Al Maliki, la ricerca della maggioranza e il coraggio degli iracheni

Il primo ministro dell’Iraq Nuri al Maliki ha vinto le elezioni parlamentari dello scorso 30 aprile, le prime dopo il ritiro delle truppe statunitensi completato nel dicembre 2011. La sua coalizione Stato di diritto (I’tilaf Dawla al-Qanun) ha ottenuto 92 seggi sui 328 che compongono il parlamento iracheno, vincendo in dieci province sulle diciotto totali. A Baghdad poco più di un milione di persone hanno votato per la lista che sostiene l’attuale premier, che a sua volta ha ricevuto 721000 preferenze in tutto il paese. Il blocco sunnita è uscito ridimensionato, aggiudicandosi solo cinquantanove seggi in totale. Cinquantacinque quelli per il blocco curdo.

Secondo quanto riporta il New York Times, prima delle elezioni un diplomatico occidentale che vive a Baghdad schematizzava in questo modo le chances di vittoria di Al Maliki, spiegandone le possibili conseguenze: “Qualunque risultato sotto ai 70 seggi sarà visto come un fallimento (per al Maliki, ndr). Allo stesso modo, qualunque risultato sopra ai 90 seggi lo metterà in una posizione di forza”.

Il risultato ottenuto dalla coalizione – se si prendono per buone le considerazioni del diplomatico – sembrerebbe quindi spianare la strada ad un terzo mandato dell’attuale premier: dopotutto, Al Maliki ha ottenuto più seggi di quanti ne ottenne alle elezioni del 2010 e può contare sull’appoggio – seppur un po’ più tiepido – di Teheran.

Ma si sa che la politica non è fatta solo di numeri. Gli altri due principali raggruppamenti sciiti – l’Islamic Supreme Council of Iraq di Hammar al Hakim e il movimento di Moqtada al Sadr – hanno rifiutato di appoggiare la candidatura di Al Maliki, nell’ultimo atto in un lungo anno di tensioni all’interno della maggioranza di governo. Erano loro, con una quarantina di seggi a testa, ad assicurarla de facto, prima della rotta di collisione del 2013 che ha contribuito a rendere incerte elezioni e cariche di aspettative queste elezioni.

In un paese che è quasi un paradigma delle tensioni tra sunniti e sciiti e delle problematiche legate ad una società multiconfessionale e multietnica – con la consistente minoranza curda che coltiva il sogno di indipendenza – la frammentazione del blocco sciita è un elemento di relativa novità.

Forse è anche uno dei sintomi di quello che l’analista Ali Mamouri descrive come un graduale passaggio dal settarismo su base religiosa a quello su base politica. O meglio: dalla caduta di Saddam Hussein i partiti iracheni con il tempo sembrano aver consolidato le loro basi elettorali e aumentato la loro esperienza politica. Di riflesso gli elettori attribuiscono un ruolo crescente alla loro affiliazione politica e alle autorità politiche stesse, a parziale discapito di quelle religiose. Autorità religiose che hanno tenuto una posizione tutto sommato imparziale durante le elezioni, anche se non sono mancati i chierici che hanno dichiarato haram il voto ad Al Maliki. L’ayatollah Al Sistani, principale autorità del centro religioso di Najaf, ha tenuto un atteggiamento ancor più di basso profilo del solito. Insomma oggi gli iracheni, quando vanno alle urne, tendono ad essere influenzati da motivazioni settarie, religiose e politiche allo stesso tempo.

Ciò nel lungo periodo può essere un bene, perché potrebbe segnalare una crescente maturità politica della popolazione e contribuire al percorso di stabilizzazione del paese all’interno di un framework democratico. Ma nel breve può costituire un ulteriore elemento di destabilizzazione, di confusione nel già complesso  e turbolento panorama politico iracheno.

Dopo le elezioni del 2010 ci furono nove lunghi mesi di contrattazioni prima della formazione di una maggioranza di governo. Oggi la situazione è tutt’altro che fluida. Le divisioni all’interno dei blocchi sembrano oggi addirittura più determinanti di quelle tra i blocchi. Moqtada al Sadr e Hammar al Hakim non sono stati mai così lontani dal premier Al Maliki. Da Baghdad il reporter della Reuters Ahmed Rashid   rivela che alcuni politici iracheni confidano di esser disposti ad accettare altri quattro anni di governo del primo ministro attuale, in cambio di rassicurazioni ed eventualmente progressi rispetto al progetto di indipendenza curda. Il presidente della regione del Kurdistan iracheno e capo del Pdk Masoud Barzani dopo il voto si dichiarava “pronto ad accettare l’esito delle urne”. Un’affermazione forse interpretabile con un grado di disponibilità al dialogo maggiore di quanto le differenze tra sciiti e curdi sunniti possano far pensare.

L’eventuale appoggio dell’intero blocco curdo non garantirebbe comunque i 165 seggi che servono ad Al Maliki, ma a quel punto sarebbe forse più semplice trovare un compromesso anche con gli altri movimenti sciiti, che hanno spesso rimproverato al primo ministro una politica settaria e negli ultimi anni hanno attinto dalla retorica del dialogo interreligioso. Ad ogni modo, c’è l’impressione che per vedere la formazione di un nuovo esecutivo si dovranno aspettare dei mesi.

Un lasso di tempo che, ovviamente, potrebbe essere influenzato dagli avvenimenti sul fronte sicurezza. Perché l’Iraq continua ad essere un paese tormentato dalla violenza, che quasi non fa più notizia. La scorsa settimana attentati nella capitale Baghdad hanno lasciato sul terreno una decina di morti e altrettanti feriti. Nel governatorato di Anbar c’è, di fatto, la guerra: circa 3200 le persone morte da inizio anno. I miliziani dell’Isil (Islamic State of Iraq and Levant) durante le elezioni hanno intimato alla popolazione, a maggioranza sunnita, di non votare, nemmeno per i candidati sunniti del Muttahidun..

Che la situazione fosse simile a quella di uno stato di guerra e che le elezioni parlamentari irachene fossero di capitale importanza per la stabilità politica del paese lo si capiva anche dalle misure di sicurezza adottate: prima del voto del 30 aprile, le autorità di Baghdad avevano annunciato la chiusura dello spazio aereo nazionale, che è stato riaperto solo dopo la chiusura dei seggi; l’intera settimana che includeva i due giorni di elezioni è stata dichiarata festa nazionale, con l’intenzione diminuire il traffico nei centri urbani e permettere alle forze di sicurezza di fronteggiare più efficacemente eventuali attacchi terroristici; nella capitale Baghdad, addirittura, era stato imposto il blocco della circolazione di veicoli a motore fino alla sera del 30 aprile. Nel giorno del voto, 14 persone sono morte a causa di attentati presso alcuni degli 8000 seggi presenti nel paese, sebbene fossero pattugliati da circa duecentosettantunomila militari.

In uno scenario come quello appena descritto, il dato sull’affluenza è semplicemente sbalorditivo: circa il 65%, superiore a quello registrato nelle ultime elezioni americane (58,9%). Nel governatorato di Anbar, con le città di Falluja e Ramadi epicentri del conflitto tra forze dell’esercito e qaedisti, l’ultimo dato disponibile era segnalava una affluenza del 50%. Un risposta chiara al terrorismo di Al Qaeda che infesta la regione. Va ricordato: se oggi è possibile parlare delle elezioni, del loro esito e delle possibili conseguenze sul piano politico per il paese, lo si deve agli iracheni.

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