Il mercato del lavoro di Allah: problemi strutturali e il suggerimento del Corano (Huffpost)

Sul quotidiano degli Emirati The National Frank Kane rivela che durante una sessione privata tra leader mediorientali al recente World Economic Forum (Wef) di Davos uno dei partecipanti avrebbe affermato: “Negli ultimi tre anni nel mondo arabo abbiamo assistito a rivolte con motivazioni economiche. Il problema non è poter eleggere qualcuno, bensì poter costruire”.

Di fatto, intendeva dire che le agitazioni degli ultimi anni sono da ascrivere al fallimento delle politiche economiche dei paesi interessati, più che ad una richiesta di maggiore democrazia. Non è dato sapere chi abbia pronunciato questa frase, ma non sarebbe così azzardato attribuirla ad uno dei regnanti della Penisola araba. Al Saud (Arabia saudita), Al Nahayan (Emirati Arabi Uniti) e Al Khalifa (Bahrein) non sembrano avere come priorità l’allargamento dei diritti civili e politici e, d’altra parte, le rivolte che si sono verificate nei Paesi del Golfo sono state quelle represse più efficacemente rispetto a quelle dei paesi del Nordafrica.

L’area mediorientale, con l’eccezione della Siria, dello Yemen e dell’Iraq, si sta lentamente riprendendo dopo le turbolenze degli ultimi anni ma la stampa occidentale sembra avere difficoltà a cambiare registro anche quando sarebbe utile per una migliore comprensione dei fatti che riguardano quei paesi. In pochi parlano della mancanza di lavoro, delle difficoltà dei giovani protagonisti delle rivolte. Le tensioni e le derive fondamentaliste non nascono per caso. Sono in gran parte spiegabili con i problemi strutturali irrisolti, le condizioni di disagio e la mancanza di prospettive di gran parte della popolazione. Si può discutere l’ affermazione dell’anonimo leader arabo a Davos ma è difficile sostenere che la disoccupazione non sia una questione chiave nei paesi del Medio Oriente e del Nord Africa.

I dati del recente Global Employment trends 2014 dell’International Labour Office (ILO) di Ginevra indicano che le cifre relative alla disoccupazione non sono lontane da quelle dei paesi che se la passano peggio nell’Unione europea (Spagna, Grecia, Italia e Portogallo) e, va ricordato, i tassi di disoccupazione ufficiali dell’area Mena sono in molti casi sotto stimati rispetto alla situazione reale. Qualche cifra: al momento del colpo di stato in Egitto, paese di 80 milioni di persone con un’età media di 35 anni, l’82% dei giovani tra 15 e 29 anni risultava disoccupato mentre il tasso di disoccupazione complessivo toccava il 13%. A fine 2013 il tasso di disoccupazione giovanile era del 25%.

In Tunisia, dove è stata approvata da poco una nuova Costituzione e dove il confronto tra partiti islamisti e secolari, che destava preoccupazioni in Occidente, non ha portato né al collasso del sistema ne’ al ripristino dello status quo, la disoccupazione giovanile era a fine 2013 al 42%, contro il 30% registrato in Giordania ed Arabia saudita. Come se non bastasse, le proiezioni dell’Ilo segnalano per il 2018 una ulteriore crescita.

Le cause della disoccupazione sono strutturali e sono state aggravate dal clima di instabilità politica di questi ultimi anni. Prima del 2008 i paesi Mena non se la passavano bene ma avevano un flusso importante di investimenti esteri provenienti dai paesi occidentali e dai paesi del Golfo, un settore turistico in crescita che assicurava valuta pregiata e una valvola di sfogo importante costituita dall’emigrazione sia in Europa che nei paesi più ricchi dell’area (Paesi del Golfo, Libia).

Con la crisi globale unita alla gestione politica quantomeno maldestra del dossier mediorientale molte delle opportunità sono venute meno e ciò ha contribuito a far saltare i patti sociali interni, fragili quanto si vuole ma operanti, su cui si reggevano quelle società. Le rivoluzioni, a volte di matrice interna a volte sostenute dall’esterno, si sono propagate a tutti i paesi del Nord Africa e nel Medio Oriente (anche se la crisi siriana dovrebbe essere considerata un caso a parte) con gli effetti destabilizzanti che sono noti.

Tra questi effetti c’è il mutamento della geografia delle opportunità di lavoro. Possiamo individuare due gruppi di paesi. Al primo appartengono le cosiddette “petromonarchie”. Sono i paesi che stanno meglio (stavano, nel caso della Libia), sempre alla ricerca di impieghi profittevoli in giro per il mondo, importano manodopera dai paesi circostanti ma hanno investito relativamente poco nei settori diversi da quello strettamente legato all’estrazione del petrolio o del gas. Il secondo gruppo è quello dei paesi non petroliferi. Sono paesi che contavano sul turismo (ora ai minimi termini), sulle rimesse degli emigrati e sui trasferimenti (che richiedono spesso contropartite “politiche”) da parte dei paesi del golfo ma la crisi economica e l’instabilità politica hanno cambiato radicalmente il quadro.

L’economia è poco sviluppata: nell’ultimo decennio l’area Mena è cresciuta ad un ritmo del 2% annuo, una crescita insufficiente a fronteggiare l’aumento della popolazione e della forza lavoro. Vale la pena ricordare che tra il 1970 e il 2010, la popolazione dell’area si è quasi triplicata, passando da 128 a 359 milioni. Nel 2050 è previsto che raggiunga i 600 milioni.

In realtà in una prima fase i paesi Mena avevano risentito meno della crisi finanziaria globale iniziata nel 2008. Per due motivi: il primo riguarda i bassi livelli di reddito e l’abitudine al disagio che è una caratteristica di quelle aree se ci si riferisce alla storia moderna e contemporanea. Il secondo, meno considerato dai commentatori, riguarda l’uso degli strumenti della finanza islamica che vietando determinate forme di investimento e riducono anche i rischi connessi

In molti casi questi paesi non hanno potuto contare sulla valvola di sfogo del lavoro nei paesi vicini dovendo anzi fare i conti con un massiccio rientro di migranti dai paesi “turbolenti”, la pubblica amministrazione già ipertrofica non riesce più ad assorbire l’ offerta di lavoro scolarizzata che cerca tranquillità e privilegi. In molti casi per ragioni di bilancio sono stati ridotti gli investimenti in istruzione e welfare, sempre più presidiati dai movimenti politico-religiosi come la Fratellanza Musulmana. Nei suoi decenni di clandestinità la Fratellanza, attiva in quasi tutti i paesi del Nordafrica e del Levante, si è vista di fatto concedere (più o meno volentieri) dai governi la possibilità di sviluppare uno “stato parallelo”, in grado di fornire servizi essenziali alle fasce della popolazione più deboli, non raggiunte da quelli statali.

I paesi del golfo continuano invece ad assicurare prestazioni di welfare apprezzabili, viste anche le risorse a disposizione e le caratteristiche demografiche. Il Qatar (2 milioni di abitanti e il più alto reddito pro capite del mondo) garantisce un vitalizio ai propri cittadini con i proventi dell’export di petrolio. Ciò spiegherebbe perché i qatarioti non cercano lavoro e lasciano volentieri l’incombenza agli stranieri. Questa politica orientata al mantenimento del consenso la si può riscontrare, in forme diverse, in tutte le petromonarchie dell’area

Il problema della disoccupazione “intellettuale” convive in alcuni casi con quello della scarsità di forza lavoro. In Arabia saudita, primo esportatore al mondo di petrolio, mancano le opportunità di lavoro per i giovani più scolarizzati e nello stesso tempo si fa largo uso di manodopera straniera (pakistana, bengalese, filippina ma anche egiziana) ma il fenomeno dell’over qualification dei giovani riguarda anche altri paesi. In Tunisia, nonostante le riforme strutturali del dopo-Bourghiba degli anni 90 e gli ingenti investimenti nell’istruzione il mercato del lavoro non riesce ad assorbire l’offerta di lavoro più qualificata talchè a fine 2013, il tasso di disoccupazione tra i laureati era pari al 40%.

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Una situazione differente è quella che caratterizza Giordania ed Egitto, che non riescono a formare un numero sufficiente di giovani qualificati, anche per la qualità carente del sistema d’istruzione. L’insufficiente qualificazione dell’offerta di lavoro è il principale ostacolo che le imprese segnalano in Egitto, Libano, Siria e Giordania e secondo gli economisti della Banca mondiale Cagla Ozden e Maurice Shiff, lo shortage di competenze dei lavoratori locali determina vantaggi salariali per i più qualificati migranti di ritorno. Gli investimenti pubblici in istruzione per ragioni di bilancio tendono peraltro a ridursi in molti paesi MENA (vedi grafico).

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I dati sulla partecipazione al mercato del lavoro e sull’occupazione delle donne, inoltre, sono molto al di sotto di quelli degli uomini. E anche i tassi di disoccupazione non mostrano un quadro di pari opportunità. In Iran il tasso di disoccupazione delle donne laureate è quasi tre volte quello degli uomini, in Turchia quattro, in Arabia saudita otto.

Il mercato del lavoro e l’occupazione sono fortemente influenzati dall’andamento dell’economia e questa non è indifferente all’andamento degli investimenti esteri. Gli investimenti diretti esteri possono essere di due tipi. Quelli greenfield nell’agricoltura, nel manifatturiero, nel commercio e nel turismo hanno un impatto positivo sull’occupazione e tendono a generare spillover positivi sull’intera economia. Quelli realizzati attraverso fusioni e acquisizioni di aziende non fanno normalmente crescere l’occupazione nel breve periodo anche se accrescendo la produttività, possono favorire la riallocazione delle risorse (se non ci sono altri vincoli, come appunto lo shortage di competenze).

Nessuno di questi due tipi di investimento sembra aver avuto un impatto apprezzabile sull’occupazione nei Paesi Mena perché gli investimenti hanno riguardato in prevalenza settori capital-intensive come quello dell’energia. In Algeria, Tunisia ed Egitto gli investimenti diretti esteri nel settore energetico nell’ultimo decennio sono stati rispettivamente il 50%, il 61% ed il 45% del totale.

Le “petromonarchie” non investono sufficientemente nella diversificazione dell’apparato produttivo, perché il loro core business è la rendita ed il suo impiego ma la diversificazione appare necessaria anche perché il mercato dell’energia con la scoperta dello shale gas sta cambiando molto. Nei paesi non-esportatori di petrolio, gli investimenti diretti esteri sono indirizzati in misura rilevante ad altri settori capital-intensive.

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E’ il caso del Marocco e della Tunisia, dove oltre 1/ 3 degli investimenti diretti esteri tra il 2000 e il 2007 ha riguardato le telecomunicazioni. Riguardo alla distribuzione degli investimenti esteri i dati relativi al 2013 mostrano che il 44% degli investimenti esteri hanno interessato l’ Arabia Saudita. Non brillante la performance dei paesi del Nord Africa caratterizzati da disordini e instabilità dove il flusso complessivo degli investimenti è diminuito del 13%. Secondo gli analisti dell’ILO, investimenti esteri diversificati potrebbero determinare vantaggi per l’occupazione.

Vi sono tuttavia anche altri fattori che non convincono gli investitori stranieri: dazi e altre barriere commerciali, carenza di infrastrutture, inaffidabilità (e ora instabilità) dei governi. Guardando all’origine degli investimenti esteri i paesi non petroliferi ed esportatori di forza lavoro, hanno risentito pesantemente della crisi che si è aperta nel 2008 che ha caratterizzato Europa e Stati Uniti. L’ Europa, alle prese con una disoccupazione elevata e preoccupata per l’ondata migratoria da sud, non offre al momento grandi opportunità.

I leader mediorientali riunitisi a Davos temono che la disoccupazione diventi per la regione un problema strutturale. Per evitarlo occorrono riforme importanti e uno sviluppo economico equilibrato che può essere favorito dalla qualificazione e dal ridimensionamento di un settore pubblico, in molti casi, ipertrofico.

Una possibile strategia l’ha suggerita a Davos Mohammad Al-Ardhi, vicepresidente della Banca Centrale dell’Oman, la più atipica petromonarchia del Golfo. “Ci siamo cullati a lungo nel falso senso di sicurezza che ci da’ la ricchezza di risorse del nostro sottosuolo, e forse ancor più nella nostra percezione che queste risorse siano indispensabili per il resto del mondo. La scorsa settimana (a Davos, ndr) ci siamo però concentrati sulla creatività delle idee, sul pensiero e sull’innovazione – che sono tutti prodotti della mente umana. Il medioriente deve rendersi conto che la mente umana è il nostro asset più prezioso, non il petrolio”. Investire in conoscenza, in know how.

D’altronde, vorrà pur dire qualcosa se la parola che ricorre più volte nel Corano dopo Allah non è ne’ Muhammad, ne’ Islam ne’ tantomeno jihad, bensì ‘Ilm, che significa conoscenza. Dalla metà dell’ottavo secolo d.c e almeno per i successivi 500 anni, il califfato abbaside era l’area che vantava il maggior sviluppo economico, sociale, intellettuale al mondo. Baghdad – la capitale – era nota come la “Città della scienza” e tutte le principali novità scientifiche originavano dal mondo musulmano che, stimolato dall’approccio mutazilita predominante al tempo, favoriva lo studio di ogni disciplina scientifica e umanistica, considerate funzionali anche al rafforzamento della propria identità. Oggi le cose sono cambiate, come si può notare. Ma il Corano è pur sempre lo stesso.

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