Combattere Al Qaeda e Isis (non solo in Iraq) dalla parte giusta

“Quelli dell’Isis non sono altro che un gruppo di hooligans. Sanno bene che noi non scherziamo (..), sanno cosa può accadere se l’Iran interviene, ed è anche per questo che conducono le loro sporche azioni con tanta fretta. Quindi no, non dovremmo preoccuparci che facciano qualcosa di ulteriormente stupido. E se sono abbastanza folli da avvicinarsi ai santuari (di Karbala e Najaf, ndr) devono esser consapevoli di doversi preparare a tutto: attacchi, raid, battaglie, massacri. Tutte le opzioni sono sul tavolo”. Com’è facile intuire, queste non sono le dichiarazioni di un americano. A parlare è un ex diplomatico iraniano. E’ però probabile che le sue vedute siano condivise anche da buona parte dell’attuale diplomazia di Teheran.

In Iraq imperversa lo Stato islamico della Siria e dell’Iraq (Isis), che viene da ovest (Siria) ma punta pericolosamente sempre più a est. Il premier iracheno Nouri Al Maliki l’11 giugno ha dichiarato lo stato di emergenza e ha chiesto all’Onu e all’Ue di “sostenere la guerra al terrorismo dell’Iraq”. E’ lì (e a Baghdad) che – si teme – i miliziani dell’Isis vogliono andare, nel loro inarrestabile cammino verso un imprecisato e personale califfato che non ammette, tra gli altri, gli “eretici” sciiti, che oggi sono maggioritari in Iraq (e in Iran).

Il 10 giugno la città di Mosul è caduta facilmente nelle mani dei miliziani, con la sconcertante resa delle truppe irachene. Scenari simili si riscontrano a Tikrit e Kirkuk. Eppure l’esercito di Baghdad può contare su più di 190.000 uomini, cui vanno aggiunti altri 500000 tra polizia e forze paramilitari che possono unirsi alle truppe regolari. Tuttavia, l’apparato militare iracheno di oggi è addestrato dagli statunitensi dopo la distruzione dell’esercito di Saddam Hussein ed è concepito per fronteggiare minacce di sicurezza interna, non per la guerra. Manca soprattutto una forza aerea adeguata, quella che non manca ad Assad in Siria e che non mancava a Saddam Hussein.

Nel frattempo il capo della polizia iraniana Esmail Ahmadi Moghaddam, che era stato il primo ufficiale d’alto rango a commentare le recenti conquiste dell’Isis in Iraq, annuncia il rafforzamento delle pattuglie sul confine tra Iran e Iraq.

Secondo fonti citate dal Wall Street Journal e dalla Cnn, due battaglioni di unità d’élite dell’Irgc, i “guardiani della rivoluzione”, sono già in Iraq, a Samarra, agli ordini del generale Qassem Suleimani. Le autorità di Teheran hanno negato, anche per bocca del presidente Hassan Rouhani, il quale ha ribadito che “Baghdad non ha ancora richiesto aiuto a Teheran e il dispiegamento di truppe iraniane non è stato discusso. Fornire aiuto ad un governo alleato ed essere impegnati in operazioni sono due cose diverse”. Secondo quanto riferito ad Al Monitor da un funzionario iraniano “alcuni paesi cercano di vendicarsi in Iraq della sconfitta in Siria”. Il riferimento, più chiaro che mai, è all’Arabia Saudita e agli Stati del Golfo che ne sostengono le scelte geopolitiche ad alterne intensità.

La crisi attuale non è solo una guerra all’interno dei confini iracheni, ma anche un’offensiva dei sauditi (e di parte del Consiglio di Cooperazione del Golfo) all’Iran. In questi giorni quasi tutti i rappresentanti di Washington – l’ultima è stata la portavoce del Dipartimento di Stato Jen Psaki, che ha definito l’Isis una minaccia per l’intera regione – hanno condannato le azioni dei miliziani che avanzano in Iraq. Per ora, è escluso qualunque coinvolgimento militare diretto ma è opportuno facilitare il sostegno di Teheran a Baghdad qualora ce ne fosse l’urgenza. Perché la convergenza di interessi tra Occidente e Iran appare oggi più evidente che mai.

Questo interesse è la guerra al terrorismo islamico sunnita mondialista e takfirita (da takfir, letteralmente “dichiarare infedele, impuro o eretico un altro”). Non certamente all’Islam e nemmeno al generico e cosiddetto “Islam politico” (un fenomeno a sua volta variegato). E’, in principio, la guerra ad al Qaeda, che sin dalla sua opaca genesi ha come principali nemici l’Occidente e i musulmani sciiti. Molti analisti hanno dato forse eccessiva importanza al recente “divorzio” dell’Isis da al Qaeda.

Come scrivevamo un paio di anni fa, nel 2007 per Al Qaeda è iniziata una fase di decentralizzazione. L’organizzazione terroristica è da tempo divenuta un ‘brand’ più che una precisa entità. Promotrice di un’idea, di un progetto e di una cultura dell’odio che calamita gli emarginati dell’Umma in giro per il globo.

Sebbene la quasi totalità dei musulmani sia ostile alla filosofia qaedista, si è registrato in questi anni un processo di adesione soprattutto da parte dei movimenti del Maghreb e dell’Africa centrale. Mujao e Ansar Eddine, Aqmi, Aqap, Al Shabaab, Boko Haram: sono tutti movimenti terroristici takfiriti che si richiamano o si sono richiamati alla missione di al Qaeda, le cui azioni violente sono rivendicate nel nome dell’odio settario e dell’instaurazione di una sharia integralista senza alcun riguardo per il parere delle popolazioni con cui si ha a che fare. Spesso non vi è una relazione provata tra questi gruppi e la “leadership centrale” qaedista.

Questo processo di decentralizzazione si è quindi tradotto nell’identificazione con cause localiste, che ha poi permesso il graduale e ufficioso distaccamento dalla casa madre. Ciò è stato possibile anche grazie all’ottenimento di un certo (minimo) grado di consenso da parte dei terroristi presso le popolazioni locali, consenso a volte aiutato dalle strategie dell’Occidente. Un esempio emblematico è quanto accade in Pakistan, dove i bombardamenti con i droni da parte degli americani per colpire i Talebani hanno prodotto centinaia di vittime anche tra i civili, che in numero sempre maggiore hanno finito per sostenere i Talebani stessi.

Al Qaeda aveva sempre mancato di due caratteristiche fondamentali: una progettualità politica e una base di consenso. La prima non è mai servita, perché l’obiettivo è sempre stato quello dell’abbattimento di governi e strutture statali per poter instaurare il califfato islamico mondiale, e l’attività si è sempre basata sulla pianificazione di azioni terroristiche. Il consenso, anche grazie all’ostile posizione assunta nei confronti dell’Iran – percepito erroneamente come una minaccia, nonostante sia perfetto come “nemico dei nostri nemici” – glielo sta fornendo indirettamente l’Occidente.

Oggi in Iraq si viene a creare un’altra occasione per scegliere da quale parte stare. L’ayatollah Ali al-Sistani, il principale leader religioso sciita a capo dell’Hawza di Najaf, ha invitato con una fatwa “tutti i cittadini che ne hanno la possibilità a combattere l’Isis a fianco delle Forze armate irachene” rompendo un silenzio che si protraeva dalle elezioni dello scorso 30 aprile, sulle quali si era mantenuto neutrale. Altri leader politico-religiosi, come Ammar al Hakim, sono sul piede di guerra e i toni nei confronti dell’Isis – e non nei confronti dei sunniti – sono sempre più violenti.

Sarebbe molto semplice ricondurre integralmente quello che sta accadendo in Iraq ad uno scontro tra sunniti e sciiti, così come per certi versi lo era stato anche in Siria. Semplice quanto fuorviante. Non è una guerra tra sunniti e sciiti. E’ una guerra all’Isis, al terrorismo takfirita che si rivolge contro l’Occidente e contro gli sciiti, troppo spesso sostenuto dall’Arabia Saudita. E’ una guerra che verrà combattuta anche da sunniti, contro altri sunniti. Perché oltre a non esistere nel mondo un movimento sciita con finalità speculari a quelle di al Qaeda, va ricordato che l’Iran sciita – e tantomeno gli sciiti in genere – non conduce alcuna guerra contro i sunniti.

Quasi due anni fa su Altitude suggerivamo quello che molti oggi – l’ultimo è Peter Oborne del Telegraph – invocano di fronte all’evidenza: un rovesciamento di alleanze. Per dirla come la direbbe G.W Bush, uno che per lo scenario odierno ha qualche responsabilità: Iran nemico dei miei nemici, Arabia Saudita sull’“asse del male”. Iniziando in Iraq.

L’11 giugno il presidente iraniano Rouhani, al giornalista di Al Monitor Ali Hashem che gli chiedeva della possibilità di cooperare con gli Stati Uniti nella guerra contro l’Isis, ha risposto sarcasticamente: “Potremmo farlo, se gli Stati Uniti iniziassero a combattere i terroristi in Iraq e altrove”.

Che l’Iraq fosse il reale campo di battaglia per i terroristi dell’Isis lo si era capito forse già a novembre, quando il leader qaedista Ayman Al Zawahiri invocava l’abbandono della Siria per “aiutare i fratelli in Iraq”.

I leader sauditi sono, assieme a quelli israeliani, gli unici a non commentare quasi mai quanto accade nel Levante, se non con toni e dichiarazioni a dir poco protocollari. A inizio maggio a Ryadh hanno fatto pubblica mostra dei loro missili DF-3 di fabbricazione cinese, in grado di raggiungere facilmente il territorio iraniano. Nel frattempo, continuano a non far nulla per nascondere la convergenza di interessi: quella anti-iraniana con al Qaeda e con i movimenti takfiriti come l’Isis. Movimenti con cui i monarchi wahabiti condividono anche buona parte dell’impalcatura ideologica ma che spesso finanziano anche per tenerseli lontani da casa. Nel timore di un inesorabile contrappasso.