Al Maliki, la ricerca della maggioranza e il coraggio degli iracheni

Il primo ministro dell’Iraq Nuri al Maliki ha vinto le elezioni parlamentari dello scorso 30 aprile, le prime dopo il ritiro delle truppe statunitensi completato nel dicembre 2011. La sua coalizione Stato di diritto (I’tilaf Dawla al-Qanun) ha ottenuto 92 seggi sui 328 che compongono il parlamento iracheno, vincendo in dieci province sulle diciotto totali. A Baghdad poco più di un milione di persone hanno votato per la lista che sostiene l’attuale premier, che a sua volta ha ricevuto 721000 preferenze in tutto il paese. Il blocco sunnita è uscito ridimensionato, aggiudicandosi solo cinquantanove seggi in totale. Cinquantacinque quelli per il blocco curdo.

Secondo quanto riporta il New York Times, prima delle elezioni un diplomatico occidentale che vive a Baghdad schematizzava in questo modo le chances di vittoria di Al Maliki, spiegandone le possibili conseguenze: “Qualunque risultato sotto ai 70 seggi sarà visto come un fallimento (per al Maliki, ndr). Allo stesso modo, qualunque risultato sopra ai 90 seggi lo metterà in una posizione di forza”.

Il risultato ottenuto dalla coalizione – se si prendono per buone le considerazioni del diplomatico – sembrerebbe quindi spianare la strada ad un terzo mandato dell’attuale premier: dopotutto, Al Maliki ha ottenuto più seggi di quanti ne ottenne alle elezioni del 2010 e può contare sull’appoggio – seppur un po’ più tiepido – di Teheran.

Ma si sa che la politica non è fatta solo di numeri. Gli altri due principali raggruppamenti sciiti – l’Islamic Supreme Council of Iraq di Hammar al Hakim e il movimento di Moqtada al Sadr – hanno rifiutato di appoggiare la candidatura di Al Maliki, nell’ultimo atto in un lungo anno di tensioni all’interno della maggioranza di governo. Erano loro, con una quarantina di seggi a testa, ad assicurarla de facto, prima della rotta di collisione del 2013 che ha contribuito a rendere incerte elezioni e cariche di aspettative queste elezioni.

In un paese che è quasi un paradigma delle tensioni tra sunniti e sciiti e delle problematiche legate ad una società multiconfessionale e multietnica – con la consistente minoranza curda che coltiva il sogno di indipendenza – la frammentazione del blocco sciita è un elemento di relativa novità.

Forse è anche uno dei sintomi di quello che l’analista Ali Mamouri descrive come un graduale passaggio dal settarismo su base religiosa a quello su base politica. O meglio: dalla caduta di Saddam Hussein i partiti iracheni con il tempo sembrano aver consolidato le loro basi elettorali e aumentato la loro esperienza politica. Di riflesso gli elettori attribuiscono un ruolo crescente alla loro affiliazione politica e alle autorità politiche stesse, a parziale discapito di quelle religiose. Autorità religiose che hanno tenuto una posizione tutto sommato imparziale durante le elezioni, anche se non sono mancati i chierici che hanno dichiarato haram il voto ad Al Maliki. L’ayatollah Al Sistani, principale autorità del centro religioso di Najaf, ha tenuto un atteggiamento ancor più di basso profilo del solito. Insomma oggi gli iracheni, quando vanno alle urne, tendono ad essere influenzati da motivazioni settarie, religiose e politiche allo stesso tempo.

Ciò nel lungo periodo può essere un bene, perché potrebbe segnalare una crescente maturità politica della popolazione e contribuire al percorso di stabilizzazione del paese all’interno di un framework democratico. Ma nel breve può costituire un ulteriore elemento di destabilizzazione, di confusione nel già complesso  e turbolento panorama politico iracheno.

Dopo le elezioni del 2010 ci furono nove lunghi mesi di contrattazioni prima della formazione di una maggioranza di governo. Oggi la situazione è tutt’altro che fluida. Le divisioni all’interno dei blocchi sembrano oggi addirittura più determinanti di quelle tra i blocchi. Moqtada al Sadr e Hammar al Hakim non sono stati mai così lontani dal premier Al Maliki. Da Baghdad il reporter della Reuters Ahmed Rashid   rivela che alcuni politici iracheni confidano di esser disposti ad accettare altri quattro anni di governo del primo ministro attuale, in cambio di rassicurazioni ed eventualmente progressi rispetto al progetto di indipendenza curda. Il presidente della regione del Kurdistan iracheno e capo del Pdk Masoud Barzani dopo il voto si dichiarava “pronto ad accettare l’esito delle urne”. Un’affermazione forse interpretabile con un grado di disponibilità al dialogo maggiore di quanto le differenze tra sciiti e curdi sunniti possano far pensare.

L’eventuale appoggio dell’intero blocco curdo non garantirebbe comunque i 165 seggi che servono ad Al Maliki, ma a quel punto sarebbe forse più semplice trovare un compromesso anche con gli altri movimenti sciiti, che hanno spesso rimproverato al primo ministro una politica settaria e negli ultimi anni hanno attinto dalla retorica del dialogo interreligioso. Ad ogni modo, c’è l’impressione che per vedere la formazione di un nuovo esecutivo si dovranno aspettare dei mesi.

Un lasso di tempo che, ovviamente, potrebbe essere influenzato dagli avvenimenti sul fronte sicurezza. Perché l’Iraq continua ad essere un paese tormentato dalla violenza, che quasi non fa più notizia. La scorsa settimana attentati nella capitale Baghdad hanno lasciato sul terreno una decina di morti e altrettanti feriti. Nel governatorato di Anbar c’è, di fatto, la guerra: circa 3200 le persone morte da inizio anno. I miliziani dell’Isil (Islamic State of Iraq and Levant) durante le elezioni hanno intimato alla popolazione, a maggioranza sunnita, di non votare, nemmeno per i candidati sunniti del Muttahidun..

Che la situazione fosse simile a quella di uno stato di guerra e che le elezioni parlamentari irachene fossero di capitale importanza per la stabilità politica del paese lo si capiva anche dalle misure di sicurezza adottate: prima del voto del 30 aprile, le autorità di Baghdad avevano annunciato la chiusura dello spazio aereo nazionale, che è stato riaperto solo dopo la chiusura dei seggi; l’intera settimana che includeva i due giorni di elezioni è stata dichiarata festa nazionale, con l’intenzione diminuire il traffico nei centri urbani e permettere alle forze di sicurezza di fronteggiare più efficacemente eventuali attacchi terroristici; nella capitale Baghdad, addirittura, era stato imposto il blocco della circolazione di veicoli a motore fino alla sera del 30 aprile. Nel giorno del voto, 14 persone sono morte a causa di attentati presso alcuni degli 8000 seggi presenti nel paese, sebbene fossero pattugliati da circa duecentosettantunomila militari.

In uno scenario come quello appena descritto, il dato sull’affluenza è semplicemente sbalorditivo: circa il 65%, superiore a quello registrato nelle ultime elezioni americane (58,9%). Nel governatorato di Anbar, con le città di Falluja e Ramadi epicentri del conflitto tra forze dell’esercito e qaedisti, l’ultimo dato disponibile era segnalava una affluenza del 50%. Un risposta chiara al terrorismo di Al Qaeda che infesta la regione. Va ricordato: se oggi è possibile parlare delle elezioni, del loro esito e delle possibili conseguenze sul piano politico per il paese, lo si deve agli iracheni.

Boko Haram e le ragazze rapite: avviso ai naviganti distratti (su Huffpost)

Vorrei ricordare qualcosa a proposito delle drammatiche notizie che ci giungono dalla Nigeria, perché mi pare ce ne sia ancora bisogno. La relazione tra Boko Haram e l’Islam – in qualunque modo lo si intenda – è inesistente. Mancante, non pervenuta. La stessa che intercorre tra la strage di Utoya e Cristianesimo, tra buddismo e ninja assassini, fra ateismo e mafia cinese, tra mormoni e killer seriali.

Eppure i giornali – non solo quelli italiani – fanno a gara a chi usa più volte a sproposito la parola “islam” nel menzionare i misfatti di Boko Haram.

“Le ragazze si sono convertite all’Islam”, recita un titolo a caso, tra i più profondi, peraltro. Leggendo questo e altri titoli di questi giorni, si arriva ad avere l’impressione che per molti commentatori sia più allarmante convertirsi ad un credo religioso che essere ammazzate.

Per tacere dell’uso acrobatico, casuale e disinvolto dei termini “islamista”, “islamico” e “musulmano”, considerati fondamentalmente sinonimi dalla gran parte dei nostri narratori, e che sinonimi naturalmente non sono nemmeno un po’.

Boko Haram – che in lingua Hausa, non araba, significa “l’educazione occidentale è peccato” – è un manipolo di criminali emersi in un contesto già molto problematico come quello nigeriano. Musulmani solo per puro caso, quasi per vezzo. E non è che manchino i selvaggi di religione cristiana, come sappiamo. Anche in Nigeria, pensate un po’.

La Nigeria, prima che un paese con una larga fetta della popolazione di religione musulmana, è un paese situato nella complessa Africa centrale (lo si ricorda solo quando si parla di paesi non musulmani), tra i più densamente abitati sul Globo (al settimo posto mondiale per popolazione), con un tasso di criminalità molto alto, povertà incipiente, sistema sanitario carente, età media molto bassa, corruzione endemica e risorse mal gestite, che arricchiscono pochi e impoveriscono tutti gli altri.

Boko Haram è solo una delle metastasi nigeriane, che in primis nuoce ai musulmani del paese, ma che non deriva in alcun modo dall’islam: deriva dalla criminalità, dal disagio sociale e dalla miseria. Ha la necessità di servirsi di un linguaggio, di una serie di slogan e di promesse con cui attrarre. Una conseguenza indiretta, ma non troppo, del colonialismo inglese, sin dal rovesciamento del califfato di Sokoto nel nord del paese.

La retorica “islamica” – fasulla in tutto e per tutto, visto che bisogna studiare a lungo per divenire ‘dotti musulmani’ e in Boko Haram non ve ne sono – casca a pennello. E’ molto efficace ed alcuni suoi messaggi infiammatori e decontestualizzati attecchiscono rapidamente tra i disperati e tra gli ultimi.

Ora, che ragazzi analfabeti, abituati alla guerra, agli stenti e spesso alla fame si facciano ingannare e sfruttare da Boko haram in nome di supposti ‘valori divini’ ci può stare. La storia è questa da sempre: le mafie intervengono laddove c’è abbandono da parte delle istituzioni. Per questo è necessario continuare a promuovere una istruzione universale e sempre più invasiva, che è l’unico efficace antidoto alla violenza e all’ignoranza.

Il vero problema subentra quando noi occidentali – e i media veicolatori in primis – ci ostiniamo a vedere l’islam dove non c’è. E’ buffo, perché oramai sembra che per farsi rappresentanti di una istanza, di un movimento, di una comunità o addirittura di un terzo della popolazione mondiale basti davvero poco: basta parlare, fare nomi, agitare sistematicamente slogan, apparire, minacciare “nel nome di”.

La faccenda comincia dunque ad essere interessante: stavo giusto giusto pianificando una pericolosa e violenta azione eversiva. Non so, un altro rapimento per esempio. Nel portarla a termine, però, vorrei indossare una maglietta con su scritto “W la democrazia” e intonare canzoni a tema, rilasciando di tanto in tanto interviste in cui ricordo quanto bella sia la democrazia.

Chissà che qualche giornale non si faccia saltare in testa che “la democrazia (l’Islam) è selvaggia, i democratici sono selvaggi e fanno cose orrende”. E chissà se, nell’arrestarmi, non mi presentino al mondo come un “rappresentante democratico”, invece che un criminale. Chissà se, laddove i miei prigionieri rischino di esser uccisi da me che li ho sequestrati, i giornali preferiscano evidenziare il fatto che si siano convertiti o si stiano “convertendo alla democrazia”.

La mafia, la criminalità più o meno organizzata, non ha colori, non ha nazionalità e tantomeno un dio di riferimento

La fine dell’era Ahmadinejad

Sono gli ultimi giorni di governo per il presidente dell’Iran Mahmoud Ahmadinejad. Il prossimo 14 giugno gli iraniani andranno alle urne per eleggere il suo successore. Ahmadinejad ha governato l’Iran per 8 anni ed é stato il primo e unico presidente laico della storia della Repubblica islamica nata con la rivoluzione del 1979, perché nel ruolo di presidente si sono sempre succeduti membri del clero sciita (Khamenei, Rafsanjani, Khatami). Avendo raggiunto il limite dei due mandati consecutivi, Ahmadinejad non potrà ricandidarsi alle prossime elezioni. Il suo operato, tuttavia, ha segnato profondamente la politica e la società iraniane.

Nella campagna elettorale del 2009, quella in cui Ahmadinejad è stato rieletto presidente dell’Iran, la situazione economica del paese era abbastanza grave: in particolare le sanzioni economiche imposte dall’Occidente – a causa del rifiuto iraniano di fermare il suo programma nucleare – avevano provocato una diminuzione del commercio verso l’estero, indebolendo diversi settori importanti dell’economia del paese.

Ahmadinejad promise di concentrarsi su cinque temi principali nel corso della campagna per la rielezione: riforme economiche con contenimento di inflazione e disoccupazione, lotta alla corruzione, programma nucleare e politica abitativa, con un programma di costruzione di case. Ahmadinejad si era giocato la rielezione su temi legati proprio all’economia, gli stessi che stanno caratterizzando la campagna elettorale di questi giorni.

A distanza di quattro anni, le promesse fatte da Ahmadinejad sembrano esser state per lo più disattese, e il quadro economico e quello internazionale sono peggiorati. Nel sistema politico iraniano però, un complesso sistema di poteri e contropoteri al cui vertice sta la Guida suprema Ali Khamenei, impedisce al presidente di avere controllo diretto, né tantomeno esclusivo, sulla politica estera, sull’economia e sull’operato e la composizione di istituzioni non elettive come le Forze armate e la Magistratura.

I detrattori di Ahmadinejad sono cresciuti in modo considerevole nel paese, in particolare all’indomani della sua contestata rielezione nel 2009, quando si verificarono repressioni nei confronti dei manifestanti legati al movimento riformista dell’ Onda verde, che denunciavano brogli elettorali ai danni del candidato riformista Mir Houssein Mousavi. A partire da quel momento Ahmadinejad si è via via trovato sempre più costretto in una morsa di dissenso, se non di isolamento: da un lato ampi strati della popolazione – sopratutto la classe media, ma non solo – gli contesta(va)no la gestione economica, la repressione del movimento dell’Onda verde nel 2009, alcuni provvedimenti sull’irrigidimento dei costumi e il generale atteggiamento aggressivo e talvolta sconsiderato sia in ambito interno che internazionale. Dall’altro lato, il Majles (parlamento iraniano) e la Guida Suprema Ali Khamenei, che lo attaccavano su più fronti. Il parlamento lo ha spesso chiamato a riferire sulla gestione economica, mentre con la Guida è nato un vero e proprio scontro di potere: tutto è iniziato nel 2010, quando Ahmadinejad ha rimosso senza preavviso il ministro degli Esteri, Manouchehr Mottaki, (molto vicino alla Guida Suprema) per sostituirlo con Ali Akbar Salehi. Poi Ahmadinejad ha tentato di rimuovere il capo dell’Intelligence Heidar Moslehi, ma è stato bloccato dallo stesso Khamenei. Da quel momento, molte figure vicine al presidente sono state rimosse dai loro incarichi o sono state oggetto di indagini giudiziarie e attacchi degli organi di informazione più vicini alla Guida. Sono lontani i tempi in cui Ahmadinejad, eletto a sorpresa nel 2005 come primo presidente non-religioso dell’Iran khomeneista, baciò (fu il primo a farlo) la mano di Ali Khamenei – che lo sosteneva – durante la cerimonia di insediamento.

La politica economica. Dal punto di vista della politica economica, Ahmadinejad è stato criticato per l’avvio e la gestione nel 2010 del suo piano di rimozione dei sussidi statali su alcuni generi alimentari, sull’elettricità, sull’acqua e sul carburante, che mantenevano i loro prezzi bassi e stabili. L’idea di Ahmadinejad era quella di tagliare la spesa pubblica e poi di utilizzare parte del risparmio derivante dal piano di rimozione dei sussidi per corrispondere trasferimenti di denaro ad alcune fasce della popolazione (quelle più povere ).

Inizialmente, i trasferimenti ammontavano al 50% di quel risparmio ricavato, ma l’aumento dell’inflazione, contestuale all’irrigidimento del regime di sanzioni, hanno portato questa percentuale all’80%, fino a creare il rischio di collasso dell’economia. Per realizzare i promessi trasferimenti di denaro, alla fine, si è dovuti ricorrere ad un prestito concesso dalla Banca Centrale iraniana. Il governo Ahmadinejad nel 2010 aveva anche promesso di destinare il 20% dei risparmi del piano di rimozione al settore manifatturiero. Una promessa che non è stata mantenuta.

Con la rimozione dei sussidi, i prezzi dei generi alimentari sono saliti alle stelle, così come quelli del carburante. Per un certo periodo, inoltre, vista la difficoltà di raffinare il petrolio all’estero per via delle sanzioni, l’Iran ha dovuto per la prima volta importare carburante, nonostante sia tra i principali produttori di greggio al mondo.

Fra gli indicatori economici, l’inflazione è forse quello che è peggiorato in modo più evidente. Se a gennaio 2010 si attestava attorno al 10%, a gennaio 2013 ha toccato quota 40%. Su questo ha pesato indirettamente l’inasprimento delle sanzioni sull’economia iraniana, ma non solo. Il piano di rimozione dei sussidi intendeva proprio abbassare l’inflazione, che Ahmadinejad aveva promesso di mantenere sotto al 10%.

Nel marzo 2011, Ahmadinejad affermò di avere un piano per la creazione di circa due milioni e mezzo di posti di lavoro nel giro di un anno, ma l’ultimo dato disponibile sulla disoccupazione (agosto 2012) descrive un aumento di un punto percentuale rispetto all’anno precedente (12,4% contro l’11,1% del 2011). La disoccupazione giovanile, è anche più alta, intorno al 25-30%, come ha sottolineato Mohammed Bagher Qalibaf (sindaco di Teheran e in corsa per la presidenza) durante il dibattito televisivo del 7 giugno tra i candidati alle presidenziali.

Lotta alla corruzione. Sia durante la campagna elettorale del 2005 che del 2009, Ahmadinejad ha messo al centro della sua retorica la lotta alla corruzione. Durante un dibattito televisivo del 4 giugno 2009 con il rivale riformista Mir Hossein Mousavi, Ahmadinejad ha accusato di corruzione alcuni membri dell’establishment iraniano, tra cui l’ex presidente Akbar Hashemi Rafsanjani, il riformista Gholam Hossein Karbaschi e Ali Akbar Nategh Nouri, membro del Consiglio del Discernimento.

Nel 2011, però, nel corso del secondo mandato di Ahmadinejad è emerso il più imponente scandalo di corruzione degli ultimi 30 anni, una frode bancaria da 2,6 miliardi di dollari in cui un certo numero di funzionari governativi sono finiti sotto inchiesta. I fatti risalgono al 2007, durante il primo mandato di Ahmadinejad. Nel 2010 le autorità hanno poi accusato anche il vice presidente, Mohammed Reza Rahimi, per un presunto ruolo in una frode assicurativa. Durante il processo, Ahmadinejad, che nelle diatribe con i suoi rivali politici aveva spesso utilizzato la minaccia di “rivelare i nomi dei corrotti”, chiese che per la sicurezza del paese che i nomi degli accusati per lo scandalo assicurativo non fossero resi noti.

Politiche abitative. Nel 2007, nel corso del suo primo mandato, Ahmadinejad ha lanciato il Mehr Housing scheme, un piano per la costruzione di alloggi, per far fronte alla carenza di abitazioni (e per soddisfare la domanda delle tante coppie iraniane che cercano la prima casa, in un paese in cui il 68% della popolazione ha meno di 35 anni) in alcune aree del paese. Il piano si rivolgeva alle imprese edilizie private. L’industria edilizia in Iran è uno dei pochi segmenti dell’economia iraniana in cui lo Stato detiene meno del 5% del mercato; il resto è controllato da privati. Con il Mehr Housing scheme alle imprese private venivano offerti dei terreni su cui edificare e sui quali le imprese avrebbero dovuto sostenere solo il 20% dei costi di costruzione, a patto che esse ci costruissero unità abitative a prezzi bassi e con contratti di leasing a 99 anni. In aggiunta, il governo incaricò alcune banche per la concessione di prestiti alle imprese, seguì l’avvio della costruzione di circa 400000 unità abitative.

Durante la campagna elettorale del 2009, Ahmadinejad promise di risolvere il problema abitativo entro marzo 2013. Nonostante il piano abbia avuto un qualche effetto (alla fine del primo mandato di Ahmadinejad, circa 3,7 milioni di persone si erano registrate per accedere alle unità abitative), ci sono stati ritardi considerevoli, complice anche la cattiva congiuntura economica. Allo stesso tempo i prezzi delle case sono continuati a salire: secondo l’Iran Statistics Center, nell’estate 2012 i prezzi delle terre edificabili erano aumentati del 32% rispetto all’anno precedente.

Programma nucleare. Nel corso degli otto anni di presidenza di Ahmadinejad, il presidente iraniano ha insistito sull’impossibilità di rinunciare al diritto inalienabile di arricchire uranio e poter sviluppare così il programma nucleare, con l’obiettivo di svincolare gradualmente il paese dalla dipendenza dal petrolio e diversificare le fonti di energia. Il contrasto con i paesi occidentali, preoccupati per i possibili fini militari del programma, ha influito sulla retorica già di per sé anti-occidentale dell’attuale presidente, con tutto ciò che ne è conseguito in termini di isolamento internazionale dell’Iran. Tuttavia, visti i progressi in campo nucleare, si può dire che Ahmadinejad ha rispettato le sue promesse, e i negoziati sul nucleare con i paesi del 5+1 ( Francia, Regno Unito, Cina, Russia, Stati uniti più la Germania ) hanno prodotto, sostanzialmente, diversi buchi nell’acqua e una situazione di stallo, di fatto più favorevole all’Iran che ai suoi interlocutori occidentali. L’Iran prosegue con il suo arricchimento, come Ahmadinejad aveva promesso.

Vista la recente bocciatura da parte del Consiglio dei Guardiani della candidatura di Esfandiar Rahimi Mashaei, capo di gabinetto del governo Ahmadinejad nonché consuocero di quest’ultimo, è certo che questa – almeno per i prossimi quattro anni – sia la fine non solo del governo di Ahmadinejad, ma anche dell’esperienza populista-ultra-nazionalista del fronte a lui legato, non essendoci un candidato ad esso appartenente nella lista pubblicata dal ministero degli Interni lo scorso 22 maggio.

Con l’uscita di scena di Ahmadinejad finisce un’era turbolenta per l’Iran. Alle tensioni internazionali derivanti dalla questione nucleare – e dal fatto che l’Iran era stato inserito già nel 2002 dall’amministrazione Bush jr. nel celebre ‘Asse del male’ – si sono gradualmente aggiunte prima quelle con le fasce della popolazione scottate dagli eventi del 2009, poi quelle con Khamenei e il Parlamento. Tutto questo ha contribuito a frammentare il già confuso e conflittuale quadro interno. La fine del suo mandato, inoltre, mette paradossalmente (e curiosamente) d’accordo i paesi occidentali e Ali Khamenei, le cui opinioni sono di rado convergenti.

Ahmadinejad, musulmano sciita molto devoto, aveva più volte dichiarato durante il suo governo che “l’avvento del Mahdi (l’Imam nascosto, il dodicesimo, personaggio importante nell’escatologia islamica sciita e considerato colui che annuncerà la fine del mondo e riporterà la giustizia sulla Terra) è vicino”. Certamente, se il Mahdi arriverà, troverà qualcun altro al suo posto.

Il coraggioso popolo iracheno al voto

Il popolo iracheno è straordinario. Sorprendente.

In Iraq persiste uno stato di guerra civile sin dall’invasione americana del 2003. Buona parte del paese è sostanzialmente in mano ad Al Qaeda – in aperto conflitto con Baghdad, dove governa lo sciita Al Maliki – mentre il resto rimane il prodotto di una divisione più o meno evidente su linee settarie.

Nel 2013 sono morte circa 8800 persone in attentati e operazioni militari (e il conteggio esclude Fallujah). Nel 2014 siamo già a oltre 2700. Al Qaeda (ISIL, Islamic State of Levant and Iraq), come accennato, imperversa in tutto il governatorato di Anbar – a maggioranza sunnita – dove intima ai residenti di non votare, nemmeno per i candidati del Muttahidun (sunniti).

In questa area, in particolare, c’è un clima insostenibile, uno stato di guerra e di precarietà il cui intensificarsi era peraltro prevedibile sin dallo scorso novembre, quando il leader qaedista Al Zawahiri annunciò che l’ISIL avrebbe abbandonato la Siria per “aiutare i fratelli in Iraq”, in vista di elezioni che ‘promettono’ di veder rieletto Al Maliki.

Sì, perché in tutto questo inferno, lo scorso 30 aprile gli iracheni sono andati a votare per gli oltre 9000 candidati alle elezioni politiche.

Con circa 271000 militari dispiegati presso gli 8000 seggi e le 48000 cabine elettorali, minacciati quotidianamente dalla possibilità di attentati che solo nel giorno del voto hanno causato 14 morti; con l’indizione dell’intera settimana festiva e il coprifuoco per le auto sulla capitale Baghdad, che impone di recarsi al seggio a piedi; con la consapevolezza che il voto, bene che andrà, ribadirà l’assetto comunitario del paese e porrà nuovamente il problema di trovare una ‘ampia coalizione’ per governarlo (l’ultima volta furono 9 i mesi di consultazioni prima della formazione di un esecutivo), scontentando probabilmente ampie fette della popolazione.

Ecco, in tutto ciò, gli iracheni sono andati alle urne ad esercitare un diritto di voto che solo i disattenti possono percepire come inconsapevole o immaturo.

Nonostante le false speranze, nonostante i pericoli imminenti e quelli futuri, nonostante il livello medio corruzione delle classi politiche non meriti tale partecipazione, nonostante la reale possibilità di morire sul tragitto che porta da casa al seggio, nonostante gli enormi problemi che il quotidiano pone in un paese che non trova pace ormai dal 1980.

L’affluenza, secondo le principali agenzie, oscilla tra il 60 e il 65% (sessantacinque), superiore a quella registrata alle ultime elezioni statunitensi (58,9%). Chapeau, in ogni caso. E che (ci) serva anche da lezione.

Yalla Iraq!