pena una giusta morte. E’ chiaramente la prospettiva di chi questo pericolo non lo ha mai vissuto, ne’ ha avuto mai la volontà di mettersi nei panni di chi invece lo vive nel quotidiano e che man mano vede modificarsi la sua percezione dei rapporti umani, del tempo, del dolore, della vita stessa.

Una persona che si immola davanti ad un obiettivo, che prova irrazionalmente a impedire un bombardamento sulla sua casa o sulla sua città, è una persona disperata che prova a resistere con i mezzi che ha. Cioè nessuno, tranne la sua vita. Il problema, se non parlassimo di conflitto israelo-palestinese, dovrebbe essere il bombardamento di una abitazione, e non i motivi – più o meno ancestrali – per cui i suoi residenti siano disposti a salire sul tetto per non vederla bombardata, anziché fuggire. Definire queste persone “scudi umani”, anche nel caso in cui un fantomatico Capo di Hamas li inducesse in qualche modo (?) a farlo, è una operazione deprecabile.

Il secondo episodio riguarda invece gli israeliani, e potrebbe essere speculare al primo. Il 10 luglio sui social media viene diffusa una foto scattata a Sderot, nel sud di Israele vicino al confine con Gaza. Ritrae un gruppo di israeliani sistemati su delle sedie in una radura che guarda verso la Striscia di Gaza.

Non è una sera qualunque: sono infatti in corso i bombardamenti delle Idf su una delle città più densamente abitate al mondo, Gaza city appunto. Quello di Sderot è a tutti gli effetti un cinema all’aperto. Dai sorrisi degli astanti si evince un’atmosfera gioviale, sullo sfondo dei boati delle bombe. Infatti l’autore della foto, Alan Sorensen, afferma che ad ogni esplosione gli spettatori applaudono, mentre a pochi chilometri da loro ci sono persone che si ritrovano senza le mani per poterlo eventualmente fare, e molte altre che muoiono sul colpo. Più di cento i morti in due giorni e mezzo e più di 500 i feriti secondo una media delle stime circolate in rete.

Eppure Sderot, 25000 abitanti, è la cittadina israeliana “celebre” per essere l’obiettivo più semplice per i missili Qassam di Hamas, che hanno una gittata massima di 15 chilometri. Le persone che affollano il cinema di Sderot farebbero quindi molto meglio a mettersi al sicuro, vista la situazione. E invece si godono lo spettacolo tranquilli sulle loro sedie.

Ovviamente, menzionare questo episodio non significa affermare che i cittadini di Sderot vivano in tranquillità, protetti da Iron Dome e dai sistemi di difesa israeliani. Una decina di persone sono morte qui dal 2004.

L’immagine di queste persone accampate e sorridenti evidenzia però una differenza simbolica: da un punto di vista neutrale, si potrebbe affermare che queste ultime siano imprudenti almeno quanto i palestinesi che salgono sui tetti dei palazzi oggetto di bombardamenti. In linea teorica si potrebbe dire che “non hanno paura di morire perché la vita ha per loro un valore diverso”. Chiunque a Sderot sa che da Gaza e Beit Hanoun possono arrivare i Qassam.

Se però ci si riflette un po’, si capisce che esiste una differenza profonda tra i due casi, che riguarda la condizione dei protagonisti: se i palestinesi salgono sui tetti per disperazione, per “diventare scudo” e guardare la morte negli occhi, gli israeliani che si sistemano sulla radura a Sderot lo fanno perché vivono in tutt’altra condizione, che gli permette dei margini infinitamente maggiori. Addirittura, quelli per scherzare sulla morte altrui e guardarla con i pop-corn tra le mani.

Una scena come quella di Sderot non potrebbe verificarsi in una analoga radura della Striscia di Gaza: se i palestinesi avessero una aviazione, una marina e sistemi di difesa come quelli israeliani, e alcuni di loro si mettessero ad assistere al bombardamento aereo di una città israeliana sistemati su delle sedie in un punto al di fuori del centro abitato, verrebbero facilmente colpiti dai missili teleguidati israeliani, che li individuerebbero all’istante. Le fazioni armate palestinesi, invece, non hanno alcun missile intelligente. Ciò in parte spiega anche perché miliziani di Hamas – che hanno certamente ancora un consenso radicato sul territorio – abbiano la tendenza a sistemare le rampe di lancio dei missili Qassam (piccole rampe trasportabili, i Qassam sono lunghi 70 cm) nei centri abitati: certamente nella speranza di confondersi, e che un certo grado di “remora” colga i bombardieri israeliani, ma sopratutto perché tecnicamente possono trovare riparo.

Se durante una guerra sistemassero le rampe nel deserto, lontano dai centri urbani e visibili come traghetti nel mare dai radar israeliani, sarebbero spazzati via come mosche, proprio in virtù della mancanza di sistemi di difesa e della rudimentalità dei loro armamenti. Questo non vuole essere un argomento che legittimi l’uso di rampe di lancio nella città ma solo una spiegazione tecnica, alternativa ad una improbabile interpretazione messianica di questa pratica. Dal punto di vista di Hamas, in mancanza di bunker e carri armati o jet, l’unico modo per sopravvivere è nascondersi e rendersi meno indivibuabili. Perchè parliamo di una guerriglia, non di un esercito convenzionale.

I ragazzi di Sderot, se non sono potenziali scudi umani, sono perlomeno dei “ragazzi con lo scudo”, che possono permettersi di allestire un cinema all’aperto mentre a pochi chilometri c’è l’inferno. Lo scudo della loro percepita superiorità, prima che di Iron Dome. La cartina di tornasole della disparità tra le parti di un conflitto che appare senza fine. Quelli di Gaza, invece, possono permettersi talmente poco che arrivano ad arrampicarsi sul tetto non per allestirci un cinema, ma per implorare gli israeliani di non bombardarli e Allah di condurli eventualmente a miglior vita. Non c’è nulla di terroristico in tutto ciò.

Quando si parla di una guerra, si dovrebbe smetterla di utilizzare sovrastrutture per spiegare sentimenti che sono assolutamente umani. Essere disposti a morire, a sacrificare la proprio vita per una causa, è un sentimento in principio nobile. La sua nobiltà è però inversamente proporzionale alla frequenza con cui si verifica, perché – specie nella tradizione islamica, che ha sempre elaborato varie concezioni dell’idea di “resistenza”, di “oppressi contro oppressori” in corrispondenza di momenti di difficoltà e/o di aggressione subita – l’esistenza di tanti “martiri” segnala appunto una condizione di disperazione, di ultima istanza e di guerra.

I “martiri” sono sempre lo strumento del più debole in un conflitto, una delle traduzioni pratiche del concetto di “morire sulla via di Allah” nel caso di un musulmano che si trovi in questa situazione. La parte più forte, ai tempi della guerra ultra-moderna, non ha alcun bisogno di queste pratiche. Ed è sulle cause che spingono a resistere in vari modi che si dovrebbe riflettere, non sulla scelta – consapevole o meno – di resistere in un modo o in un altro, anche se si dimostra inefficace e dannoso. Ciò, in alcun modo, significa elogiare il “martirio”, che in ogni caso non può esser altro che il frutto di una scelta personale, più o meno influenzabile, ma personale. Perché anche coloro che salgono su un tetto privi di speranza sulla magnanimità israeliana e convinti di volersi far ammazzare in ogni caso e così accedere all’aldilà, non lo fanno perché sono musulmani e quindi “predisposti” a farlo. Lo fanno perché la loro coscienza, anche religiosa, gli permette – in un triste gioco al ribasso sul valore della propria esistenza – di accettare più serenamente l’ultima possibilità che gli rimane, quella di immolarsi. Non lo farebbero, se avessero il modo di impedire un assedio della loro città via mare, via aerea e via terra.

Tra la foto dei sorrisi a Sderot e le immagini del radar israeliano che mostra persone che come formiche si accalcano sul tetto di un’abitazione prossima alla distruzione, nel disperato tentativo di evitarla, c’è tutta la tragedia di un conflitto che non vede orizzonte. Non solo, c’è anche una allegoria delle rispettive condizioni: un paese sovrano che tiene in scacco un paese a cui non è permessa la piena sovranità. Un paese i cui cittadini hanno la possibilità perlomeno di rifugiarsi all’interno dei bunker, di essere avvertiti dal suono delle sirene al momento dell’arrivo di razzi e di sperare nell’efficacia di Iron Dome, e un paese che non ha altro che dei razzi artigianali, dei muri di protezione e la disperazone di un popolo disposto a tutto, che deve scegliere se scappare da casa lasciando tutti i propri averi e divenendo profugo oppure rimanerci, sperando di esser risparmiato. E forse inconsapevole di essere definito uno “scudo”.

Disposto a tutto perché abituato ad esserlo da uno stato di guerra perpetuo e profondamente sbilanciato a favore di una delle due parti. Disposto al Jihad, allo “sforzo sulla via di Allah” (che altro non è che il tentativo di essere un buon musulmano nella vita di tutti i giorni e, in caso di aggressione, il dovere di “ribellione” all’aggressore), per morire a suo modo di vedere più degnamente. In questo si dovrebbe registrare l’allarmante abbassamento delle speranze di un popolo, non la loro natura “terroristica”.

La “civiltà” che menzionano gli islamofobici d’America e del mondo non c’entra nulla. A meno che non la si intenda come un generico “insieme delle conquiste umane”. Ecco, tra queste conquiste ci sono proprio la dignità, il coraggio, l’attaccamento alla propria terra e il rifiuto di arrendersi a quello che è visto come oppressore, anche in mancanza di strumenti per contrastarlo efficacemente. Tutte conquiste che andrebbero tutelate in maniera preventiva, per non vederle tradursi in desiderio di vendetta, in disperazione, follia. Sono concetti psicologici elementari.

La vera inciviltà è, invece, avere la supponenza di attribuire la morte di qualcuno che si immola su un tetto al modo in cui vive la sua religiosità prima che alle bombe che lo uccidono. La vera inciviltà – promossa da chi è seduto sul trespolo della sua presunta superiorità culturale e della totale estraneità ad una condizione di assedio – è un’altra. E’ dire a chi sta perdendo tutto di accettarlo senza batter ciglio. Per fare spazio alla “vera” civiltà.

La distanza tra l’Ummah e il predone Al Baghdadi

Come scrive lo storico Tamim Ansary, “La storia mondiale è sempre la storia di come “noi” siamo arrivati a questo dato momento e in questo luogo, per cui la forma della narrazione dipende da chi intendiamo con “noi” e di quale “qui” e “ora” stiamo parlando.
La storia del mondo occidentale tradizionalmente presume che il “qui e ora” sia la civiltà democratica industriale (e postindustriale). Negli Stati Uniti esiste un ulteriore assunto, ovvero che la storia mondiale porti alla nascita dei suoi ideali fondanti di libertà, democrazia e uguaglianza e alla conseguente ascesa del paese a superpotenza alla guida del pianeta.
Questa premessa imprime una direzione alla storia e individua un punto d’arrivo alla fine della strada che stiamo attualmente percorrendo. Ci rende vulnerabili alla supposizione che tutte le persone si stiano muovendo nella stessa direzione, anche se non tutti stanno “avanti” come noi – o perché sono partiti tardi, o perché si stanno muovendo più lentamente –, ragion per cui chiamiamo quelle nazioni “paesi in via di sviluppo”.
Tutti amano la democrazia, specialmente se li riguarda personalmente, ma l’islam non è l’opposto della democrazia; “rappresenta semplicemente un universo di riferimento completamente diverso. All’interno di quell’universo può esistere la democrazia, la tirannia, e tutto quello che c’è nel mezzo”.
II leader dell’Isis/Daesh/Stato islamico Al Baghdadi, che ha adottato il nome di “Abu Bakr”, ha scelto palesemente la tirannia, e l’autoreferenzialità.
Dopo la morte di Muhammad, Abu Bakr (il primo califfo dell’islam, suo primo successore per i musulmani sunniti) aveva stabilito che l’islam non era solo un ideale astratto di comunità, ma una comunità di fatto destinata a cambiare il mondo. […] Il calendario di Omar [il secondo califfo dell’islam] incarnava l’idea secondo cui l’islam non era semplicemente un piano per la salvezza individuale, ma un piano di gestione del mondo intero. Molte religioni dicono ai propri seguaci: «Il mondo è corrotto, ma puoi fuggire da esso»,. L’islam, quell’islam, diceva invece ai suoi seguaci: «Il mondo è corrotto, ma puoi cambiarlo».
E’ evidente come il progetto pseudo califfale non sia un modo sostenibile e reale per cambiarlo. E’ però altrettanto evidente che Al Baghdadi pensi al suo omonimo “acquisito” Abu Bakr e al suo progetto “mondialista” quando si rivolge all’Umma, utilizzandone la potentissima retorica. Una Umma, ed è questo uno dei problemi principali, che lui presume lo segua allo stesso modo, con la stessa intensità e lo stesso coninvolgimento con cui lo faceva nei confronti di Abu Bakr la neonata Ummah del 700 d.c. Che peraltro si sarebbe divisa.
Ma ad Abū Bakr ʿAbd Allāh ibn Abī Quhāfa al-Ṣiddīq, questo il nome completo del primo califfo, il mistico Abd al-Wahhab al-Sha’rani in un suo lavoro attribuisce anche la seguente frase, di cui il leader dell’Isis non sembra tener conto, forse approfittando – paradossalmente – proprio di quele parziale”distacco” emotivo, politico e procedurale dell’Umma, che sempre più si affida ai “dotti” e sempre meno alla lettura critica, storica del Corano.
“Quando agisco bene seguitemi, quando mi vedete deviare rimettetemi sulla buona strada”. Ma l’imponente presa di distanza da Al Baghdadi da parte di milioni di musulmani del mondo e di un gran numero di autorità religiose già segnala, a suo modo e con le manifestazioni proprie dell’oggi, il recepimento di questa frase. Un recepimento che Noi dovremmo mettere in evidenza. Solo che molti fanno finta di non capirlo.